Il debito francese preoccupa i mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La scorsa settimana, la corsa dei bond governativi ha portato i decennali americani a un massimo di 5,35%, quelli francesi intorno al 5% e gli italiani al 4,75%, mentre lo spread Btp-Bund si è spinto fino a 125, per poi ripiegare intorno a 110. Le Borse, che fino a poco tempo prima avevano cercato di arginare in ogni modo la situazione, hanno ceduto complessivamente circa il 4%, con un picco negativo intorno al -2% raggiunto mercoledì scorso. La correzione risente anche dell’incertezza geopolitica e dei timori legati all’inflazione, che dipendono dai costi dell’energia (Brent oltre i 100 dollari e gas sopra gli 80 euro): il mercato ha scontato la minor crescita e ha venduto un po’ di valuta europea, favorendo il recupero del dollaro, per la prima volta da molto tempo sotto 1,12. Non per niente, Wall Street ha evidenziato un andamento migliore rispetto alle Borse europee.
Le banche arretrano
Lo storno è stato particolarmente pronunciato per Piazza Affari, in virtù della presenza massiccia di titoli bancari nell’indice. La ragione della correzione violenta di cui sono state protagoniste le azioni finanziarie per tre giorni è chiara: gli istituti di credito sono pieni di titoli di Stato, e se questi salgono di rendimento, impattano sul valore dei titoli.
Prove tecniche di rimbalzo
Prima del week end e in apertura di settimana, le Borse europee hanno poi tentato un cauto rimbalzo, aiutate anche dalle previsioni Fmi di un incremento del Pil mondiale pari al 3,1% per quest’anno. Wall Street, come accennato, ha invece performato meglio delle Borse europee, ma il Nasdaq vede grigio, soprattutto alla luce della perdita del 6% della Borsa coreana, registrata lunedì. Un dato che dipende dai titoli tecnologici e ovviamente fa temere un effetto domino, sulle Borse più esposte all’IA e sulla filiera. Uno dei punti critici che venerdì scorso si è dimostrato in grado di scatenare reazioni a catena è stato un rapporto del Financial Times, secondo cui a fine settembre i ricavi annualizzati di OpenAi erano vicino a 50 miliardi di dollari invece che i 70 indicati dalla stima dell’azienda. Sebbene ci sia il dubbio che la discrepanza dipenda da metodi diversi di calcolo, la comunicazione ha dato uno scossone ai titoli della filiera, a cominciare da Oracle, grande partner del gruppo di ChatGpt.
Francia, il debito preoccupa
La correzione della scorsa settimana è stata anticipata da alcuni segnali. Uno di questi riguarda una statistica relativa al S&P lo scorso settembre: nel mese, i 500 maggiori titoli equipesati avrebbero perso il 4,98%. Sempre a settembre si è verificato il rialzo dei tassi, accompagnato da dichiarazioni inequivocabili su nuove operazioni simili. E i buoni del tesoro hanno preso il volo, mentre si sono amplificate preoccupazioni già presenti da tempo sul debito pubblico francese e sulla sua sostenibilità. Una simulazione mostra che se, in una situazione di rialzo dei tassi e di bilanci pubblici uguali a ora, il debito francese e quello americano fossero rinnovati, aumenterebbero del 20% nel 2030. A Parigi, la questione si interseca con la campagna elettorale per le presidenziali del prossimo anno. Marine Le Pen, data per favorita dai sondaggi, ha dichiarato che non esiterà a utilizzare la leva fiscale per sistemare i conti pubblici. Da parte sua Jean-Luc Mélenchon, che le previsioni danno come possibile contendente al ballottaggio, ha proposto di non rimborsare 600 miliardi di debito pubblico verso la Bce, per poi cercare nuovi finanziamenti sul mercato. Operazione che, però, sarebbe davvero difficile, perché la sottoscrizione del debito dipende anche dall’affidabilità di un Paese nell’apparire in grado di rimborsare le pendenze. Abbiamo usato il termine “apparire” perché, in realtà, facciamo finta di credere che il debito pubblico sovrano, un giorno o l’altro, sia rimborsato. Mentre realisticamente non è così. Ciò che occorre evitare è la situazione estrema, e cioè il default, che però nella storia si è verificato più volte, specialmente in Francia e Spagna. In questa situazione, chi sta meno peggio tra i Paesi del G7 è proprio l’Italia, che ha un avanzo primario del 3%.
Arrivano le trimestrali (e le elezioni di mid term)
A breve si attendono nuove carte sul tavolo, in grado di condizionare l’andamento dei mercati: le trimestrali dell’economia reale e dei gruppi di credito. La diffusione dei dati partirà, come da tradizione, dagli Stati Uniti, per poi diffondersi in tutto il mondo. I numeri delle società quotate potrebbero dimostrarsi in grado di dettare la linea, in un senso o nell’altro, indirizzando le Borse verso una nuova fase. Sicuramente faranno la loro parte anche le mid term americane, che sono sempre più vicine, e il cui risultato potrebbe condizionare le scelte future di Donald Trump. Per ora, uno degli obiettivi dell’amministrazione repubblicana è di evitare scossoni, in vista proprio della consultazione elettorale. Tutto questo mentre a Hormuz la situazione è ancora tesa, e gli attacchi incrociati fra gli Houthi e l’Arabia Saudita rischiano di aggiungere nuovi problemi al mercato petrolifero. In questo quadro caotico si osserva la ricerca di alternative, tra cui il cambiamento delle rotte di navigazione. Il passaggio dallo Stretto di Magellano, per esempio, è cresciuto del 70%, sia a causa della situazione mediorientale, sia per la siccità a Panama. Allungare la navigazione, però, costa parecchio: l’esplosione delle spese, che fa il paio con l’aumento a dismisura dei premi assicurativi, non può che riverberarsi sul prezzo della merce. L’India, invece, guarda al lungo termine con il progetto “Nicobar”, ambizioso piano di infrastrutture che dovrebbe avere il compito di prevenire eventuali nuovi problemi agli stretti, primo tra tutti quello di Malacca. Il limite del progetto sono i tempi, dato che si prevede di ultimarlo nel 2047.
Extraprofitti
Il governo italiano è tornato a discutere su una maggiore tassazione delle banche e delle società energetiche. Si è però tornati a utilizzare il termine “extraprofitti”, che è assolutamente impreciso: in economia ci sono ricavi e perdite, non altre voci. Quindi, se aumento fiscale ci sarà, dovrà essere presentato come tale. Il governo, se intenzionato a proseguire su questa strada, sarà chiamato ad avere il coraggio di alzare il carico fiscale dei due settori di un punto in più, piuttosto che inventare formule che non hanno spazio nei bilanci di qualsiasi società. Una maggiore tassazione di banche e società energetiche presenta anche i suoi rischi in Borsa: primo fra tutti, il possibile calo dei dividendi legati ai titoli finanziari. Sicuramente possono essere provate strade alternative, come la tregua sui prezzi alla pompa raggiunta con le compagnie petrolifere. Una scelta di questo genere ha il merito di agire con effetto immediato sulle tasche dei cittadini, oltre che restituire ai gruppi un grande ritorno d’immagine.
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L'incubo degli spread spaventa i mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il mercato obbligazionario non accenna a fermarsi. La scorsa settimana, il decennale americano è arrivato al 5,35%, percentuale che non si vedeva dal 2003; solo i dati sul lavoro Usa, che essendo peggiori del previsto hanno allontanato la possibilità di un imminente rialzo dei tassi, hanno favorito un leggero ripiegamento da questa percentuale. I decennali inglesi hanno, da parte loro sfiorato il 5,50%, mentre gli Oat francesi hanno toccato il 5% e lo spread è salito a 150, per poi arretrare un po’. Il trend ha contagiato anche l’Italia: i buoni del Tesoro sono saliti al 4,70% (per poi ridiscendere un po’), con un differenziale che è balzato nei dintorni di quota 120. Il motivo del “contagio” è di ordine tecnico: l’unico future a disposizione è sul Btp; chi voleva puntare contro la Francia ha perciò messo le sue fiches contro l’Italia, andando short sul nostro mercato e avviando la speculazione sui bond governativi tricolori. Della situazione ha beneficiato la Germania, considerato tuttora un porto sicuro, sebbene la solidità di Berlino non sia più un punto fermo come una volta.
Tempesta perfetta
La “tempesta perfetta” tra andamento anomalo dei bond governativi, inflazione, debito francese e crisi geopolitiche ha impattato sulle Borse europee, che la scorsa settimana hanno raggiunto i minimi da tre mesi a questa parte, lasciando sul terreno il 3% circa. I listini americani hanno invece evidenziato un andamento del tutto diverso. A trainare Wall Street sono stati i titoli tecnologici, che hanno spesso una reazione in controtendenza alle crisi borsistiche internazionali: quando gli indici europei subiscono una correzione importante, molti americani che avevano allocato denaro sui titoli del nostro continente decidono di riportare in patria gli investimenti, e spesso preferiscono puntare sull’innovazione. E’ così spiegato il rally del dollaro, che è sceso sotto gli 1,13 sull’euro per la prima volta dal maggio del 2025 e si è rafforzato anche sulla sterlina, raggiungendo un rapporto di 1,32. Mentre il leggero calo del franco svizzero sulle altre valute dipende probabilmente dal rialzo dei tassi in Giappone, che ha ridimensionato il ruolo di Tokyo come protagonista del carry trade. Questa dinamica ha spostato le attenzioni proprio su Berna, in virtù del tasso di riferimento allo 0%, che la Bns mantiene da giugno 2025.
Il peso del debito
Da molto tempo evidenziamo la capacità di resistenza che le Borse hanno sviluppato dopo la crisi causata dalla guerra russo-ucraina, ma anche la quasi ineluttabilità di una correzione. La domanda è quindi d’obbligo: il calo della scorsa settimana potrebbe rivelarsi l’esordio del “grande storno” che molti si attendono? E’ ancora presto per fornire una risposta, anche perché è in atto un generale recupero. Molto si giocherà sul terreno dei debiti sovrani: se lo spread fra titoli francesi e Bund tedeschi dovesse superare quota 150, e soprattutto se si verificasse l’effetto-contagio, si potrebbe temere una crisi borsistica di proporzioni serie. Per ora, come detto, i mercati stanno provando un rilancio, mentre lo spread francese cerca di allontanarsi dalla zona più pericolosa. Anche se si riuscisse a evitare l’esplosione del differenziale transalpino, sarebbe comunque molto arduo risolvere la questione del debito di Parigi che, per inciso, non rispetta il target del 3% dal post Covid. Oltretutto, sarebbe difficile applicare una ricetta condivisa per affrontare questo nodo: sia il taglio delle spese, sia l’aumento delle tasse rischierebbero di provocare proteste di piazza, che – di qualsiasi colore siano – in Francia si rivelano sempre molto problematiche.
Scadenze elettorali
Per decidere le sorti delle Borse nei prossimi mesi avrà un peso importante (se non determinante) anche la girandola di appuntamenti elettorali già aperta dalle presidenziali brasiliane, che proseguirà a novembre con le mid term americane e le elezioni anticipate spagnole, fissate per il 29 del mese dal premier dimissionario Pedro Sánchez, e culminerà il prossimo anno con le presidenziali francesi e le “politiche” italiane. Se Donald Trump prova mosse disperate per rovesciare un verdetto negativo già scritto, arrivando a promettere 5.000 dollari a ogni cittadino americano in caso di vittoria repubblicana, Sánchez cavalcherà quasi sicuramente la penuria di alloggi in Spagna, cercando di incanalare le proteste oceaniche di questi giorni per evitare una probabile sconfitta. Il tema della casa, in realtà, non è confinato alla Spagna, ma potrebbe esplodere come un bubbone in tutta Europa, dove da 50 anni non si affronta un piano strutturale di edilizia popolare.
Il petrolio non si schioda
Sul fronte petrolifero, la situazione sembra meno conflittuale rispetto alla scorsa settimana: da un lato pare che a Hormuz riesca ormai a transitare l’80% circa delle imbarcazioni; dall’altra, il blitz delle truppe governative yemenite ha allontanato gli Houthi da Bab el Mandeb, aprendo nuove possibilità al transito delle imbarcazioni attraverso il Mar Rosso. Nonostante ciò, l’atteso arretramento del prezzo del petrolio non è avvenuto, se non superficialmente; forse, il valore ancora alto del greggio (soprattutto del Brent) dipende dall’esigenza di smaltire il pregresso prima che avvenga l’adeguamento delle quotazioni. O forse siamo di fronte all’ennesimo caso di speculazione.
Btp: chi compra le scadenze lunghe copre l’inflazione
A queste condizioni, gli investimenti in obbligazioni governative rappresentano un’occasione che è consigliabile non farsi scappare. I Btp a due anni, per esempio, rendono il 3,5%; la performance è di poco al di sotto dell’inflazione, il cui tasso potrebbe però scendere nel corso del biennio. Da parte loro, i buoni del Tesoro decennali rappresentano, oggi come oggi, un’ottima scelta per due ragioni: la prima perché, con il loro 4,70%, offrono prestazioni superiori all’inflazione; in secondo luogo, con una simile performance e la sicurezza insita nelle obbligazioni governative, questi strumenti rivestono un ruolo di copertura nel caso in cui le Borse scendessero in maniera significativa.
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Niente in ordine, tutto a posto
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Prosegue lo scenario che dura quasi ininterrottamente da alcune settimane. All’aggravarsi dei problemi geopolitici e alle loro conseguenze (prima tra tutte il caro-energia) si affianca il progressivo incremento del rendimento dei titoli di Stato, favorito dai tassi alti: il decennale americano ha ormai superato il 5,20%, il Bund rende più di 3,60% e i Btp quasi il 4,60%. Tuttavia – e anche questo è invariato – le Borse europee continuano a reggere, e quelle americane cedono qualcosa, ma comunque tengono. Il tono dei mercati li mostra davvero temprati alle crescenti difficoltà, testando la loro resistenza e i loro limiti. Con qualche eccezione legata ad alcuni titoli, come quelli difensivi, penalizzati dal volo dei bond. Le condizioni particolari del mercato rendono più attraente, per gli investitori, il mantenimento delle posizioni; al massimo, chi alla fine del terzo trimestre avrà ottenuto buone performance, potrebbe pensare di portare a casa qualcosa.
Caro-energia negli Stati Uniti…
La prossima sfida saranno le mid term americane, che però potrebbero essere già state scontate dai mercati. Una sonora sconfitta di Donald Trump, ampiamente annunciata e difficile da evitare, potrebbe portare i repubblicani a perdere non solo la Camera (il che è praticamente assodato), ma anche il Senato, dove traballano anche collegi fino a poco fa considerati “blindati”. Tra le cause del possibile crollo repubblicano, il costo dell’energia, che la guerra in Iran ha portato alle stelle. Finora il Wti resta nella fascia 90/100 dollari al barile, che ormai si è imposta come “terra di nessuno” tra il rischio di una pericolosissima avanzata dei prezzi a 120 o 150 e il ritorno nella “forbice di sicurezza” 70/80 se le armi nel Golfo dovessero tacere.
… e in Europa
Il problema dell’energia è ben più grave in Europa che non negli Stati Uniti, dato che a differenza degli Usa, l’Ue non può disporre di materie prime proprie, se non marginalmente. Inoltre, l’Europa soffre particolarmente per la compresenza, nello scacchiere mondiale, di due guerre – quella nel Golfo e quella in Ucraina, con le loro conseguenze sul prezzo del gas: attualmente, ad Amsterdam, il metano è sempre nella fascia 70/80 euro, ben oltre il livello di sicurezza.
Arabia Saudita: sale l’export. Ma non per noi
Dai giacimenti del Golfo, invece, arriva una notizia che a prima vista sembrerebbe positiva, ma in realtà non influisce sulla nostra situazione: nonostante gli attacchi all’Arabia, le esportazioni del petrolio saudita hanno raggiunto volumi che non si vedevano da tempo. Tuttavia, paradossalmente, i commerci con l’Europa trovano difficoltà, perché una parte importante del greggio destinato ai nostri lidi transitava proprio da quell’oleodotto sul Mar Rosso che ha subito l’attacco. I tentativi di contenere il prezzo alla pompa registrano un passo importante da parte delle compagnie petrolifere italiane: prima Eni, poi Ip hanno fissato un tetto per le tariffe della benzina. Ci si augura, naturalmente, che questa iniziativa scateni una virtuosa corsa al ribasso da parte dei gruppi energetici internazionali.
Il vertice Trump-Xi
La scorsa settimana, un altro evento ha tenuto il mondo in attesa: il vertice fra Donald Trump e Xi Jinping. Sebbene inizialmente le Borse avessero reagito positivamente ai preparativi per l’incontro, l’entusiasmo è pian piano scemato, e gli indici si sono concentrati sui temi ormai diventati usuali. La freddezza dei listini per gli esiti del vertice sta forse nel fatto che di risultati concreti ne sono stati prodotti pochi: tra questi, il prolungamento, da parte di Stati Uniti e Cina, della tregua commerciale, che durerà due mesi in più. Più precisamente, l’entrata in vigore delle pesanti tariffe reciproche, inizialmente prevista per il prossimo novembre, slitta al 10 gennaio. Poi si vedrà. Oltre a prendere tempo sulla “guerra dei dazi”, che lo scorso anno aveva visto l’annuncio di Trump e la reazione cinese, i due leader non hanno raggiunto altri obiettivi. A parte la messa in opera di una sorta di “telefono rosso” per la “super IA” (la cui abbreviazione sarà SI”), che eviti conseguenze potenzialmente distruttive nel caso in cui qualcosa non vada per il verso giusto. Per il resto, Trump ha dichiarato di non essere per nulla preoccupato che l’IA sfugga al controllo umano, ritenendosi soddisfatto delle norme attuali e schierandosi apertamente contro un’ulteriore regolamentazione del settore; Xi Jinping si è invece mostrato più propenso a un maggiore controllo, per garantire che l’IA (pardon, la SI) non sfugga alle decisioni umane. Sul dossier “freddo” di Taiwan e quello “caldo” dell’Iran, invece, le posizioni restano molto distanti.
Tim, ok per l’opas di Poste italiane
L’opas di Poste Italiane su Tim ha ampiamente superato il tetto minimo delle adesioni. Si è però fermato all’85,82%, di poco sotto a quel 90% che avrebbe permesso al “gigante giallo” di rivendicare il diritto di squeeze out, cioè l’acquisto automatico delle azioni restanti. Il risultato consentirà in ogni caso alle Poste di procedere alla fusione e al delisting di Tim dalla Borsa. Un esito ampiamente atteso, perché è molto forte l’esigenza di vedere un’infrastruttura strategica così importante tornare, seppur parzialmente, sotto il controllo pubblico.
Arrivano i “Btp gemelli”
Se l’offerta di scambio è stata un buon investimento per gli azionisti Tim, ora parte il conto alla rovescia per uno strumento aperto a tutti: la nuova emissione di Btp Valore. Anzi, “le nuove emissioni”, dato che saranno due i titoli di Stato a tutela crescente che verranno messi a disposizione dei risparmiatori. Il lancio contemporaneo (dal 19 e 23 ottobre) ha guadagnato loro il soprannome di “Btp gemelli”. La sovrabbondanza di richieste dimostra ancora una volta che, soprattutto in tempo di tassi alti, i titoli di Stato piacciono molto e, come ricordavamo in apertura, si impongono come veri concorrenti del mercato azionario.
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Le Borse non preoccupano, ma il mercato è selettivo
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la forte volatilità della scorsa settimana, rinfocolata anche dall’arrivo del cosiddetto “Giorno delle quattro streghe”, le Borse hanno mostrato nella giornata di lunedì chiari segni di ripresa. E questo nonostante l’ennesimo alzo dei rendimenti sulla curva obbligazionaria, che vede il decennale italiano intorno al 4,35%, quello francese un po’ più in alto e l’americano oltre il 5%. E’ esemplificativo il volo del bond a cent’anni emesso dalla Repubblica austriaca, che attualmente vale il 27% circa e soverchia, per rendimento, molti titoli azionari.
Chi va bene e chi va male
E’ il caso di ribadirlo: i mercati sono tonici e hanno armi ormai collaudate per fronteggiare le crisi geopolitiche e monetarie, con gli annessi e connessi. Detto questo, lo stato di salute degli indici è selettivo. Cioè: alcuni settori vanno particolarmente bene, altri indiscutibilmente male. I titoli finanziari, per esempio, subiscono l’influsso positivo dell’aumento dei tassi, di cui traggono beneficio soprattutto i listini contraddistinti da una presenza massiccia di azioni bancarie, come Milano. Ottima anche la performance dei tecnologici, mentre il settore auto appare in crisi, con l’uscita di Volkswagen dall’Eurostoxx 50 (il colosso tedesco ha perso il 30% circa da inizio anno). Anche il lusso fa molta fatica: dallo scorso 1 gennaio la flessione è del 35%.
Dove va il petrolio
Discorso a parte per energetici e petroliferi, che sono chiaramente influenzati dalla quotazione delle materie prime: in apertura di settimana il Brent è sceso sotto quota 100, deprimendo le azioni legate al greggio; poi, la quotazione è tornata sopra l’asticella, mentre il Wti staziona nella fascia bassa dei 90/100 dollari al barile. A creare tensione sul petrolio sono soprattutto le preoccupazioni per Hormuz e per l’escalation nel conflitto fra Houthi e Arabia Saudita, che mette in pericolo il passaggio delle navi dal Mar Rosso e, di conseguenza, dal Canale di Suez. La situazione è aggravata dai bombardamenti ucraini di raffinerie di gasolio in Russia, che hanno spinto il suo prezzo alla pompa a livelli molto alti, infliggendo alla benzina distacchi “alla Pogačar”. In ogni caso, un Brent capace di mantenersi a lungo sul valore di 100 dollari, o oltre, sarebbe distruttivo per l’economia mondiale. Così come i prezzi del gas impauriscono l’economia europea, anche se – e questa è una buona notizia – le aspettative sui negoziati fra Stati Uniti e Iran (e su un possibile incontro al vertice fra i due presidenti) hanno permesso al metano di lasciare la scomoda quota 80, per assestarsi nella fascia precedente.
Il vertice Stati Uniti-Cina
Sicuramente, a dare una mano al tentativo di resistenza dei listini sono le aspettative collegate al vertice Usa-Cina, in programma giovedì 24 settembre a Washington. Molto vasto il ventaglio di argomenti che potrebbero essere trattati da Donald Trump e Xi Jinping nel corso dell’incontro: tra questi, le limitazioni cinesi all’esportazione di terre rare, scese in questi ultimi tre mesi del 28% rispetto al 2025; i dazi e il commercio; la tecnologia e l’intelligenza artificiale. E, non ultimi, i problemi geopolitici: la Cina è tra i finanziatori e alleati dell’Iran, che a sua volta sostiene gli Houthi, impegnati in un tentativo di blocco selettivo del Mar Rosso potenzialmente distruttivo per l’economia mondiale.
Tassi, chi li alza e chi no
E’ chiaro che la crisi energetica è un po’ come il prezzemolo: spunta ovunque, e non potrebbe essere altrimenti. Le banche centrali non fanno eccezione: i timori di inflazione causati dalle incertezze legate al transito dagli stretti hanno costretto Federal Reserve e Banca del Giappone ad alzare i tassi di interesse. La Fed ha approvato un rialzo di 25 punti base, ricalcando la scelta della Banca Centrale Europea. La stretta monetaria, la cui possibilità era stata anticipata dal presidente Fed Kevin Warsh al simposio di Jackson Hole, è stata decisa all’unanimità dal comitato di politica monetaria. A influenzare la decisione, il dato di agosto sui prezzi al consumo, che ha evidenziato un aumento del 3,4% sull’anno. La stretta monetaria ha fatto inalberare Donald Trump, notoriamente contrario agli innalzamenti dei tassi. La decisione di Warsh, scelto dall’inquilino della Casa Bianca con aspettative del tutto opposte, dimostra comunque che negli Stati Uniti esiste ancora quel sistema di pesi e contrappesi che limita i poteri, molto ampi, del presidente. Lo dimostrano anche le sentenze della Corte Suprema (pur di orientamento conservatore) che hanno imboccato una direzione contraria rispetto a quella di Trump. La Banca del Giappone ha aumentato il tasso di un quarto di punto, portandolo all’1,25%, ai massimi dal 1995. Una decisione sicuramente non facile per una realtà, come quella nipponica, abituata a un costo del denaro in territorio negativo. Oltre al caro-petrolio e alle sue conseguenze su un Paese senza materie prime, a spingere questo provvedimento è stato anche l’arretramento dello yen. A risentire della nuova situazione a Tokyo potrebbero essere anche gli Stati Uniti: i giapponesi sono grandi compratori di titoli di Stato americani, ma con l’incremento dei rendimenti dei bond domestici potrebbero decidere di allocare i loro investimenti in patria, diminuendo il finanziamento del debito pubblico Usa. Infine, la Banca d’Inghilterra, che ha scelto una strada diversa: nessun ritocco alle percentuali di riferimento. La posizione del governatore Andrew Bailey risente però del livello attuale dei tassi di Sua Maestà, che sono più alti rispetto alla media europea.
Canada, Europa?
Ha fatto scalpore la possibilità, apertamente annunciata da Ursula von der Leyen, di ammettere il Canada come “membro associato” dell’Unione Europea. Una posizione che attualmente non è prevista dai trattati e che andrebbe introdotta ad hoc. Il premier canadese Mark Carney, che già aveva caldeggiato una maggiore cooperazione tra Bruxelles e Ottawa, è sulla stessa lunghezza d’onda. Chiaramente, l’avvicinamento della Foglia d’Acero all’Ue è causato dalla guerra commerciale che gli Stati Uniti hanno scatenato contro entrambe: tuttavia, l’ammissione del Canada come “membro associato” è molto difficile. Prima di tutto perché, come anticipato, occorrerebbe cambiare l’architettura dei trattati europei – un’impresa non da poco. Anche i motivi geografici hanno la loro importanza, e a essi si aggiunge la concreta possibilità che vari Paesi membri (e vaste frange di elettori) non siano proprio entusiasti dell’idea. Oltre dieci anni fa, Unione Europea e Canada hanno siglato un trattato commerciale di libero scambio (il Ceta). Che però non è ancora stato ratificato da tutti i membri Ue – tra gli Stati che non l’hanno firmato, anche l’Italia e Francia, probabilmente per riserve legate all’agricoltura. Più che un’adesione, dunque, è più facile raggiungere una maggior cooperazione in settori come intelligenza artificiale, materie prime ed energia, difesa e pagamenti.
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Pressioni a 360 gradi: i mercati provano a resistere
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le sollecitazioni geopolitiche ed economiche sulle Borse sono sempre più forti, ma i mercati cercano di limitare i danni. La nuova crisi petrolifera, la stretta sui tassi aperta dalla Bce e il dibattito su inquietanti scenari legati all’intelligenza artificiale hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà gli indici. Che stanno arretrando, è vero, ma ordinatamente. Senza panico, evidenziando che (almeno per ora) la situazione resta sotto controllo. La resistenza dei mercati a un insieme di circostanze molto negative dimostra ancora una volta la ormai acquisita forza di reazione delle Borse, in grado di predisporre una difesa e di evitare crolli.
Petrolio a tutto gas
Sul fronte mediorientale, alla guerra in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz si è aggiunto il nodo del Mar Rosso, provocato dall’offensiva degli Houthi in Yemen. Le milizie sciite hanno attaccato l’oleodotto Abqaiq–Yanbu, infrastruttura che trasporta il petrolio dalla parte orientale a quella occidentale della penisola arabica, assicurando il passaggio di circa il 4% del greggio venduto in tutto il mondo. Inoltre, gli Houthi si sono resi protagonisti di un’operazione di terra che in 48 ore li ha visti prendere il controllo dell’intera costa del Mar Rosso. Compreso l’imbocco dello stretto di Bab el-Mandeb, che, come Hormuz, è un collo di bottiglia per il transito di greggio e merci in generale. Il portavoce degli Houthi ha affermato che la navigazione nello stretto è “sicura” per tutte le navi, eccettuato quelle saudite. Ma quest’ultimo nodo, da solo, genera pericoli per il commercio del petrolio e per l’economia mondiale, considerato che il suo prezzo è già schizzato vicino a quota 110. Sullo sfondo, gli attacchi incrociati di russi e ucraini ai rispettivi obiettivi energetici: Donald Trump, preoccupato per il diesel al valore record di 6 dollari, ha rivelato l’esistenza di un accordo fra i due belligeranti sullo stop a queste operazioni (anche se l’adesione di Mosca non è sicura). Il complesso quadro internazionale ha portato il greggio, come detto, nella fascia 100-110, con il solito scarto fra Brent e Wti, mentre la quotazione del gas sul mercato di Amsterdam ha superato gli 80 euro. Il che non è certamente il picco-monstre del 2022, ma neppure i 20 euro circa che pagavamo prima del Covid. Preoccupa, tuttavia, la situazione delle scorte in Europa. Tornando al petrolio, i problemi si estendono anche alla lavorazione: secondo Wood MacKenzie, i volumi di greggio raffinati potrebbero diminuire di 1,4 milioni di barili al giorno se le armi in Medio Oriente non dovessero tacere entro fine anno. Lo tsunami provocato dal caro-energia ha le carte in regola per colpire anche l’agricoltura, che utilizza massicciamente il diesel, e la produzione, rischiando di impattare sulle aziende.
Tassi in rampa di lancio
Il terremoto su petrolio e gas e i conseguenti timori di inflazione hanno influenzato anche le banche centrali, avviando una possibile spirale di aumento dei tassi di interesse. Una mossa rischiosa e potenzialmente inutile, perché il vortice inflattivo dipende dal crollo della domanda. A muovere le acque è stata la Banca Centrale Europea, con la crescita di 25 punti base, che secondo le previsioni potrebbe precedere altri quattro interventi restrittivi in 12 mesi: ora si attendono le decisioni della Federal Reserve, prevista per oggi, e della Banca d’Inghilterra. Difficile prevedere le mosse della Fed, che potrebbe cedere al trend rialzista oppure scegliere di mantenere invariato il costo del dollaro, fidandosi di un’economia – quella americana – che resta forte. La Boe, secondo le previsioni, dovrebbe invece mantenere i livelli attuali: lo aveva assicurato il governatore Andrew Bailey, riservandosi un cambio di rotta solo se la quotazione del petrolio dovesse causare aumenti stabili di prezzi. Il risultato di questa pressione sui tassi ha causato, come è noto, un aumento delle performance per le obbligazioni governative: il Btp rende ora il 4,40% e potrebbe non essere finita qui, mentre il decennale americano continua a salire. Anche questa congiuntura contribuisce a deprimere le Borse, colpite dalla concorrenza del reddito fisso. A essere particolarmente penalizzate sono le utility, titoli difensivi utilizzati quasi come strumenti sostitutivi dei bond e che soffrono la competizione creata dalle super performance dei governativi.
Intelligenza artificiale, rischi per la specie umana?
A creare ulteriore scompiglio in una fase già difficile, il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale, alimentato dalle dimissioni del ricercatore Jacob Coxon da Anthropic. Il punto evidenziato dall’esperto informatico è la capacità di autoapprendimento dell’intelligenza artificiale che, secondo la sua analisi, potrebbe spingersi fuori controllo, mettendosi nella posizione persino di minacciare la sopravvivenza della specie umana. L’esternazione di Coxon ha riscosso vari consensi, tanto da far scaturire uno scambio di idee a cui si sono uniti tre big della tecnologia: Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di Open Ai ed Elon Musk, concordi nell’esigenza di “rallentare” i modelli più avanzati di IA. Vari i pericoli evidenziati dal dibattito, dallo studio di un virus letale al controllo quasi totale di internet, fino a falsi allarmi (talmente sofisticati da essere creduti veri) di un attacco nucleare. I meno giovani ricordano il film di fantascienza War Games, risalente al 1983, che descriveva appunto un futuribile disastro bellico causato da una tecnologia fuori controllo. In controtendenza Donald Trump, che ha bollato come “bufala” la preoccupazione dei big della tecnologia. La resistenza a un ripensamento del modello ha motivi facilmente intuibili: la corsa all’intelligenza artificiale è un duello principalmente fra Stati Uniti e Cina; se rallentano i primi, la seconda potrebbe approfittarne (o viceversa). Chen Yixin, responsabile dell’intelligence cinese, ha evidenziato i pericoli che potrebbero essere creati dall’IA (tra questi, la sicurezza, anche ideologica, del partito comunista), precisando però che l’intelligenza artificiale deve essere controllata e non, quindi, rallentata. Il dibattito ha contribuito al periodo difficile delle Borse: specialmente in Asia, dove le reazioni negative si sono riverberate sul settore, molto importante, dei semiconduttori. Meno pregnante la reazione del Nasdaq, che dopo un contraccolpo al ribasso ha recuperato gran parte delle perdite.
I settori su cui puntare
Gli indici stanno cedendo terreno, ma non quanto ci si sarebbe potuti aspettare da un contesto simile. Anche se il quadro attuale obbliga gli investitori alla prudenza e a una maggiore attenzione per l’obbligazionario. Ovviamente, in Italia è consigliabile anche osservare le evoluzioni del risiko: le prossime, possibili mosse di Unicredit sul mercato interno, ma soprattutto il duello fra Intesa Sanpaolo e Mps – la prima intenzionata ad assorbire la banca senese, la seconda in cerca di una via di fuga dall’operazione mediante acquisizioni che rendano il merger impossibile. Nella battaglia senza esclusione di colpi Carlo Messina ha ancora un vantaggio molto forte; tuttavia, in presenza di sponde importanti da Generali e (forse) dalla politica – di maggioranza e di opposizione – Luigi Lovaglio può giocarsi le sue carte. Oltre alle azioni del settore bancario, gli investitori potrebbero iniziare a tenere sotto controllo i titoli del comparto edile, criticato con poca logica e ora in rampa di lancio per le eventuali ricostruzioni post-belliche, dall’Ucraina al Golfo.
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Molti trabocchetti sulla strada dei mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse, il periodo che stiamo vivendo è interlocutorio ma cosparso di molti trabocchetti. Un po’ come avviene nel Gioco dell’oca, disseminato di caselle che obbligano a tornare al via. A partire dal petrolio, ormai quasi in area 100 dollari al barile, spinto anche da una nuova escalation – quella tra gli Houthi dello Yemen e l’Arabia Saudita. Mentre resta in alto anche il gas, che ad Amsterdam è stabilmente sopra i 70 euro a megawattora. La fine della scorsa settimana è stata anche caratterizzata dalla netta vittoria di Alternative für Deutschland nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, piccolo Land dell’ex Germania Est: la destra radicale ha raggiunto quasi il 44% dei suffragi, a cui si deve aggiungere – nel novero dei voti anti-sistema – il 5% dell’ultra sinistra di Bsw. Il “combinato disposto” fra queste sollecitazioni ha indotto i mercati alla cautela, anche se tutto sommato l’influsso delle elezioni locali tedesche è stato limitato. Solo la Borsa di Francoforte ha reagito con un calo contenuto in apertura di settimana, poi parzialmente riassorbito.
In attesa delle banche centrali
Il problema che preoccupa maggiormente i mercati è rappresentato dalle imminenti decisioni delle banche centrali sui tassi. L’ipotesi di un rialzo ha già rinfocolato l’inedita concorrenza dell’obbligazionario, i cui rendimenti sono particolarmente appetibili, soprattutto nei decennali, e pongono i bond come alternativa credibile al settore azionario. Tanto più che sembra probabile che i rialzi sulla curva possano proseguire.
Greggio selvaggio
In ogni caso, è ormai da alcuni anni che le Borse hanno resistito bene all’influsso delle crisi geopolitiche, prestando molta più attenzione agli utili e, appunto, alla politica monetaria delle banche centrali. Certamente, non è dato di sapere che cosa accadrebbe ai listini se i movimenti anti-sistema dovessero vincere le elezioni politiche previste l’anno prossimo in alcuni Paesi, così come è difficile prevedere fino a quando gli indici potrebbero tenere qualora petrolio e gas dovessero restare su questi livelli o addirittura aumentare la loro quotazione. Per ora, la diga regge. Anche perché le aspettative dei mercati tengono conto della decisione dell’Opec+, che manterrà il livello di produzione attuale per cercare di contrastare i picchi del greggio. Sta di fatto che, se queste misure non dovessero servire, gli indici potrebbero pagare un prezzo, anche per le conseguenze del caro-materie prime sulle decisioni riguardanti i tassi. Un petrolio stabilmente a quota 100 rinfocolerebbe le sirene dell’inflazione, anche se in questo caso la sua causa sarebbe la carenza di offerta, di fronte a cui una stretta monetaria non ha senso.
Dati sul lavoro americano, una medaglia a due facce
Sulle decisioni riguardanti i tassi (precisamente quelli americani) potrebbero influire anche i dati Usa sul lavoro recentemente comunicati. Il Bureau of Labor Statistics ha rilevato una percentuale di disoccupazione stabile e pari al 4,1%, in linea con le aspettative. Nel settore privato sono stati assunti 127.000 nuovi lavoratori, contro una previsione di 45.000. Per i mercati queste informazioni hanno un doppio significato: da un lato è una dimostrazione che l’economia Usa tiene; dall’altro anticipa una possibile reazione hawkish della Fed, proprio perché dati buoni sul lavoro non rendono necessario un intervento al ribasso sui tassi di interesse.
Graduale ripresa
Questa settimana rimane comunque l’ultima interlocutoria: presto i mercati dovrebbero tornare pienamente operativi, probabilmente con gradualità fino a metà ottobre. In questo periodo transitorio è possibile uno storno (anche a causa, come abbiamo ricordato, di probabili decisioni di Bce e Fed) seguito forse da un periodo migliore fra circa un mese.
Sembra quindi una scelta prudente la cessione di qualche titolo azionario in portafoglio e, per chi vuole puntare sui bond, un mix che favorisca i decennali.
Il nodo Commerzbank
Proseguono le trattative fra Unicredit e le istituzioni tedesche per gestire il dossier Commerzbank in modo quanto possibile consensuale.
A dettare le condizioni per un’operazione morbida è stata l’Assia, Land in cui si trova Francoforte. In particolare, durante un incontro svoltosi a Wiesbaden, il primo ministro dell’Assia Boris Rhein ha presentato cinque richieste al ceo del gruppo bancario Andrea Orcel: Commerzbank dovrà restare autonoma e tedesca; rimanere quotata in Borsa; mantenere quartier generale e ruoli apicali a Francoforte; non cambiare il brand; conservare il corporate banking, evitando che venga dirottato in HypoVereinsbank, società tedesca del gruppo Unicredit.
La maratona tedesca di Orcel proseguirà con il vertice con il vicecancelliere tedesco, nonché ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, previsto a Berlino il 14 settembre. Nel breve, anche per ottenere la collaborazione delle autorità tedesche, Unicredit non ha nessun interesse a intaccare l’autonomia di Commerzbank. Nei prossimi anni, però, non è facile prevedere se Piazza Gae Aulenti deciderà o meno di intervenire sulle centrali di costo, come spesso accade nelle operazioni di consolidamento.
La ristrutturazione di Volkswagen
Sempre in Germania è stata data luce verde al progetto di ristrutturazione di Volkswagen, presentato dall’ad Oliver Blume. L’accordo ha coinvolto il Land della Bassa Sassonia (che è anche azionista del colosso automobilistico) e i sindacati, ma non è tutto rose e fiori. Anzi. L’azienda automobilistica taglierà 50.000 posti di lavoro, di cui circa metà in Germania.
Saranno anche ridimensionati del 50% circa entro il 2035 i modelli attualmente in commercio. Alla fine, le forze sindacali hanno dovuto accettare un compromesso che non piace a molti. E che non vede alternative praticabili, anche se i licenziamenti soffiano sul fuoco del voto anti-sistema presente e (probabilmente) futuro.
Oro, l’Olanda lo mette a Londra
Dopo la Francia, l’Olanda. La Banca Centrale dei Paesi Bassi ha alleggerito la presenza delle sue riserve auree conservate negli Stati Uniti, spostando tra marzo e agosto 86 tonnellate d’oro da Usa e Canada alla Gran Bretagna. L’operazione è stata effettuata tramite una vendita di oro in Nordamerica e un riacquisto contestuale a Londra, alle stesse condizioni di mercato. Il motivo dell’operazione è stato chiarito direttamente dall’istituto: il trasferimento punta ad aumentare la possibilità di reagire all’instabilità geopolitica mondiale. Evidentemente, la banca centrale dei Paesi Bassi ha ritenuto più semplice smobilizzare e utilizzare l’oro in caso di conservazione delle riserve in Gran Bretagna piuttosto che in Nordamerica. Una possibilità per ora solo teorica, dato che il governatore Olaf Sleijpen ha dichiarato che un utilizzo del “tesoretto giallo” non è in agenda – ma che comunque è necessario prepararsi a eventuali crisi. Oltre al desiderio di raggiungere un mix più efficiente, non è però escluso (anche se nessuno lo dice) che le autorità monetarie olandesi abbiano ceduto ai timori di eventuali decisioni impulsive di Donald Trump. Ora, l’oro olandese (612,4 tonnellate, che a fine 2025 valevano 72,2 miliardi di euro) è per il 32,1% in Gran Bretagna, per il 30,8% in patria e per il 18,5% ciascuno negli Stati Uniti e in Canada. Nessuna mossa, invece, da Banca d’Italia, che lascia tutto come prima: delle 2.452 tonnellate d’oro, il 44% circa è in Italia, il 43% circa è negli Stati Uniti; seguono Svizzera e Gran Bretagna con percentuali a una cifra. L’Italia ha un ruolo strategico nel Mediterraneo, e questo può contribuire al mantenimento del mix attuale. C’è anche la supposizione che la massiccia custodia dell’oro negli Stati Uniti dipenda da vecchie clausole legate al trattato di pace della seconda guerra mondiale, ma queste sono naturalmente rumours che non hanno (e non possono avere) riscontri ufficiali.
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Il rischio di inflazione fa volare i bond
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il Golfo Persico torna a infiammarsi, e la ripresa delle ostilità impatta sulle materie prime. In particolare, il Brent supera nuovamente i 90 dollari al barile, mentre la quotazione del gas ad Amsterdam è sopra i 70 euro al megawattora. I timori dell’esplosione dei prezzi si intensificano, e non solo per greggio, metano e settori correlati: lo Stretto di Hormuz trasformato in Far West rischia di avere un impatto drammatico sul passaggio del grano e sui fertilizzanti in transito per i Paesi meno abbienti, rinnovando il rischio (già sottolineato più volte) di una catastrofe umanitaria.
Ai massimi
In questo scenario, che vede aumentare pericolosamente i rischi di inflazione in tutto il mondo, si sta verificando una massiccia vendita di obbligazioni governative su scala globale. Vendita che ha spinto i bond a valori che non si registravano da almeno 15 anni in Francia e Germania, mentre il decennale giapponese raggiunge il 3% per la prima volta dal 1996. Altra epoca, altre condizioni. A rendere più marcata la tendenza al rialzo globale sono le performance molto alte del decennale americano, spinte anche dal debito pubblico record, che costringono gli altri governativi a fornire un rendimento minimo se non in linea, almeno non troppo distante rispetto alle obbligazioni dello Zio Sam. Il ciclo rialzista dei bond dovrebbe comunque aver raggiunto il suo top. Detto questo, il mercato equity non fa quasi una piega, il che è decisamente sorprendente. Le Borse, almeno per ora, sembrano in grado di attutire gli stimoli forti provenienti dalle crisi geopolitiche (con il decollo delle obbligazioni) e dall’intelligenza artificiale, mostrandosi in pieno controllo della situazione.
In attesa delle banche centrali
I mercati, al momento, sono sostenuti dalla grande attesa dell’imminente quotazione di Anthropic. Ma il quadro sarà più chiaro dopo il Labor Day americano, che ricorre l’8 settembre e che segnerà la ripartenza a pieno regime delle Borse Usa dopo il periodo estivo. Presto si dovrebbe poter tracciare la possibile direzione che prenderanno i mercati e capire se è arrivato il momento della tanto attesa correzione.
La possibile sorpresa (positiva o negativa) è però dietro l’angolo: Donald Trump ha disperatamente bisogno che almeno una delle due guerre in corso (Iran e Ucraina) finisca, per cercare di evitare la débâcle nelle elezioni di mid term in programma a novembre. Nel caso in cui le armi dovessero tacere almeno su un fronte, rendendo la pressione inflattiva più sopportabile, le Borse potrebbero ricevere un beneficio, rimandando l’eventuale storno. Influiranno sull’andamento dei mercati anche le decisioni delle banche centrali sull’opportunità o meno di stringere le viti della politica monetaria: un eventuale rialzo dei tassi di interesse sarebbe problematico per i tecnologici. Una scelta di questo tipo potrebbe infatti prolungare gli alti rendimenti dei bond, obbligando le azioni dell’intelligenza artificiale ad alzare l’asticella degli utili attesi.
Cambio di rotta
Il rialzo dei rendimenti decisamente anomalo dell’obbligazionario sembra consigliare agli investitori di aumentare queste posizioni, facendo però attenzione a equilibrare la durata, con acquisto maggiore di decennali rispetto ai biennali. La situazione sembra invece suggerire cautela sull’azionario, su cui sembra consigliabile non aumentare le posizioni fino al prossimo storno. Ciò vale più o meno per tutte le piazze principali, ma ancora di più per il Nasdaq, che già a luglio ha assistito a una grande correzione per i “magnifici sette” e ora sembra avere più motivi per scendere che non per salire. Anche se non ci si aspettano crolli, ma un rientro da alcuni eccessi. Stesso discorso si può fare per le criptovalute, anche se attualmente sono protagoniste di un ciclo rialzista.
IA, investimenti macroscopici
Intanto, la crescita esponenziale del settore IA ha un prezzo. Le bigtech made in Usa, infatti, dovranno dotarsi di data center e altre infrastrutture gigantesche (oltre che spendere tanto in energia elettrica) per sostenere lo sviluppo del settore. Secondo una previsione della Bce, i grandi gruppi tecnologici potrebbero aver bisogno di 1.000 miliardi di dollari da utilizzare per investimenti in conto capitale entro il 2028 (praticamente domani). E si sa: i finanziamenti li si va a cercare dove ci sono, senza badare troppo ai confini di Stato. Per ora, sono in giro 40 miliardi di bond; ci si chiede che cosa succederebbe se questa cifra aumentasse a dismisura. L’Eurotower teme che questo sbarco in massa delle bigtech nel mercato europeo sia in grado di aumentare i costi di finanziamenti per le aziende del nostro continente, introdurre il rischio di esposizione esagerata nei confronti dei gruppi IA e creare concorrenza con i titoli di Stato europei, danneggiando il settore. Su quest’ultimo punto, però, occorre anche ricordare che le istituzioni non possono evitare di acquistare obbligazioni governative, e che i singoli investitori difficilmente abbandoneranno un settore che, nell’immaginario collettivo, è identificato con performance sicure e, quindi, con un’idea di tranquillità.
Banche, finita la pacchia?
Ha fatto parlare un intervento di Andrew Coombs, head of European financials equity research di Citi, che esprime ancora buone sensazioni sulle banche europee, avvertendo però che il trend al rialzo è in dirittura d’arrivo. Secondo l’esponente del gruppo americano, Unicredit rimane buy, ma dovrà affrontare i rischi legati all’operazione Commerzbank.
Nel mentre, in Italia, i fari sono puntati sul risiko bancario interno. Luigi Lovaglio, il cui tentativo di resistere all’offerta Intesa Sanpaolo sembrava disperato, inizia ad accumulare chance di riuscita, anche se Cà de Sass resta favorita. La settimana scorsa, il dossier Siena si è arricchito di due interventi provenienti dal mondo assicurativo: uno dal gruppo Generali, che si è detto disposto a valutare l’ops di Montepaschi sulla sua banca, e uno da Carlo Cimbri, presidente di Unipol, che ha rassicurato sulla permanenza della sede Mps a Siena e sull’assenza di licenziamenti nel caso in cui Intesa vinca la partita. Comunque vada, l’amministratore delegato della banca senese si sta dimostrando un lottatore di prima grandezza. La sua impresa, lo ripetiamo, non è facile, ma non è neanche proibitiva come nei giorni in cui l’aveva lanciata. Anche perché l’idea di un Montepaschi indipendente piace a livello istituzionale, sia al governo, sia a parte dell’opposizione. La politica, è vero, si è affrettata a puntualizzare che la decisione sarà presa unicamente dal mercato; tuttavia, una posizione così netta (e bipartisan) difficilmente potrà essere del tutto ignorata.
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Tre sfide per i mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finan ziari.
Le Borse proseguono il loro andamento tutto sommato fluido, con lievi arretramenti e successivi rimbalzi.
Nessuna correzione importante, almeno per ora, nonostante le sfide che attendono i mercati: la situazione geopolitica, con le solite restrizioni al passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz e la minaccia americana di sanzioni secondarie a chi commercia con l’Iran; il nodo intelligenza artificiale, con i timori di bolla e la quotazione di Anthropic; la situazione del debito pubblico Usa, che ha sfondato quota 40.000 miliardi di dollari, obbligando il Tesoro a intervenire.
Lo Stretto e il D-Day economico
Le questioni geopolitiche sono sempre alla ribalta. Il transito dallo Stretto di Hormuz è ancora problematico, anche se non si comprende se sia completamente chiuso (come sostengono gli iraniani) o semi-aperto (secondo la versione americana). Chiunque abbia ragione, la crisi di un braccio di mare così importante può causare una tragedia umanitaria – per la centralità dello Stretto nella fornitura di fertilizzanti ai Paesi poveri – e le forti difficoltà alle economie del mondo occidentale che sono sotto gli occhi di tutti. Gli Usa hanno provato anche un colpo a sorpresa, proclamando il cosiddetto D-Day economico, cioè una vasta campagna di sanzioni secondarie a chiunque commercerà con l’Iran. L’annuncio, che ha causato il deprezzamento del rial iraniano ai minimi storici, pone prima di tutto un problema di diritto internazionale: ci si chiede con quale autorità un Paese possa cercare di imporre ad altri Stati indipendenti le proprie scelte. In secondo luogo, le restrizioni annunciate da Washington sembrano di difficile realizzazione, dato che a commerciare con Teheran ci sono anche potenze come Russia e soprattutto Cina. Fatto sta che, dopo le incertezze dovute all’annuncio dell’amministrazione americana, le Borse sembrano aver superato il guado, ritenendo la minaccia Usa un allargamento del sistema di sanzioni già in essere, piuttosto che un nuovo embargo anti-iraniano.
Intelligenza artificiale
Per il momento, dunque, i mercati quasi non fanno una piega: i listini sono piuttosto concentrati sull’intelligenza artificiale, con i mai sopiti timori di bolla, i movimenti dei titoli relativi ai semiconduttori, l’attesa dell’imminente trimestrale di Nvidia e soprattutto la quotazione di Anthropic. La valutazione del gruppo di Claude è gigantesca: a oggi si trova a 2.000 miliardi, dollaro più dollaro meno, con capitali ad appena 100 miliardi. La discrasia è chiara: acquistare Anthropic ora presume uno scenario con ricavi e utili di molto superiori nell’arco di tre-quattro anni. Per aderire all’offerta, insomma, è necessario un forte atto di fiducia. Certo è che, in generale, sull’IA si sollevano molti dibattiti: dalla possibilità che il controllo sulla tecnologia possa sfuggire ai rischi per la privacy, dai timori più volte evidenziati di una bolla alle drammatiche ripercussioni sull’occupazione – un pericolo così incombente da influenzare, a suo tempo, la scelta del nome da parte del Pontefice. Fra i rischi evidenziati, però, raramente si evidenzia l‘impatto dell’intelligenza artificiale sull’ambiente. Per poter sviluppare i loro progetti, i grandi gruppi IA devono giocoforza consumare suolo (infatti acquistano grandi estensioni di terreni), energia elettrica e acqua. Nonostante ciò, come detto, in pochi sottolineano il contesto che si sta creando – a differenza di quanto avviene, per esempio, quando si parla di automobili ad alimentazione endotermica. E’ però lecito chiedersi fino a che punto un settore energivoro come l’intelligenza artificiale possa svilupparsi in progressione geometrica senza una regolamentazione anche da questo punto di vista.
L’esplosione del debito americano
Il debito pubblico lordo americano ha varcato per la prima volta nella storia l’asticella dei 40.000 miliardi di dollari. Il deficit annuale è di 3.600 miliardi, al 6% sul pil. Con questi numeri, che definire enormi non è un’esagerazione, sembra incredibile che Washington continui a godere degli ottimi rating da parte delle agenzie specializzate. Le istituzioni americane sono comunque intervenute con tempestività: quando i Treasury trentennali hanno raggiunto rendimenti che non si vedevano da 20 anni (fino a 5,35%) il dipartimento del Tesoro, guidato da Scott Bessent, ha annunciato il riacquisto di titoli di Stato, raddoppiando il buyback da 2 a 4 miliardi per operazione. Risultato: la recompra, che si estenderà dal 9 settembre al 4 novembre, ha calmato le acque sul fronte obbligazioni governative, abbassando il trentennale intorno a 5,20%, considerato alla stregua di un livello che non si deve valicare. Ora, la palla passa alla Fed e alle altre banche centrali, che a settembre saranno chiamate a decidere se mantenere i tassi al livello attuale o alzarli, presumibilmente di 25 punti base, per prevenire l’inflazione.
Materie prime
Il Brent è sceso, anche se di poco, sotto i 90 dollari al barile, ma il prezzo è comunque alto, sostenuto dai venti di guerra in Iran e Ucraina. Lunedì scorso l’oro è tornato a correre, superando i 4.650 dollari l’oncia – anche se i massimi sono ancora a distanza. Il nuovo rally del metallo giallo (affiancato dall’argento) dipende in gran parte dal buyback americano e dalle esigenze di proteggersi dall’inflazione, ma anche dalla situazione fiscale negli Usa. In generale, le materie prime sono viste come un efficace mezzo per proteggersi dall’inflazione; tuttavia, se le loro quotazioni si incrementano, salgono i prezzi. E, ça va sans dire, creano nuova inflazione. Il classico gatto che si morde la coda. La crescita delle obbligazioni governative e la questione dei tassi hanno influito anche sul ritorno in scena dei bitcoin, mai così alti da tre mesi: in questo caso influisce anche l’interesse per gli stablecoin legati al dollaro e ai tassi.
Lovaglio, lascia o raddoppia?
La prossima settimana, con il rientro di gran parte degli investitori, avremo le idee più chiare sui prossimi trend borsistici.
In Italia potremo esaminare le reazioni degli indici alle due offerte di Luigi Lovaglio, impegnato nel difficile tentativo di portarsi a casa Banca Generali (operazione difficile) e Banco Bpm (impresa ancora più complicata). Si può certamente sottolineare la complessità della doppia sfida lanciata dall’amministratore delegato di Montepaschi (che, se vogliamo, è tripla, dato che coinvolge la controllata Mediobanca). Tuttavia, occorre riconoscere che Lovaglio sta dimostrando coraggio e caparbietà. Se il suo “salvataggio sulla linea” riuscisse, sarebbe salvaguardata l’integrità di una banca storica, oltre che la permanenza di un grande polo nel mondo del credito e della finanza italiani.
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Salgono i rendimenti dei bond. E le Borse frenano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finan ziari.
Dopo alcuni giorni di tranquillità, ieri le Borse hanno rallentato un po’ dappertutto. Varie le cause della frenata. La principale, a nostro giudizio, è il rialzo dei rendimenti sulla curva titoli governativi, che ha risentito dei problemi di deficit e di finanza pubblica. Il decennale italiano rende ora intorno al 4,05% e quello francese persino di più (4,10%), mentre il Bund tedesco è a quota 3,20% – un livello incredibile, dato che il 1 gennaio 2022 era ancora a -0,30%. In questo modo, le performance delle obbligazioni governative si impongono come serie alternative agli investimenti in Borsa e rendono meno attraenti i listini. Inoltre, i già citati problemi di finanza pubblica causano maggiori oneri finanziari e il rischio di un aumento della tassazione, che giocoforza abbasserebbe gli utili delle società e, di conseguenza, inciderebbe sugli investimenti nei mercati finanziari.
Preoccupazioni dal Golfo
Oltre al rialzo dei rendimenti dei bond, a far rallentare le Borse ci sono altre due cause strutturali. La prima è la scadenza dei 60 giorni di tregua (non rispettata né, finora, rinnovata) fra Stati Uniti e Iran e la complicazione crescente delle trattative riguardanti la crisi del Golfo. A complicare le cose, gli annunci e i controannunci (come la minaccia, proferita da Donald Trump, di bombardare l’Oman dopo l’accordo di Mascate con Teheran) che hanno alimentato la percezione di una fine non imminente delle ostilità. Con logiche conseguenze sui costi delle materie prime: il Brent ha superato quota 90 e il prezzo del gas sulla piazza di Amsterdam è attualmente a più di 60 euro al mwh.
Bolla IA, nuovi timori
Al segno rosso in Borsa hanno contribuito anche i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, rinfocolati da un documento Bce, firmato da cinque economisti dell’Eurotower (Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola). Secondo lo studio, pubblicato sul blog della banca centrale. gli entusiasmi borsistici per l’intelligenza artificiale (negli Usa, ma anche in Europa) rendono molto probabile un futuro storno, che potrebbe riverberarsi negativamente anche sui mercati dell’Eurozona. Al momento, sotto i riflettori dell’IA c’è la quotazione di Anthropic al Nasdaq: l’operazione, prevista per il prossimo autunno, potrebbe superare persino quella (gigantesca) di SpaceX e diventare la maggiore offerta pubblica iniziale di tutti i tempi. Per ora, a parlare sono i dati dell’azienda di Claude, che ha raggiunto, nel secondo trimestre di quest’anno, ricavi preliminari oltre 11,5 miliardi di dollari, contro i 787 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. I numeri, pur impressionanti, non giustificano tuttavia la maxi-valutazione dell’azienda.
Dollaro debole
In questo quadro si inserisce l’indebolimento del dollaro, che veleggia su quota 1,16. Due le ragioni che hanno depresso il biglietto verde: da un lato il deficit americano, che rimane alto per finanziare le guerre; dall’altro la politica dei tassi, che ora sono fermi ma nel prossimo futuro potrebbero alzarsi, e il rialzo dei rendimenti dei bond governativi. Per ora, la moneta americana rimane in area neutrale. Tuttavia, se l’economia Usa dovesse mostrare difficoltà e la guerra proseguisse, non è escluso un approdo verso area 1,20 in tempi medi: tradizionalmente, gli americani reagiscono alle crisi economiche svalutando il dollaro.
Settimana interlocutoria
Agosto, in ogni caso, è ancora nel pieno del suo svolgimento, con il calo strutturale di liquidità e la rarefazione degli scambi. Salvo eventi clamorosi, dunque, dovremmo aspettarci un’altra settimana interlocutoria; poi potremmo iniziare a scorgere i primi segnali relativi ai futuri trend. Forse già prima di fine mese è possibile qualche scricchiolio, che si comincia già a intravedere. I mercati stanno pagando bene da ottobre 2022: prima o poi lo storno dovrà verificarsi. Anche se è impossibile prevederne dimensione e velocità. Ci aspetta un 2027 pieno di ostacoli e di sfide: guerre apparentemente senza fine, geopolitica, banche centrali, elezioni di mid term negli Stati Uniti, crisi migratorie, possibili dimissioni di Christine Lagarde, anticipate per consentire a Emmanuel Macron di svolgere il ruolo di pivot nella scelta del successore prima di fine mandato. Magari proprio le scadenze e le problematiche sempre più all’orizzonte convinceranno vari investitori a portare a casa le performance accumulate, accelerando la correzione delle Borse.
Risiko: il fortino di Lovaglio…
L’estate calda del risiko continua a dettare l’agenda di agosto. A rivelarsi protagonista di questa fase è Montepaschi, nel mirino di Intesa Sanpaolo. Se l’operazione andasse in porto, però, sarebbe alto il rischio di uno smembramento del colosso creditizio senese: una parte (compresa Mediobanca) sarebbe destinata al gruppo guidato da Carlo Messina, un’altra (635 filiali) inclusa nell’operazione gestita da Unipol, che vedrebbe l’integrazione con Bper. A quest’ultima tranche spetterebbe la conservazione della denominazione storica. Lo “spezzatino” non piace a Siena, ma neppure al governo: la premier Giorgia Meloni, in un’intervista a MilanoFinanza, ha auspicato che Mps non venga smembrata (soluzione auspicata anche da Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, che ha però sottolineato l’assoluta autonomia del mercato nella decisione). La moral suasion di Giorgia Meloni è stata particolarmente apprezzata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, che ha insistito sul valore dell’integrità dell’istituto. L’amministratore delegato della banca senese ha proposto l’esempio di una centrale elettrica: “se tu la separi in due“, ha detto, ”non necessariamente le due parti danno lo stesso contributo in termini di energia. E poi il Monte è una cosa particolare: ha un’anima e le anime non si possono separare”. Se Lovaglio cerca di opporsi in tutti i modi all’operazione che vede come preda Mps, il governo tedesco cerca un’onorevole via d’uscita nel dossier Unicredit-Commerzbank. Berlino ha infatti mostrato un’apertura alla cessione del 12,7% in suo possesso, naturalmente a certe condizioni. Tra queste, l’esecutivo tedesco mette la conferma del ruolo rivestito dalla banca nell’economia tedesca, il mantenimento della sede operativa in patria e la conferma del livello occupazionale, importantissimo in una fase in cui sembra messa in discussione la solidità del sistema-Germania.
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Le trimestrali spingono i tecnologici
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le trimestrali, che con pochissime eccezioni hanno premiato le società tecnologiche, spingono in alto le Borse più orientate ai titoli dell’innovazione. Il rimbalzo prima del Nasdaq, poi del Nikkei e del Kospi, tornato in “verde” dopo aver perso circa il 40% in un mese, sono state mosse dalle aspettative dei dati e hanno quindi anticipato la diffusione delle trimestrali. Lo avevamo ricordato più volte: prima di tracciare un quadro completo della situazione si sarebbero dovuti attendere i risultati a giugno 2026: con ottimi dati, anche i listini avrebbero risposto. E così è stato.
Scenario incerto
Ciò, naturalmente, non significa che le Borse d’ora in poi saliranno senza intoppi. Le trimestrali hanno infatti attenuato trend al ribasso che prima o poi potrebbero riemergere con correzioni violente. Nello stesso modo, non è detto che il tanto temuto rischio-bolla sia del tutto scampato. Il primo rimbalzo è solitamente quello più sano, ma potrebbe essere messaggero di buone notizie come di cattive. Perché le bolle si presentano con un andamento a zig zag: prima lo storno, poi il primo rimbalzo particolarmente forte, poi ancora le due forze alternate e sempre più attenuate, con salite meno convincenti che anticipano il crollo. Per ottenere indicazioni più precise, questi due mesi potrebbero rivelarsi molto importanti. Agosto sembra avere un’intonazione ragionevolmente discreta; da settembre rientreranno tutti gli operatori sul mercato e sarà possibile tracciare una previsione più completa. Intanto, chi ha fatto trading sulle correzioni dei titoli tecnologici potrebbe trovare utile vendere metà della posizione, mentre chi ha costruito un portafoglio più strutturale farebbe meglio a mantenere le sue azioni.
Nuove trattative in vista?
Oltre che sui tecnologici, le Borse sono sintonizzate sull’ennesimo tentativo di trattative nel Golfo e sulle nuove speranze di pace. Il nodo è Hormuz: l’obiettivo di Donald Trump è di tornare alla situazione precedente al conflitto, quando lo stretto era liberamente navigabile, senza cioè pedaggi o restrizioni. Il che non è scontato: anzi, fa molta paura la possibilità che ai balzelli a Hormuz si possano aggiungere disagi (o addirittura chiusure) a Bab el Mandeb, lo stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, controllato dagli Houthi (con le rotte minacciate anche dai pirati somali). Tra le due situazioni ci sono però importanti differenze: l’Iran ha un esercito molto ben armato, su cui la Cina ha investito 400 miliardi in infrastrutture e armamenti; gli Houthi sono un gruppo che dipende mani e piedi da Teheran e che sarebbe più semplice arginare. A far paura è anche il rischio di emulazione: se altri Paesi che controllano strozzature marittime dovessero imitare queste operazioni, il mondo si troverebbe catapultato in un insostenibile sistema di balzelli di tipo medievale. Con una ricaduta insostenibile sui costi di materie prime e fertilizzanti.
Fed, nulla di fatto
Anche la Federal Reserve, come la Banca Centrale Europea, ha scelto la via della stabilità sui tassi: il consiglio ha deciso a maggioranza di non elevare le percentuali, mantenendo la forbice su 3,50%-3,75% (tre su 12 hanno però votato per un rialzo). E’ probabilmente soddisfatto “a metà” Donald Trump, che ha sempre sostenuto un disgelo monetario ma che, visti gli aumenti di prezzi provocati dalla guerra in Iran, può incassare il contentino di veder evitato un rialzo del costo del dollaro. Il mantenimento dei tassi era abbastanza scontato, anche se negli ultimi giorni di luglio il trentennale Usa aveva raggiunto il rendimento più alto dai tempi dei mutui subprime, e la Fed era stata costretta a intervenire.
Che cosa succederà a dicembre? Nonostante i disaccordi interni, è improbabile che la banca centrale alzi i tassi. Lo si percepisce anche dall’indebolimento del dollaro che si è spinto sopra 1,15: quando il mercato avverte un rischio di stretta monetaria, reagisce spesso sulla valuta con un altolà, rendendo più difficile l’aumento delle percentuali.
Risiko, rombano i motori
Si riaccende alla grande il risiko bancario (e assicurativo). Unicredit è salito a poco più del 50% in Commerzbank, e ora l’atteggiamento dei tedeschi è giocoforza cambiato, trasformandosi da inflessibile nein a tentativi di porre almeno qualche paletto. Bettina Orlopp ha invitato il gruppo di Andrea Orcel a dialogare e collaborare, cercando nello stesso tempo di garantire l’autonomia della banca. L’ad dell’istituto di credito tedesco ha parlato di “dialogo costruttivo” e cercherà di evitare il rischio che Piazza Gae Aulenti tratti direttamente con il governo tedesco e i sindacati “saltando” il board. Unicredit potrebbe tornare impegnata su due fronti: la rinuncia di Banco Bpm al tentativo di fusione paritaria con Mps apre a Orcel l’opportunità di riprovarci con Piazza Meda. Mentre, sul fronte senese, si apre un’autostrada per il tentativo di acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo. A meno che riesca la manovra di Luigi Lovaglio, che sta cercando di tornare sull’unione con Banco Bpm, non più come fusione paritaria ma come acquisizione da parte del Montepaschi. Molto dipenderà dalle decisioni di Crédit Agricole, maggior azionista di Piazza Meda. Inutile dire che su Siena resta favoritissimo il gruppo Intesa Sanpaolo. Se la banca guidata da Carlo Messina e Unicredit riuscissero a piantare due nuove bandierine, crescerebbero nell’azionariato di Generali, che sembra il principale obiettivo del grande risiko (tutto questo mentre Thomas Buberl, amministratore delegato di Axa, ha smentito ogni interesse per l’acquisto di quote del Leone).
Baruffe in Fifa
Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha rinunciato al piano annunciato non molti giorni fa, che prevedeva di costituire una società a fini di lucro per gestire la Coppa del Mondo e, soprattutto, di vendere una quota del 20% circa di questa organizzazione a investitori privati. L’opposizione di Uefa (che ha minacciato di boicottare i Mondiali) e Concacaf e il successivo allineamento della confederazione asiatica ai dissenzienti, oltre alle clamorose dimissioni di Carlos Cordeiro, consigliere di punta di Infantino, lo hanno convinto di non avere i numeri. E ora, il capo del calcio mondiale rischia persino il posto, dato che l’anno prossimo si svolgeranno le nuove elezioni, a meno che almeno 43 federazioni chiedano un’assemblea anticipata, in cui proporre un voto di sfiducia. Oltre al tentativo di privatizzare i Mondiali, a Infantino vengono rimproverate le decisioni solitarie e gli accordi segreti intessuti senza coinvolgere le federazioni. La sua è stata una mossa maldestra per fare entrare i privati nello sport più popolare al mondo. Il contrasto che ne è seguito si è inserito nelle frizioni già esistenti tra Fifa e Uefa, molte delle quali hanno riguardato la spartizione dei proventi e l’organizzazione degli eventi. Il modello seguito da Infantino sembrava ispirarsi al gigantismo degli sport americani, con partite sempre più frequenti e interesse concentrato sulle ultime fasi, con tutto il resto relegato a puro spettacolo con poco agonismo. Mentre i prezzi hanno già raggiunto valori esorbitanti, con buona pace degli sportivi.
La nostra rubrica settimanale sull’economia e le Borse si ferma per una settimana. Torneremo on line il 19 agosto. A tutti voi un augurio di Buon Ferragosto!
Foto di Jakub Żerdzicki su Unsplash










