Taglio dei tassi Bce: se ne parlerà a giugno
Il board della Banca Centrale Europea ha scelto di non toccare il costo del denaro, rimandando la decisione al prossimo vertice sulla politica monetaria. Il cambio di passo sembra molto probabile, ammesso che "non ci siano ulteriori battute d'arresto" nella situazione geopolitica, come ha affermato il consigliere Olli Rehn. Diversa la situazione in casa Fed: ora, a causa dell'inflazione, i mercati scommettono contro i tre ritocchi annunciati dal presidente Jerome Powell
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Come previsto, la Bce ha deciso di lasciare i tassi invariati, aprendo però alla possibilità di avviare la stagione dei tagli nel corso della prossima riunione sulla politica monetaria, prevista a giugno. Ammesso che tensioni e guerre non si mettano di mezzo. Ammesso, cioè,che "non ci siano ulteriori battute d'arresto, per esempio nella situazione geopolitica e quindi nei prezzi dell'energia", ha affermato Olli Rehn, governatore della Banca di Finlandia e membro del board Bce.
La Fed ci ripensa?
Intanto è l'inflazione americana (al 3,5%) a mettere seriamente in dubbio l'intenzione della Fed di procedere a tre ritocchi verso il basso. Tutto questo mentre il quadro generale non appare positivo: Wall Street è in netto calo, mentre il decennale ha lasciato sul terreno più del 4%. Risultato: i mercati iniziano a scommettere su una giravolta hawkish da parte della banca centrale americana. Sembrava quasi sicuro che in 12-18 mesi Jerome Powell diminuisse il costo del denaro di 1,75 punti complessivi, ma ora sembra più probabile un approccio più cauto, con uno o due tagli. O addirittura nessuno, dato che l'economia dello Zio Sam continua ad andare bene – sicuramente meglio di quella europea: questo trend legittimerebbe la Fed a tenere le bocce ferme ancora per un po'. E a farsi precedere dalla Banca Centrale Europea.
Borse nervose
Le Borse vanno a zig zag, tendendo verso il basso. Generalmente, vediamo aperture di settimane positive e chiusure in calo, ma non a livelli preoccupanti. Il nervosismo dei mercati risente di vari timori, non ultimi quelli della crisi tra Iran e Israele (con i suoi effetti sul petrolio) e della crescita inferiore alle attese di vendite al dettaglio e produzione industriale cinesi (pur in un contesto che ha visto l'economia di Pechino salire del 5,3%, di poco sopra le previsioni). Tuttavia, a influenzare i mercati sono soprattutto gli utili, che si sono rivelati in gran parte positivi. Anche per questo, la situazione attuale prosegue a configurarsi come un piccolo ritracciamento fisiologico e non come lo storno che tutti attendono. E che prima o poi dovrà giocoforza presentarsi, perché dopo 18 mesi di rialzi quasi ininterrotti il mercato deve rifiatare. Difficile, però, prevedere se il cambio di passo sarà poco incisivo oppure molto deciso. In ogni caso le statistiche ci dicono che, in presenza di un primo trimestre positivo, nel 95% dei casi l'anno si chiude a livelli più alti rispetto a quelli di apertura.
L'impennata del petrolio
Le evoluzioni della nuova crisi in Medio Oriente potrebbero anticipare o ritardare l'arretramento dei mercati, anche per gli effetti delle tensioni sul prezzo del petrolio. Nei giorni scorsi, il Brent ha raggiunto i massimi dallo scorso ottobre, per poi attestarsi nei pressi dei 90 dollari al barile (più basso il valore del Wti). A meno di clamorosi rivolgimenti di fronte, è comunque difficile che la quotazione del greggio resti a lungo oltre quota 90, così come è ancora meno probabile una crisi tale da portare il costo della benzina a 3 euro al litro, come qualcuno ha paventato.
Nuovi record per l'oro
A stabilire record assoluti è invece l'oro. Le tensioni geopolitiche hanno probabilmente spinto gli investitori ad attribuire nuovamente al "re dei metalli" quel ruolo di bene rifugio che sembrava aver perso. Ma questa ipotesi, da sola, non basta a spiegare l'ottima performance dell'oro. Si può ipotizzare che alcuni Paesi ne stiano accumulando grandi quantità, magari per far fronte a difficoltà, crisi internazionali oppure a sanzioni presenti o future. La salita verticale del suo valore resta comunque anomala. Anche perché, a fronte di questo trend, le azioni aurifere non evidenziano prestazioni ugualmente brillanti. Mentre gli altri metalli, alluminio a parte, non mostrano andamenti particolarmente positivi.
Case "green"
L'Ecofin ha approvato a maggioranza la nuova normativa sulle case green, che punta ad abbattere il consumo energetico e le emissioni degli immobili entro il 2035 e a realizzare palazzi a emissioni inquinanti zero per il 2050. La misura è stata ammorbidita rispetto alla versione originale proposta dalla Commissione Europea e prevede, per gli edifici residenziali esistenti, che ogni Paese membro Ue sia vincolato ad abbattere del 16% il consumo medio di energia entro il 2030 e del 20% o più per il 2035. La riduzione dovrà essere composta per il 55% o più dal calo del consumo medio di energia di almeno il 43% delle abitazioni con le performance energetiche peggiori. La misura disciplina anche gli edifici non residenziali (entro il 2030 occorrerà procedere alla ristrutturazione del 16%, che dovrà alzarsi al 26% nel 2033) e quelli ancora da costruire. La normativa prevede anche varie esenzioni e delega gli Stati membri a tracciare una via autonoma per raggiungere gli obiettivi vincolanti. Una versione più morbida, si è detto. Anche se non tutti i dubbi sono fugati: secondo l'Enea, poco più della metà degli immobili a cui è stato attribuito l'attestato di prestazione energetica rientra nelle classi peggiori, cioè la F e la G. In teoria, non sono previsti obblighi nei confronti dei proprietari. Tuttavia, con quali mezzi è previsto il raggiungimento degli obiettivi vincolanti previsti dalla misura? E chi dovrà pagare gli interventi? Gi Stati avranno potere decisionale, ma saranno quasi sicuramente esclusi da interventi in prima persona, perché di denaro disponibile non ne hanno. A meno che si voglia caricare i piccoli proprietari di un peso molto arduo da sostenere, il denaro dovrà quindi metterlo l'Europa. In alternativa, nel caso in cui le elezioni portino a orientamenti diversi, la nuova Commissione e il parlamento rinnovato avranno la possibilità di entrare nuovamente sull'argomento, ammorbidendo ulteriormente la direttiva. E magari sospendendo anche la poco lungimirante scadenza del 2035 per lo stop alla produzione di auto endotermiche.
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Flessione a Piazza Affari: storno o trading range?
La settimana scorsa, la Borsa di Milano ha chiuso in flessione e ora sta andando a zig zag. Sembra esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento ondivago assomiglia maggiormente a un nuovo periodo all'insegna del mercato laterale piuttosto che all'esordio di un trend negativo
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Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana con un calo di oltre l'1%, per poi recuperare una parte delle perdite nel corso della seduta successiva e calare ancora. E' arrivato il tanto temuto storno? Difficile da dire, ma i segnali sembrano suggerire di no. Pare esaurita, o almeno in pausa, la fase rialzista, ma l'andamento a zig zag assomiglia maggiormente a un nuovo periodo di trading range piuttosto che all'esordio di un trend negativo. In presenza di flessioni oltre il 3% occorre preoccuparsi, ma quando il calo supera di non molto l'1%, la situazione non è di per sé allarmante.
Nuovi rischi geopolitici
Queste osservazioni, è bene puntualizzarlo, devono essere prese con molta cautela. Perché i problemi geopolitici sono sempre incombenti e in crescita, e il mercato – che finora si è dimostrato forte – potrebbe fare fatica a reggere nuovi pesi sulle sue spalle: ora a preoccupare sono i timori di un'escalation tra Iran e Israele, in grado di portare ancora distruzione nell'area mediorientale. Dal lato economico, un conflitto aperto tra i due Paesi rischierebbe un impatto devastante sul prezzo del petrolio, già schizzato oltre i 90 dollari al barile. Un trend inaspettato che è stato pompato dalle solite speculazioni, ormai inevitabili in un'economia così finanziarizzata. E che hanno trasformato un innocente dichiarazione della Fed, che annunciava tre probabili tagli nell'anno, in una tempesta sulle materie prime.
Fed: io vorrei, non vorrei, ma se vuoi...
E, a proposito di tassi Usa, la scorsa settimana una dichiarazione di Loretta Mester, presidente e ceo della Federal Reserve di Cleveland, ha smorzato i toni sul calo del costo del denaro. "Voglio vedere i dati ancora per un paio di mesi", per tenere sotto controllo l'inflazione. "Avevo previsto che l'avremmo vista scendere", ha aggiunto, "e ora abbiamo necessità di vedere più prove che lo confermino. Quando le vedrò, ritengo che saremo nella posizione di abbassare i tassi di interesse". La Fed, ha comunque sottolineato la dirigente, ha "una posizione politica tale da poter affrontare il problema e possiamo abbassare i tassi più rapidamente e prima rispetto alle nostre previsioni di base". L'esternazione ha l'aspetto di un arretramento rispetto alle dichiarazioni precedenti di Jerome Powell, o forse del classico passo di lato, oppure ancora di una scelta di prudenza. D'altra parte, che le banche centrali scelgano di moderare le loro dichiarazioni ci puo stare, dato per tre anni hanno sbagliato molte scelte. Inoltre, la crescita dei rendimenti obbligazionari americani sembra suggerire un cambiamento di sentiment nei confronti dei tre tagli, a cui sempre meno economisti credono. Si fa più probabile l'idea di due soli ritocchi, il primo a fine estate, probabilmente a settembre.
La Bce è più decisa
La politica Bce di ammorbidimento del costo del denaro potrebbe quindi risultare più aggressiva di quella scelta dalla Fed. D'altra parte, l'economia americana può permettersi tassi più alti rispetto a quelli europei. Nell'ultima riunione dell'Eurotower è emerso ottimismo sull'abbassamento dell'inflazione, che sarebbe in marcia verso l'obiettivo del 2%. Anche se su questo occorrono pazienza e cautela. "La data per un primo taglio dei tassi comincia ad essere più chiaramente visibile", si legge nelle minute del board e "gli argomenti a favore di un taglio si stanno rafforzando". Taglio che potrebbe essere annunciato già nel corso della riunione di domani, 11 aprile.
Banche, italians a go-go
Intanto, secondo le cifre fornite dal Sole 24 Ore, le due maggiori banche italiane (considerate insieme) conquistano il secondo posto nell'area euro per capitalizzazioni di mercato. La coppia Intesa Sanpaolo-Unicredit, con 122,2 miliardi complessivi, ha superato il duo Bnp Paribas-Crédit Agricole e lasciato indietro il tandem Deutsche Bank-Commerzbank. Davanti ai due gruppi italiani c'è solo il ticket Santander-Bbva. A spingere la "staffetta azzurra" sono certamente i tassi, ma anche il calo sensibile delle sofferenze e il decremento del rischio relativo all'Italia, con lo spread ampiamente sotto i 150 punti base. Questi dati dimostrano ancora una volta che le opinioni negative che circondano il nostro Paese sono in gran parte pregiudizi. Lo hanno dimostrato anche i successi di chi ha investito sulle nostre azioni bancarie nel 2023 (ma ancora di più nel 2022), che ha incassato ben più delle previsioni. Ai prezzi correnti, comprare questi titoli è però tardivo: il settore tornerebbe interessante solo se evidenziasse un decremento di almeno il 10%.
L'ora degli energetici?
In generale, oltretutto, la situazione non evidenzia motivi per sovrappesare la componente azionaria. Chi ha investito sull'Europa si è aggiudicato ottimi rendimenti: oggi potrebbe essere l'ora di alleggerire il portafoglio di un 20%-25% del margine, magari vendendo proprio titoli bancari. E cambiando mix di investimento: ora sono gli energetici a convenire, con la crescita delle materie prime e del petrolio. Queste aziende sono nelle condizioni delle banche di due anni fa: pochi le scelgono, ma hanno una grande prospettiva di crescita, con utili replicabili in futuro.
Auto elettriche, la Germania rilancia
A proposito di energia, la Germania cerca di rilanciare l'auto elettrica con maxi-finanziamenti. Ma l'assenza di infrastrutture e i limiti attuali del comparto non smuovono l'opinione negativa dei consumatori e dei produttori. Mentre la corsa verso le e-cars potrebbe spingere l'occidente tra le braccia della Cina. Paese che, oltre a essere leader nel settore, è decisamente molto avanti anche nei servizi forniti a queste vetture. Per esempio: nelle stazioni di servizio cinesi non si offre solo la ricarica, ma anche la sostituzione immediata delle batterie – attività che in Europa e in Nord America sarebbe considerata fantascienza. Un adeguamento dei servizi alle auto elettriche potrebbe forse ammorbidire l'atteggiamento delle persone nei confronti di queste vetture, anche se difficilmente la diffidenza generale sarà intaccata. Forse in Europa il processo che porterà allo stop della produzione di auto endotermiche entro il 2035 è irreversibile; tuttavia, se le urne dovessero ribaltare la "maggioranza Ursula" e mandare in pensione la von der Leyen, l'operazione potrebbe essere rallentata e cambiare, almeno parzialmente, connotati. Con un approccio più moderato al problema. E magari un recupero delle ibride.
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Prosegue la rotazione settoriale: ora sorride il settore assicurativo
Mentre la Borsa di Milano chiude in attivo, ma sempre in un'ottica di trading range, a fare la fiammata è Unipol, con un balzo del 21%. Con la fusione interna, il gruppo bolognese accorcia la catena di comando e rinforza le difese per evitare eventuali scalate ostili, offrendo soddisfazione ai suoi investitori. Soffre Eni, che però ha ottime prospettive di rilancio
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Subito dopo il balzo dell'1,15%, che l'ha portata a 31.685 punti (sui livelli di giugno 2008), la Borsa ha chiuso la scorsa settimana su toni cauti, influenzata (come gli altri listini europei) anche dal rallentamento di Wall Street che ha indebolito tutti gli indici europei. Piazza Affari ha comunque riportato un +2,2% settimanale, il miglior dato in Europa. Tuttavia, stiamo parlando di movimenti che non discostano Milano da un trend all'insegna di trading range e rotazione settoriale. Che rende difficile identificare un settore su cui puntare.
Chi ride e chi no
Questa volta è stato il mondo assicurativo a sorridere, grazie al +21% di Unipol; il gruppo bolognese, con l'acquisizione interna di UnipolSai, accorcia la catena di comando e rinforza le difese per evitare eventuali scalate ostili. Ottenendo il plauso del mercato e soddisfazioni per i suoi investitori. Eni invece cala, a causa del -66% di utili 2023. Nessun allarme, però: in generale, i gruppi energetici e petroliferi, che oggi sembrano in difficoltà, potrebbero restituire ottimi dividendi la prossima primavera. E dare un po' di respiro agli investitori.
Inflazione americana
A influenzare (anche se non in maniera così drammatica) le Borse sono stati i dati di gennaio sull'inflazione americana, pubblicati dal Bureau of Labor Statistics: i risultati hanno evidenziato che l'indice dei prezzi al consumo su base annua è salito del 3,1%, contro il 2,9% previsto di mercati, mentre l'indice core, che esclude cibo ed energy, è cresciuto del 3,9%, contro le attese del 3,7%. In teoria, questi sono piccoli aggiustamenti, e i discostamenti dalle previsioni, quando si tratta di pochi decimi di punto, non influiscono più di tanto. Nonostante questo, i dati potrebbero dare alla Federal Reserve l'idea di rinviare il taglio dei tassi. Ciò significa che quasi sicuramente Jerome Powell attenderà alcuni mesi prima di iniziare la riduzione del costo del denaro. D'altra parte – lo si sapeva già - la discesa delle percentuali Fed è praticamente impossibile prima di giugno. Non solo: la Bce potrebbe anticipare la consorella americana nell'avvio di questa operazione.
I cinesi tagliano
Per ora è la Banca centrale cinese a tagliare i tassi: non succedeva dallo scorso agosto. Vedremo quanto la decisione macroeconomica di Pechino influirà sulle Borse mondiali. Sicuramente, le autorità monetarie cinesi stanno cercando di fermare, o almeno rallentare, la deriva economica con una mossa che cerca di dare sollievo a un mercato immobiliare in crisi. L'operazione da sola non basta per invertire la rotta, ma è probabilmente necessaria almeno per correre ai ripari. Tutto ciò mentre Pechino prosegue la sua politica di accaparramento di materie prime da un lato, e il suo wording aggressivo con Taiwan dall'altro. Entrambe le mosse (soprattutto la seconda) sono una dimostrazione di debolezza. Economica e politica.
Petrolio a zig zag
Il petrolio ha mostrato un andamento altalenante e, dopo un picco, ha subito un calo. Ma resta sempre a ridosso delle due fasce, quella di sicurezza (70-80 dollari al barile) e la successiva (80-90), anche con disallineamenti tra Brent e Wti. I metalli invece sono nel mezzo di un trading range molto stretto: il loro prezzo riflette una domanda scarsa dell'industria, dovuta alla crisi dei giganti europeo e cinese, con annessi pericoli di stagnazione. L'oro rimane appena oltre quota 2.000, ma oggi come oggi non sembra un investimento troppo conveniente. Per esserlo dovrebbe rendere più del 3,5% (tasso composto dalla performance attuale del Bund e l'1% annuo di mantenimento). Con il calo dell'inflazione, poi, sembra più conveniente mantenerne una quantità minima, ma come “assicurazione” contro eventuali episodi di volatilità causati da crisi geopolitiche.
Juventus in perdita
Sul fronte sportivo, si osserva che la Juventus ha annunciato un bilancio del primo semestre dell'esercizio 2023/24 in perdita di 95,1 milioni di euro, in peggioramento al rosso di 29,5 “consuntivata nel primo semestre dell’esercizio precedente”, afferma una nota del club bianconero. Una perdita che praticamente triplica i passivi precedenti e, prosegue il comunicato, dipende per 60 milioni circa “dagli effetti diretti correlati alla mancata partecipazione della prima squadra alle competizioni Uefa”. In pratica, la Juventus ha già giocato il suo jolly, l'aumento di capitale che, a quanto si vede, non è stato sufficiente per intaccare il rosso. La risposta a questi dati dovrebbe risiedere in un organico fair play finanziario: da un lato non c'è più posto per affari milionari come l'acquisto di Cristiano Ronaldo; dall'altro occorre gestire in maniera massiccia il mercato in uscita. Come ha fatto il Napoli che, fresco di scudetto (e di qualificazione Champions) ha ceduto Kim al Bayern. Risultato, gli azzurri sono la miglior squadra italiana per bilanci: secondo una proiezione riportata dalla Gazzetta dello Sport, con i suoi 123 milioni di euro, il Napoli sarebbe addirittura il club con il secondo miglior utile d'Europa, dopo il Manchester United. Certamente, quest'anno le prestazioni sportive dei partenopei lasciano a desiderare, ma ciò dipende da altri fattori, dato che la gestione del mercato in uscita non ha impedito alla squadra di rimanere quasi intatta.
Buyback
Un commento di Schroders ha evidenziato che il fenomeno dei buyback è in piena salute, e non solo negli Stati Uniti: soprattutto nel 2022, ma anche nel 2023, le aziende britanniche hanno riacquistato i loro titoli in modo ben maggiore rispetto al solito. Questo trend, prosegue Schroders, è in crescita in Europa, ma non soltanto: i buyback sono infatti aumentati tra le grandi imprese francesi e tedesche, ma anche giapponesi. E il divario tra Stati Uniti (storicamente molto più attivi nel riacquisto di azioni proprie) e resto del mondo si sta assottigliando. Questi fenomeni accadono quando i consigli di amministrazione vedono una decisa sottovalutazione dei titoli rispetto al minimo del mercato. Un esempio: se Eni vale sette volte gli utili, ogni investimento di 100 euro ne restituirà 13 a fine anno. In un mercato normale, questo 13% resta in tasca, anche in presenza di volatilità. Con un guadagno che rende valori multipli rispetto al Bund tedesco.
Nuovo scalo aereo
Sul fronte dei trasporti, sbarca a Milano un nuovo brand aereo: BeOnd, compagnia che offre ai suoi passeggeri solo viaggi in classe premium. La società, che da novembre offre già voli da Monaco, Zurigo e Riad a Malé (Maldive), opererà dunque sui cieli sopra la metropoli ambrosiana, ma anche da Bangkok e Dubai. La notizia dimostra che Milano è ancora in grado di destare attenzione e attirare i capitali: è pur sempre la capitale della moda e del lusso, e una delle città leader nell'arte, nella musica e nel design. In attesa, naturalmente, di capire quale sarà l'impatto dei prossimi Giochi Olimpici Invernali.
Ita-Lufthansa, corsa a ostacoli
Sempre parlando di traffico aereo, c'è però una notizia non positiva. L'Antitrust Ue ha infatti posto le sue condizioni per l'avvio operativo della nuova Ita targata Lufthansa. Condizioni che molti hanno definito draconiane: le proposte già avanzate dalla compagnia tedesca, che ha acquisito il 41% di quella italiana, con un piano che la vedrà crescere fino al 100%, sono state definite insufficienti, e integrate con nuovi obblighi. Tra questi, la cessione di slot e di rotte, anche nordamericane (in questo viene coinvolta anche United, perché partner di Lufthansa nel programma fedeltà e di codeshare Star Alliance), ma anche l'assistenza alle compagnie aeree che subentreranno. Con tanto di servizi di assistenza per i passeggeri a terra di questi vettori concorrenti, accesso alle lounge e codeshare (nonché accumulo di miglia) con voli Star Alliance. E' quest'ultimo obbligo – quello non solo di abbandonare gli slot, ma di aiutare compagnie aeree concorrenti – che non piace ai due vettori, tanto più che coinvolge anche società extra-europee, quindi più difficili da inglobare nell'accordo. Alla fine, è probabile che venga raggiunto un compromesso accettabile – si spera, con benefici per il consumatore: occorrerà evitare che, come è successo negli anni passati, le tariffe vadano a raddoppiare o triplicare, in nome magari di una malintesa idea di concorrenza.
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Patto di stabilità, raggiunto l'accordo
I 27 ministri dell'Economia Ue hanno approvato all'unanimità il nuovo testo. Si tratta di un compromesso tra i Paesi del Nord Europa e quelli con il debito pubblico più alto: da un lato si abbassa il tetto deficit-Pil (dal 3% all'1,5%), dall'altro si allungano i tempi di rientro e si esclude una parte degli interessi. Inesistente la reazione della Borsa, già in clima natalizio
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Alla fine, l'accordo sulla nuova versione del patto di stabilità è stato raggiunto. I ministri dell'Economia dei 27 Stati membri hanno infatti redatto una proposta di testo, che passa ora all'esame del Parlamento europeo. L'approvazione dell'aula, praticamente scontata, è attesa nella prima parte del 2024, in piena campagna elettorale per il rinnovo del legislativo Ue.
Compromesso
La nuova versione del patto di stabilità (che sostituirà quella “storica”, sospesa nel 2020 per consentire ai Paesi membri di affrontare l'emergenza Covid senza restrizioni) rappresenta un compromesso tra i cosiddetti “Paesi frugali”, guidati da Olanda, Germania e dal blocco nordeuropeo, e quelli con debito pubblico alto, sostenuti dalla Francia. Ciascuna delle due parti - ça va sans dire – ha dovuto cedere qualcosa. Su richiesta tedesca, non basterà rispettare il “vecchio” tetto del 3% deficit-Pil, ma occorrerà abbassare ulteriormente il valore all'1,5%. Tuttavia, su pressioni di Parigi, da questo computo sarà esclusa una parte degli interessi e delle spese per investimenti fino al 2027. Il nuovo testo richiede anche un avanzo primario minimale. Un altro punto a favore dei “Paesi indebitati” concede la possibilità di rientrare dal deficit in tempi più lunghi: gli Stati membri più problematici potranno redigere un piano di riduzione dei debiti in quattro anni (con rientro pari allo 0,40% annuo) prorogabili fino a sette (0,25%).Chi non rispetterà le nuove regole riceverà una sanzione pari allo 0,05% del Pil – più bassa, quindi, che in precedenza. Una multa che, in realtà, nei cento e rotti casi che si sono presentati in passato non è mai stata applicata. Il testo è soddisfacente? Non del tutto. Un lieve miglioramento c'è, ma si ritorna comunque a quell'austerity che ha fatto tanti danni in passato. In ogni caso, meglio un nuovo testo che la versione precedente, capace di procurare tanti problemi all'Europa. Più in là di così, vista la posizione dei Paesi del nord Europa, non si poteva proprio andare: per questo, il compromesso raggiunto è tutto sommato accettabile e il giudizio moderatamente positivo. Ci si chiede però per quale motivo, vista la situazione geopolitica internazionale, le istituzioni europee non abbiano deciso di prendersi qualche mese in più, rinviando di un anno il ritorno delle strette regole sul deficit.
Borse silenti
L'accordo sul patto di stabilità è una notizia pesante, ma le Borse europee non hanno evidenziato la benché minima reazione. Un po' perché l'intesa era vista come scontata – alla fine tutti, Germania (in crisi) compresa, avevano interesse ad ammorbidire le regole ferree della versione precedente. E un po' perché sotto Natale i mercati sono già in clima festivo, e gli scambi sono davvero limitati. Anche per questo, i listini non hanno reagito neppure alla bocciatura del Meccanismo Europeo di Stabilità da parte del parlamento italiano, che mette in scacco la misura già approvata da tutti gli altri Stati membri. Il progetto sarà ora definitivamente accantonato? Difficile che accada. Piuttosto, è realistico pensare che il Mes sia oggetto di negoziazione. Nella formulazione attuale, il fondo salva-Stati è un organismo autoreferenziale, senza controllo, e le sue regole prevedono che, se il debito di un singolo Paese venisse giudicato eccessivo e non negoziabile, scatterebbe un intervento della troika. Un'eventualità che non si può augurare a nessuno, considerati i danni che questo meccanismo ha portato alla Grecia.
Gas, prorogato il price cap
Il compromesso sul patto di stabilità non è l'unico accordo raggiunto in questi giorni dai ministri Ue. E' stato infatti prorogato di un anno il regolamento d'emergenza sull'energia, che ha come punto forte il price cap del gas. Una notizia positiva, anche se l'eventualità che il costo del metano sfondi il tetto fissato dalle istituzioni europee non preoccupa più di tanto: attualmente, la sua tariffa al Ttf di Amsterdam è di poco sopra ai 30 euro a megawattora, mentre il cap è fissato a 180. In Europa, i prezzi dell'elettricità sono ormai tornati a livelli accettabili, ma si è verificato un paradosso: l'inflazione che la crisi del gas ha generato non è arretrata.
Crisi del Mar Rosso: allarme petrolio?
Finora, a tenere a bada le impennate di prezzi ci ha pensato il petrolio, che per un tempo abbastanza lungo si è mantenuto sotto gli 80 dollari al barile. A scompaginare la situazione, però, potrebbe essere la crisi del Mar Rosso: a causa degli attacchi sferrati dagli huthi, già 100 navi portacontainer hanno scelto di evitare la rotta consueta e di circumnavigare il Capo di Buona Speranza. Finora, la situazione non è ancora totalmente destabilizzata, e il rialzo del Brent oltre quota 80 dollari mantiene comunque il prezzo del greggio sotto controllo. Tuttavia, se la crisi proseguisse, potrebbero presentarsi rischi piuttosto seri (non solo per l'oro nero, ma anche per il Gnl). Nel primo semestre del 2023, ogni giorno, dal Mar Rosso sono transitati 8,8 milioni di barili e 116 milioni di metri cubi di gas naturale liquefatto. Dal Canale di Suez passa circa il 30% del commercio globale: facile temere un ritorno di rischi forti per l'economia (e dell'inflazione) qualora tutte le navi si vedessero costrette a ripiegare sulla rotta sudafricana. A tutto ciò si aggiunge la siccità che sta creando parecchi problemi al transito nel Canale di Panama, che – anche in questo caso – ha costretto molti armatori ad allungare le proprie rotte.
Islanda, i vulcani tornano a eruttare
Come se non bastasse, l'Islanda è stata colpita dall'eruzione del vulcano Fagradalsfjall, che si trova nel sud-ovest dell'isola, a circa 50 chilometri da Reykjavik. L'evento naturale estremo ha fatto tornare alla mente le difficoltà create, nel 2010, dall'eruzione del vulcano Eyjafjöll, sempre a sud dell'Islanda, che ebbe effetti clamorosi su gran parte del continente europeo. Dal 15 al 23 aprile 2010, a causa delle polveri presenti in aria, l'Europa settentrionale e quella centrale dovettero chiudere gli spazi aerei per la mancata idoneità al volo: molti ricordano le code di persone alla stazione di Milano Centrale, in cerca di un treno verso Roma per imbarcarsi a Fiumicino, a causa della chiusura degli aeroporti di Linate, Malpensa e Orio al Serio. Pur non rappresentando un pericolo per la tenuta del sistema economico, l'eruzione del 2010 causò perdite pari a 200 milioni di dollari al giorno circa alle compagnie aeree. In teoria, secondo l'ufficio meteorologico islandese, il peggio dovrebbe essere alle spalle: l'eruzione del vulcano Fagradalsfjall è stata infatti declassata. Tuttavia, ha aggiunto l'autorità, la lava potrebbe ancora scorrere nel sottosuolo: non si può dire, quindi, che l'eruzione sia finita.Se così fosse, dovremmo tornare a rapportarci con l'imprevedibilità di avvenimenti simili, che non ci dà modo di prevedere se gli effetti di una eventuale, nuova eruzione metteranno ancora in difficoltà il traffico aereo europeo. Tuttavia, al giorno d'oggi, il rischio maggiore per mercati e Borse è, e resta, quello geopolitico.
Il pallone a pezzi
E' stata definita “storica” la sentenza C-333/21 della corte Ue che ha aperto all'organizzazione di tornei sportivi alternativi a quelli gestiti dalle federazioni internazionali. "Le norme Fifa e Uefa sull'approvazione preventiva delle competizioni calcistiche interclub”, si legge, “sono contrarie al diritto Ue". Il pronunciamento (che, non è stato ricordato abbastanza, vale solo per i Paesi Ue – escluse quindi l'Inghilterra, ma anche la Svizzera, dove hanno sede Fifa e Uefa) ha subito fatto pensare al progetto di Superlega privata, gestita dai club più ricchi, che punta ad affiancare o a sostituire i tornei internazionali Uefa. Per il momento rimarrà tutto come è. Poi vedremo gli interessi economici che ci sono dietro. Vedremo, cioè, se il potere dei soldi avrà il sopravvento sullo spirito originale del gioco, creando un torneo finanziato da capitali internazionali. Sicuramente, una spaccatura di questo genere andrebbe a creare danni al calcio. Fifa e Uefa, nel bene o nel male, sono istituzioni e fanno parte del sistema piramidale di controllo dello sport. Aprire a competizioni al di fuori di questo modello significherebbe, un giorno, rischiare di assistere alla duplicazione di eventi come mondiali di calcio e Giochi Olimpici. Questo trend, alla lunga, rischierebbe di causare una perdita di interesse nei confronti delle manifestazioni sportive. Soprattutto in Europa, dove l'approccio degli appassionati si basa su un'identità emozionale con una determinata squadra. La diffusione di un modello americano, basato meno sul tifo e più sul mero spettacolo, rischierebbe di allontanare gli spettatori, già colpiti dal crescente prezzo dei biglietti. E questo avrebbe una chiara ricaduta economica. Che cosa accadrà ora? Probabilmente si cercherà di evitare la spaccatura. Le istituzioni del calcio hanno un asso nella loro manica: la posizione della Premier League inglese, allineata al governo di Sua Maestà e ai tifosi nel contrasto all'organizzazione dei tornei paralleli. Downing Street ha già definito un quadro normativo per scoraggiare la partecipazione dei club alla Superlega, e un comunicato ha annunciato che proseguirà su questa strada. Senza le squadre della massima divisione inglese (e di colossi come il Bayern, l'Inter e il Psg) l'eventuale Superlega rischierebbe di partire zoppa. Per questo motivo, una trattativa in grado di portare a una redistribuzione degli introiti di Champions League, a condizione che non nascano tornei paralleli, sembra la soluzione più probabile. Perché alla fine, come spesso accade, è solo questione di soldi.
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Borse, si chiude un novembre molto positivo
I mercati hanno archiviato brillantemente il mese, premiando chi ha saputo cogliere le opportunità. Ora ci attende un anno all'insegna dei primi ribassi del costo del denaro, con ricadute su azioni e obbligazioni. Il fallimento Signa e i possibili impatti su banche, economia reale e listini
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le Borse hanno chiuso novembre con risultati brillanti. I dati sull'inflazione e il rientro degli eccessi registrati sul mercato obbligazionario hanno favorito anche l'azionario, con un mercato italiano tornato su valori che non si vedevano dal lontano 1999. Chi ha scelto la strategia di mantenimento ha fatto la scelta corretta. Per tutti coloro che si sono dimostrati in grado di cogliere le opportunità, il 2023 si chiuderà infatti molto bene.
Il fallimento Signa
Detto questo, mentre l'inflazione è ormai sotto il 3%, l'economia sconta le conseguenze della stretta monetaria ed evidenzia varie difficoltà. Tra i settori più colpiti, il real estate, dove si iniziano a vedere gli effetti del rialzo dei tassi di interesse. Che ha un triplice effetto: rallenta le compravendite immobiliari, innesca un calo dei prezzi a causa dell'incremento dei mutui e del conseguente decremento della domanda e mette in grossa difficoltà i colossi immobiliari che hanno acquistato terreni a prezzi molto alti e ora devono fare i conti con quotazioni più basse e l'invenduto. Una vittima eccellente del rallentamento dell'edilizia, causato dalla stretta monetaria, è Signa, il gruppo immobiliare austro-tedesco del vulcanico René Benko, che ha presentato istanza di fallimento presso il tribunale di Vienna. Il crack preoccupa le banche, esposte complessivamente per circa 2,2 miliardi di euro (nel gruppo c'è anche Unicredit). La situazione ha destato molti timori di effetto domino e reazioni a catena, con impatti sul settore creditizio, ma non solo. Al momento, però, il sistema bancario ha tutte le potenzialità per digerire senza grandi difficoltà questo pur grave imprevisto. E' chiaro, però, che se al fallimento Signa si aggiungessero nuove insolvenze, per le aziende di credito il problema inizierebbe ad aggravarsi in maniera molto pericolosa.
La posizione delle banche centrali
A influenzare la situazione dell'economia in generale e del real estate in particolare saranno sicuramente i banchieri centrali e le loro strategie monetarie per il 2024. Sembra scontato che il prossimo anno i tassi scenderanno sia in Europa, sia negli Stati Uniti, con i relativi impatti sull'economia, sulle Borse e sul mercato obbligazionario. E' altrettanto sicuro che non si parlerà più di nuovi rialzi, nonostante la dichiarazione di Jerome Powell, che ha tenuto aperta la possibilità di far crescere ancora il costo del denaro. L'esternazione del presidente Fed è infatti poco più che accademica: l'economia americana non potrebbe sopportare una manovra simile e neppure l'elettorato, che il prossimo anno sarà chiamato a eleggere il nuovo presidente degli Stati Uniti. Più pragmatica è stata la tedesca Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce: l'economista, pur certa che ci sarà “un aumento dell'inflazione”, ha bollato come “piuttosto improbabile un nuovo rialzo dei tassi” in Eurolandia. E' quasi certo che la Bce anticiperà la Fed nello “scollinamento” e nella discesa del costo del denaro: sembra preannunciarlo lo stop al riposizionamento in basso del dollaro, che dal valore di 1.10 è tornato intorno a 1.08 sull'euro. Le due monete sono, in questo momento, in una fascia di oscillazione 1.05-1.15, una sorta di trading range che al momento fa comodo a tutti.
Petrolio e gas
Per petrolio e gas sembra arrivato un periodo di relativa stabilità. Il greggio è in fase di stagnazione e non si muove dalla forbice 75-85 dollari al barile, in un prezzo di equilibrio che, come non abbiamo mancato di dire in precedenza, è positivo per tutti gli attori in gioco. Il gas staziona invece intorno alla quota di 40 euro al megawattora, fermando e lentamente assorbendo il rimbalzo di alcune settimane fa. Unico rischio è l'arrivo dell'inverno, che quest'anno sembra tornato su livelli climatici tradizionali.
Record oro, balzo bitcoin
A sfuggire alla stagnazione sono invece l'oro e i bitcoin: il primo ha stabilito un nuovo record, superando quota 2.100 dollari l'oncia; il secondo è invece tornato a 41.000 dollari. La performance dei due asset risponde ai primi segnali di ammorbidimento monetario: evidentemente, neppure gli investitori credono troppo al freno di Powell sul calo del costo del denaro. Il re dei metalli e le monete virtuali sono visti oggi come protezione dal prossimo ribasso dei tassi di interesse: gli strumenti che non danno un rendimento sicuro possono avere una logica di apprezzamento. Per quanto riguarda l'oro, a questa interpretazione se ne aggiunge un'altra: qualche Paese potrebbe aver iniziato ad accumulare riserve per proteggersi da eventuali sanzioni. Non sembra estranea all'apprezzamento dell'oro anche la situazione geopolitica: la guerra in Medio Oriente, che si è aggiunta al conflitto russo-ucraino e alle crisi in Africa, ha contribuito a restituire al metallo giallo il tradizionale (e, per certi aspetti, superato) ruolo di “bene rifugio”.
La morte di Charles Munger
Lo scorso 28 novembre è scomparso, a quasi 100 anni, Charlie Munger, noto guru degli investimenti, nonché amico, sodale e braccio destro di Warren Buffett. Munger ha fatto parte di una ristretta cerchia: quella degli “oracoli” della finanza capaci di fornire ricette vincenti in tutte le stagioni. Quei personaggi, cioè, che hanno saputo interpretare i mercati e i loro mutamenti – ma soprattutto cavalcarne l'onda e reagire agli eventi avversi – indifferentemente dal cambiamento del mondo, della finanza e della tecnologia.
Munger è anche noto per alcune citazioni brillanti sull'economia, ma non solo. Ne riportiamo alcune.
“Investite in aziende che anche uno stupido possa guidare, perché un giorno uno stupido lo farà. Se un'azienda non è in grado di sostenere un po’ di cattiva gestione, allora non è in un mercato davvero interessante”.
“Le menti migliori sono nei libri, non nelle aule scolastiche”.
“Gli studenti imparano la finanza aziendale nelle facoltà economiche. Gli viene insegnato che il grande segreto è la diversificazione. Ma la regola giusta è esattamente l’opposto”.
“E' notevole il vantaggio a lungo termine che persone come noi hanno ottenuto cercando di non essere stupide, invece di cercare di essere intelligenti”.
“Chi continua a imparare continuerà a crescere nella vita”.
“Imitare il gregge invita alla regressione verso la media”.
Poche sorprese sotto l'albero
Diversamente dal solito, il dicembre delle Borse potrebbe trascorrere in un'atmosfera molto calma, anche per la scarsa liquidità disponibile. Difficili, invece, le previsioni per l'azionario 2024, probabilmente influenzato dagli appuntamenti elettorali europeo, inglese e americano. Quasi scontato il rilancio dei bond, che avverrà quando i tassi torneranno a scendere
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Venerdì scorso le Borse hanno chiuso senza particolari scossoni, archiviando un risultato moderatamente positivo. Una settimana tranquilla non era difficile da prevedere, sia per un comprensibile bisogno dei listini di rifiatare, sia perché la festa del Ringraziamento americano ha di fatto “spezzato” il periodo di contrattazione negli Stati Uniti, con ricadute anche negli altri mercati.
Condizioni stazionarie
Ora si avvicina dicembre. Che cosa possiamo aspettarci dai listini? Ben poco. Nel corso del prossimo mese, infatti, le Borse dovrebbero marciare sui ritmi di quest'ultima settimana, senza la consueta accelerazione che di solito si verifica sotto l'albero di Natale. Ci stiamo infatti avvicinando a un mese molto corto di liquidità: questa situazione renderà meno frequenti e rilevanti gli scambi di qui a San Silvestro, portando i mercati a una chiusura dell'anno su livelli simili a quelli attuali. D'altra parte, si dovrebbero evitare anche rischi di contraccolpi negativi dovuti alla situazione internazionale. Tre le ragioni principali. Prima di tutto perché le Borse si sono dimostrate forti, nonostante le numerose difficoltà disseminate sul loro percorso. Poi per ragioni geopolitiche: la crisi mediorientale è rimasta un conflitto locale, senza cioè coinvolgere altre potenze regionali o mondiali, mentre il gelo polare ha rallentato le operazioni degli eserciti russo e ucraino, proprio nei giorni in cui Stati Uniti ed Europa iniziano ad accarezzare l'idea di uno stop a un conflitto divenuto dispendioso, lungo e difficilmente risolvibile dal punto di vista militare. Last but not least, il calo dell'inflazione tendenziale, che a fine anno chiuderà sotto il 4%, mentre quella reale ha ormai quasi raggiunto l'obiettivo del 2% e in Italia è ancora più bassa. Contribuisce al rasserenamento anche la tranquillità sia sul fronte del petrolio, ormai tornato vicino alla forbice 75-80 dollari al barile, sia su quello del gas, che sta lentamente tornando a scendere verso i 40 euro a megawattora. Unica preoccupazione è il picco di polmoniti in Cina, che porta timori di nuovi contagi in tutto il resto del mondo. Ma stante l'attuale situazione (favorita anche dall'alt di Bundesbank, preoccupata per la recessione in Germania) è praticamente impossibile che i tassi tornino a salire: a metà 2024, probabilmente, inizierà la lunga e lenta discesa.
Previsioni contrastanti
Con tassi più consoni potremmo vedere un forte rimbalzo azionario e il ritorno di fiamma delle obbligazioni. C'è chi però va contro corrente: uno studio di Ubs – il primo rapporto organico sulle previsioni per l'anno prossimo – vede l'economia europea in recessione, con Borse in perdita fra il 5% e il 10%. Sicuramente, il 2024 è, dal punto di vista borsistico, un anno difficile da prevedere. Anche perché, a breve distanza, si svolgeranno le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane. E tutto potrebbe cambiare.
Il punto sulle obbligazioni
Meno dubbi sulla ripartenza del settore obbligazionario, già da qualche mese in attesa del semaforo verde. Prima di settembre, si diceva che la migliore strategia di investimento per i bond potesse prevedere duration lunghe, dato che i tassi sembravano arrivati al loro picco – o plateau che dir si voglia. In settembre e ottobre, tuttavia, si è verificata una recrudescenza: i tassi di interesse hanno compiuto il loro ultimo balzo verso l'alto per poi fermarsi. E lasciarci un periodo di riflessione. Oggi, la situazione è calma, gli spread si sono ridotti e sembra aver senso investire sulle obbligazioni a cinque-sei anni. Il rendimento atteso in Europa è tra il 5% e il 6%, quello in Italia ancora maggiore (6%-7%); in entrambi i casi, la protezione dal vortice inflattivo sarebbe assicurata. Ma attenzione: l'orizzonte temporale si sta restringendo, perché il conto della rovescia che ci separa dall'abbassamento dei tassi (e dalla conseguente crescita dei bond) è già partito. Occorre quindi vincere le resistenze di chi, ingolosito dai conti deposito al 3% o al 4%, ritiene più sicuro e comodo affidarsi a queste formule: una volta scesi i tassi, i conti remunerati saranno infatti sempre meno frequenti e redditizi, per poi sfumare lentamente. Mentre le obbligazioni torneranno a dare sicurezza e rendimenti.
Pnrr: siamo davvero in ritardo?
Intanto, in Italia si discute ancora sul Pnrr e sul ritardo (vero o presunto) con cui il Paese sta utilizzando i fondi messi a disposizione dall'Europa. Premesso che, come abbiamo già ricordato più volte, non è obbligatorio spendere l'intero importo accordato (anche perché la maggior parte della somma dovrà essere restituita), occorre comunque ricordare che il carattere farraginoso della burocrazia italiana non facilita certo lo sviluppo rapido dei progetti. Con qualsiasi governo, gli intoppi amministrativi sono in grado di bloccare – o almeno di rallentare – ogni tipo di intervento economico e infrastrutturale.
Più aziende vulnerabili
Ha destato un certo interesse uno studio di Deloitte e Assifact secondo cui le aziende con alto rischio di credito o vulnerabilità finanziaria sarebbero aumentate dal 42% del periodo precedente al Covid al 49% del 2022, con tendenza a un ulteriore peggioramento. D'altra parte, a cigni neri e difficoltà economiche crescenti, si è aggiunto un dato di fatto “macro”: da 20 anni le banche hanno stretto i rubinetti del credito, a causa di requisiti sempre più rigidi sul capitale, cicli economici veloci e mancanza di autonomia da parte delle filiali, che una volta erano il cuore pulsante dei processi di finanziamento. Il 49% sembra una percentuale enorme, ma quando l'economia si contrae e i tassi salgono, le banche sono ancora più restie a prestare soldi (cioè a svolgere il loro mestiere), perché il rischio di insolvenza aumenta. Non solo nel caso delle imprese, ma anche per i privati. Non per niente, dall'inizio della stretta monetaria in poi, i beneficiari dei mutui casa non sono riusciti a rimborsare 690 milioni di euro, soprattutto per il forte aumento delle rate nelle formule variabili. Certo è che l'aumento degli utili bancari rende comunque i loro bilanci molto più sostenibili. Ciò sarebbe ancora più evidente se le agenzie di rating rimuovessero una regola assurda, che impedisce a una qualsiasi azienda di ricevere una valutazione più alta rispetto a quella del Paese in cui ha sede. Senza questo ostacolo, varie banche e assicurazioni italiane sarebbero sicuramente da tripla A.
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Moody's promuove l'economia italiana
L'agenzia ha confermato il rating del nostro Paese, alzando l'outlook da negativo a stabile. Hanno contribuito alla valutazione gli impatti positivi del Pnrr, la solidità dei gruppi bancari e il calo dei costi energetici. Ma anche la consapevolezza che il mondo non potrebbe sopportare una nuova crisi. Il giudizio positivo abbatte lo spread e fa volare i titoli delle aziende di credito
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L'Italia supera brillantemente l'esame di Moody's. L'agenzia ha infatti confermato il rating Baa3, alzando l'outlook da negativo a stabile. Ed evitando in questo modo contraccolpi per i titoli di stato e lo spread. A spingere il Belpaese verso la conferma del giudizio già espresso da S&P, soprattutto le ricadute positive del Pnrr, il forte balzo in avanti delle banche e la diminuzione dei costi energetici rispetto al 2022, anche per la diversificazione delle forniture e le azioni del governo sulle infrastrutture.
I motivi di un successo
L'Italia, promossa prima da S&P, poi da Moody's, tira dunque un sospiro di sollievo. E si prende anche le sue rivincite: molti ricordano le previsioni negative delle grandi banche internazionali sui titoli di stato italiani, che ora vengono frettolosamente corrette in corsa. Un esempio su tutti, quello di Citigroup, che lo scorso settembre aveva consigliato di vendere i Btp italiani a causa dello spread: bene, ora la stessa banca newyorkese ha semplicemente riconosciuto di essersi sbagliata. Sospiro di sollievo, si diceva, ma non stupore. Perché una valutazione positiva era nell'aria per varie ragioni. I tre motivi che abbiamo già elencato, certo. Ma anche cause più “macro”. In primo luogo, il mondo non può permettersi nuove crisi finanziarie, soprattutto su paesi, come l'Italia, che sono cruciali nella tenuta dell'intera economia monetaria europea. Poi, la situazione della nostra economia che, lo abbiamo ricordato molte volte, è migliore di quella registrata da altri Paesi europei, e oltre a questo si presenta in crescita. Certo, a svantaggiare l'Italia c'è la stagnazione, oltre a un debito pubblico atavicamente alto. Ma anche su questo fronte, Moody's ha ricordato che la situazione è in miglioramento: a fine 2023, ha affermato l'agenzia di rating, è previsto un calo, mentre il rapporto debito/pil scenderà dal 141,7% al 140,3%. Valori ancora lontani dalla situazione pre-Covid, ma comunque in progressivo calo. Oltre a questo, non è mai inutile ricordare che alcuni Paesi a economia avanzata hanno una situazione debitoria ben peggiore rispetto al nostro. Il Giappone, per esempio. E gli Stati Uniti, che per il quarto anno consecutivo chiuderanno con un deficit stratosferico (8%), contro il 5% dell'Italia. Se il nostro Paese fosse nella stessa situazione, sarebbe in default da tempo.
Banche a gonfie vele
Il rating positivo di Moody's ha spinto in alto i titoli bancari italiani, già protagonisti di ottime prestazioni. A influire in modo decisivo, il calo degli spread Btp-Bund, che – anche in seguito alla valutazione dell'agenzia di rating – hanno proseguito la discesa da un valore di oltre 200 a poco sopra quota 170. La correlazione tra la presenza forte dei titoli di stato nel portafoglio delle banche e l'orizzonte positivo che il rating Moody's ha dato al Btp è molto chiara. E si inserisce in un momento già di per sé favorevole per il settore. Lo diciamo dall'inizio dell'anno: investire sulle banche è particolarmente redditizio, perché gli istituti di credito hanno un valore borsistico molto più basso rispetto a quello reale. E perché, in un periodo di tassi alti, il settore non può che crescere. Ora, forse, acquistare titoli bancari potrebbe sembrare tardivo, dato che il grande balzo in avanti è stato compiuto. Ma è probabile che il trend di crescita riservi ancora soddisfazioni per il comparto, almeno fino a quando i tassi resteranno a questo livello. Una menzione speciale per Montepaschi, che ha chiuso la scorsa settimana a +13,7% (contro il pur lusinghiero +3,5% di Piazza Affari) e che ha archiviato con successo il collocamento del 20% del capitale effettuato dallo Stato. Ciò dimostra che a volte gli interventi pubblici, quando effettuati a regola d'arte, sono una necessità. Questo è, appunto, il caso di Montepaschi, che spicca il volo dopo molte difficoltà. Le banche sono la benzina perché l'economia funzioni: i trend di Piazza Affari lo stanno ampiamente dimostrando. Il paradosso è che, nonostante questi ultimi record borsistici, il mercato abbia valutazioni ancora basse. Anche in uno scenario da cui emerge un rallentamento economico, dunque, le Borse europee non hanno nessun motivo per scendere.
Mercato unico dei capitali
Archiviata (o messa in pausa, fate voi) la saga dei tassi, Christine Lagarde ha puntato il faro su un progetto che le è particolarmente caro: l'unione del mercato dei capitali. Il settore obbligazionario, ha detto la presidente Bce, è tre volte minore rispetto a quello americano, e il rapporto Ue-Usa del capitale di rischio è addirittura di uno a cinque. Un distacco davvero forte, in grado di frenare l'economia reale del nostro continente che, secondo il numero uno della Banca Centrale Europea, con l'unificazione potrebbe realizzare un esteso mercato delle cartolarizzazioni. Tra i benefici, anche la possibilità di incrementare i finanziamenti alle aziende più innovative: a opinione di Christine Lagarde, il mercato unico dei capitali potrebbe consentire di raccogliere 535 miliardi di euro l'anno per circa 4.800 aziende europee. Il tema è ricorrente e potenzialmente realizzabile. Prima, però, è necessario risolvere alcuni nodi, come per esempio il nuovo patto di stabilità. Le cui regole, lo ricordiamo ancora, non dovranno ricalcare quelle fallimentari della precedente versione.
Materie prime
Nel frattempo, il gas si è stabilizzato nella fascia 40-50, mentre il petrolio è poco sopra gli 80 dollari al barile. Alla fine, la quota accontenta un po' tutti: con un'economia mondiale in difficoltà, e minacciata da varie guerre sparse per il mondo, una quota vicino agli 80 dollari fa comodo a tutti: i produttori guadagnano comunque, mentre non si crea inflazione. Intanto, il Financial Times ha rivelato che il petrolio russo non viene quasi mai venduto per meno di 60 dollari al barile, come stabilito dal price cap europeo. Qualcuno si meraviglia. Ma, con un gioco di parole, è lecito sorprendersi che qualcuno si sorprenda. Proprio come le sanzioni, anche il price cap è stato introdotto da un quinto del mondo. I restanti quattro quinti continuano a commerciare con Mosca e a ignorare le decisioni dei Paesi occidentali. Che, tra le altre cose, non hanno smesso del tutto di comprare gas dalla Russia, pur in minori quantità.
Terremoto Argentina
Tra i Paesi attualmente in bilico tra l'Occidente e i Brics c'è l'Argentina, la cui posizione sullo scacchiere mondiale potrebbe cambiare dopo la vittoria del filo-americano Javier Milei. Difficile che il nuovo capo di stato riesca a fermare l'adesione di Buenos Aires ai Brics, anche perché ogni sua decisione dovrà passare dall'esame del parlamento. Tuttavia, un certo ricollocamento della politica estera (e dell'economia) argentina probabilmente avverrà. In ogni caso, più che per il suo programma economico, basato su privatizzazioni a raffica e dollarizzazione dell'economia, Milei è stato votato dagli elettori per lasciarsi alle spalle i protagonisti del dissesto economico argentino degli ultimi 20 anni. Una gestione poco accurata capace di portare a ben tre crisi economiche un Paese che, se gestito bene, avrebbe le risorse per potersi risollevare. E arrivare a competere con gli stati più ricchi del mondo.
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Banche centrali, tornano i falchi
Jerome Powell ha affermato che la Federal Reserve potrebbe alzare ancora i tassi, se necessario. E Christine Lagarde ha dichiarato che la Bce non avvierà il ciclo di ribassi prima di sei mesi, e forse occorrerà ancora più tempo, non escludendo una nuova stretta “in caso di shock”. Tuttavia, almeno in Europa, nuovi rialzi sono impensabili. Ecco perché
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La Federal Reserve è pronta ad alzare ancora i tassi di interesse se dovesse intravederne l'esigenza. E' questo il tono della nuova esternazione del suo presidente, Jerome Powell. Una posizione da “falco” subito condivisa dalla Bce, che – con le parole di Christine Lagarde – non procederà ad avviare il ciclo di ribassi per sei mesi, e forse anche di più. In compenso, ha aggiunto, “con nuovi shock dovremo riconsiderare i tassi”. Naturalmente verso l'alto.
In Europa non si fa
Dobbiamo preoccuparci? Non più di tanto, almeno per quanto riguarda l'Eurozona, Perché a queste latitudini è impensabile che i tassi vengano alzati ancora. Shock o non shock. L'economia sta soffrendo molto per la stretta monetaria, i livelli dell'industria europea non sono per niente buoni e ben pochi paesi chiuderanno l'anno con il segno più (tra questi, occorre dirlo, c'è l'Italia). Le reazioni a eventuali nuovi inasprimenti potrebbero quindi rivelarsi drammatiche: ciò, lo ripetiamo, rende praticamente impossibili ulteriori rialzi. In compenso, anche i dati sull'inflazione - che ormai sta scendendo sotto il 3% - oppongono un no secco a una simile ipotesi: persino il petrolio, che aveva destato preoccupazioni nella prima parte dell'autunno, è ora rientrato nei ranghi, navigando nuovamente intorno agli 80 dollari al barile. Che non ci siano timori di inflazione lo dimostra la quotazione dell'oro, tornata sotto i 2.000 dollari l'oncia nonostante le numerose e deflagranti tensioni geopolitiche nel mondo. L'unica preoccupazione potrebbe arrivare dal gas, attualmente di poco sotto i 50 euro al megawattora. Un valore alto, certo, ma non altissimo: il livello non è neppure minimamente paragonabile alle valutazioni a tre cifre che abbiamo dovuto sperimentare nel recente passato.
Borse giù, ma non troppo
Le reazioni delle Borse alle dichiarazioni di Jerome Powell e Christine Lagarde sono state, tutto sommato, moderate. Si sono verificate flessioni, e la scorsa settimana si è chiusa all'insegna della cautela (uniche aree in controtendenza, almeno a Piazza Affari, il settore assicurativo, le telecomunicazioni e il comparto energetico, nonostante il calo del petrolio). Ma tutto è apparso sotto controllo. Anche perché il ritorno dei “falchi” non è l'unica causa di questo trend al ribasso: la settimana precedente le Borse avevano chiuso con buoni rialzi, e un calo che permettesse ai listini di rifiatare era ampiamente atteso. Nessun timore, quindi: i mercati non credono in ulteriori balzi verso l'alto della politica monetaria. Ne è ulteriore riprova il valore dei tassi a breve dei titoli di stato, che restano elevati. Le Borse, insomma, si sono dimostrate forti: in caso contrario, non avrebbero potuto mantenere un trend di oscillazione normale in un'epoca in cui le guerre provocano disastri all'economia di tutto il mondo. Ora, a meno di avvenimenti clamorosi, i listini dovrebbero chiudere l'anno senza particolari stravolgimenti. Si attende, infatti, un fine 2023 di poco sopra i livelli attuali o, mal che vada, in una situazione di stabilità, ma non in flessione. Ancora una volta, quindi, meglio mantenere. E, nell'obbligazionario, è consigliabile allungarsi di duration sui bond: per il settore, il 2023 è stato un anno molto difficile, ma l'anno prossimo si preannuncia migliore.
L'anno d'oro delle banche
Anno d'oro invece per le banche, capaci di raccogliere 43 miliardi di utili. Una scommessa già vinta, quella degli istituti di credito: fin da inizio anno era chiaro che il settore fosse favorito dalla stretta monetaria, anche se pochi si aspettavano risultati così brillanti. Occorre anche ricordare che, da 15 anni a questa parte, le aziende di credito hanno dovuto fare i conti con gravi difficoltà nel chiudere i bilanci. Il momento felice del settore bancario, come è facile prevedere, dovrebbe proseguire fino a quando i tassi rimarranno alti – cioè per molti mesi.
I più short
A proposito di banche, un'analisi GraniteShares su dati WhaleWisdom rivela che allo scorso 6 novembre Montepaschi era il terzo titolo italiano più shortato con il 2,62% delle azioni in posizioni corte nette. A precedere la banca senese solo Saipem e Industrie De Nora. La scelta dei fund manager che hanno venduto allo scoperto Mps si è dimostrata davvero erronea e poco lungimirante: il Monte dei Paschi ha ottenuto ottimi risultati ed è salito dell'8%. Più in generale, quest'anno chi ha shortato le banche è stato molto improvvido: al contrario, quello del credito era il vero settore su cui investire. Due parole su Saipem, che ha occupato il primo posto in questa speciale classifica. La società, dopo i momenti difficili trascorsi negli ultimi due anni, ha ora buone commesse e una discreta redditività, che le permette di recuperare, pur in parte, la distruzione del capitale condotta negli ultimi dieci anni. Certo: la società ha perso circa il 97% del suo valore rispetto al 2012, ed è costata ai cittadini molti soldi. Ma il suo ruolo era troppo centrale per non procedere a un salvataggio. Chi ha scommesso contro Saipem non ha dato peso a questa considerazione.
Cina, nubi e ostacoli sulla strada della ripresa
Recentemente, il Fmi ha invitato le banche a investire in Cina, riconoscendo però i problemi attualmente attraversati dall'economia del Paese. Tuttavia, almeno finora, gli investitori restano lontani da Pechino, anche per l'opacità di questo mercato. La tanto ventilata ripresa cinese è, dunque, un percorso con tante nubi e vari ostacoli, non ultima l'attuale fase deflattiva. Per competere con gli Stati Uniti e divenire la prima potenza mondiale, la Cina dovrebbe aprirsi maggiormente alla trasparenza e recuperare posizioni in vari ambiti, non ultimo quello tecnologico. Necessario anche rivedere alcune scelte demografiche davvero discutibili, come le regole ferree sul numero dei figli concessi alle famiglie. Le limitazioni, chiamate “politica del figlio unico”, permettevano fino al 2013 un solo bambino per nucleo familiare, e tuttora prevedono multe salate per i genitori che scelgono di avere più di due figli. La strategia, evidentemente introdotta per evitare la sovrappopolazione, può sortire l'effetto opposto, con rischi di dimezzamento dei residenti e conseguente insufficienza di lavoratori. Una situazione che metterebbe a rischio l'economia cinese, allontanando il paese dalla lotta per la leadership mondiale.
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Piazza Affari torna a sorridere
La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un bel +5,1%. Il rimbalzo, che allinea il listino italiano ai mercati internazionali, rappresenta un segnale di forza, soprattutto considerando la stagionalità e la situazione geopolitica. Bene anche l'obbligazionario
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La Borsa di Milano sta ancora veleggiando sull'onda del rimbalzo della scorsa settimana, la migliore da marzo, con una chiusura a +5,1%. Un segnale di forza, soprattutto considerate la stagionalità e la situazione geopolitica. Si è verificata una duplice combinazione, perché alla scalata del mercato borsistico ha fatto eco la ripresa vigorosa della componente obbligazionaria, con anche l'arretramento dello spread a una quota di poco superiore a 180. Questa volta, chi ha deciso di scommettere contro l'Italia sfruttando le molte posizioni allo scoperto si è fatto molto male. Il sistema economico complessivo non poteva permettersi che qualcuno si mettesse a giocare sugli spread in un periodo come questo, contraddistinto da conflitti e tensioni sull'arena mondiale. La crescita della Borsa è stata supportata da dati economici importanti: basti vedere i risultati raggiunti da Intesa Sanpaolo, che ha portato l'utile netto a nove mesi a +85% rispetto allo stesso periodo del 2022, con un risultato passato, nel terzo trimestre, da 957 milioni a 1,9 miliardi. Il periodo brillante della Borsa italiana si verifica in un periodo di ottima salute dei mercati mondiali, che hanno tutte le carte per archiviare, a fine anno, risultati migliori rispetto a quelli di fine ottobre.
La cessione della rete Tim
A fare eccezione all'ottimo momento della Borsa è il titolo di Tim, che ha subito una brusca retromarcia. Il tutto dipende dalla vertenza annunciata da Vivendi contro la modalità con cui il consiglio di amministrazione ha approvato a maggioranza (11 a 3) la cessione dell'infrastruttura di rete al fondo americano Kkr. Un acquisto che prevede una valorizzazione fino a 22 miliardi, con chiusura dell'operazione attesa la prossima estate. Più in particolare Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,75%, ha contestato il mancato passaggio in assemblea che, secondo una comunicazione della società francese, rende la decisione del cda “illegittima”. L'azienda transalpina “utilizzerà ogni strumento legale a sua disposizione per contestare questa decisione e tutelare i suoi diritti e quelli di tutti gli azionisti”, prosegue la nota. Il calo del titolo dipende, probabilmente, dai timori di Piazza Affari su una lunga e incerta controversia. Comunque vada, ci si augura che la vendita della rete a un privato sia stata studiata con tutte le garanzie e le cautele del caso, e che azienda e governo si siano tutelati a dovere: si tratta infatti di un'infrastruttura sensibile, in cui transitano dati importantissimi e riservati.
Fisco e Pil
Niente di nuovo, invece, sul fronte del fisco: secondo Eurostat, i dati 2022 evidenziano che tasse e contributi pesano per il 42,9% del Pil. Non è una sorpresa, dicevamo: è da più o meno 20 anni che l'incidenza fiscale è vicina a queste percentuali (abbiamo anche sperimentato picchi oltre il 44%). Tenendo conto che il prodotto interno lordo è salito artificialmente con l'inflazione, non è più possibile permettersi tasse aggiuntive: siamo arrivati vicino alla curva di Laffer, nella situazione in cui l'eccessiva tassazione distrugge il gettito invece di crearlo.
Materie prime, segnali misti
Segnali contrastanti per le materie prime. Il gas continua a lambire i 50 euro a megawattora, probabilmente sospinto dalle aspettative della domanda per la stagione invernale. I dati sono, naturalmente, quelli ufficiali della Borsa di Amsterdam, anche se gran parte degli scambi – quelli che contano – si fanno al di fuori delle piazze finanziarie regolamentate. Se il gas torna alto, il petrolio si è nuovamente attestato nella fascia tra gli 80 e gli 85 euro al barile, con punte negative anche al di sotto di questa forbice. L'oro invece, dopo l'escursione oltre il tetto psicologico dei 2.000 dollari l'oncia, è tornato a calare, assestandosi in territorio neutrale. I recenti rimbalzi del “re dei metalli” non hanno nessun altro motivo se non la situazione geopolitica e la ricerca di uno storico bene rifugio: per essere più redditizio rispetto ad altri investimenti, l'oro dovrebbe rendere tra il 9% e il 10%.
Fed, i tassi restano alti
Negli Stati Uniti, intanto, i tassi restano (per ora) invariati tra il 5,25% e il 5,5%, ma riduzioni a breve sono poco probabili. “Non stiamo pensando a tagli”, ha affermato a questo proposito Powell. “Manterremo una politica monetaria restrittiva fino a quando saremo sicuri che l’inflazione sia su un percorso sostenibile verso il 2%”. Ma, ha concluso, “non siamo ancora sicuri di aver raggiunto una posizione sufficientemente restrittiva”. Della serie: i tagli possono attendere, mentre un nuovo rialzo non è del tutto escluso. Nulla di cui preoccuparsi, comunque: anche se la Federal Reserve dovesse procedere a un ultimo, ulteriore ritocco, la sua entità sarebbe di 25 punti e nulla più. Sulla stretta monetaria, in ogni caso, negli Stati Uniti ci sono due correnti di pensiero contrastanti. Da un lato, c'è chi è convinto che i tassi alti possano indurre una flessione dell'economia, fino a portarla in recessione. Una dimostrazione lampante verrebbe dal valore degli immobili commerciali in discesa, anche a causa del rincaro del costo del denaro. Basti pensare che, a fine 2021, il tasso medio dei mutui era leggermente sotto il 3%, mentre venerdì scorso la media era del 7,81%. Chi invece approva le decisioni della Fed afferma che ci sono 2.000 miliardi di dollari di spesa corrente per l'anno prossimo che devono essere ancora spesi. Soldi, cioè, del 2023, che entreranno il circolo l'anno successivo. E' comunque chiaro che eventuali ricadute negative della stretta monetaria si sentano molto di più nell'Unione Europea che non oltre oceano. Perché gli Usa, a differenza dell'Ue, sono un Paese unito. Un esempio. Recentemente, è stato approvato un finanziamento pari a 16 miliardi di dollari per una nuova linea ferroviaria sotto il fiume Hudson, con stanziamenti in gran parte federali e per 4,5 miliardi di dollari dallo Stato di New York. Un'opera pubblica in grado di bypassare le tariffe alte dell'ingresso in città con l'automobile, che sfiorano i 10 dollari, a cui se ne aggiungono 20 per i ponti o i tunnel. Ecco: approvare in tempi brevi una simile opera pubblica con concorso di finanziamenti in un qualsiasi Paese dell'Ue sarebbe più difficile. Quasi proibitivo.
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Rating, nessuna sorpresa: S&P conferma valutazione e outlook
Come ampiamente previsto, l'agenzia ha ribadito il “voto” assegnato all'Italia e le previsioni sulla nostra economia nei prossimi mesi. Mentre la Borsa, in linea con gli altri listini europei, flette ma tiene, nonostante la situazione geopolitica, i tassi elevati e i costi della transizione energetica
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Nel suo primo esame post-manovra, S&P ha confermato il rating dell'Italia (BBB/A-2) e l'outlook stabile del Paese. Le preoccupazioni che avevano creato nervosismo in Borsa si sono dunque rivelate esagerate, mentre le tensioni sullo spread si sono temporaneamente allentate, portando il valore sotto quota 200. Unica nota stonata, le previsioni negative di crescita, che però erano ampiamente nei numeri, anticipati dal Def del governo.
L'idra a tre teste
Nessuna sorpresa, dunque. Che ci sia un rallentamento in atto dell'economia italiana (e non solo) è ampiamente sotto gli occhi di tutti, così come i timori che i numeri possano peggiorare ulteriormente a causa di una specie di “idra a tre teste” che incombe implacabilmente: il combinato disposto tra i conflitti in atto, i tassi di interesse ancora elevati e le strategie discutibili con cui viene condotta la transizione energetica, che possono distruggere il sistema industriale europeo. In presenza di questi rischi, questi, una crisi finanziaria sarebbe molto pericolosa. S&P ha quindi tracciato una linea per molti versi già scritta, dotandosi di un sano buon senso. D'altra parte, a fine anno l'Italia chiuderà con un deficit pari a quello francese e minore rispetto a quello americano. Piu preoccupante sembra il rifinanziamento del debito pubblico, che con i tassi di interesse così alti, provocherà costi supplementari per 10 miliardi di euro. Occorrerà ovviamente tenere sotto controllo la situazione economica europea, che peggiora abbastanza velocemente, con il calo peggiore del Pmi Flash da tre anni a questa parte (da 47,2 punti a 46,5). D'altra parte, però, scende altrettanto rapidamente anche l'inflazione, pari al 5% se calcoliamo gli ultimi 12 mesi, ma nel breve è molto più bassa - forse già al 3%.
La Borsa tiene. Nonostante tutto
E la Borsa? La Borsa, tutto sommato, tiene. Nonostante il nervosismo dovuto all'attesa dei rating (fidarsi è bene, non fidarsi è meglio – verrebbe da dire) e ai tre elementi appena citati che rischiano di destabilizzare l'economia, le flessioni degli indici denotano ancora una situazione di trading range. Milano ha quindi chiuso la settimana a -1,40%, in linea con gli altri listini europei, ma ha poi recuperato lunedì e ora sta attendendo con un certo nervosismo la comunicazione dei risultati delle bigtech Usa. I movimenti sono dunque marginali, in un contesto leggermente ribassista – il che, vogliamo ribadirlo, evidenzia una tenuta non scontata, dato il quadro internazionale che conosciamo fin troppo bene. A preoccupare, invece, sono le obbligazioni, il cui mercato nell'ultimo mese ha perso moltissimo. Già a settembre le azioni hanno sovraperformato i bond e, in questo particolare periodo, l'equity offre più protezione rispetto al mercato obbligazionario. Detto questo, la discesa dei tassi (che, se lo augurano tutti, potrebbe partire già nel corso del primo trimestre 2024) tornerà a restituire qualche rendimento agli investitori.
Banche centrali a un bivio
I tassi potrebbero quindi scendere entro sei mesi. Ma prima di calare, devono fermare la loro avanzata. Quali sono le posizioni delle banche centrali su questo tema? In Europa, i gestori scommettono almeno su una pausa ai rialzi, mentre Christine Lagarde si produce in dichiarazioni scontate stile maestrina (“se ognuno svolgerà il suo compito, la situazione migliorerà”: ma dai?). Il suo “collega” americano Jerome Powell torna invece a pronunciare dichiarazioni da “falco”, non escludendo nuovi aumenti dei tassi. Eppure, negli Stati Uniti, l'inflazione è abbastanza sotto controllo, e soprattutto è molto più determinata da condizioni interne rispetto a quella europea. L'eccesso di spesa pubblica su cui ha puntato l'amministrazione Biden rischia di far esplodere il debito pubblico, e per rifinanziarlo ed evitare il blocco di tutte le attività ci sono voluti interventi in extremis del Congresso. E' lecito ritenere che, se le agenzie di rating utilizzassero per gli Stati Uniti lo stesso metro di giudizio utilizzato per i Paesi europei, ne vedremmo delle belle, poiché (un dato su tutti) gli squilibri della bilancia commerciale Usa pongono Washington al di sotto del livello italiano. Una peculiarità dell'inflazione americana è anche la sua diversificazione a macchia di leopardo: negli Stati a più bassi impatti fiscali (soprattutto a guida repubblicana, ma non solo) l'afflusso di aziende provenienti dalla California o da New York rendono la situazione economica più florida. E l'inflazione più bassa.
Petrolio, su l'asticella
In questa situazione, il petrolio ha fatto il salto: se, fino alla scorsa estate, il valore di riferimento era compreso nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile, ora si è spostato sull'intervallo 80-90, con puntate oltre questa quota. Il (voluto) taglio della produzione, spinto da Arabia Saudita e Russia prima, e le (inattese) conseguenze della guerra in Medio Oriente poi hanno reso inevitabile il salto. Tuttavia, questa settimana il valore del greggio ha subìto una contrazione rispetto a quella da poco trascorsa. I Paesi produttori sanno bene che non si può tirare troppo la corda, altrimenti si spezza: non è interesse di nessuno sfondare il muro dei 95 dollari in un periodo contraddistinto dalla recessione mondiale. Si rischierebbe un calo drastico della domanda e, alla fine, ci perderebbero anche i Paesi Opec+. Soprattutto in un periodo di innalzamento del prezzo del gas, ormai abbastanza stabile su quota 50 euro al Ttf di Amsterdam. Inspiegabilmente, considerata l'attuale forza del dollaro, è salito anche l'oro, tornato ad abbattere la soglia psicologica dei 2.000 dollari. La performance, che fa il paio con il raid oltre 32.000 dollari del bitcoin, si spiega forse con la ricerca di investimenti alternativi in presenza di un'inflazione ancora problematica: quando il costo del denaro tornerà a livelli di guardia, per il metallo giallo ci saranno probabilmente pochi margini.
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