Pressioni a 360 gradi: i mercati provano a resistere
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le sollecitazioni geopolitiche ed economiche sulle Borse sono sempre più forti, ma i mercati cercano di limitare i danni. La nuova crisi petrolifera, la stretta sui tassi aperta dalla Bce e il dibattito su inquietanti scenari legati all’intelligenza artificiale hanno fatto di tutto per mettere in difficoltà gli indici. Che stanno arretrando, è vero, ma ordinatamente. Senza panico, evidenziando che (almeno per ora) la situazione resta sotto controllo. La resistenza dei mercati a un insieme di circostanze molto negative dimostra ancora una volta la ormai acquisita forza di reazione delle Borse, in grado di predisporre una difesa e di evitare crolli.
Petrolio a tutto gas
Sul fronte mediorientale, alla guerra in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz si è aggiunto il nodo del Mar Rosso, provocato dall’offensiva degli Houthi in Yemen. Le milizie sciite hanno attaccato l’oleodotto Abqaiq–Yanbu, infrastruttura che trasporta il petrolio dalla parte orientale a quella occidentale della penisola arabica, assicurando il passaggio di circa il 4% del greggio venduto in tutto il mondo. Inoltre, gli Houthi si sono resi protagonisti di un’operazione di terra che in 48 ore li ha visti prendere il controllo dell’intera costa del Mar Rosso. Compreso l’imbocco dello stretto di Bab el-Mandeb, che, come Hormuz, è un collo di bottiglia per il transito di greggio e merci in generale. Il portavoce degli Houthi ha affermato che la navigazione nello stretto è “sicura” per tutte le navi, eccettuato quelle saudite. Ma quest’ultimo nodo, da solo, genera pericoli per il commercio del petrolio e per l’economia mondiale, considerato che il suo prezzo è già schizzato vicino a quota 110. Sullo sfondo, gli attacchi incrociati di russi e ucraini ai rispettivi obiettivi energetici: Donald Trump, preoccupato per il diesel al valore record di 6 dollari, ha rivelato l’esistenza di un accordo fra i due belligeranti sullo stop a queste operazioni (anche se l’adesione di Mosca non è sicura). Il complesso quadro internazionale ha portato il greggio, come detto, nella fascia 100-110, con il solito scarto fra Brent e Wti, mentre la quotazione del gas sul mercato di Amsterdam ha superato gli 80 euro. Il che non è certamente il picco-monstre del 2022, ma neppure i 20 euro circa che pagavamo prima del Covid. Preoccupa, tuttavia, la situazione delle scorte in Europa. Tornando al petrolio, i problemi si estendono anche alla lavorazione: secondo Wood MacKenzie, i volumi di greggio raffinati potrebbero diminuire di 1,4 milioni di barili al giorno se le armi in Medio Oriente non dovessero tacere entro fine anno. Lo tsunami provocato dal caro-energia ha le carte in regola per colpire anche l’agricoltura, che utilizza massicciamente il diesel, e la produzione, rischiando di impattare sulle aziende.
Tassi in rampa di lancio
Il terremoto su petrolio e gas e i conseguenti timori di inflazione hanno influenzato anche le banche centrali, avviando una possibile spirale di aumento dei tassi di interesse. Una mossa rischiosa e potenzialmente inutile, perché il vortice inflattivo dipende dal crollo della domanda. A muovere le acque è stata la Banca Centrale Europea, con la crescita di 25 punti base, che secondo le previsioni potrebbe precedere altri quattro interventi restrittivi in 12 mesi: ora si attendono le decisioni della Federal Reserve, prevista per oggi, e della Banca d’Inghilterra. Difficile prevedere le mosse della Fed, che potrebbe cedere al trend rialzista oppure scegliere di mantenere invariato il costo del dollaro, fidandosi di un’economia – quella americana – che resta forte. La Boe, secondo le previsioni, dovrebbe invece mantenere i livelli attuali: lo aveva assicurato il governatore Andrew Bailey, riservandosi un cambio di rotta solo se la quotazione del petrolio dovesse causare aumenti stabili di prezzi. Il risultato di questa pressione sui tassi ha causato, come è noto, un aumento delle performance per le obbligazioni governative: il Btp rende ora il 4,40% e potrebbe non essere finita qui, mentre il decennale americano continua a salire. Anche questa congiuntura contribuisce a deprimere le Borse, colpite dalla concorrenza del reddito fisso. A essere particolarmente penalizzate sono le utility, titoli difensivi utilizzati quasi come strumenti sostitutivi dei bond e che soffrono la competizione creata dalle super performance dei governativi.
Intelligenza artificiale, rischi per la specie umana?
A creare ulteriore scompiglio in una fase già difficile, il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale, alimentato dalle dimissioni del ricercatore Jacob Coxon da Anthropic. Il punto evidenziato dall’esperto informatico è la capacità di autoapprendimento dell’intelligenza artificiale che, secondo la sua analisi, potrebbe spingersi fuori controllo, mettendosi nella posizione persino di minacciare la sopravvivenza della specie umana. L’esternazione di Coxon ha riscosso vari consensi, tanto da far scaturire uno scambio di idee a cui si sono uniti tre big della tecnologia: Dario Amodei di Anthropic, Sam Altman di Open Ai ed Elon Musk, concordi nell’esigenza di “rallentare” i modelli più avanzati di IA. Vari i pericoli evidenziati dal dibattito, dallo studio di un virus letale al controllo quasi totale di internet, fino a falsi allarmi (talmente sofisticati da essere creduti veri) di un attacco nucleare. I meno giovani ricordano il film di fantascienza War Games, risalente al 1983, che descriveva appunto un futuribile disastro bellico causato da una tecnologia fuori controllo. In controtendenza Donald Trump, che ha bollato come “bufala” la preoccupazione dei big della tecnologia. La resistenza a un ripensamento del modello ha motivi facilmente intuibili: la corsa all’intelligenza artificiale è un duello principalmente fra Stati Uniti e Cina; se rallentano i primi, la seconda potrebbe approfittarne (o viceversa). Chen Yixin, responsabile dell’intelligence cinese, ha evidenziato i pericoli che potrebbero essere creati dall’IA (tra questi, la sicurezza, anche ideologica, del partito comunista), precisando però che l’intelligenza artificiale deve essere controllata e non, quindi, rallentata. Il dibattito ha contribuito al periodo difficile delle Borse: specialmente in Asia, dove le reazioni negative si sono riverberate sul settore, molto importante, dei semiconduttori. Meno pregnante la reazione del Nasdaq, che dopo un contraccolpo al ribasso ha recuperato gran parte delle perdite.
I settori su cui puntare
Gli indici stanno cedendo terreno, ma non quanto ci si sarebbe potuti aspettare da un contesto simile. Anche se il quadro attuale obbliga gli investitori alla prudenza e a una maggiore attenzione per l’obbligazionario. Ovviamente, in Italia è consigliabile anche osservare le evoluzioni del risiko: le prossime, possibili mosse di Unicredit sul mercato interno, ma soprattutto il duello fra Intesa Sanpaolo e Mps – la prima intenzionata ad assorbire la banca senese, la seconda in cerca di una via di fuga dall’operazione mediante acquisizioni che rendano il merger impossibile. Nella battaglia senza esclusione di colpi Carlo Messina ha ancora un vantaggio molto forte; tuttavia, in presenza di sponde importanti da Generali e (forse) dalla politica – di maggioranza e di opposizione – Luigi Lovaglio può giocarsi le sue carte. Oltre alle azioni del settore bancario, gli investitori potrebbero iniziare a tenere sotto controllo i titoli del comparto edile, criticato con poca logica e ora in rampa di lancio per le eventuali ricostruzioni post-belliche, dall’Ucraina al Golfo.
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Molti trabocchetti sulla strada dei mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse, il periodo che stiamo vivendo è interlocutorio ma cosparso di molti trabocchetti. Un po’ come avviene nel Gioco dell’oca, disseminato di caselle che obbligano a tornare al via. A partire dal petrolio, ormai quasi in area 100 dollari al barile, spinto anche da una nuova escalation – quella tra gli Houthi dello Yemen e l’Arabia Saudita. Mentre resta in alto anche il gas, che ad Amsterdam è stabilmente sopra i 70 euro a megawattora. La fine della scorsa settimana è stata anche caratterizzata dalla netta vittoria di Alternative für Deutschland nelle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt, piccolo Land dell’ex Germania Est: la destra radicale ha raggiunto quasi il 44% dei suffragi, a cui si deve aggiungere – nel novero dei voti anti-sistema – il 5% dell’ultra sinistra di Bsw. Il “combinato disposto” fra queste sollecitazioni ha indotto i mercati alla cautela, anche se tutto sommato l’influsso delle elezioni locali tedesche è stato limitato. Solo la Borsa di Francoforte ha reagito con un calo contenuto in apertura di settimana, poi parzialmente riassorbito.
In attesa delle banche centrali
Il problema che preoccupa maggiormente i mercati è rappresentato dalle imminenti decisioni delle banche centrali sui tassi. L’ipotesi di un rialzo ha già rinfocolato l’inedita concorrenza dell’obbligazionario, i cui rendimenti sono particolarmente appetibili, soprattutto nei decennali, e pongono i bond come alternativa credibile al settore azionario. Tanto più che sembra probabile che i rialzi sulla curva possano proseguire.
Greggio selvaggio
In ogni caso, è ormai da alcuni anni che le Borse hanno resistito bene all’influsso delle crisi geopolitiche, prestando molta più attenzione agli utili e, appunto, alla politica monetaria delle banche centrali. Certamente, non è dato di sapere che cosa accadrebbe ai listini se i movimenti anti-sistema dovessero vincere le elezioni politiche previste l’anno prossimo in alcuni Paesi, così come è difficile prevedere fino a quando gli indici potrebbero tenere qualora petrolio e gas dovessero restare su questi livelli o addirittura aumentare la loro quotazione. Per ora, la diga regge. Anche perché le aspettative dei mercati tengono conto della decisione dell’Opec+, che manterrà il livello di produzione attuale per cercare di contrastare i picchi del greggio. Sta di fatto che, se queste misure non dovessero servire, gli indici potrebbero pagare un prezzo, anche per le conseguenze del caro-materie prime sulle decisioni riguardanti i tassi. Un petrolio stabilmente a quota 100 rinfocolerebbe le sirene dell’inflazione, anche se in questo caso la sua causa sarebbe la carenza di offerta, di fronte a cui una stretta monetaria non ha senso.
Dati sul lavoro americano, una medaglia a due facce
Sulle decisioni riguardanti i tassi (precisamente quelli americani) potrebbero influire anche i dati Usa sul lavoro recentemente comunicati. Il Bureau of Labor Statistics ha rilevato una percentuale di disoccupazione stabile e pari al 4,1%, in linea con le aspettative. Nel settore privato sono stati assunti 127.000 nuovi lavoratori, contro una previsione di 45.000. Per i mercati queste informazioni hanno un doppio significato: da un lato è una dimostrazione che l’economia Usa tiene; dall’altro anticipa una possibile reazione hawkish della Fed, proprio perché dati buoni sul lavoro non rendono necessario un intervento al ribasso sui tassi di interesse.
Graduale ripresa
Questa settimana rimane comunque l’ultima interlocutoria: presto i mercati dovrebbero tornare pienamente operativi, probabilmente con gradualità fino a metà ottobre. In questo periodo transitorio è possibile uno storno (anche a causa, come abbiamo ricordato, di probabili decisioni di Bce e Fed) seguito forse da un periodo migliore fra circa un mese.
Sembra quindi una scelta prudente la cessione di qualche titolo azionario in portafoglio e, per chi vuole puntare sui bond, un mix che favorisca i decennali.
Il nodo Commerzbank
Proseguono le trattative fra Unicredit e le istituzioni tedesche per gestire il dossier Commerzbank in modo quanto possibile consensuale.
A dettare le condizioni per un’operazione morbida è stata l’Assia, Land in cui si trova Francoforte. In particolare, durante un incontro svoltosi a Wiesbaden, il primo ministro dell’Assia Boris Rhein ha presentato cinque richieste al ceo del gruppo bancario Andrea Orcel: Commerzbank dovrà restare autonoma e tedesca; rimanere quotata in Borsa; mantenere quartier generale e ruoli apicali a Francoforte; non cambiare il brand; conservare il corporate banking, evitando che venga dirottato in HypoVereinsbank, società tedesca del gruppo Unicredit.
La maratona tedesca di Orcel proseguirà con il vertice con il vicecancelliere tedesco, nonché ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, previsto a Berlino il 14 settembre. Nel breve, anche per ottenere la collaborazione delle autorità tedesche, Unicredit non ha nessun interesse a intaccare l’autonomia di Commerzbank. Nei prossimi anni, però, non è facile prevedere se Piazza Gae Aulenti deciderà o meno di intervenire sulle centrali di costo, come spesso accade nelle operazioni di consolidamento.
La ristrutturazione di Volkswagen
Sempre in Germania è stata data luce verde al progetto di ristrutturazione di Volkswagen, presentato dall’ad Oliver Blume. L’accordo ha coinvolto il Land della Bassa Sassonia (che è anche azionista del colosso automobilistico) e i sindacati, ma non è tutto rose e fiori. Anzi. L’azienda automobilistica taglierà 50.000 posti di lavoro, di cui circa metà in Germania.
Saranno anche ridimensionati del 50% circa entro il 2035 i modelli attualmente in commercio. Alla fine, le forze sindacali hanno dovuto accettare un compromesso che non piace a molti. E che non vede alternative praticabili, anche se i licenziamenti soffiano sul fuoco del voto anti-sistema presente e (probabilmente) futuro.
Oro, l’Olanda lo mette a Londra
Dopo la Francia, l’Olanda. La Banca Centrale dei Paesi Bassi ha alleggerito la presenza delle sue riserve auree conservate negli Stati Uniti, spostando tra marzo e agosto 86 tonnellate d’oro da Usa e Canada alla Gran Bretagna. L’operazione è stata effettuata tramite una vendita di oro in Nordamerica e un riacquisto contestuale a Londra, alle stesse condizioni di mercato. Il motivo dell’operazione è stato chiarito direttamente dall’istituto: il trasferimento punta ad aumentare la possibilità di reagire all’instabilità geopolitica mondiale. Evidentemente, la banca centrale dei Paesi Bassi ha ritenuto più semplice smobilizzare e utilizzare l’oro in caso di conservazione delle riserve in Gran Bretagna piuttosto che in Nordamerica. Una possibilità per ora solo teorica, dato che il governatore Olaf Sleijpen ha dichiarato che un utilizzo del “tesoretto giallo” non è in agenda – ma che comunque è necessario prepararsi a eventuali crisi. Oltre al desiderio di raggiungere un mix più efficiente, non è però escluso (anche se nessuno lo dice) che le autorità monetarie olandesi abbiano ceduto ai timori di eventuali decisioni impulsive di Donald Trump. Ora, l’oro olandese (612,4 tonnellate, che a fine 2025 valevano 72,2 miliardi di euro) è per il 32,1% in Gran Bretagna, per il 30,8% in patria e per il 18,5% ciascuno negli Stati Uniti e in Canada. Nessuna mossa, invece, da Banca d’Italia, che lascia tutto come prima: delle 2.452 tonnellate d’oro, il 44% circa è in Italia, il 43% circa è negli Stati Uniti; seguono Svizzera e Gran Bretagna con percentuali a una cifra. L’Italia ha un ruolo strategico nel Mediterraneo, e questo può contribuire al mantenimento del mix attuale. C’è anche la supposizione che la massiccia custodia dell’oro negli Stati Uniti dipenda da vecchie clausole legate al trattato di pace della seconda guerra mondiale, ma queste sono naturalmente rumours che non hanno (e non possono avere) riscontri ufficiali.
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Il rischio di inflazione fa volare i bond
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il Golfo Persico torna a infiammarsi, e la ripresa delle ostilità impatta sulle materie prime. In particolare, il Brent supera nuovamente i 90 dollari al barile, mentre la quotazione del gas ad Amsterdam è sopra i 70 euro al megawattora. I timori dell’esplosione dei prezzi si intensificano, e non solo per greggio, metano e settori correlati: lo Stretto di Hormuz trasformato in Far West rischia di avere un impatto drammatico sul passaggio del grano e sui fertilizzanti in transito per i Paesi meno abbienti, rinnovando il rischio (già sottolineato più volte) di una catastrofe umanitaria.
Ai massimi
In questo scenario, che vede aumentare pericolosamente i rischi di inflazione in tutto il mondo, si sta verificando una massiccia vendita di obbligazioni governative su scala globale. Vendita che ha spinto i bond a valori che non si registravano da almeno 15 anni in Francia e Germania, mentre il decennale giapponese raggiunge il 3% per la prima volta dal 1996. Altra epoca, altre condizioni. A rendere più marcata la tendenza al rialzo globale sono le performance molto alte del decennale americano, spinte anche dal debito pubblico record, che costringono gli altri governativi a fornire un rendimento minimo se non in linea, almeno non troppo distante rispetto alle obbligazioni dello Zio Sam. Il ciclo rialzista dei bond dovrebbe comunque aver raggiunto il suo top. Detto questo, il mercato equity non fa quasi una piega, il che è decisamente sorprendente. Le Borse, almeno per ora, sembrano in grado di attutire gli stimoli forti provenienti dalle crisi geopolitiche (con il decollo delle obbligazioni) e dall’intelligenza artificiale, mostrandosi in pieno controllo della situazione.
In attesa delle banche centrali
I mercati, al momento, sono sostenuti dalla grande attesa dell’imminente quotazione di Anthropic. Ma il quadro sarà più chiaro dopo il Labor Day americano, che ricorre l’8 settembre e che segnerà la ripartenza a pieno regime delle Borse Usa dopo il periodo estivo. Presto si dovrebbe poter tracciare la possibile direzione che prenderanno i mercati e capire se è arrivato il momento della tanto attesa correzione.
La possibile sorpresa (positiva o negativa) è però dietro l’angolo: Donald Trump ha disperatamente bisogno che almeno una delle due guerre in corso (Iran e Ucraina) finisca, per cercare di evitare la débâcle nelle elezioni di mid term in programma a novembre. Nel caso in cui le armi dovessero tacere almeno su un fronte, rendendo la pressione inflattiva più sopportabile, le Borse potrebbero ricevere un beneficio, rimandando l’eventuale storno. Influiranno sull’andamento dei mercati anche le decisioni delle banche centrali sull’opportunità o meno di stringere le viti della politica monetaria: un eventuale rialzo dei tassi di interesse sarebbe problematico per i tecnologici. Una scelta di questo tipo potrebbe infatti prolungare gli alti rendimenti dei bond, obbligando le azioni dell’intelligenza artificiale ad alzare l’asticella degli utili attesi.
Cambio di rotta
Il rialzo dei rendimenti decisamente anomalo dell’obbligazionario sembra consigliare agli investitori di aumentare queste posizioni, facendo però attenzione a equilibrare la durata, con acquisto maggiore di decennali rispetto ai biennali. La situazione sembra invece suggerire cautela sull’azionario, su cui sembra consigliabile non aumentare le posizioni fino al prossimo storno. Ciò vale più o meno per tutte le piazze principali, ma ancora di più per il Nasdaq, che già a luglio ha assistito a una grande correzione per i “magnifici sette” e ora sembra avere più motivi per scendere che non per salire. Anche se non ci si aspettano crolli, ma un rientro da alcuni eccessi. Stesso discorso si può fare per le criptovalute, anche se attualmente sono protagoniste di un ciclo rialzista.
IA, investimenti macroscopici
Intanto, la crescita esponenziale del settore IA ha un prezzo. Le bigtech made in Usa, infatti, dovranno dotarsi di data center e altre infrastrutture gigantesche (oltre che spendere tanto in energia elettrica) per sostenere lo sviluppo del settore. Secondo una previsione della Bce, i grandi gruppi tecnologici potrebbero aver bisogno di 1.000 miliardi di dollari da utilizzare per investimenti in conto capitale entro il 2028 (praticamente domani). E si sa: i finanziamenti li si va a cercare dove ci sono, senza badare troppo ai confini di Stato. Per ora, sono in giro 40 miliardi di bond; ci si chiede che cosa succederebbe se questa cifra aumentasse a dismisura. L’Eurotower teme che questo sbarco in massa delle bigtech nel mercato europeo sia in grado di aumentare i costi di finanziamenti per le aziende del nostro continente, introdurre il rischio di esposizione esagerata nei confronti dei gruppi IA e creare concorrenza con i titoli di Stato europei, danneggiando il settore. Su quest’ultimo punto, però, occorre anche ricordare che le istituzioni non possono evitare di acquistare obbligazioni governative, e che i singoli investitori difficilmente abbandoneranno un settore che, nell’immaginario collettivo, è identificato con performance sicure e, quindi, con un’idea di tranquillità.
Banche, finita la pacchia?
Ha fatto parlare un intervento di Andrew Coombs, head of European financials equity research di Citi, che esprime ancora buone sensazioni sulle banche europee, avvertendo però che il trend al rialzo è in dirittura d’arrivo. Secondo l’esponente del gruppo americano, Unicredit rimane buy, ma dovrà affrontare i rischi legati all’operazione Commerzbank.
Nel mentre, in Italia, i fari sono puntati sul risiko bancario interno. Luigi Lovaglio, il cui tentativo di resistere all’offerta Intesa Sanpaolo sembrava disperato, inizia ad accumulare chance di riuscita, anche se Cà de Sass resta favorita. La settimana scorsa, il dossier Siena si è arricchito di due interventi provenienti dal mondo assicurativo: uno dal gruppo Generali, che si è detto disposto a valutare l’ops di Montepaschi sulla sua banca, e uno da Carlo Cimbri, presidente di Unipol, che ha rassicurato sulla permanenza della sede Mps a Siena e sull’assenza di licenziamenti nel caso in cui Intesa vinca la partita. Comunque vada, l’amministratore delegato della banca senese si sta dimostrando un lottatore di prima grandezza. La sua impresa, lo ripetiamo, non è facile, ma non è neanche proibitiva come nei giorni in cui l’aveva lanciata. Anche perché l’idea di un Montepaschi indipendente piace a livello istituzionale, sia al governo, sia a parte dell’opposizione. La politica, è vero, si è affrettata a puntualizzare che la decisione sarà presa unicamente dal mercato; tuttavia, una posizione così netta (e bipartisan) difficilmente potrà essere del tutto ignorata.
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Tre sfide per i mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finan ziari.
Le Borse proseguono il loro andamento tutto sommato fluido, con lievi arretramenti e successivi rimbalzi.
Nessuna correzione importante, almeno per ora, nonostante le sfide che attendono i mercati: la situazione geopolitica, con le solite restrizioni al passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz e la minaccia americana di sanzioni secondarie a chi commercia con l’Iran; il nodo intelligenza artificiale, con i timori di bolla e la quotazione di Anthropic; la situazione del debito pubblico Usa, che ha sfondato quota 40.000 miliardi di dollari, obbligando il Tesoro a intervenire.
Lo Stretto e il D-Day economico
Le questioni geopolitiche sono sempre alla ribalta. Il transito dallo Stretto di Hormuz è ancora problematico, anche se non si comprende se sia completamente chiuso (come sostengono gli iraniani) o semi-aperto (secondo la versione americana). Chiunque abbia ragione, la crisi di un braccio di mare così importante può causare una tragedia umanitaria – per la centralità dello Stretto nella fornitura di fertilizzanti ai Paesi poveri – e le forti difficoltà alle economie del mondo occidentale che sono sotto gli occhi di tutti. Gli Usa hanno provato anche un colpo a sorpresa, proclamando il cosiddetto D-Day economico, cioè una vasta campagna di sanzioni secondarie a chiunque commercerà con l’Iran. L’annuncio, che ha causato il deprezzamento del rial iraniano ai minimi storici, pone prima di tutto un problema di diritto internazionale: ci si chiede con quale autorità un Paese possa cercare di imporre ad altri Stati indipendenti le proprie scelte. In secondo luogo, le restrizioni annunciate da Washington sembrano di difficile realizzazione, dato che a commerciare con Teheran ci sono anche potenze come Russia e soprattutto Cina. Fatto sta che, dopo le incertezze dovute all’annuncio dell’amministrazione americana, le Borse sembrano aver superato il guado, ritenendo la minaccia Usa un allargamento del sistema di sanzioni già in essere, piuttosto che un nuovo embargo anti-iraniano.
Intelligenza artificiale
Per il momento, dunque, i mercati quasi non fanno una piega: i listini sono piuttosto concentrati sull’intelligenza artificiale, con i mai sopiti timori di bolla, i movimenti dei titoli relativi ai semiconduttori, l’attesa dell’imminente trimestrale di Nvidia e soprattutto la quotazione di Anthropic. La valutazione del gruppo di Claude è gigantesca: a oggi si trova a 2.000 miliardi, dollaro più dollaro meno, con capitali ad appena 100 miliardi. La discrasia è chiara: acquistare Anthropic ora presume uno scenario con ricavi e utili di molto superiori nell’arco di tre-quattro anni. Per aderire all’offerta, insomma, è necessario un forte atto di fiducia. Certo è che, in generale, sull’IA si sollevano molti dibattiti: dalla possibilità che il controllo sulla tecnologia possa sfuggire ai rischi per la privacy, dai timori più volte evidenziati di una bolla alle drammatiche ripercussioni sull’occupazione – un pericolo così incombente da influenzare, a suo tempo, la scelta del nome da parte del Pontefice. Fra i rischi evidenziati, però, raramente si evidenzia l‘impatto dell’intelligenza artificiale sull’ambiente. Per poter sviluppare i loro progetti, i grandi gruppi IA devono giocoforza consumare suolo (infatti acquistano grandi estensioni di terreni), energia elettrica e acqua. Nonostante ciò, come detto, in pochi sottolineano il contesto che si sta creando – a differenza di quanto avviene, per esempio, quando si parla di automobili ad alimentazione endotermica. E’ però lecito chiedersi fino a che punto un settore energivoro come l’intelligenza artificiale possa svilupparsi in progressione geometrica senza una regolamentazione anche da questo punto di vista.
L’esplosione del debito americano
Il debito pubblico lordo americano ha varcato per la prima volta nella storia l’asticella dei 40.000 miliardi di dollari. Il deficit annuale è di 3.600 miliardi, al 6% sul pil. Con questi numeri, che definire enormi non è un’esagerazione, sembra incredibile che Washington continui a godere degli ottimi rating da parte delle agenzie specializzate. Le istituzioni americane sono comunque intervenute con tempestività: quando i Treasury trentennali hanno raggiunto rendimenti che non si vedevano da 20 anni (fino a 5,35%) il dipartimento del Tesoro, guidato da Scott Bessent, ha annunciato il riacquisto di titoli di Stato, raddoppiando il buyback da 2 a 4 miliardi per operazione. Risultato: la recompra, che si estenderà dal 9 settembre al 4 novembre, ha calmato le acque sul fronte obbligazioni governative, abbassando il trentennale intorno a 5,20%, considerato alla stregua di un livello che non si deve valicare. Ora, la palla passa alla Fed e alle altre banche centrali, che a settembre saranno chiamate a decidere se mantenere i tassi al livello attuale o alzarli, presumibilmente di 25 punti base, per prevenire l’inflazione.
Materie prime
Il Brent è sceso, anche se di poco, sotto i 90 dollari al barile, ma il prezzo è comunque alto, sostenuto dai venti di guerra in Iran e Ucraina. Lunedì scorso l’oro è tornato a correre, superando i 4.650 dollari l’oncia – anche se i massimi sono ancora a distanza. Il nuovo rally del metallo giallo (affiancato dall’argento) dipende in gran parte dal buyback americano e dalle esigenze di proteggersi dall’inflazione, ma anche dalla situazione fiscale negli Usa. In generale, le materie prime sono viste come un efficace mezzo per proteggersi dall’inflazione; tuttavia, se le loro quotazioni si incrementano, salgono i prezzi. E, ça va sans dire, creano nuova inflazione. Il classico gatto che si morde la coda. La crescita delle obbligazioni governative e la questione dei tassi hanno influito anche sul ritorno in scena dei bitcoin, mai così alti da tre mesi: in questo caso influisce anche l’interesse per gli stablecoin legati al dollaro e ai tassi.
Lovaglio, lascia o raddoppia?
La prossima settimana, con il rientro di gran parte degli investitori, avremo le idee più chiare sui prossimi trend borsistici.
In Italia potremo esaminare le reazioni degli indici alle due offerte di Luigi Lovaglio, impegnato nel difficile tentativo di portarsi a casa Banca Generali (operazione difficile) e Banco Bpm (impresa ancora più complicata). Si può certamente sottolineare la complessità della doppia sfida lanciata dall’amministratore delegato di Montepaschi (che, se vogliamo, è tripla, dato che coinvolge la controllata Mediobanca). Tuttavia, occorre riconoscere che Lovaglio sta dimostrando coraggio e caparbietà. Se il suo “salvataggio sulla linea” riuscisse, sarebbe salvaguardata l’integrità di una banca storica, oltre che la permanenza di un grande polo nel mondo del credito e della finanza italiani.
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Salgono i rendimenti dei bond. E le Borse frenano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finan ziari.
Dopo alcuni giorni di tranquillità, ieri le Borse hanno rallentato un po’ dappertutto. Varie le cause della frenata. La principale, a nostro giudizio, è il rialzo dei rendimenti sulla curva titoli governativi, che ha risentito dei problemi di deficit e di finanza pubblica. Il decennale italiano rende ora intorno al 4,05% e quello francese persino di più (4,10%), mentre il Bund tedesco è a quota 3,20% – un livello incredibile, dato che il 1 gennaio 2022 era ancora a -0,30%. In questo modo, le performance delle obbligazioni governative si impongono come serie alternative agli investimenti in Borsa e rendono meno attraenti i listini. Inoltre, i già citati problemi di finanza pubblica causano maggiori oneri finanziari e il rischio di un aumento della tassazione, che giocoforza abbasserebbe gli utili delle società e, di conseguenza, inciderebbe sugli investimenti nei mercati finanziari.
Preoccupazioni dal Golfo
Oltre al rialzo dei rendimenti dei bond, a far rallentare le Borse ci sono altre due cause strutturali. La prima è la scadenza dei 60 giorni di tregua (non rispettata né, finora, rinnovata) fra Stati Uniti e Iran e la complicazione crescente delle trattative riguardanti la crisi del Golfo. A complicare le cose, gli annunci e i controannunci (come la minaccia, proferita da Donald Trump, di bombardare l’Oman dopo l’accordo di Mascate con Teheran) che hanno alimentato la percezione di una fine non imminente delle ostilità. Con logiche conseguenze sui costi delle materie prime: il Brent ha superato quota 90 e il prezzo del gas sulla piazza di Amsterdam è attualmente a più di 60 euro al mwh.
Bolla IA, nuovi timori
Al segno rosso in Borsa hanno contribuito anche i timori di bolla dell’intelligenza artificiale, rinfocolati da un documento Bce, firmato da cinque economisti dell’Eurotower (Malin Andersson, Johannes Breckenfelder, Stefano Corradin, Kalin Nikolov e Maria Antonietta Viola). Secondo lo studio, pubblicato sul blog della banca centrale. gli entusiasmi borsistici per l’intelligenza artificiale (negli Usa, ma anche in Europa) rendono molto probabile un futuro storno, che potrebbe riverberarsi negativamente anche sui mercati dell’Eurozona. Al momento, sotto i riflettori dell’IA c’è la quotazione di Anthropic al Nasdaq: l’operazione, prevista per il prossimo autunno, potrebbe superare persino quella (gigantesca) di SpaceX e diventare la maggiore offerta pubblica iniziale di tutti i tempi. Per ora, a parlare sono i dati dell’azienda di Claude, che ha raggiunto, nel secondo trimestre di quest’anno, ricavi preliminari oltre 11,5 miliardi di dollari, contro i 787 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. I numeri, pur impressionanti, non giustificano tuttavia la maxi-valutazione dell’azienda.
Dollaro debole
In questo quadro si inserisce l’indebolimento del dollaro, che veleggia su quota 1,16. Due le ragioni che hanno depresso il biglietto verde: da un lato il deficit americano, che rimane alto per finanziare le guerre; dall’altro la politica dei tassi, che ora sono fermi ma nel prossimo futuro potrebbero alzarsi, e il rialzo dei rendimenti dei bond governativi. Per ora, la moneta americana rimane in area neutrale. Tuttavia, se l’economia Usa dovesse mostrare difficoltà e la guerra proseguisse, non è escluso un approdo verso area 1,20 in tempi medi: tradizionalmente, gli americani reagiscono alle crisi economiche svalutando il dollaro.
Settimana interlocutoria
Agosto, in ogni caso, è ancora nel pieno del suo svolgimento, con il calo strutturale di liquidità e la rarefazione degli scambi. Salvo eventi clamorosi, dunque, dovremmo aspettarci un’altra settimana interlocutoria; poi potremmo iniziare a scorgere i primi segnali relativi ai futuri trend. Forse già prima di fine mese è possibile qualche scricchiolio, che si comincia già a intravedere. I mercati stanno pagando bene da ottobre 2022: prima o poi lo storno dovrà verificarsi. Anche se è impossibile prevederne dimensione e velocità. Ci aspetta un 2027 pieno di ostacoli e di sfide: guerre apparentemente senza fine, geopolitica, banche centrali, elezioni di mid term negli Stati Uniti, crisi migratorie, possibili dimissioni di Christine Lagarde, anticipate per consentire a Emmanuel Macron di svolgere il ruolo di pivot nella scelta del successore prima di fine mandato. Magari proprio le scadenze e le problematiche sempre più all’orizzonte convinceranno vari investitori a portare a casa le performance accumulate, accelerando la correzione delle Borse.
Risiko: il fortino di Lovaglio…
L’estate calda del risiko continua a dettare l’agenda di agosto. A rivelarsi protagonista di questa fase è Montepaschi, nel mirino di Intesa Sanpaolo. Se l’operazione andasse in porto, però, sarebbe alto il rischio di uno smembramento del colosso creditizio senese: una parte (compresa Mediobanca) sarebbe destinata al gruppo guidato da Carlo Messina, un’altra (635 filiali) inclusa nell’operazione gestita da Unipol, che vedrebbe l’integrazione con Bper. A quest’ultima tranche spetterebbe la conservazione della denominazione storica. Lo “spezzatino” non piace a Siena, ma neppure al governo: la premier Giorgia Meloni, in un’intervista a MilanoFinanza, ha auspicato che Mps non venga smembrata (soluzione auspicata anche da Marco Osnato, presidente della commissione Finanze alla Camera, che ha però sottolineato l’assoluta autonomia del mercato nella decisione). La moral suasion di Giorgia Meloni è stata particolarmente apprezzata da Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, che ha insistito sul valore dell’integrità dell’istituto. L’amministratore delegato della banca senese ha proposto l’esempio di una centrale elettrica: “se tu la separi in due“, ha detto, ”non necessariamente le due parti danno lo stesso contributo in termini di energia. E poi il Monte è una cosa particolare: ha un’anima e le anime non si possono separare”. Se Lovaglio cerca di opporsi in tutti i modi all’operazione che vede come preda Mps, il governo tedesco cerca un’onorevole via d’uscita nel dossier Unicredit-Commerzbank. Berlino ha infatti mostrato un’apertura alla cessione del 12,7% in suo possesso, naturalmente a certe condizioni. Tra queste, l’esecutivo tedesco mette la conferma del ruolo rivestito dalla banca nell’economia tedesca, il mantenimento della sede operativa in patria e la conferma del livello occupazionale, importantissimo in una fase in cui sembra messa in discussione la solidità del sistema-Germania.
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Le trimestrali spingono i tecnologici
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Le trimestrali, che con pochissime eccezioni hanno premiato le società tecnologiche, spingono in alto le Borse più orientate ai titoli dell’innovazione. Il rimbalzo prima del Nasdaq, poi del Nikkei e del Kospi, tornato in “verde” dopo aver perso circa il 40% in un mese, sono state mosse dalle aspettative dei dati e hanno quindi anticipato la diffusione delle trimestrali. Lo avevamo ricordato più volte: prima di tracciare un quadro completo della situazione si sarebbero dovuti attendere i risultati a giugno 2026: con ottimi dati, anche i listini avrebbero risposto. E così è stato.
Scenario incerto
Ciò, naturalmente, non significa che le Borse d’ora in poi saliranno senza intoppi. Le trimestrali hanno infatti attenuato trend al ribasso che prima o poi potrebbero riemergere con correzioni violente. Nello stesso modo, non è detto che il tanto temuto rischio-bolla sia del tutto scampato. Il primo rimbalzo è solitamente quello più sano, ma potrebbe essere messaggero di buone notizie come di cattive. Perché le bolle si presentano con un andamento a zig zag: prima lo storno, poi il primo rimbalzo particolarmente forte, poi ancora le due forze alternate e sempre più attenuate, con salite meno convincenti che anticipano il crollo. Per ottenere indicazioni più precise, questi due mesi potrebbero rivelarsi molto importanti. Agosto sembra avere un’intonazione ragionevolmente discreta; da settembre rientreranno tutti gli operatori sul mercato e sarà possibile tracciare una previsione più completa. Intanto, chi ha fatto trading sulle correzioni dei titoli tecnologici potrebbe trovare utile vendere metà della posizione, mentre chi ha costruito un portafoglio più strutturale farebbe meglio a mantenere le sue azioni.
Nuove trattative in vista?
Oltre che sui tecnologici, le Borse sono sintonizzate sull’ennesimo tentativo di trattative nel Golfo e sulle nuove speranze di pace. Il nodo è Hormuz: l’obiettivo di Donald Trump è di tornare alla situazione precedente al conflitto, quando lo stretto era liberamente navigabile, senza cioè pedaggi o restrizioni. Il che non è scontato: anzi, fa molta paura la possibilità che ai balzelli a Hormuz si possano aggiungere disagi (o addirittura chiusure) a Bab el Mandeb, lo stretto che unisce il Mar Rosso al Golfo di Aden, controllato dagli Houthi (con le rotte minacciate anche dai pirati somali). Tra le due situazioni ci sono però importanti differenze: l’Iran ha un esercito molto ben armato, su cui la Cina ha investito 400 miliardi in infrastrutture e armamenti; gli Houthi sono un gruppo che dipende mani e piedi da Teheran e che sarebbe più semplice arginare. A far paura è anche il rischio di emulazione: se altri Paesi che controllano strozzature marittime dovessero imitare queste operazioni, il mondo si troverebbe catapultato in un insostenibile sistema di balzelli di tipo medievale. Con una ricaduta insostenibile sui costi di materie prime e fertilizzanti.
Fed, nulla di fatto
Anche la Federal Reserve, come la Banca Centrale Europea, ha scelto la via della stabilità sui tassi: il consiglio ha deciso a maggioranza di non elevare le percentuali, mantenendo la forbice su 3,50%-3,75% (tre su 12 hanno però votato per un rialzo). E’ probabilmente soddisfatto “a metà” Donald Trump, che ha sempre sostenuto un disgelo monetario ma che, visti gli aumenti di prezzi provocati dalla guerra in Iran, può incassare il contentino di veder evitato un rialzo del costo del dollaro. Il mantenimento dei tassi era abbastanza scontato, anche se negli ultimi giorni di luglio il trentennale Usa aveva raggiunto il rendimento più alto dai tempi dei mutui subprime, e la Fed era stata costretta a intervenire.
Che cosa succederà a dicembre? Nonostante i disaccordi interni, è improbabile che la banca centrale alzi i tassi. Lo si percepisce anche dall’indebolimento del dollaro che si è spinto sopra 1,15: quando il mercato avverte un rischio di stretta monetaria, reagisce spesso sulla valuta con un altolà, rendendo più difficile l’aumento delle percentuali.
Risiko, rombano i motori
Si riaccende alla grande il risiko bancario (e assicurativo). Unicredit è salito a poco più del 50% in Commerzbank, e ora l’atteggiamento dei tedeschi è giocoforza cambiato, trasformandosi da inflessibile nein a tentativi di porre almeno qualche paletto. Bettina Orlopp ha invitato il gruppo di Andrea Orcel a dialogare e collaborare, cercando nello stesso tempo di garantire l’autonomia della banca. L’ad dell’istituto di credito tedesco ha parlato di “dialogo costruttivo” e cercherà di evitare il rischio che Piazza Gae Aulenti tratti direttamente con il governo tedesco e i sindacati “saltando” il board. Unicredit potrebbe tornare impegnata su due fronti: la rinuncia di Banco Bpm al tentativo di fusione paritaria con Mps apre a Orcel l’opportunità di riprovarci con Piazza Meda. Mentre, sul fronte senese, si apre un’autostrada per il tentativo di acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo. A meno che riesca la manovra di Luigi Lovaglio, che sta cercando di tornare sull’unione con Banco Bpm, non più come fusione paritaria ma come acquisizione da parte del Montepaschi. Molto dipenderà dalle decisioni di Crédit Agricole, maggior azionista di Piazza Meda. Inutile dire che su Siena resta favoritissimo il gruppo Intesa Sanpaolo. Se la banca guidata da Carlo Messina e Unicredit riuscissero a piantare due nuove bandierine, crescerebbero nell’azionariato di Generali, che sembra il principale obiettivo del grande risiko (tutto questo mentre Thomas Buberl, amministratore delegato di Axa, ha smentito ogni interesse per l’acquisto di quote del Leone).
Baruffe in Fifa
Il presidente della Fifa Gianni Infantino ha rinunciato al piano annunciato non molti giorni fa, che prevedeva di costituire una società a fini di lucro per gestire la Coppa del Mondo e, soprattutto, di vendere una quota del 20% circa di questa organizzazione a investitori privati. L’opposizione di Uefa (che ha minacciato di boicottare i Mondiali) e Concacaf e il successivo allineamento della confederazione asiatica ai dissenzienti, oltre alle clamorose dimissioni di Carlos Cordeiro, consigliere di punta di Infantino, lo hanno convinto di non avere i numeri. E ora, il capo del calcio mondiale rischia persino il posto, dato che l’anno prossimo si svolgeranno le nuove elezioni, a meno che almeno 43 federazioni chiedano un’assemblea anticipata, in cui proporre un voto di sfiducia. Oltre al tentativo di privatizzare i Mondiali, a Infantino vengono rimproverate le decisioni solitarie e gli accordi segreti intessuti senza coinvolgere le federazioni. La sua è stata una mossa maldestra per fare entrare i privati nello sport più popolare al mondo. Il contrasto che ne è seguito si è inserito nelle frizioni già esistenti tra Fifa e Uefa, molte delle quali hanno riguardato la spartizione dei proventi e l’organizzazione degli eventi. Il modello seguito da Infantino sembrava ispirarsi al gigantismo degli sport americani, con partite sempre più frequenti e interesse concentrato sulle ultime fasi, con tutto il resto relegato a puro spettacolo con poco agonismo. Mentre i prezzi hanno già raggiunto valori esorbitanti, con buona pace degli sportivi.
La nostra rubrica settimanale sull’economia e le Borse si ferma per una settimana. Torneremo on line il 19 agosto. A tutti voi un augurio di Buon Ferragosto!
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Nuovo crollo delle Borse asiatiche
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Calano nuovamente a picco le Borse asiatiche, trascinate dal crollo dei titoli tecnologici legati ai semiconduttori. In particolare, tra le azioni in rosso al Kospi c’è ancora Samsung Electronics. A pagare dazio è probabilmente il rientro brusco dagli eccessi legati alla catena di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale.
Il caso coreano
È particolarmente significativo il caso della Corea del Sud. L’indice Kospi aveva toccato il proprio massimo il 22 giugno, registrando un’impressionante performance di circa il 130% rispetto ai minimi precedenti. La successiva correzione, che nell’ulrimo mese ha riportato le quotazioni indietro di circa il 33%, è stata tanto rapida quanto violenta. Analogamente, Samsung, pur avendo perso una parte consistente dei guadagni, mantiene ancora una performance di circa il 71% dall’inizio dell’anno. Naturalmente, un movimento di questa portata non può essere sottovalutato. La successione di ribassi sta diventando sempre più marcata e rappresenta un segnale che merita attenzione. Tuttavia, se la fase ribassista dovesse arrestarsi agli attuali livelli, il bilancio complessivo rimarrebbe comunque eccezionale, con rendimenti ancora ben superiori alla media storica. Ciò che desta maggiore preoccupazione è soprattutto l’intensità dell’ultima correzione: dopo una salita tanto ripida, anche le prese di profitto tendono a essere proporzionalmente più violente. Nonostante ciò, allo stato attuale appare poco probabile che il Kospi e Samsung possano cancellare integralmente i consistenti progressi realizzati nella prima parte dell’anno.
Sette contro tutti
Il Nasdaq, da parte sua, è in recupero rispetto al mese scorso, ma ancora leggermente sotto i livelli di inizio anno. L’indice tecnologico sta ancora scontando la correzione dovuta alla salita troppo vorticosa dei sette titoli più capitalizzati. Tra questi e il resto delle azioni si è verificata una dicotomia che mostra grafici del tutto differenti: il recupero è da attribuire ai medio-piccoli, mentre i big frenano.
Europa tranquilla
In questa situazione, l’Europa continua ad apparire immune: i tecnologici sembrano influenzare ben poco la dinamica finanziaria del Vecchio Continente, i cui listini contengono in gran parte titoli dell’economia tradizionale. Le Borse europee hanno ben altre arene in cui dimostrare ancora una volta la loro resilienza. In particolare, la crisi del Golfo, con i suoi effetti sulle materie prime: dopo l’escalation, che pur per un tempo limitato aveva sbalzato il petrolio anche oltre quota 100, è ora la volta della nuova sospensione dei raid Usa all’Iran, che ha subito riportato il greggio nella fascia 80/90. E che ha riacceso le speranze che questa guerra finisca. Le Borse, insomma, scommettono su una soluzione della crisi, e su un pur lento ritorno alla normalità. Ricordando sempre che, in condizioni di questo tipo, con i prezzi ci è andata ancora bene: Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ha puntualizzato che non dobbiamo strapparci i capelli per la benzina a 2 euro, ma ritenerci fortunati che il carburante non sia arrivato a 3, come avrebbe tranquillamente potuto fare.
Il peggio deve ancora venire?
Attenzione però: lo shock petrolifero non è finito. Anzi, potrebbe non essere ancora giunto nella sua fase più problematica. Lo afferma persino la Banca Centrale Europea, che in una nota fa scattare il preallarme: l’incertezza, afferma l’Eurotower, rimane alta, e l’impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi pienamente. In altri termini, sulla crisi di Hormuz e i suoi effetti su Borse ed economia reale potremmo non avere ancora visto il peggio. La banca centrale si pone in osservazione, riservandosi di valutare le conseguenze del vortice energetico. Non limitandosi ai problemi derivanti dal petrolio: il faro della squadra incaricata di tenere sotto controllo i prezzi sarà infatti puntato anche sulle tariffe del gas, ancora molto alte. Soprattutto, aggiungiamo noi, in un quadro che vede la scarsità di scorte per il prossimo inverno, e l’imminente chiusura definitiva degli approvvigionamenti dalla Russia.
Bce ferma
Il monitoraggio Bce riguarda le conseguenze del caro-energia sull’inflazione. Che però, lo ricordiamo ancora, è legata all’offerta: in queste condizioni, una nuova stretta monetaria rischierebbe di creare le condizioni per una fase recessiva. Finora, comunque, l’Eurotower non ha mosso le acque, e nella riunione di luglio ha mantenuto i tassi al 2,25% con una decisione unanime. Non si è dunque ripetuta la mossa al rialzo dello scorso giugno. Si è rivelata errata, almeno finora, la previsione dei mercati, che scommettevano su tre rialzi a breve: solo una nuova impennata duratura del petrolio (e del gas) potrebbe rovesciare questo approccio.
Dazio che viene, dazio che va
Intanto, Donald Trump introduce nuovi dazi in varie parti del mondo (a cominciare da Brasile, Giappone e Australia), questa volta per un presunto scarso impegno contro le importazioni di prodotti realizzati tramite lavoro forzato. Un’accusa respinta al mittente in maniera particolarmente vigorosa dal Brasile, che ha ricordato di essere stato più volte riconosciuto dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro per il suo impegno in prima linea contro questa piaga. I tentativi di Trump di trovare nuovi sbocchi per applicare tariffe potrebbero essere gli ultimi: oltre alla sentenza della Corte Suprema americana, si stanno verificando manifestazioni di insofferenza nel Congresso e le elezioni di mid term sono sempre più vicine. Nel mentre, le aziende iniziano a recuperare le tariffe definite illegali dalla Corte Suprema americana. E lo fanno senza particolari ostacoli. Lo ha affermato Jean-Philippe Kohl, vicedirettore dell’associazione delle imprese tecnologiche elvetiche Swissmem, che in una dichiarazione alla Sonntags Zeitung si è detto “sorpreso” di quanto le operazioni di recupero si stiano rivelando relativamente “facili” e “senza intoppi”. Questo non significa che il tira e molla sui dazi non abbia provocato molti problemi ad aziende e Paesi di tutto il mondo. Tra chi è uscito malconcio non c’è, però, l’Italia: per la nostra economia è diminuito il commercio transoceanico di vino, ma, prendendo in esame tutti i settori produttivi, nel complesso sono addirittura aumentate le esportazioni. Il saldo positivo dimostra la forza della nostra industria.
Pogačar rende più ricco il Tour
Il Tour de France appena concluso ha avuto due vincitori: il “marziano” Tadej Pogačar, che ha letteralmente dominato la corsa ponendo il quinto sigillo sulla Grande Boucle, e le casse di Aso, organizzatore della gara. Oggi, la “corsa gialla” vale 150 milioni circa di euro in ricavi fra diritti televisivi, sponsorizzazioni e contributo economico versato dalle località sede della partenza o dell’arrivo di una tappa. Tra gli appassionati sorge però un dubbio: le vittorie di Pogačar e lo spettacolo che questo fuoriclasse sa offrire quasi ogni giorno fanno bene alle casse del Tour e del ciclismo? Oppure il dominio assoluto dello sloveno, che rende molto spesso scontati i risultati delle gare a cui partecipa, finirà per far perdere interesse, e ulteriori guadagni? Propendiamo per il primo scenario. Un fuoriclasse che riesce a emozionare gli spettatori con le sue imprese non può che avvicinare televisioni e sponsor. E suscitare interesse. Lo dimostrano le masse di persone che si accalcano a bordo strada, anche nei giorni lavorativi, mettendo qualche volta in difficoltà (e a rischio) i corridori intenti a scalare una grande montagna. Inoltre, in un periodo in cui, tra Giochi Olimpici e Mondiali di calcio, l’accesso dei tifosi è sempre più caro ed esclusivo, il ciclismo offre nella maggior parte dei casi spettacolo gratuito agli appassionati, dimostrandosi ancora una volta lo sport della gente.
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Le Borse ignorano il bluff di Donald Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Mentre tornano le ostilità nel Golfo, Donald Trump minaccia di applicare alle navi una tassa del 20% del valore economico della merce trasportata, in cambio della protezione Usa per il transito per lo Stretto di Hormuz. La nuova trovata del presidente americano è stata tuttavia accolta dalle Borse come una boutade: gli indici l’hanno praticamente ignorata, classificandola come il “solito” bluff.
Nuovo tonfo a Seul
Intanto si è verificato un nuovo tonfo a Seul, che però (almeno per ora) ha avuto pochi effetti sui mercati. Nonostante le possibili avvisaglie sui titoli tecnologici, il Kospi è ancora sotto controllo, dato il poderoso avanzamento registrato nel 2026. Tuttavia, se il trend continuasse le Borse di tutto il mondo potrebbero iniziare a raddrizzare le antenne, soprattutto se un eventuale grafico in picchiata dovesse toccare soprattutto i titoli Ict e intelligenza artificiale.
Rotazione settoriale
Per il resto prosegue la rotazione settoriale, che rende incerti gli investimenti più focalizzati: i listini europei veleggiano tranquilli e in alcuni casi esprimono prestazioni brillanti, ma ciò dipende dai settori trainanti (ultimamente quello industriale), che compensano quelli in forte calo (come, di questi tempi, il riarmo). In altri termini, se si indovina l’area di investimento è possibile portare a casa buoni margini, ma se la si sbaglia si rischia di perdere il 10% in un attimo. Anche per questo motivo, in questa fase è consigliabile puntare sugli indici e mantenere il mix di portafoglio. In attesa delle semestrali.
“Nulla è più come prima”
Con la nuova impennata, causata dalla nuova fase di instabilità nel Golfo, il greggio ha lasciato la comfort zone della forbice 70-80 dollari al barile per raggiungere la fascia 80-90. Ma a preoccupare maggiormente i consumatori non è il petrolio ma il gas, il cui prezzo è tornato a 50 euro al kilowattora. In un quadro che vede stoccaggi molto bassi e conseguenti rischi su costi pere aziende e famiglie. In generale sembra quindi condivisibile la dichiarazione di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, secondo cui nulla è come prima e la situazione ci obbliga a scelte nuove per il dopo-Hormuz. Tutto vero. Se non che, l’urgenza di una nuova politica per l’energia era chiara anche quattro anni fa: nonostante i rincari in bolletta, le aziende e le famiglie hanno fatto i salti mortali per quadrare i bilanci, e ogni intervento correttivo di qui in avanti, pur doveroso, sarà comunque tardivo.
Intelligenza artificiale energivora
A proposito di consumi, uno studio Surfshark rivela che l’energia utilizzata ogni giorno dalle richieste a ChatGpt basterebbe per climatizzare Bologna, Firenze o Bari. Secondo il rapporto, con il numero globale di richieste che ogni giorno vengono inviate alla sola ChatGpt (2,5 miliardi circa) si potrebbero alimentare circa 200.000 condizionatori per 24 ore. Climatizzando per un giorno una città di medie dimensioni. “Ogni richiesta a ChatGpt produce una quantità stimata di 4,32 grammi di Co2”, ha detto Tomas Ivanaitis, head of data Ai di Surfshark. “L’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale rappresenta la parte più rilevante del problema, perché richiede la capacità di un numero enorme di server che consumano elettricità 24 ore su 24, sette giorni su sette”. Che “devono essere raffreddati, e questo processo consuma milioni di litri d’acqua. L’intelligenza artificiale contribuisce in modo significativo alle emissioni di gas serra ed è quindi necessaria una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti nel suo sviluppo e utilizzo. Anche usare l’IA in modo sostenibile nella vita di tutti i giorni è importante”. Il che non significa rinunciare a questa nuova tecnologia, ma utilizzarla con più criterio. Sembra però che questa tematica non sia troppo popolare: quando si tratta di intervenire sul settore automobilistico i fari sono tutti puntati, ma in altri ambiti (intelligenza artificiale, appunto, ma anche criptovalute e voli privati) l’attenzione magicamente svanisce.
‘”Effetto Maradona”
Intanto, si parla ancora di tassi, specialmente alla luce del rischio inflazione causato, ancora una volta, dal caro energia. Se molte previsioni vanno in direzione di una stretta monetaria, a esprimere un parere controcorrente è Jp Morgan, secondo cui la corsa verso il rialzo dei tassi è una sorta di illusione. Per spiegare questo strano fenomeno, la banca d’affari ha offerto un’immagine suggestiva: “Maradona”, ha detto Jp Morgan, “faceva credere di andare da una parte, poi segnava gol dall’altra. Nello stesso modo, le banche centrali affermano che alzeranno i tassi, ma non lo faranno”. L’effetto Maradona, appunto. Lo scenario potrebbe rivelarsi realistico, ma l’analisi serve soprattutto a suscitare attenzione e dibattito. E per farlo utilizza un’immagine forte – quella, appunto, del Pibe de Oro, proprio mentre si avvicina la riedizione di Argentina-Inghilterra ai Mondiali – in grado di incuriosire il lettore.
Italiani, sale il tesoretto familiare
Chi sembra passarsela bene, nonostante tutto, sono le famiglie italiane, la cui ricchezza è cresciuta, dal 2020 a oggi, di 1.600 miliardi di euro, raggiungendo un patrimonio totale di quasi 6.500 miliardi. A svelare questo dato uno studio della Fabi (Federazione autonoma bancari italiani), sindacato di categoria dei dipendenti degli istituti di credito. A stupire ancora di più è la natura diversificata dell’allocazione del denaro: soldi sul conto ce ne sono ancora molti, ma si osserva chiaramente la crescita della componente finanziaria (pari a 1.103,3 miliardi in più, +113%). A farsi notare sono anche i fondi comuni e le polizze assicurative. Gli italiani, da tempo risparmiatori, stanno diventando un popolo di investitori? La risposta è no. E’ indubitabile che una parte maggiore del denaro allocato è stata destinata alle Borse, ma è pur vero che la causa sono i rendimenti bassi delle obbligazioni, che giocoforza spostano l’attenzione sull’azionario. Ne è dimostrazione il successo delle aste dei Btp: quando l’investimento sicuro restituisce ancora una certa performance, gli italiani corrono a sottoscriverlo. Non siamo un paese finanziariamente maturo: spesso si spostano capitali sulle Borse senza sapere bene che cosa sia davvero un investimento azionario.
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Tempo di correzioni. Ma il mercato rimane intonato
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Martedì mattina, l’Europa si è svegliata con numeri inaspettati provenienti dall’Asia: il titolo Samsung è calato dello 9,8% e le azioni Sk Hynix (in attesa di quotarsi anche al Nasdaq) sono scese dell’11%. La performance negativa delle due azioni ha contribuito ad affossare l’indice sudcoreano Kospi, che ha chiuso al -8%. A prima vista, un tonfo inaspettato, viste le ottime prestazioni dei tecnologici a Wall Street, e considerato che Samsung ha previsto, per il secondo semestre 2026, un utile operativo di 58,44 miliardi di dollari, con un aumento di 19 volte. La fase orso a Seul ha rinfocolato i timori, sempre presenti, di bolla dell’intelligenza artificiale. Ma, prima di essere tentati dal catastrofismo, è bene guardare i numeri in Borsa del primo semestre, che hanno visto il Kospi salire di oltre il 141% e la stessa Samsung del 130% circa. Di fronte a queste percentuali, anche un calo vicino al 10% non può essere considerato un crollo, anche se naturalmente occorre sempre prestare attenzione ai numeri.
Quando l’eccezionalità è scambiata per normalità
Lo abbiamo ricordato più volte: quando la comunità finanziaria si abitua alla crescita prolungata di un titolo, o di un settore, o ancora di un indice, finisce di aspettarsi sempre risultati mirabolanti, come se questi fossero la normalità. E invece non è così: se gli incrementi sono geometrici, prima o poi ci si deve attendere uno storno, anche di grandi dimensioni. Che non deve essere per forza una bolla, ma può rivelarsi (come la maggior parte delle volte) un movimento dovuto alla normale dinamica degli scambi. Non per niente, nel recente passato, si è già gridato più di una volta alla bolla dell’intelligenza artificiale, per poi invece osservare che si trattava semplicemente di una fisiologica fase correttiva. Oltre a questo, le ragioni che sono alla base di un trend sono molteplici e cambiano ogni volta. Per esempio, attualmente nel settore tecnologico stiamo vivendo un paradosso: il primo semestre del 2026 ha spinto in alto il comparto, ma il rialzo non è stato trainato dalle sette “grandi”, ma dalle aziende più piccole (si fa per dire), specialmente quelle collegate ai semiconduttori. Il quadro si incrocia con la persistenza della rotazione settoriale, che rende più difficile identificare gli investimenti da scegliere volta per volta.
La volatilità delle materie prime
Nello scorso semestre, a evidenziare una volatilità incredibile sono state le materie prime, influenzate anche dalla guerra nel Golfo: il petrolio, che nelle fasi più problematiche del conflitto si era spinto anche intorno ai 120 dollari al barile, ora veleggia da un po’ di tempo vicino ai 70, non lontano dalla fascia compresa fra i 50 e i 60, che ha contraddistinto la fase pre-bellica. L’oro, da parte sua, ha perso il 20% circa da febbraio, mentre l’alluminio ha raggiunto quota 3.800, per poi ripiegare a 3.100. Ci stiamo orientando su un mercato non facile da interpretare, che vede anche performance non certo brillanti da parte dell’obbligazionario e il rafforzamento del dollaro. Trend, quest’ultimo, che è un po’ una reazione alla lunga fase di discesa dei mesi scorsi (-14% in un anno) e un po’ la conseguenza delle dinamiche dei tassi Fed, da cui ci si aspettava un taglio e che invece, anche per il buono stato dell’economia americana, ha preferito la stabilità.
Barra dritta
In Europa hanno chiuso un buon semestre borsistico banche e difesa, mentre (non è una novità) ha sottoperformato l’auto. Sale l’interesse per le infrastrutture, anche per i lavori preannunciati nel Golfo, che serviranno a costruire vie alternative ai punti critici per il passaggio delle merci. In un periodo, è bene non dimenticarlo, che vede ancora lo Stretto di Hormuz aperto a singhiozzo. Il mercato rimane comunque intonato e le discese, anche brusche, possono creare opportunità d’acquisto: quando un titolo rientra dagli eccessi ed esce dal radar delle correzioni, può essere conveniente aggiudicarselo. Da questa regola, però, sembrano al momento esulare i preziosi, probabilmente entrati in una fase negativa. Ora ci attendono le semestrali, aperte dai dati di Jp Morgan: questi numeri saranno importanti per comprendere se dovremo aspettarci una certa cautela o attenderci un nuovo balzo delle Borse nei prossimi mesi.
Siamo alla frutta?
La notizia di un parassita asiatico che sta distruggendo le colture fa paura ai coltivatori di frutta. L’insetto, a quanto sembra, potrebbe essere in grado di mettere a repentaglio mele e uva, colpendo anche industrie strettamente collegate, come quella del vino. A questa preoccupazione si aggiunge una notizia curiosa che riguarda ancora una volta la frutta: il caldo record di questi giorni ha causato il deperimento più rapido di pesche (soprattutto nettarine) e albicocche. Ciò induce una sovrapproduzione e spinge gli agricoltori a fare di tutto per distribuirle più rapidamente, diminuendo anche i prezzi all’ingrosso. In attesa di scoprire se il parassita farà danni nella nostra economia, i consumatori colpiti da anni di aumenti dovuti all’inflazione possono respirare un po’ con pesche e albicocche. Almeno finché questo caldo record continuerà a persistere.
Google, confermata la sanzione Ue
Niente da fare per Google. E’ stata infatti confermata dalla Corte di giustizia Ue la contravvenzione per abuso di posizione dominante negli smartphone Android. I magistrati europei hanno dunque detto no al ricorso di Mountain View (e della capogruppo Alphabet) contro una sentenza del 2022. Unico cambiamento, il calo della multa da 4,34 a 4,125 miliardi. A prima vista sembra che l’Europa abbia rialzato la testa, anche alla luce delle dichiarazioni di Donald Trump, che ha minacciato una forte ritorsione a suon di nuovi dazi. In realtà, però, la contravvenzione Ue, per Google, è poco più di un buffetto per i bilanci del gruppo. Per le bigtech, sembra così più conveniente andare avanti per la propria strada e pagare le multe, quando comminate.
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Intelligenza artificiale: bolla o non bolla?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Il ritracciamento dei tecnologici, avvenuto la scorsa settimana, sembrava aver portato la famigerata bolla dell’intelligenza artificiale temuta dai mercati. Ma nella giornata (americana) di lunedì è avvenuto l’impensabile: dopo una settimana di sensibile arretramento, il Nasdaq ha invertito la rotta, riprendendosi più del 2%. Nel mentre, il Dow Jones ha raggiunto i massimi.
Dispersione di rendimenti
Naturalmente, non era matematico che si stesse entrando in bolla la scorsa settimana e non è sicuro che il rischio sia completamente sventato ora. Anche perché un dettaglio complica ancora di più l’analisi della situazione. Se sezioniamo un po’ meglio l’andamento dei titoli per dimensione, vediamo infatti che le “magnifiche sette” del Nasdaq hanno fatto ben poco e il rialzo è stato trainato da titoli più piccoli. Il mercato, per la precisione, si è localizzato sulle azioni che stanno a valle degli investimenti dell’intelligenza artificiale. Mentre alcuni colossi, da inizio anno, hanno totalizzato una performance ben poco invidiabile (Oracle ha perso il 25%, Microsoft il 30%) e altri, come Nvidia e Apple, hanno sperimentato una crescita molto leggera. Questi dati evidenziano la difficoltà di impostare, ora come ora, una strategia di investimenti, a causa della grande dispersione di rendimenti tra titoli e settori. In ambito tecnologico, la variabile di cui tenere conto a breve termine sarà Space X, che dal 7 luglio entrerà nel Nasdaq100. Difficile prevedere che cosa accadrà di qui a dieci giorni; è però lecito aspettarsi che a fine anno questo indice si trovi su valori più alti di quelli attuali, ovviamente a meno di fatti clamorosi. Potrebbe però proseguire un andamento eterogeneo, basato ancora una volta sull’attuale dispersione: non stupiamoci se vedremo titoli a +30% e altre azioni a -30%. Il quadro si può estendere anche alle Borse europee, con Milano, sempre da inizio anno, indubbia protagonista di un balzo in avanti, che però è dovuto soprattutto agli energetici. Mentre in Giappone sono pochi i titoli che hanno raddoppiato il loro valore, compensando il calo di gran parte delle altre azioni.
Azioni o obbligazioni?
Analizzando i risultati, si osserva che è stato premiato molto di più il mercato azionario, che è riuscito a navigare su mari tempestosi (prima i dazi, poi la guerra nel Golfo) e che a cavallo del fine settimana è riuscito a non cedere troppo terreno alle sollecitazioni dovute alle nuove schermaglie militari Usa-Iran, dimostrandosi in grado di gestire questa breve fase neutrale-negativa. Sicuramente, da questo lato, avranno beneficio i settori legati alle infrastrutture legate a investimenti per evitare i choke point relativi al passaggio di materie prime e fertilizzanti.
I bond, pur rappresentando un importante strumento di diversificazione, hanno in molti casi perso il loro valore e, se aggiungiamo gli effetti dell’inflazione, hanno spesso smentito l’equazione “bond uguale investimento sicuro”. Pur più volatile, quindi, l’azionario ha reso molto di più rispetto ai bond, nonostante i rischi insiti nella dispersione di rendimenti. Un elemento che rende più sicuro investire sugli indici, piuttosto che su singoli titoli.
Petrolio in picchiata, benzina stabile
Mentre gran parte delle materie prime arretra e l’oro sembra riassestarsi su valori ben lontani dai massimi, il petrolio viaggia a poco più di 70 dollari al barile, raggiungendo in anticipo quello che già poche settimane fa era il prezzo spot a tre mesi. Sebbene Hormuz sia stato riaperto solo parzialmente, dunque, i prezzi di mercato si stanno avvicinando a quelli fatti registrare prima dei bombardamenti all’Iran. Tutto bene per gli automobilisti, dunque? Non proprio. Perché, mentre il petrolio ha abbandonato le tre cifre ormai da un po’ di tempo, i prezzi della benzina al dettaglio restano alti. La Commissione di allerta rapida di sorveglianza sui prezzi, convocata giovedì scorso dall’autorità Garante, ha osservato che, nello stesso periodo in cui il Brent è sceso del 24,2%, la benzina ai distributori è calata di appena il 6,3% e il gasolio del 4,8%. Per affrontare questo problema il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso si è confrontato con le compagnie petrolifere. Argomento della discussione, l’adeguamento del prezzo per gli automobilisti alla quotazione del greggio. L’iniziativa è stata sicuramente apprezzata dai consumatori, a cui sorge spontanea una domanda: per quale motivo quando sale il costo del petrolio il prezzo della benzina si adegua, mentre il fenomeno contrario appare così lento? Sicuramente, l’abbassamento delle tariffe al dettaglio subisce un ritardo rispetto alla quotazione del greggio a causa dell’utilizzo delle scorte, ma questo fenomeno dovrebbe valere anche quando i grafici si impennano e i prezzi salgono.
Risiko bancario, proseguono le mosse dei protagonisti
Sul fronte del risiko bancario, Intesa Sanpaolo ha depositato alla Consob il documento relativo all’opas su Mps: per ogni titolo Montepaschi, Cà de Sass è disposta a offrire 1,6 azioni ordinarie Isp di nuova emissione, più un euro. Si è dunque aperta la corsa alla banca senese (e quindi a Mediobanca, con partecipazioni su Generali annesse): da una parte la favoritissima Intesa Sanpaolo, in alleanza con Biper e Unipol, dall’altra Banco Bpm, che sembra puntare alla difficile difesa della propria indipendenza da un’eventuale nuova sortita di Unicredit da un lato e da un rafforzamento nell’azionariato del Crédit Agricole dall’altro. Certo è che le mosse delle grandi banche rischiano di portare a una situazione di “gigantismo”, che non sembra un risultato positivo per il sistema economico italiano. Perché meno banche in giro è sinonimo di meno concorrenza (e meno offerta sul fronte dei prestiti). A ciò si aggiunge la ricaduta possibile sulla forza lavoro, che già rischia di essere ridimensionata per la crescita dell’intelligenza artificiale in molti processi aziendali.
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