Medio Oriente in fiamme. Ma le Borse tengono
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’attacco di Israele all’Iran e l’apertura di un nuovo conflitto in Medio Oriente hanno diffuso un senso di paura nelle Borse, intimorite soprattutto dal rischio di picchi del petrolio. Ma le perdite evidenziate dagli indici dopo le prime notizie dell’escalation militare sono almeno parzialmente rientrate; si registrano nuove turbolenze, che però sembrano rientrare nelle normali dinamiche di mercato. Nessun maxi-storno, dunque: le Borse dimostrano una resistenza paradossale ai nuovi problemi geopolitici, che piombano sull’economia mondiale in un periodo contraddistinto anche dalla lunga tiritera sui dazi, dalle incertezze sui tassi Fed e dalla crisi dell’automotive. Il petrolio, da parte sua, è stato inizialmente protagonista di un rialzo fortissimo, ma si è poi assestato sui livelli di inizio anno, cioè nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile. Occorre considerare che il nuovo conflitto è iniziato mentre in sede Opec+ era in corso un dibattito acceso sul prezzo del petrolio, con l’Arabia Saudita intenzionata a incrementare ulteriormente la produzione (e un conseguente calo dei prezzi) e la Russia strenuamente contraria a questa eventualità: a causa delle sanzioni Mosca sta vendendo sotto costo il suo greggio a India e Cina – che è anche il primo compratore (a sconto) di greggio iraniano.
Le apprensioni sul petrolio
Le Borse hanno dimostrato di non aver perso gli anticorpi per resistere, almeno fino a quando il prezzo del petrolio rimarrà a livelli comunque bassi. Diverso sarebbe se venissero colpiti i terminal petroliferi iraniani, oppure se Teheran decidesse il blocco dello stretto di Hormuz, snodo indispensabile per il passaggio del greggio. In questo caso, si rischierebbe un rincaro di Brent e Wti difficilmente controllabile. Ma l’eventualità è remota, un po’ per il rischio di un intervento militare americano, un po’ perché il blocco dello stretto danneggerebbe anche l’export della Cina, alleata dell’Iran, e gli interessi economici degli altri Paesi del Golfo. E’ quindi probabile che la situazione non si aggravi ulteriormente e che i mercati riescano a digerire anche questi stimoli negativi (come detto, hanno già inviato segnali in questo senso) e si concentrino sui dazi Usa-Cina.
Oro a go-go
Il dollaro, che ai primi attacchi israeliani aveva recuperato terreno, è poi tornato poco sopra le posizioni del giorno prima. L’euro, pur in miglior salute rispetto al biglietto verde, ha comunque perso nel confronto con varie altre monete. A guadagnare, come di consueto nelle crisi geopolitiche, è invece l’oro, che da tempo è tornato bene rifugio, spinto dalla voglia di sicurezza causata dalle sanzioni alla Russia. Il “re dei metalli” ondeggia sulla quota di 3.400 dollari l’oncia, e sembra avere le prerogative per salire stabilmente sopra i 3.500.
De Meo lascia il settore automobilistico
Hanno fatto scalpore le dimissioni di Luca de Meo dalla carica di ceo del gruppo Renault, che guidava da cinque anni. Il manager italiano, che lascerà la casa transalpina il prossimo 15 luglio, ha spiegato la sua scelta con il desiderio – spiega una nota di Renault – di “affrontare nuove sfide al di fuori del settore automobilistico”. Un settore in cui De Meo lavorava dal 1992, e che lo ha visto operare nei ranghi di varie case con ruoli crescenti. Dal prossimo 15 settembre, il top manager entrerà come amministratore delegato in Kering, la multinazionale del lusso di François-Henri Pinault che controlla marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Boucheron, Pomellato, DoDo, Qeelin, Brioni, e Ginori 1735. Le dimissioni di De Meo e la sua separazione dal settore in cui aveva sempre militato preoccupa moltissimo: il dirigente era non solo un dirigente specializzato, ma anche un appassionato di motori fin da bambino. Il clamoroso saluto non solo a Renault, ma all’automotive, è stato interpretato come una manifestazione di pessimismo nel futuro del comparto in Europa, duramente messo alla prova dal green deal di Ursula von der Leyen. La reazione della Borsa alle clamorose dimissioni è stata molto forte: giù le azioni Renault, su i titoli Kering. Un atto di fiducia, quest’ultimo, un po’ troppo istintivo: il manager è certamente capace, ma è nuovo di un settore, come il lusso, che non sta attraversando i suoi giorni migliori, anche a causa della crescente concorrenza cinese.
Il caro-gas mette a rischio le fonderie
La crisi dell’automotive europeo contribuisce anche a crescenti difficoltà per acciaierie e ferriere di alluminio. Pochi veicoli immatricolati causano un calo di produzioni industrali e minori rottami a disposizione, con conseguente dumping: Cina, India e Stati Uniti stanno acquistando i detriti in Europa a prezzi che l’industria Ue non può sostenere. Tutto questo si unisce alla nuova impennata del gas, che potrebbe mettere in ginocchio le fonderie, industrie strutturalmente energivore. L’allarme è stato lanciato pochi giorni fa da Fabio Zanardi, presidente di Assofond, organismo di categoria che, in seno a Confindustria, rappresenta le fonderie italiane. Il settore, ha detto, è in bilico sia a causa dei dazi al 50% su acciaio e alluminio, sia per il rincaro dell’energia. Se i prezzi rimarranno questi, ha detto Zanardi, per le fonderie non ci sarà futuro.
Il mondo nel pallone
Sono intanto iniziati negli Stati Uniti i Mondiali di calcio per club, che alla vigilia del calcio d’inizio erano visti a rischio flop economico, anche a causa della vendita a prezzo di saldo dei molti (carissimi) biglietti non acquistati. In parte, però, la strategia ha limitato i danni: se per le partite con meno appeal gli stadi erano semivuoti, i match più interessanti hanno attirato numerosi tifosi, sfiorando il sold out. Questo fa sperare gli organizzatori in vista delle gare a eliminazione diretta, che vedranno prevedibilmente protagoniste squadre europee e sudamericane. La prima edizione allargata del massimo torneo per club serve comunque agli Stati Uniti per lanciare i prossimi Mondiali di calcio, previsti nel 2026 in Usa, Canada e Messico: se la manifestazione riuscisse nel suo intento, passerebbe in secondo piano anche un eventuale insuccesso economico della kermesse. Quali conseguenze economiche avrebbe, invece, un eventuale mancata qualificazione dell’Italia alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva? La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare. Perché da un lato, il calcio vale il 4% del pil italiano, e una qualificazione degli azzurri, con il conseguente maggior coinvolgimento degli appassionati, andrebbe a generare guadagni indiscutibili per bar, ristoranti e “indotto” pallonaro. Dall’altro, però, i fusi orari nordamericani rischierebbero di obbligare i sostenitori a levatacce o veglie notturne per poter assistere ai match, con la conseguente perdita di produttività, impossibile da quantificare, ma difficilmente confutabile.
Nuovo tira e molla sui dazi: Borse sulle montagne russe
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il fine settimana borsistico europeo è stato contraddistinto da un “giro” sulle montagne russe: prima uno storno, poi il recupero quasi totale.
Ancora una volta, secondo gran parte degli osservatori, c’è un responsabile: il tira e molla sui dazi, con il presidente americano Donald Trump che annuncia le tariffe e poi si corregge. La minaccia iniziale di applicare tasse doganali dal 1 giugno ai prodotti dell’Unione Europea, definita troppo lenta nelle trattative, ha dato un colpo in basso ai listini; poi, la proroga unilaterale dell’ultimatum al 9 luglio li ha spinti su. Annullando quasi del tutto lo storno.
La solita boutade
Che i due effetti-annuncio abbiano influito sul “su e giù” degli indici è indubitabile. Però non bisogna attribuire alle bizze di Trump un potere troppo grande sui grafici delle Borse. Perché – diciamocela tutta – pochi hanno creduto veramente che il presidente degli Stati Uniti potesse annunciare tariffe doganali così alte poco più di una settimana prima della loro entrata in vigore. Una mossa che sarebbe decisamente illogica, oltre che autolesionistica. Chiaro quindi (e qualcuno lo ha capito) che la minaccia del 50% fosse una boutade – anzi: la solita boutade, dato che finora gli strilli trumpiani contro i partner occidentali si sono rivelati poco più che vuote minacce. Una boutade, abbiamo detto, che però ha scatenato le consuete manovre speculative a breve termine. Favorite, occorre dirlo, anche dal terreno fertile preparato dalla narrazione più diffusa, che tende a vedere un dramma anche in una perdita che non arriva al 2%, persino in un contesto in cui i mercati (Stati Uniti compresi) avevano mostrato rimbalzi dal 15% al 18%. E in un periodo dell’anno, quello compreso fra la tarda primavera e l’estate, che da sempre risente negativamente della stagionalità.
Ostacoli strutturali
Vedremo ora che cosa accadrà di qui al 9 luglio. Certamente, pur nella natura surreale di questa telenovela-dazi, ci sono due elementi indubitabili. In primo luogo, Trump sembra non aver ancora capito che gli annunci a effetto, proclamati per obbligare le controparti a trattare, fanno male soprattutto all’economia americana, che uscirebbe con le ossa rotte se le tariffe doganali venissero introdotte davvero. In seconda battuta, l’Unione Europea è davvero troppo lenta e burocratica, ed è l’unica istituzione che non si è ancora seduta a trattare con Trump. Una parte della responsabilità può essere attribuita alla sua leadership, ma un’altra parte dipende da motivi strutturali: l’Ue non parla a una voce, ma esprime interessi divergenti di Paesi che spesso si contrastano l’un l’altro. Per assurdo, sarebbe forse più produttivo se ciascuno degli Stati membri si sedesse a un tavolo separato con la delegazione americana, un po’ come ha deciso di fare la Svizzera, paese extra-Ue, senza perdere tempo.
Usa: aumentano solo le spese militari
Intanto, la Camera americana ha approvato la legge di bilancio (che ora passerà al Senato), basata su un forte taglio delle tasse, oltre all’abolizione delle imposte sulle mance (che negli Stati Uniti sono praticamente obbligatorie) e sugli straordinari, gli sgravi per chi compra auto made in Usa e il decremento del 22,6% (pari a 163 miliardi di dollari) delle spese relative ad ambiente, sanità pubblica e assistenza ai meno abbienti, edilizia, energie rinnovabili, formazione e cooperazione internazionale. I maxi-tagli non riguarderanno, però, le spese militari, che, anzi, aumenteranno. Una decisione che non deve sorprendere, nonostante l’insofferenza di Trump nei confronti delle endless wars in cui sono coinvolti gli americani: gli Stati Uniti non possono smettere di spendere nel settore difesa se vogliono mantenere la leadership tecnologica militare nei confronti della Russia e soprattutto della Cina.
Treasury ai massimi dal 2007
Il taglio delle tasse deciso da Trump ha influito anche sui rendimenti dei Treasury: i trentennali hanno toccato quota 5,17% (ai massimi dal 2007) per poi ripiegare di poco sotto il 5%, mentre i decennali si sono riassestati sotto la percentuale di 4,5% dopo aver superato il 4,7%. Se questi valori fossero mantenuti, i titoli di debito pubblico americani potrebbero dare fastidio al comparto azionario statunitense, soprattutto nel settore dei tecnologici, ancora sopravvalutati e non alieni dal rischio bolla. I listini americani, è bene ricordarlo, stanno già soccombendo nel confronto con quelli europei: il gap, dato il calo del dollaro, è attualmente di 20 punti, ma sarebbe comunque alto anche se il biglietto verde non stesse attraversando una fase di debolezza.
Petrolio, la paura fa… 60
Ancora bassa la valutazione del petrolio: il Brent e soprattutto il Wti si avvicinano pericolosamente a quota 60 – un valore che fa paura, perché sembra un limite non più invalicabile. Secondo gli esperti, la quotazione soft del greggio potrebbe prolungarsi per mesi. E questo non può piacere alla Russia, che già “svende” il suo petrolio a Paesi che non aderiscono alle sanzioni, e neppure agli Stati Uniti: Trump è tradizionalmente favorevole a valori moderati dell’oro nero, per contenere il prezzo alla pompa e compiacere i suoi elettori; tuttavia, se le quotazioni sono troppo basse, ne risente la redditività dei petrolieri americani, per cui cessa di essere conveniente persino l’attività di trivellazione. A fine settimana, l’Opec+ esaminerà la situazione, ma probabilmente proseguirà la strategia improntata alla produzione di 410.000 barili al giorno.
Oro e bitcoin
Molto basse anche le quotazioni delle materie prime, mentre l’oro ha ripiegato, pur mantenendo valori alti. Il futuro del metallo giallo dipenderà dal suo ritrovato ruolo di bene rifugio, in un quadro geopolitico drammatico. Ma sarà influenzato anche dai maxi-acquisti cinesi: Pechino ha ripreso ad acquistare metalli preziosi, unico asset che sfuggirebbe a eventuali sanzioni a tappeto – come dimostrato dal caso russo. Il futuro dell’oro potrebbe essere ancora roseo: Citi prevede una nuova salita del “re dei metalli”, a 3.500 dollari l’oncia. Impossibile invece comprendere a che livello potranno arrivare i bitcoin, che hanno ripreso a macinare record: probabilmente, il galoppo della principale criptovaluta proseguirà almeno fino a quando l’attuale amministrazione americana resterà in carica.
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Russia-Ucraina: è l'ora delle trattative
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il mondo ha gli occhi puntati sulle trattative dirette (le prime dal 2022) fra la delegazione russa e quella ucraina, che autorizza a sperare nell’interruzione di questa terribile strage. Nonostante le accuse incrociate, praticamente scontate, traspare da entrambi i contendenti la volontà di arrivare a una pace, anche se è ancora prematuro immaginarne i contorni e le condizioni.
E’ molto probabile che, oltre a questioni territoriali e militari, la Russia metta sul piatto della bilancia la revoca dei vari pacchetti di sanzioni, anche europee (l’ultimo, il 17esimo, è stato adottato ieri, e un altro è già stato annunciato). Oltre a Mosca, a beneficiare di uno stop all’embargo sarebbe l’Europa, la cui economia è stata danneggiata in modo grave dal quadro sanzionatorio.
Una volta finita la guerra occorrerà poi organizzare la ricostruzione dell’Ucraina, in cui l’Ue cercherà di ritagliarsi uno spazio – almeno quello lasciato libero dagli Stati Uniti, che con Kiev hanno già siglato l’accordo sulle terre rare.
Il prezzo del petrolio
Tra i temi sul tavolo, anche se non ufficialmente, sembra esserci anche il prezzo del petrolio, che divide Stati Uniti e Russia. Trump è ben felice che si mantenga basso: è una chiara strategia dell’amministrazione repubblicana per ingraziarsi i favori dei cittadini americani, lavorando per mantenere il pieno di benzina particolarmente economico. Putin, da parte sua, è molto svantaggiato dai prezzi soft del greggio, che vende a Cina e India a tariffe già molto scontate. Intendiamoci: se il petrolio scendesse ancora più in basso si rischierebbe di sfondare il già precario punto di equilibrio, causando recessione e cali delle Borse. Ma l’attuale valore di Brent e Wti potrebbe rivelarsi un’arma di pressione su Mosca. Più la guerra va avanti, più il suo peso si fa sentire anche sulla Russia: per questo motivo, è possibile un approccio meno rigido di Putin su un cessate il fuoco.
Borse in consolidamento
Le Borse, pur attente ai segnali di trattativa fra Mosca e Kiev, sono sembrate più condizionate in positivo dai tagli dei tassi in Cina e in negativo dall’incertezza sui dazi e dal downgrade del rating americano, declassato da Moody’s da AAA ad AA1. La decisione, causata in gran parte dall’enorme debito pubblico, pari a circa 36mila miliardi di dollari, priva Washington dell’ultima tripla A rimasta, allineando il rating Moody’s a quello di S&P e Fitch. Le prime reazioni negative dei mercati al downgrade sono state comunque annullate da un nuovo rimbalzo, che ha riportato gli indici sui trend precedenti. Le Borse europee, in generale, viaggiano intorno ai massimi, in una fase neutrale di consolidamento. Più lenti i listini americani, che però nel corso di questo mese hanno recuperato molto dai minimi e sembrano aver superato la fase di storno che aveva caratterizzato i primi mesi dell’anno. Per gli investitori è una fase di difficile interpretazione; oggi come oggi sembra però conveniente puntare sui titoli petroliferi, proprio in previsione di un ritocco verso l’alto del prezzo del greggio, e magari acquistare qualche spezzatura del settore automobilistico. Incertezza invece sull’oro, che grazie alle trattative russo-ucraine – e la conseguente minor richiesta di beni rifugio – potrebbe aver concluso la sua corsa.
Dazi, punto di rottura
Abbiamo più volte ricordato che le Borse hanno digerito i dazi in tempi sorprendentemente rapidi, ma l’economia non ha ancora smaltito il colpo se non da ko, almeno da knock down.
L’osservazione è particolarmente calzante per l‘Unione Europea, che si sta dimostrando elefantiaca nella ricerca di un negoziato con Washington. D’altra parte, ha affermato Federico Fubini sul Corriere della Sera, per l’Ue rispondere non è facile: se venisse scelta la via dei controdazi si amplificherebbe il rischio di un “avvitamento” e di una spinta inflattiva; in caso di mancata reazione, invece, ci si esporrebbe a ulteriori attacchi da parte di Trump. Mario Draghi, in un discorso tenuto a Coimbra, ha parlato di dazi come “punto di rottura”: è un azzardo, ha detto l’ex presidente Bce, “credere che i nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti torneranno alla normalità”. Ma l’Europa, ha proseguito Draghi, deve provarci, e deve farlo con il massimo della forza, ragionando finalmente a una sola voce, e non con 27 risposte dissonanti. Se poi l’Ue vorrà davvero ridurre la sua dipendenza dalla crescita americana, ha aggiunto Draghi, “dovrà produrla da sé”. Nulla sarà più come prima, dunque? Riteniamo che la situazione sia difficile e problematica, in grado persino di ridefinire l’idea di Occidente. Tuttavia, con un po’ di buona volontà si può uscire dal tunnel. Elettori importanti di Trump, ma anche membri della sua amministrazione, hanno apertamente criticato la follia dei dazi; questo potrebbe indurre il presidente degli Stati Uniti (non estraneo a marce indietro e rivolgimenti dell’ultima ora) a tornare sui suoi passi. Anche perché il primo a essere danneggiato dalle tariffe è il consumatore americano. Che poi, una volta raggiunte le urne, diventa elettore e decide di conseguenza.
Difesa comune
A Coimbra, Draghi ha anche parlato del piano di difesa unica europea, caldeggiandone l’adozione. Definire un simile traguardo alla stregua di un’utopia, ha aggiunto, “equivale ad accettare la nostra irrilevanza militare”. Tutto vero. Ma è lecito chiedersi se davvero l’ombrello difensivo Usa sia del tutto compromesso. E se la possibilità di essere attaccati rappresenti un rischio reale oppure un’opinione. Legittima, magari autorevole, ma comunque un’opinione. Per questi motivi, riteniamo che un piano di debito comune – in sé un’ottima idea – dovrebbe essere sviluppato per urgenze reali e condivise, come favorire l’economia, agevolare le imprese, creare posti di lavoro, investire sulla sanità e sulla sicurezza delle nostre città.
Tu vuoi fa’ l’americano…
Un ottimo volano per l’economia italiana sarà sicuramente la disputa della 38esima America’s Cup “Louis Vuitton” a Napoli, tra la primavera e l’estate del 2027. Secondo i piani del governo, l’evento velistico renderà più veloce il risanamento dell’ex area siderurgica di Bagnoli e la sua trasformazione in un polo turistico, balneare e commerciale. Oltre, naturalmente, a una ricaduta di immagine positiva sull’Italia.
E’ ovviamente compito delle istituzioni nazionali e locali lavorare per quest’ultimo obiettivo, che è stato pienamente raggiunto nel corso del grande afflusso di pellegrini a Roma.
Le mosse di Unicredit
Lo sbarco dell’America’s Cup a Napoli potrebbe anche favorire un disgelo tra governo italiano e Unicredit, che è sponsor della manifestazione. Si vedrà. Intanto, il gruppo guidato da Andrea Orcel avrebbe chiesto alla Consob una sospensione di 30 giorni dell’offerta pubblica di scambio, per poter disporre di più tempo per esaminare gli spazi di intervento possibili dopo il golden power governativo. Proprio mentre Banco Bpm sta organizzando una campagna di difesa dall’ops.
Le cose non vanno meglio sul fronte tedesco: il governo di Berlino ha rilasciato dichiarazioni a difesa dell’indipendenza di Commerzbank, rendendo questa strada più ardua di una salita alpina.
Per Piazza Gae Aulenti i dubbi sono molti. Orcel è un manager molto preparato, e potrebbe decidere di cambiare strategia, senza scoprire le sue carte fino all’affondo finale.
Non è certo impossibile che Unicredit stia elaborando un “piano C”, virando sul mega-dossier Mediobanca-Generali, che è forse la partita più importante dell’attuale risiko bancario.
Sorpresa: le Borse recuperano. Ma l'economia soffre ancora
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Pochi si erano spinti anche solo a pensarlo, ma è successo per davvero: le Borse hanno annullato con una velocità inaspettata gli storni dovuti alle tariffe doganali di Donald Trump. E si sono riassestate in breve tempo intorno ai livelli pre-dazi. Ciò che è accaduto è incredibile perché, dati i valori attuali degli indici, il 2 aprile è stato letteralmente cancellato dai mercati. Come se non fosse mai esistito. Ancora una volta, a vincere è stato chi ha mantenuto i nervi saldi: la storia insegna che, salvo pochi e circostanziati crack, è sempre meglio non reagire istintivamente ai crolli degli indici. Con l’aggancio si è tornati a un andamento normale dei trend. In questa logica si inserisce la flessione temporanea delle Borse europee di ieri mattina, dipesa soprattutto dal mancato insediamento del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che per pochi voti non ha ottenuto la maggioranza in prima battuta. Tuttavia, nel pomeriggio il cancelliere ha ottenuto la fiducia in seconda votazione, e le Borse europee hanno completato una rimonta già in atto. Anche il Dax, indice europeo più penalizzato in mattinata, ha evidenziato segnali di recupero.
Anche New York riduce il divario
Anche la Borsa americana, contro il parere e il volere di tutti, è stata protagonista di una netta ripresa: Wall Street è salita al -4% da inizio anno mentre il Nasdaq è ancora un po’ sacrificato (intorno al -7%), ma il momento negativo del dollaro facilita l’investitore europeo nell’acquisto di azioni tecnologiche statunitensi. Attualmente, a fare la differenza fra i mercati Usa e Ue sono i tassi: la Bce li ha tagliati e la Fed no. E’ comunque indubbio che l’amministrazione Trump abbia portato a un riposizionamento di asset azionari sui mercati che trattavano a sconto. I dazi hanno fatto sì che grossi player con centinaia miliardi dollari in gestione abbiano spostato (e lo stiano facendo ancora) flussi continui di acquisti dal mercato americano a quelli europei. E l’Italia, mercato dai multipli bassi, ne ha particolarmente goduto.
La produzione non riparte
Se le Borse sono tornate alla normalità, l’economia reale non si è mossa di un centimetro e subisce un significativo blocco delle attività produttive legato all’effetto-annuncio dei dazi. Ciò colpisce in maniera generalizzata, ma ad accusare il colpo sono in maniera particolare gli Stati Uniti, dove il primo trimestre si è chiuso leggermente in negativo, mentre le materie prime e il petrolio sono in sofferenza perché quotate in dollari. Unica eccezione l’oro, che mantiene la sua posizione ben oltre i 3.000 dollari l’oncia. Il rallentamento dell’economia americana sta proseguendo anche nel secondo trimestre, che verosimilmente chiuderà con dati non positivi.
Slalom parallelo
Intanto, Trump prosegue nel suo andamento a zig-zag. Da un lato tratta con i Paesi europei e – dopo un confronto basato su dazi e controdazi a tre cifre – cerca di negoziare con la Cina. Che a sua volta auspica di raggiungere un accordo ma nel contempo mostra i muscoli (“per oltre 70 anni”, ha dichiarato Xi Jinping, “lo sviluppo della Cina si è fondato sull’autosufficienza e sul duro lavoro”, e mai sugli altri). D’altro canto, nonostante i negoziati con l’Unione Europea e gli abboccamenti con Pechino, l’inquilino della Casa Bianca rilancia sul fronte delle tariffe doganali, annunciandole per i prodotti farmaceutici. Come sembra evidente, Trump ha fatto dei dazi un azzardo da cui partire per negoziare accordi commerciali più favorevoli agli Stati Uniti, ma la situazione gli è sfuggita di mano. E ora cerca in modo confuso di fermare una guerra commerciale senza esclusione di colpi, anche se non rinuncia a nuovi annunci a effetto.
Washington contro Pechino
Sullo sfondo c’è comunque il fil rouge delle sue presidenze, che vede la Cina come nemico numero uno. Washington rimprovera a Pechino di essersi espansa fino a minacciare lo strapotere Usa, e di averlo fatto anche violando regole di mercato e appropriandosi di brevetti e marchi non sempre nel pieno rispetto delle regole Wto. Trump deve quindi muoversi tra questi due fuochi: il rischio di escalation della guerra commerciale e la rivalità sino-americana. Il presidente degli Stati Uniti pensava di avere un’arma per togliere potere al gigante asiatico: il raggiungimento di un accordo fra Russia e Ucraina, che avrebbe potuto spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino favorito dalle sanzioni occidentali. Tuttavia, Putin, Zelensky e la posizione inflessibile di Gran Bretagna e Ue hanno sabotato i suoi sforzi, portando l’inquilino della Casa Bianca (almeno secondo le sue ultime dichiarazioni) a un passo dalla bandiera bianca. Lo stop sul fronte ex sovietico ha reso più urgente un disgelo tra Washington e Pechino, i cui dispetti reciproci non sono certo una cosa nuova: già la prima amministrazione Trump aveva bloccato gli investimenti nuovi in Cina (politica confermata poi da Joe Biden) spingendo poco a poco le aziende americane a delocalizzare in altri Paesi.
Le critiche di Buffett
I dazi di Trump hanno incassato dure critiche anche da parte di Warren Buffett, nel corso dell’annuncio con cui l’imprenditore ha comunicato il proprio pensionamento (a 94 anni) e il conseguente addio a Berkshire Hathaway. “Il commercio può essere un atto di guerra”, ha tuonato l’oracolo di Omaha, integrando una precedente dichiarazione anti-dazi (“le tariffe sono una tassa sulle merci”). La ricetta di Buffett è, diciamo così, conservatrice: gli Stati Uniti devono continuare a scambiare merci con il resto del mondo. Che è poi, ha ricordato, “quello che sappiamo fare meglio”. Queste indicazioni si uniscono a varie altre frasi celebri di Buffett che nel tempo sono assurte quasi a consigli universali, con cui confrontarsi in momenti di crisi o di passaggio epocale. Una su tutte: occorre investire in società che fanno utili, ma soprattutto che esisteranno ancora fra 50 anni. Un aforisma particolarmente attuale, in epoca di fintech che aprono e chiudono e di rischi di nuove bolle.
Petropolis
Mentre in Italia il risiko bancassicurativo è in pieno svolgimento, il palcoscenico dei merger è attivo anche a livello internazionale. Secondo Bloomberg, Shell sta valutando l’acquisto di Bp e avrebbe già commissionato un dossier ai suoi advisor. La maxi-operazione potrebbe essere agevolata da un ulteriore calo del prezzo del petrolio e dalla discesa del titolo della “preda”. Attualmente, Shell vale circa tre volte Bp (149 miliardi di sterline contro 56) e ha in corso un’operazione di riacquisto di azioni proprie. L’acquisizione sarebbe interessante, pur nella sua difficoltà, soprattutto in un periodo così particolare per gli asset petroliferi. Se l’unione si facesse, andrebbe a nascere un “campione inglese” in grado di competere con i maggiori concorrenti americani.
Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.
Tutto giù, oro su
La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late – ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.
Scontro istituzionale
I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.
In attesa della retromarcia
Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.
Resa dei conti in Generali
In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.
Dazi: la sospensione dà sollievo alle Borse, ma non all'economia
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la sospensione parziale per 90 giorni dei dazi americani nei confronti dell’Europa (resta la tariffa base del 10%), il presidente Usa Donald Trump medita passi indietro. L’inquilino della Casa Bianca ha infatti definito possibile uno stop alle tariffe per il settore auto, continuando nel frattempo a parlare di negoziati con i Paesi disposti a trattare. Secondo la Cnn, a far tornare Trump sui suoi passi sono stati i problemi dei Treasury americani e i conseguenti sell off, causati dalla sfiducia in uno strumento solitamente considerato sicurissimo. Questi fattori hanno spinto il segretario al Tesoro Scott Bessent a lanciare l’allarme e a convincere Trump a fare almeno un mezzo passo indietro.
Volatilità preoccupante
Tutto bene, dunque? La risposta, purtroppo, è negativa. Un po’ perché siamo in presenza di una semplice sospensione, cui seguiranno difficili trattative. E un po’ perché ormai il danno è stato fatto. La pur effimera entrata in vigore dei dazi al 25% ha infatti causato una volatilità preoccupante, ma soprattutto ha fermato l’economia occidentale, che resterà ingessata anche nel caso in cui avvenga una schiarita. L’incertezza, che oggi la fa da padrona, è un freno ai mercati e allo sviluppo dei commerci: spesso Trump fa proclami e poi li contraddice – un atteggiamento che può anche pagare in una trattativa fra capitani di imprese, ma se applicato all’economia globale è in grado di mandare in panico gli investitori. Soprattutto se il “tira e molla” proviene da una superpotenza economica.
I danni al settore industriale
Le Borse, è vero, hanno reagito alla sospensione dei dazi con buone performance e tentativi di rimbalzo, anche se i valori di inizio aprile sono ancora lontani. Tuttavia, il vero problema non sono gli indici, ma l’economia reale. Perché da un crollo, le Borse prima o poi possono recuperare, e la volatilità tornare a livelli di guardia. Ma il quadro è differente per la produzione industriale: se si ferma, difficilmente riprende a breve termine. Lo choc sulla domanda e l’offerta può causare un trauma a lungo termine, difficile da rimarginare: la retromarcia di Trump ha calmato un po’ i mercati finanziari, ma non il mondo economico. Le industrie devono sapere con certezza se le commesse provenienti da un Paese soggetto a dazi (gli Stati Uniti per le aziende Ue e l’Unione Europea per le imprese americane) possono riprendere o devono rimanere ferme perché non ci sono più le condizioni per commerciare. E per acquisire nuovamente queste sicurezze ci vuole tempo.
Usa già in recessione?
La produzione, soprattutto americana, è stata danneggiata quasi come ai tempi del Covid e la recessione Usa – come ha affermato Larry Fink – è vicina, se non già in atto: l’amministratore delegato di BlackRock si è definito “terrorizzato” per le prospettive a breve termine, pur rimanendo ottimista nel lungo periodo, e ha dichiarato senza mezzi termini che la crisi dei dazi si è spinta “oltre qualsiasi cosa che avrei potuto immaginare in 49 anni di esperienza nel mondo finanziario”. Anche se ci fosse un disgelo, dunque, sarà difficile tornare rapidamente alla situazione pre-dazi: gli investitori avranno paura per un bel po’, mentre il crollo delle Borse ha bruciato parecchi soldi dei risparmiatori, soprattutto americani. Un esempio è quello dei fondi previdenziali Usa, che investono la maggioranza dei loro capitali su Wall Street: il crack della Borsa ha mandato nel panico coloro che sono più prossimi al ritiro dal lavoro – e non poteva essere altrimenti in un sistema, come quello americano, in cui gran parte degli assegni pensionistici è erogato da strumenti privati. Si sta verificando, insomma, il classico effetto domino, che porta al blocco dei consumi e alla recessione paventata da Fink e da altri grandi nomi della grande finanza americana.
Sindrome cinese
Se tra Stati Uniti ed Europa è tregua, prosegue la guerra commerciale fra Usa e Cina, con dazi e controdazi anche a tre cifre: le tariffe imposte da Trump al gigante asiatico sono attualmente del 145%, quelle decise per ritorsione dalla Cina del 125%. Il duello tra le due superpotenze è contraddistinto dalla velocità e dalla “fantasia” delle misure decise dalle due parti: è notizia di ieri che il governo cinese ha ordinato alle sue compagnie aeree di bloccare l’acquisto di velivoli Boeing e di altre componenti del settore aeronautico provenienti dagli Usa. Deciso anche lo stop all’export di sei metalli rari. Nel contempo, la banca centrale cinese ha tagliato per sei giorni consecutivi il tasso di riferimento, svalutando lo yuan – giunto al minimo sul dollaro dal 2007 – per cercare di annullare almeno in parte gli inasprimenti dei dazi trumpiani e rilanciare l’export. La debolezza della valuta cinese può creare nuovi problemi di concorrenza alle aziende europee, proprio mentre Pechino ha chiesto apertamente un potenziamento della partnership con l’Ue per difendere le regole del commercio mondiale.
Messaggi “misti”
Da Pechino, insomma, sembrano arrivare messaggi “misti”. Da un lato, appunto, la ricerca di accordi e iniziative di cooperazione (come la costituzione della zona “a zero dazi” di Lingang, vicino a Shanghai, che punta ad attrarre imprese di tutto il mondo). Dall’altro annunci ostili: primo fra tutti il già citato blocco all’esportazione delle terre rare, che oltre agli Stati Uniti colpirà anche altri Paesi, come Giappone e Germania. Per l’Europa stringere legami commerciali con altri mercati può aiutare a sopperire, almeno in parte, al rischio di mancati scambi con gli Stati Uniti. Tuttavia è importante diversificare, evitando di legarsi mani e piedi alla Cina, che è e resta un’economia gestita da un governo autocratico con logiche diverse dalle nostre. Un mercato interessante è quello sudamericano, come ha ricordato Emanuele Orsini: il presidente di Confindustria, a questo proposito, ha caldeggiato il rinnovo degli accordi attualmente operativi con il Mercosur.
Shopping marginale
In questa situazione come deve comportarsi l’investitore? La scorsa settimana avevamo consigliato di tornare ad acquistare qualche titolo, senza eccedere: chi lo ha fatto, ora ha la possibilità di realizzare un utile vendendo le azioni sottoscritte di recente. Per il resto, l’alternativa ai mercati finanziari volatili sono le obbligazioni: i Btp europei, che però non superano il rendimento medio del 3,70%, o i corporate bond, un po’ più rischiosi, ma anche più redditizi (5% circa). Sicuramente questo è un periodo buono per puntare sull’Italia, anche in relazione al rialzo del rating italiano a BBB+ da parte di Standard & Poor’s. L’inversione di tendenza il segna primo incremento della valutazione da 28 anni a oggi.
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Borse, si salvi chi può
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
L’introduzione dei dazi ha sconvolto le Borse mondiali. Particolarmente colpite quelle europee, che in tre sedute hanno perso quasi il 14%. I deboli tentativi di reazione hanno poi scompaginato la situazione degli indici: qualche listino (soprattutto in Asia) ha rialzato la testa, pur lontano da un pieno recupero, mentre altri hanno perso ancora. Mentre scriviamo, New York sembra aver rialzato un po’ la testa con una Borsa che segna un +7% dai minimi di ieri. In ordine sparso anche le risposte internazionali: i cinesi sono pronti alla lotta “a oltranza”, con un braccio di ferro di dazi e controdazi, mentre gli europei, come spesso accade, sono divisi tra loro.
Mercati sorpresi
A stupire è l’entità del crollo, che con un tratto di penna ha cancellato mesi di progressi: varie Borse – compresa Piazza Affari – hanno annullato la crescita del 2025, arretrando anche rispetto alle posizioni di gennaio e tornando a valori registrati attorno al 15 dicembre 2024. Il fenomeno si discosta dalle normali dinamiche: solitamente i mercati anticipano i trend e l’assenza di un ritracciamento alcuni giorni prima dei dazi aveva illuso la comunità finanziaria, forse convinta di poter passare indenne dalle tariffe doganali. Non è stato così. Probabilmente, i mercati erano sotto sotto convinti di vedere il presidente degli Stati Uniti sospendere la sua decisione (come, del resto, aveva già fatto in precedenza con Canada e Messico). Quando le certezze si sono sgretolate, si è scatenato il panico.
Trump a un bivio
Da parte sua, Donald Trump è a un bivio. O ascoltare Elon Musk e fare un passo indietro, magari aprendo rapide trattative con i Paesi colpiti dalla misura, oppure continuare ad avvitarsi su se stesso e persistere nella politica protezionistica.
A giocare un ruolo importante è il carattere tendenzialmente narcisista del presidente americano che – come del resto accade a molti politici – è infastidito dall’idea di riconoscere pubblicamente di aver sbagliato, e non ama rischiare di perdere la faccia. Sicuramente, nell’amministrazione Trump è in corso un dibattito interno molto acceso. E non solo per le pressioni di Musk: Kevin Hassett, consigliere economico del presidente, ha rivelato una riflessione in atto su una possibile moratoria di 90 giorni delle tariffe doganali – annuncio che ha innescato tentativi di rimbalzi in Borsa, ma che è stato presto smentito dalla stessa presidenza.
Trattative? Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…
Certo è che le conseguenze del protezionismo generano rischi per l’economia americana. Trump ha insistito sui dazi per due motivi: trattare con gli altri Paesi da posizioni di forza e favorire il rientro delle aziende americane che in passato avevano delocalizzato la produzione. Il primo risultato sembra semplice da ottenere: basterebbe che l’inquilino della Casa Bianca si dimostrasse aperto al confronto. Qualcuno ha già compiuto il primo passo senza aspettare un invito da parte di Trump: Helene Budliger Artieda, direttrice della segreteria di Stato dell’economia svizzera, è volata a Washington, annunciando che la Confederazione non applicherà controdazi e cercando per lo meno di ridurre, mediante negoziati, l’entità delle tariffe sui prodotti elvetici, che attualmente sono del 31%, contro il 25% dell’Unione Europea. L’Ue, da parte sua, non disdegnerebbe una trattativa, anche se le procedure di Bruxelles sono notoriamente macchinose.
Il nodo della delocalizzazione
Sul fronte delle aziende Usa che producono in Paesi soggetti a dazi (l’80% delle multinazionali americane) stanno invece sorgendo problemi operativi. Se, infatti, queste imprese decideranno di ignorare gli inviti istituzionali a un rimpatrio, saranno esse stesse colpite dalle tariffe doganali. Riversandole a sua volta sul consumatore, dato che i prezzi cresceranno, costringendo molti clienti ad acquistare di meno. La mossa potrebbe rivelarsi un boomerang per il presidente e per il Partito Repubblicano, dato che le elezioni di mid term si terranno fra appena un anno e mezzo e i cittadini americani vanno alle urne pensando soprattutto all’economia. D’altro canto, i benefici di un ritorno della produzione entro i confini nazionali sono tutti da dimostrare. Gli Stati Uniti hanno una disoccupazione del 4% circa: nel caso di un rientro massiccio delle imprese su suolo patrio, facilmente non riuscirebbero a trovare manodopera, e sarebbero costrette a ricorrere all’immigrazione – opzione non troppo gradita a Trump. Ma il problema più importante è un altro: se le multinazionali decidessero davvero di rimpatriare la produzione, sarebbero costrette ad avviare una procedura lunga ed elaborata. Staccare la spina e riattaccarla altrove non è un’operazione che si riesce a ultimare dall’oggi al domani. Ci vuole tempo. Ci vogliono anni. Più anni di quelli che ci separano dalle elezioni di mid term, e forse anche dalle stesse presidenziali. Se i democratici dovessero riprendere il controllo delle istituzioni, potrebbero annullare i dazi, vanificando le elaborate operazioni di rientro della produzione. Considerato tutto questo, si stima che non saranno molte le aziende che decideranno di rimpatriare, affrontando una perdita certa per evitare balzelli che poi, fra pochi anni, potrebbero essere revocati. Resta poi il fatto che i dazi fanno male ai timonieri delle bigtech americane. Non solo a quelli che, una volta insediato il nuovo inquilino della Casa Bianca, hanno rapidamente cambiato bandiera, ma anche a “fedelissimi” di Trump come Elon Musk. I miliardari della tecnologia potrebbero, dunque, fare pressioni sull’inquilino della Casa Bianca per uscire dal cul de sac dei dazi, siano essi reciproci (come quelli cinesi) oppure no.
Ritorsioni o dialogo?
Oltre alle aziende americane delocalizzate, a pagare i dazi sono (già fin d’ora) molte aziende europee molto esposte sugli Stati Uniti. Per le imprese, creare una diversificazione della clientela potrebbe rappresentare una soluzione, che però richiederebbe tempo. Prendiamo l’esempio del rame: gli Stati Uniti non ne hanno, e per questo motivo non impongono dazi sulla sua importazione. Se tutti i Paesi del mondo si mettessero d’accordo per sovvenzionare i Paesi esportatori (come ad esempio il Cile) pur di bloccarne la vendita agli Usa, Washington si sentirebbe con le spalle al muro e sarebbe costretta a trattare. Oppure: se si decidesse di non comprare più debito pubblico americano, gli Stati Uniti diventerebbero un mercato a rischio, dato che sono sì un Paese ricchissimo, ma anche molto indebitato. Queste manovre, che sarebbero sicuramente molto più efficaci che non eventuali contro-dazi, descrivono però rimedi difficilmente praticabili. In realtà, quello americano è un mercato troppo ricco e importante per il resto del mondo: isolarlo non conviene a nessuno. A meno, ovviamente, che si presentino situazioni estreme.
Volatilità fuori controllo
La discesa delle Borse ha colpito indiscriminatamente tutti i settori. E, in un simile quadro, ci hanno rimesso le criptovalute, il petrolio e persino l’oro. La recessione, data quasi per scontata, ha fatto crollare anche le banche, spaventate da uno scenario che da roseo è improvvisamente diventato pessimistico. L’indice Vix è oggi del 50% circa e il livello di paura è alto. In questa situazione di “mare grosso”, tuttavia, alcuni settori hanno raggiunto valutazioni interessanti. A questi livelli, non sembrerebbe azzardato acquistare, per non più del 15% della liquidità disponibile, azioni difensive (utility, alimentari e farmaceutici) oppure titoli tecnologici americani, che hanno ripiegato in modo deciso. Per il resto, occhi bene aperti, per poter essere pronti ad approfittare di qualche eccesso di ribasso: la volatilità potrebbe andare avanti per due o tre mesi, e lo scenario è aperto a sorprese orso o toro. Attualmente, gli indici stanno provando a reagire, nella classica situazione da “prove tecniche di rimbalzo”. Con l’obiettivo di fermare il tracollo e, possibilmente, cercare di recuperare almeno qualcosa.
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Dazi, annunci e controannunci mandano gli indici in confusione
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
I mercati stanno procedendo in ordine sparso e apparentemente senza una direzione certa. Il caos che sembra imperare è soprattutto un problema americano. L’Europa, dopo le fiammate dovute agli annunci del riarmo e del nuovo piano di rilancio tedesco (ora in forse), ha aperto la settimana in rosso; tuttavia, se si osserva il grafico relativo a un periodo più lungo, si nota che i listini del nostro continente hanno archiviato due mesi positivi, mentre Wall Street, è protagonista di un lungo ritracciamento, che coinvolge soprattutto il Nasdaq.
Il “no” dei verdi tedeschi
Alla settimana difficile dell’Europa ha contribuito la dichiarazione dei verdi tedeschi, intenzionati a non votare la riforma del freno al debito voluta dal cancelliere in pectore Friedrich Merz. Una riforma che, ricordiamolo, fa parte dei pacchetti proposti al “vecchio” parlamento, ancora in carica. Il piano, in spregio al fiscal contact, prevede 800 miliardi di spesa pubblica, che secondo gli analisti comporterebbero un effetto positivo del 2% l’anno. E che cercherebbero di fermare il declino di un Paese evidenziato dall’andamento dei titoli di stato: i Bund a 30 anni hanno perso oltre il 10% e oltre e quelli a dieci il 6,5%. Gli ecologisti hanno detto chiaro e tondo che il progetto di Cdu-Csu e Spd per la difesa e le infrastrutture “non s’ha da fare”, rilanciando invece sui fondi per il clima. Il 18 marzo, giorno in cui è prevista la discussione del piano Merz, è molto vicino; regna l’incertezza e le Borse europee (Francoforte in testa) lo hanno fatto capire molto bene.
Il riarmo è in atto da anni
A far discutere è anche il rapporto annuale del Sipri, istituto internazionale di ricerca sulla pace con sede a Stoccolma. L’organismo ha rivelato che il riarmo è già in atto e non da ieri: tra il 2020 e il 2024, infatti, le importazioni di armamenti da parte di Stati europei membri Nato sono raddoppiate rispetto al quinquennio precedente, con un 64% di acquisti da aziende americane. Evidentemente, le imprese franco-tedesche, leader in Europa tra i fornitori militari, non hanno più la capacità di assorbire tutti gli ordini e i Paesi devono rivolgersi altrove. L’eventuale riarmo, di cui attualmente è stato dato solo l’annuncio, potrebbe così impattare più sugli indici americani che su quelli europei.
Tira e molla sui dazi
A colpire in modo bipartisan sia le Borse di casa nostra, sia quelle dello Zio Sam (ma soprattutto queste ultime) sono invece i dati sul lavoro Usa, che a febbraio hanno evidenziato una crescita di 151.000 nuovi occupati, contro gli oltre 160.000 previsti dagli analisti. A deprimere gli indici è anche (anzi, soprattutto) il tira e molla sui dazi: le tariffe doganali nei confronti di Canada e Messico, già entrate in vigore, sono state sospese, mentre quelle rivolte alla Cina sono attive e già “rimbalzate” da Pechino con una serie di contro-dazi, tra il 10% e il 15% sui prodotti agricoli dello zio Sam. Chiaro l’intento di colpire una categoria di persone identificate come sostenitori di Donald Trump. Una storia molto arruffata, che sembra non avere una logica, ma che probabilmente ce l’ha. Si parla dei dazi come dell’invenzione di un solo uomo, dimenticando che dietro di lui c’è un’amministrazione che valuta la portata di ogni misura. Probabilmente, i collaboratori di Trump si sono resi conto che i dazi al Canada, e soprattutto al Messico, possono provocare un rialzo dei prezzi, arrecando danni ai consumatori.
Confusione? No, grazie
Oltre che colpire i cittadini americani, i timori provocati dai dazi sono in grado di frenare le Borse, che non amano la confusione e che, appunto, hanno reagito al braccio di ferro sui balzelli doganali con un arretramento generalizzato. In un periodo particolarmente negativo per Wall Street che vede, da inizio anno, il Nasdaq a -11,48%, mentre lo S&P è circa a -4,53%. Questi dati fanno emergere la crisi della tecnologia, che come già ricordato sta ritracciando dopo un lungo periodo di corse frenetiche. Stessa situazione per Tesla, che ora sembra in rotta: in realtà l’azienda di Elon Musk, pur perdendo oltre il 40% da inizio anno, continua a capitalizzare di più rispetto a tutti gli altri produttori di auto messi insieme. Della serie: un conto è la quotazione in Borsa, un conto la salute di una società.
Effetto domino
Il caos sui mercati si riverbera in un effetto domino un po’ ovunque. Anche nel rapporto euro-dollaro: in una settimana, il biglietto verde ha perso il 4,5% – dato, questo, sicuramente non sgradito a Trump, che notoriamente preferisce una moneta debole rispetto alle altre grandi valute. Anche il petrolio, attualmente sotto i 70 dollari al barile, rivela che il mercato inizia a scontare il rallentamento economico.
In un quadro così caotico, persino l’oro non ha lo sprint per andare a rompere il muro dei 3.000 dollari. Che fare allora? La cautela è d’obbligo, in presenza di una volatilità in aumento. Al momento, tenere troppi titoli in tasca è diventato più rischioso. Per questo motivo, è consigliabile portare a casa il 10%-15% del proprio portafoglio, soprattutto quello dedicato alle azioni europee.
Milano, si avvicinano i Giochi Olimpici. Ma i cantieri sono bloccati.
A meno di un anno dai Giochi Olimpici invernali, la cantieristica di Milano è in parte bloccata. In città si è costruito troppo, e spesso male, e ora spuntano i dubbi sul Salva Milano, misura la cui introduzione sembrava praticamente certa e che oggi è bloccata in Senato. Che la legge si approvi oppure no, il legislatore non potrà evitare di mettere una pezza a questa situazione: ci sono cittadini che, in buona fede, hanno già versato caparre per case la cui costruzione è stata pur temporaneamente fermata. Disagi di questo tipo rischiano di rallentare, o addirittura di impedire, futuri piani urbanistici, un po’ per timore di nuove inchieste, un po’ per sfiducia da parte dei cittadini, costretti a lungaggini burocratiche e rischi di non completamento di un’abitazione già in parte pagata. Anche progetti nati per una riqualificazione rischiano di arenarsi per la litigiosità delle parti in causa. Ne è un esempio il villaggio progettato nell’area del Parco Sempione, che dovrebbe sorgere dopo l’interramento dei binari delle Ferrovie Nord e avrebbe tra i suoi obiettivi anche l’ampliamento dello spazio verde.
Inizialmente il piano, con un finanziamento dello Stato pari a 150 milioni, prevedeva un’area dedicata alla costruzione di immobili prima di 90.000 metri quadri, poi diventati 60.000, gestito dal privato Census Italy in cambio del coinvolgimento del progetto. Il Comune ha poi cercato di ridurre ulteriormente lo spazio edificabile per evitare lo sfregio urbanistico, innescando un confronto con la Regione, preoccupata che tutto possa saltare perché non più sostenibile economicamente. I dubbi sul Salva Milano, giusti o sbagliati che siano, piazzano ulteriori ostacoli su progetti di questo tipo, instillando timori e ripensamenti anche su piani nati con buone intenzioni.
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Il collocamento Mps piace a Piazza Affari
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano ha chiuso una settimana positiva, trainata dal collocamento Montepaschi. L’operazione – caso assai insolito – è stata effettuata a premio e non a sconto sul prezzo di chiusura, e ha riguardato 188.975.176 azioni ordinarie della banca, pari al 15% del capitale. Ora, la partecipazione detenuta dal ministero dell’Economia e delle Finanze scende dal 26,7% all’11,7% circa del capitale.
Nuovo campione italiano?
Tra gli acquirenti, oltre a Caltagirone e agli eredi Del Vecchio, c’è anche Banco Bpm, il che ha rinfocolato le voci di una prossima, possibile fusione fra Piazza Meda e Rocca Salimbeni. Un’operazione che andrebbe a creare il terzo “campione bancario” italiano dopo il duo Unicredit-Intesa Sanpaolo. Con questa performance, Milano ha superato le Borse europee e Wall Street, su cui ha influito il calo (fisiologico, dati i precedenti exploit) dei tecnologici, oltre che dal probabile rallentamento della politica di taglio dei tassi. La discesa, in ogni caso, è stata seguita da un parziale recupero. In Europa, l’inizio della settimana è stato sofferto: dopo lo stacco dei dividendi, ancora una volta molto corposi, tutte le piazze hanno subito in maniera pesante le notizie provenienti dal fronte russo-ucraino e le poco rosee prospettive sull’andamento economico del prossimo anno.
Il presidente e il “Doge”
Intanto, l’effetto Trump continua a spingere il dollaro, proprio mentre il presidente eletto sta scegliendo la sua squadra di governo. Fa parlare la nomina di Elon Musk e dell’altro ultramiliardario Vivek Ramaswamy al nuovo dipartimento per l’Efficienza governativa, che sarà incaricato di sburocratizzare il più possibile la cosa pubblica. La struttura avrà le caratteristiche di un organo consultivo (e non, quindi, un’agenzia governativa ufficiale), con il compito di indicare gli ambiti in cui tagliare spese inutili, staff troppo numerosi e adempimenti amministrativi ridondanti. Musk ha parlato di ridimensionare il 75% delle agenzie federali, rendendole più agili e favorendo un calo delle tasse. Musica per i cittadini americani, da sempre attratti da qualsiasi iniziativa che implichi un alleggerimento fiscale. C’è anche una scadenza per il lavoro di questa struttura: il 4 luglio 2026, anche se l’amministratore delegato di Tesla conta di ultimare il suo compito molto prima di quella data. Ha fatto sorridere l’acronimo di questo dipartimento: Doge, quasi un indizio sul reale ruolo di Musk – un “consigliere ombra”, con un maggior potere rispetto a quello ufficialmente attribuito. Naturalmente, queste sono solo illazioni e facezie, che lasciano il tempo che trovano: è bene sospendere i giudizi sugli equilibri di potere nell’amministrazione Trump fino a quando si vedranno i primi risultati della sua gestione.
Ursula sull’orlo del baratro
Se le nomine di Trump stanno destando polemiche in patria, la nuova Commissione Europea è addirittura a rischio. La “maggioranza Ursula” si sta infatti sfaldando a causa di due nomine nell’esecutivo europeo: quella di Raffaele Fitto, contestato da varie forze politiche perché conservatore e quindi membro dell’opposizione nell’emiciclo Ue, e quella di Teresa Ribera (Pse), che i popolari spagnoli rifiutano, addebitandole un ruolo di primo piano nella gestione dell’alluvione a Valencia. Per Ursula von der Leyen, riannodare i fili non sarà facile: i socialisti non intendono votare per Fitto e i popolari minacciano lo strappo su Teresa Ribera. Questo ostacolo potrebbe persino dimostrarsi in grado di far crollare il castello di carte e di far ripartire i giochi dal via, o addirittura di convincere la presidente incaricata a clamorose dimissioni. Se però quello spagnolo è soprattutto uno scontro interno, in Italia il presidente Sergio Mattarella ha invitato i politici a non mettere veti su Fitto, negli esclusivi interessi del Paese.
L’oro nella comfort zone
Prosegue il moderato recupero dell’oro, che dopo aver toccato i 2.800 dollari l’oncia era sceso sotto quota 2.500, per poi tornare sopra i 2.600. La picchiata del metallo giallo è comunque nella logica delle cose: a fine ottobre si era spinto ai massimi in maniera molto brusca, anche a causa dell’incertezza dell’economia europea e degli acquisti massicci da parte della Cina e dei Brics. Ora, dopo aver rifiatato, il “re dei metalli” cerca la sua dimensione, proprio mentre virano verso l’alto rame e alluminio.
Non vuole neppure sentir parlare di tornare sui suoi passi il franco svizzero, che si conferma bene rifugio e che resta a quotazioni alte. Tutto ciò mentre l’economia elvetica, sebbene l’apprezzamento della sua valuta danneggi i suoi interessi, prosegue a marciare ad alta velocità. E i vortici inflattivi quasi non esistono: anzi, è stata ipotizzata, per la Svizzera, la possibilità di entrare in deflazione. Resta moderato il prezzo del petrolio: il Brent è nella parte bassa della fascia neutrale di 70-80 dollari al barile, mentre il Wti staziona in alto alla forbice 60-70.
Austria-Russia: la guerra del gas
Se il prezzo della benzina è tutto sommato accettabile, preoccupano i nuovi timori relativi al prezzo del gas. La Russia ha infatti annunciato la possibilità di chiudere le forniture all’Austria, dopo che Vienna aveva vinto una causa contro Gazprom al tribunale arbitrale per consegne irregolari. In pratica, la corte aveva comminato alla società russa una sanzione di 230 milioni di euro, al netto di interessi e spese, da versare alla Österreichische Mineralölverwaltung, partecipata per un terzo dallo stato austriaco. Mosca aveva annunciato una ritorsione immediata, con lo stop alle forniture dal 15 novembre – un vero problema per l’Austria, che nonostante la narrazione comune, nel 2023 ha ricevuto oltre il 60% dei suoi approvvigionamenti di gas dalla Russia. Finora, la chiusura dei rubinetti (ancora) non c’è stata, e i flussi proseguono regolari. Tuttavia, i timori hanno provocato un nuovo innalzamento del prezzo del metano, che ad Amsterdam ha sfondato quota 45. I rischi di una nuova impennata preoccupano anche gli italiani, già alle prese con i rincari dovuti al mercato libero. In un contesto così difficile, sembra una buona occasione l’investimento sui titoli energetici, il cui valore è ancora più basso rispetto alle loro potenzialità, mentre i dividendi attesi sono molto interessanti.
Foto di Joshua Hoehne su Unsplash
Il “Trump Trade” fa volare i mercati americani
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La rielezione di Donald Trump ha trainato in maniera clamorosa le Borse americane, con record storici per Dow Jones e S&P500, mentre si sono verificati anche apprezzamento del dollaro (mai così forte sull’euro da metà aprile), ottima performance dei Treasury e poderoso balzo in alto dei bitcoin. La reazione decisamente euforica dei mercati made in Usa, definita Trump Trade, dipende sicuramente dal risultato netto uscito dalle urne (le Borse, come più volte ripetuto, non amano l’incertezza), ma soprattutto dal programma economico del tycoon, molto favorevole alle imprese e orientato al calo delle tasse per le aziende, con una campagna di reindustrializzazione del Paese. L’ampiezza dei risultati di Trump e la vittoria repubblicana in entrambe le Camere nel Congresso hanno reso ancora più netto l’entusiasmo dei mercati. Ma, per mantenere alto il morale, la nuova amministrazione americana dovrà mettere in atto il suo programma entro due anni. Prima, cioè, che un’eventuale ripresa dei democratici alle prossime elezioni di mid term tolga ai repubblicani la maggioranza di almeno una Camera. L’azione di Trump dovrà quindi dimostrarsi rapida, e le Borse americane sembrano averne preso coscienza.
Europa in controtendenza
Molto diverse, invece, le reazioni in Europa, dove i listini hanno accolto il trionfo del candidato repubblicano con un balzo all’indietro. In particolare, il nostro continente ha scontato le paure per i dazi, ma anche i timori sorti in Messico e in Sudamerica, macroaree in cui sono molto presenti le banche spagnole, il cui deprezzamento si è esteso, in un effetto domino, agli istituti di credito europei. Il parziale recupero di lunedì scorso, che sembrava aver coinvolto anche l’Europa nell’entusiasmo trumpiano, è stato poi smorzato il giorno seguente. Naturalmente, in un’economia malata come quella europea, anche un raffreddore si può trasformare in un febbrone da cavallo. Per l’Ue, le previsioni 2025 sono negative, e questo sicuramente non fa bene ai grafici delle Borse. A peggiorare le cose, le dimissioni di Olaf Scholz e le elezioni anticipate che creano ancora più incertezza per il futuro. Anche perché, se la Cdu-Csu è favoritissima per la vittoria finale, sembra comunque certo che non raggiungerà la maggioranza assoluta, obbligando i Cristiano Democratici ad allearsi con i liberali e, forse, anche con i socialisti nell’ennesima riedizione della Große Koalition. Una prospettiva di questo tipo potrebbe convincere gli elettori più conservatori della Cdu – già intimoriti dalle prospettive catastrofiche dell’economia – a rivolgersi più a destra, aprendo scenari inediti. Tutto questo mentre in Europa la Commissione von der Leyen 2 non si è ancora insediata, ma ha intenzione di proseguire la linea dell’esecutivo uscente, fortemente orientato a ostacolare il rilancio e penalizzare industrie e produzione. Se l’economia europea ancora resiste, nonostante la situazione preoccupante, occorre ringraziare il Pnrr e il calo dei tassi Bce, operazione che è ormai avviata e che presumibilmente proseguirà a pieno ritmo nei prossimi mesi.
Tassi: ultimo taglio Fed?
Attualmente, le politiche monetarie delle tre grandi banche centrali sono allineate: pochi giorni fa, sia la Banca d’Inghilterra, sia la Federal Reserve hanno diminuito i tassi di 25 punti base, portando il trend generale al ribasso. Ma, mentre ci si aspetta che Threadneedle Street si allinei alla tendenza seguita dall’Eurotower, Washington potrebbe fermarsi. Per due ragioni, una positiva e una negativa: in primo luogo, la campagna di incentivi alle aziende promessi da Trump, che potrebbero dare benefici al sistema economico; secondo, la possibilità concreta che gli Stati Uniti tornino a parlare di dazi, con il rischio di un rincaro dei prezzi e di un colpo di coda dell’inflazione negli Usa. Uno stop della Fed sui tassi, contemporanea a nuovi tagli a Francoforte e a Londra, potrebbe dare ancora più forza al dollaro, già sotto la fascia di sicurezza degli 1,06 per un euro; tuttavia, non sono solo le politiche monetarie a influire sul valore di una moneta, ma molte altre varianti. Per esempio, il debito pubblico, che negli Stati Uniti è molto alto.
Petrolio in calo
Se il dollaro sale, a scendere è il petrolio: il Wti si è avvicinato alla soglia psicologica dei 68 dollari al barile, mentre il Brent è nella parte bassa della fascia 70-80. Una notizia buona per le tasche degli europei e degli italiani. Che invece guardano con una certa apprensione i rincari delle bollette della luce, aumentate del 12,5% da sei mesi a questa parte. Non tanto a causa delle quotazioni alla Borsa di Amsterdam, ma per gli effetti negativi del mercato libero, principale colpevole di questo fenomeno. In Italia, le liberalizzazioni hanno generalmente portato a un aggravio di spesa per i cittadini; unica eccezione, quella della telefonia, che ha generato una vera concorrenza e una conseguente competizione verso il basso. Gli effetti delle privatizzazioni hanno fatto ricredere molti sostenitori di queste operazioni, mostrando che, alla fine, i monopoli pubblici gestivano in maniera più intelligente i servizi nei confronti dell’utente, creando un limite alle spese dei consumatori e arginando quanto in loro potere i rischi di inflazione.
Ita-Lufthansa, salvataggio in corner
Una privatizzazione che, invece, “s’ha da fare” è sicuramente quella di Ita, perché la ex Alitalia non gravi più (pesantemente) sulle tasche dei cittadini. Eppure, l‘operazione Lufthansa ha rischiato di saltare, per la richiesta, da parte della compagnia tedesca, di attivare la “clausola di aggiornamento” – che avrebbe diminuito il prezzo del vettore italiano in funzione del suo calo di valore – e di ottenere uno sconto di 10 milioni. Quando l’acquisizione sembrava a rischio, Lufthansa ha accettato di rinunciare alla clausola, salvando in corner l’intera operazione. Tuttavia, la partita non è ancora finita: a decidere di accogliere, o di bocciare, il passaggio di consegne del primo 41% di Ita dal governo di Roma alla compagnia aerea tedesca sarà l’Ue. Lufthansa è “fiduciosa”, ma i precedenti di Margrethe Vestager generano qualche timore, anche alla luce del fatto che il dossier Ita-Lufthansa sarà probabilmente l’ultima fatica della commissaria europea uscente alla Concorrenza.La conclusione di questa telenovela è prevista per fine mese.










