Medio Oriente in fiamme. Ma le Borse tengono

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’attacco di Israele all’Iran e l’apertura di un nuovo conflitto in Medio Oriente hanno diffuso un senso di paura nelle Borse, intimorite soprattutto dal rischio di picchi del petrolio. Ma le perdite evidenziate dagli indici dopo le prime notizie dell’escalation militare sono almeno parzialmente rientrate; si registrano nuove turbolenze, che però sembrano rientrare nelle normali dinamiche di mercato. Nessun maxi-storno, dunque: le Borse dimostrano una resistenza paradossale ai nuovi problemi geopolitici, che piombano sull’economia mondiale in un periodo contraddistinto anche dalla lunga tiritera sui dazi, dalle incertezze sui tassi Fed e dalla crisi dell’automotive. Il petrolio, da parte sua, è stato inizialmente protagonista di un rialzo fortissimo, ma si è poi assestato sui livelli di inizio anno, cioè nella forbice fra i 70 e gli 80 dollari al barile. Occorre considerare che il nuovo conflitto è iniziato mentre in sede Opec+ era in corso un dibattito acceso sul prezzo del petrolio, con l’Arabia Saudita intenzionata a incrementare ulteriormente la produzione (e un conseguente calo dei prezzi) e la Russia strenuamente contraria a questa eventualità: a causa delle sanzioni Mosca sta vendendo sotto costo il suo greggio a India e Cina – che è anche il primo compratore (a sconto) di greggio iraniano.

Le apprensioni sul petrolio

Le Borse hanno dimostrato di non aver perso gli anticorpi per resistere, almeno fino a quando il prezzo del petrolio rimarrà a livelli comunque bassi. Diverso sarebbe se venissero colpiti i terminal petroliferi iraniani, oppure se Teheran decidesse il blocco dello stretto di Hormuz, snodo indispensabile per il passaggio del greggio. In questo caso, si rischierebbe un rincaro di Brent e Wti difficilmente controllabile. Ma l’eventualità è remota, un po’ per il rischio di un intervento militare americano, un po’ perché il blocco dello stretto danneggerebbe anche l’export della Cina, alleata dell’Iran, e gli interessi economici degli altri Paesi del Golfo. E’ quindi probabile che la situazione non si aggravi ulteriormente e che i mercati riescano a digerire anche questi stimoli negativi (come detto, hanno già inviato segnali in questo senso) e si concentrino sui dazi Usa-Cina.

Oro a go-go

Il dollaro, che ai primi attacchi israeliani aveva recuperato terreno, è poi tornato poco sopra le posizioni del giorno prima. L’euro, pur in miglior salute rispetto al biglietto verde, ha comunque perso nel confronto con varie altre monete. A guadagnare, come di consueto nelle crisi geopolitiche, è invece l’oro, che da tempo è tornato bene rifugio, spinto dalla voglia di sicurezza causata dalle sanzioni alla Russia. Il “re dei metalli” ondeggia sulla quota di 3.400 dollari l’oncia, e sembra avere le prerogative per salire stabilmente sopra i 3.500.

De Meo lascia il settore automobilistico

Hanno fatto scalpore le dimissioni di Luca de Meo dalla carica di ceo del gruppo Renault, che guidava da cinque anni. Il manager italiano, che lascerà la casa transalpina il prossimo 15 luglio, ha spiegato la sua scelta con il desiderio – spiega una nota di Renault – di “affrontare nuove sfide al di fuori del settore automobilistico”. Un settore in cui De Meo lavorava dal 1992, e che lo ha visto operare nei ranghi di varie case con ruoli crescenti. Dal prossimo 15 settembre, il top manager entrerà come amministratore delegato in Kering, la multinazionale del lusso di François-Henri Pinault che controlla marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Boucheron, Pomellato, DoDo, Qeelin, Brioni, e Ginori 1735. Le dimissioni di De Meo e la sua separazione dal settore in cui aveva sempre militato preoccupa moltissimo: il dirigente era non solo un dirigente specializzato, ma anche un appassionato di motori fin da bambino. Il clamoroso saluto non solo a Renault, ma all’automotive, è stato interpretato come una manifestazione di pessimismo nel futuro del comparto in Europa, duramente messo alla prova dal green deal di Ursula von der Leyen. La reazione della Borsa alle clamorose dimissioni è stata molto forte: giù le azioni Renault, su i titoli Kering. Un atto di fiducia, quest’ultimo, un po’ troppo istintivo: il manager è certamente capace, ma è nuovo di un settore, come il lusso, che non sta attraversando i suoi giorni migliori, anche a causa della crescente concorrenza cinese.

Il caro-gas mette a rischio le fonderie

La crisi dell’automotive europeo contribuisce anche a crescenti difficoltà per acciaierie e ferriere di alluminio. Pochi veicoli immatricolati causano un calo di produzioni industrali e minori rottami a disposizione, con conseguente dumping: Cina, India e Stati Uniti stanno acquistando i detriti in Europa a prezzi che l’industria Ue non può sostenere. Tutto questo si unisce alla nuova impennata del gas, che potrebbe mettere in ginocchio le fonderie, industrie strutturalmente energivore. L’allarme è stato lanciato pochi giorni fa da Fabio Zanardi, presidente di Assofond, organismo di categoria che, in seno a Confindustria, rappresenta le fonderie italiane. Il settore, ha detto, è in bilico sia a causa dei dazi al 50% su acciaio e alluminio, sia per il rincaro dell’energia. Se i prezzi rimarranno questi, ha detto Zanardi, per le fonderie non ci sarà futuro.

Il mondo nel pallone

Sono intanto iniziati negli Stati Uniti i Mondiali di calcio per club, che alla vigilia del calcio d’inizio erano visti a rischio flop economico, anche a causa della vendita a prezzo di saldo dei molti (carissimi) biglietti non acquistati. In parte, però, la strategia ha limitato i danni: se per le partite con meno appeal gli stadi erano semivuoti, i match più interessanti hanno attirato numerosi tifosi, sfiorando il sold out. Questo fa sperare gli organizzatori in vista delle gare a eliminazione diretta, che vedranno prevedibilmente protagoniste squadre europee e sudamericane. La prima edizione allargata del massimo torneo per club serve comunque agli Stati Uniti per lanciare i prossimi Mondiali di calcio, previsti nel 2026 in Usa, Canada e Messico: se la manifestazione riuscisse nel suo intento, passerebbe in secondo piano anche un eventuale insuccesso economico della kermesse. Quali conseguenze economiche avrebbe, invece, un eventuale mancata qualificazione dell’Italia alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva? La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare. Perché da un lato, il calcio vale il 4% del pil italiano, e una qualificazione degli azzurri, con il conseguente maggior coinvolgimento degli appassionati, andrebbe a generare guadagni indiscutibili per bar, ristoranti e “indotto” pallonaro. Dall’altro, però, i fusi orari nordamericani rischierebbero di obbligare i sostenitori a levatacce o veglie notturne per poter assistere ai match, con la conseguente perdita di produttività, impossibile da quantificare, ma difficilmente confutabile.

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Sorpresa: le Borse recuperano. Ma l'economia soffre ancora

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Pochi si erano spinti anche solo a pensarlo, ma è successo per davvero: le Borse hanno annullato con una velocità inaspettata gli storni dovuti alle tariffe doganali di Donald Trump. E si sono riassestate in breve tempo intorno ai livelli pre-dazi. Ciò che è accaduto è incredibile perché, dati i valori attuali degli indici, il 2 aprile è stato letteralmente cancellato dai mercati. Come se non fosse mai esistito. Ancora una volta, a vincere è stato chi ha mantenuto i nervi saldi: la storia insegna che, salvo pochi e circostanziati crack, è sempre meglio non reagire istintivamente ai crolli degli indici. Con l’aggancio si è tornati a un andamento normale dei trend. In questa logica si inserisce la flessione temporanea delle Borse europee di ieri mattina, dipesa soprattutto dal mancato insediamento del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che per pochi voti non ha ottenuto la maggioranza in prima battuta. Tuttavia, nel pomeriggio il cancelliere ha ottenuto la fiducia in seconda votazione, e le Borse europee hanno completato una rimonta già in atto. Anche il Dax, indice europeo più penalizzato in mattinata, ha evidenziato segnali di recupero.

Anche New York riduce il divario

Anche la Borsa americana, contro il parere e il volere di tutti, è stata protagonista di una netta ripresa: Wall Street è salita al -4% da inizio anno mentre il Nasdaq è ancora un po’ sacrificato (intorno al -7%), ma il momento negativo del dollaro facilita l’investitore europeo nell’acquisto di azioni tecnologiche statunitensi. Attualmente, a fare la differenza fra i mercati Usa e Ue sono i tassi: la Bce li ha tagliati e la Fed no. E’ comunque indubbio che l’amministrazione Trump abbia portato a un riposizionamento di asset azionari sui mercati che trattavano a sconto. I dazi hanno fatto sì che grossi player con centinaia miliardi dollari in gestione abbiano spostato (e lo stiano facendo ancora) flussi continui di acquisti dal mercato americano a quelli europei. E l’Italia, mercato dai multipli bassi, ne ha particolarmente goduto.

La produzione non riparte

Se le Borse sono tornate alla normalità, l’economia reale non si è mossa di un centimetro e subisce un significativo blocco delle attività produttive legato all’effetto-annuncio dei dazi. Ciò colpisce in maniera generalizzata, ma ad accusare il colpo sono in maniera particolare gli Stati Uniti, dove il primo trimestre si è chiuso leggermente in negativo, mentre le materie prime e il petrolio sono in sofferenza perché quotate in dollari. Unica eccezione l’oro, che mantiene la sua posizione ben oltre i 3.000 dollari l’oncia. Il rallentamento dell’economia americana sta proseguendo anche nel secondo trimestre, che verosimilmente chiuderà con dati non positivi.

Slalom parallelo

Intanto, Trump prosegue nel suo andamento a zig-zag. Da un lato tratta con i Paesi europei e – dopo un confronto basato su dazi e controdazi a tre cifre – cerca di negoziare con la Cina. Che a sua volta auspica di raggiungere un accordo ma nel contempo mostra i muscoli (“per oltre 70 anni”, ha dichiarato Xi Jinping, “lo sviluppo della Cina si è fondato sull’autosufficienza e sul duro lavoro”, e mai sugli altri). D’altro canto, nonostante i negoziati con l’Unione Europea e gli abboccamenti con Pechino, l’inquilino della Casa Bianca rilancia sul fronte delle tariffe doganali, annunciandole per i prodotti farmaceutici. Come sembra evidente, Trump ha fatto dei dazi un azzardo da cui partire per negoziare accordi commerciali più favorevoli agli Stati Uniti, ma la situazione gli è sfuggita di mano. E ora cerca in modo confuso di fermare una guerra commerciale senza esclusione di colpi, anche se non rinuncia a nuovi annunci a effetto.

Washington contro Pechino

Sullo sfondo c’è comunque il fil rouge delle sue presidenze, che vede la Cina come nemico numero uno. Washington rimprovera a Pechino di essersi espansa fino a minacciare lo strapotere Usa, e di averlo fatto anche violando regole di mercato e appropriandosi di brevetti e marchi non sempre nel pieno rispetto delle regole Wto. Trump deve quindi muoversi tra questi due fuochi: il rischio di escalation della guerra commerciale e la rivalità sino-americana. Il presidente degli Stati Uniti pensava di avere un’arma per togliere potere al gigante asiatico: il raggiungimento di un accordo fra Russia e Ucraina, che avrebbe potuto spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino favorito dalle sanzioni occidentali. Tuttavia, Putin, Zelensky e la posizione inflessibile di Gran Bretagna e Ue hanno sabotato i suoi sforzi, portando l’inquilino della Casa Bianca (almeno secondo le sue ultime dichiarazioni) a un passo dalla bandiera bianca. Lo stop sul fronte ex sovietico ha reso più urgente un disgelo tra Washington e Pechino, i cui dispetti reciproci non sono certo una cosa nuova: già la prima amministrazione Trump aveva bloccato gli investimenti nuovi in Cina (politica confermata poi da Joe Biden) spingendo poco a poco le aziende americane a delocalizzare in altri Paesi.

Le critiche di Buffett

I dazi di Trump hanno incassato dure critiche anche da parte di Warren Buffett, nel corso dell’annuncio con cui l’imprenditore ha comunicato il proprio pensionamento (a 94 anni) e il conseguente addio a Berkshire Hathaway. “Il commercio può essere un atto di guerra”, ha tuonato l’oracolo di Omaha, integrando una precedente dichiarazione anti-dazi (“le tariffe sono una tassa sulle merci”). La ricetta di Buffett è, diciamo così, conservatrice: gli Stati Uniti devono continuare a scambiare merci con il resto del mondo. Che è poi, ha ricordato, “quello che sappiamo fare meglio”. Queste indicazioni si uniscono a varie altre frasi celebri di Buffett che nel tempo sono assurte quasi a consigli universali, con cui confrontarsi in momenti di crisi o di passaggio epocale. Una su tutte: occorre investire in società che fanno utili, ma soprattutto che esisteranno ancora fra 50 anni. Un aforisma particolarmente attuale, in epoca di fintech che aprono e chiudono e di rischi di nuove bolle.

Petropolis

Mentre in Italia il risiko bancassicurativo è in pieno svolgimento, il palcoscenico dei merger è attivo anche a livello internazionale. Secondo Bloomberg, Shell sta valutando l’acquisto di Bp e avrebbe già commissionato un dossier ai suoi advisor. La maxi-operazione potrebbe essere agevolata da un ulteriore calo del prezzo del petrolio e dalla discesa del titolo della “preda”. Attualmente, Shell vale circa tre volte Bp (149 miliardi di sterline contro 56) e ha in corso un’operazione di riacquisto di azioni proprie. L’acquisizione sarebbe interessante, pur nella sua difficoltà, soprattutto in un periodo così particolare per gli asset petroliferi. Se l’unione si facesse, andrebbe a nascere un “campione inglese” in grado di competere con i maggiori concorrenti americani.

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Borse già orientate alle sfide del 2025

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

In Borsa gli scambi iniziano a rallentare, come di solito succede a metà dicembre. Gli investitori stanno cercando di prevedere le linee guida del 2025, anno che si preannuncia molto particolare e che sarà sicuramente influenzato dall’ingresso in carica dell’amministrazione Trump. Occhi puntati soprattutto sulla guerra russo-ucraina: se il presidente americano eletto riuscisse nell’intento di favorire la pace, o almeno una tregua fra i due Paesi, a beneficiarne sarebbe l’Europa, la cui economia, attualmente in grave difficoltà, potrebbe trovare un certo sollievo. La strategia di Trump è abbastanza chiara: concentrarsi sulla Cina e cercare, mediante un cambiamento di rapporti tra Stati Uniti e Russia, di allentare i rapporti tra Mosca e Pechino, che si sono riavvicinati dopo decenni di gelo a causa delle sanzioni occidentali contro Putin.

Francia in bilico

Dal 2 gennaio in poi inizieremo a intravedere l’intonazione generale dei mercati e le loro aspettative per un anno che, come detto, sarà molto importante dal punto di vista geopolitico. Prima di allora, assisteremo a una chiusura molto positiva per le Borse, nonostante le crescenti difficoltà dei Paesi leader europei. A iniziare dalla Germania, che dopo la sfiducia al governo Scholz andrà alle urne il prossimo febbraio. Per proseguire con la Francia, il cui presidente Emmanuel Macron ha cercato ancora una volta di dar vita a un governo centrista, affidandone la guida all’esperto François Bayrou, mentore dell’inquilino dell’Eliseo, anche se spesso critico nei suoi confronti. Il primo ministro incaricato non ha nascosto la complessità del suo mandato: senza alcuna remora, Bayrou ha affermato che “le chances di incontrare delle difficoltà solo molto maggiori rispetto a quelle di avere successo”, paragonando la sua sfida a un “Himalaya” da scalare. Due le montagne evidenziate da Bayrou: in primo luogo i problemi di “bilancio”; poi le questioni politiche, con la “disgregazione della società”. Concentrandoci sulle questioni economiche, la Francia è in disavanzo primario, con un debito pubblico che continua a crescere e una situazione sottolineata anche da Moody’s, con un declassamento al rating di Aa3 e la possibilità concreta di un indebolimento delle finanze pubbliche. Un rischio, questo, che spaventerebbe qualsiasi primo ministro incaricato, anche se non dovessero sussistere i problemi politici che invece sono ben presenti oltralpe.

Aumento dei salari, l’appello di Draghi…

Il problema della sostenibilità del debito, che sta mettendo in difficoltà la Francia, è stato evidenziato anche da Mario Draghi proprio a Parigi, nel corso del simposio annuale del Centre for Economic Policy Research. Finora, ha detto l’ex presidente della Bce, ci si è basati “sull’utilizzo della domanda estera e sull’esportazione di capitali con livelli salariali bassi”. Una formula che “non sembra più sostenibile”. In altri termini, l’ex presidente della Bce ha riconosciuto che l’Unione Europea non può vivere solo di export, né di delocalizzazione, ma deve creare una domanda intensa. E l’unico modo per farlo è alzare gli stipendi, che (l’Italia ne sa qualcosa) sono sempre più bassi rispetto al costo della vita. Draghi ha esortato l’Ue anche a emettere debito congiunto in grado, secondo la sua analisi, di “creare uno spazio fiscale aggiuntivo da utilizzare per limitare i periodi di crescita inferiore al potenziale”. L’ex banchiere centrale ha comunque ammonito: o si cambia, o la stagnazione proseguirà a frenare l’economia Ue. “Se l’Unione Europea prosegue con il tasso medio di crescita della produttività del lavoro che registra dal 2015, dato che le nostre società invecchiano, tra 25 anni l’economia avrà le stesse dimensioni di oggi”. Mentre, è facile aggiungere, nel resto del mondo il prodotto interno lordo crescerà, riducendo ancora di più il ruolo dell’Europa nello scacchiere internazionale.

… e di Trump

Non è solo Mario Draghi a consigliare un rialzo dei salari. Perché anche Donald Trump, in un’intervista a Cnbc, ha battuto sullo stesso tasto, caldeggiando appunto una crescita degli stipendi, soprattutto quelli più bassi, affinché “le persone si sveglino alla mattina entusiaste di lavorare e di guadagnare bene”. Il presidente eletto ha combinato questa ricetta – che, se applicata, potrebbe dare stimoli a un’economia comunque molto più in salute rispetto a quella europea – ai punti distintivi della sua campagna elettorale, ripetuti pari pari nell’intervista post-elezioni. Primo tra tutti il taglio delle tasse, che secondo i piani della nuova amministrazione americana dovrebbero scendere al 15% per le imprese che producono negli Usa. E poi l’impegno nell’intelligenza artificiale e nelle criptovalute, argomento che ha affascinato The Donald in tempi recenti.

Il futuro delle criptovalute

Evidentemente – contro il volere e il parere di molti – le criptovalute sono entrate in una nuova fase: dopo il grande balzo in avanti, le monete virtuali saranno probabilmente oggetto di investimenti statali, mentre, incassato il successo degli Etf dedicati, i bitcoin entrano nel Nasdaq con Microstrategy, impresa che ne ha 420.000 in tesoreria. L’andamento dei bitcoin potrebbe salire ancora, e ancora, anche se queste dinamiche al rialzo possono sempre nascondere un rischio di bolla e di successivo crollo. I prossimi, probabili aumenti potrebbero dipendere anche (se non soprattutto) dalle limitazioni del protocollo bitcoin, che è stato impostato per emettere 21 milioni di unità, e non uno in più. Per carità: secondo le previsioni non si metterà la parola fine fino al prossimo secolo. Tuttavia, ogni quattro anni l’emissione dimezza, creando una situazione in cui c’è sempre più domanda e sempre meno offerta, con esiti imprevedibili. Tutto questo a meno che si decida di introdurre un nuovo protocollo, cambiando in corsa le regole stabilite dal fantomatico Satoshi Nakamoto, pseudonimo dietro cui si nasconde l’inventore dei bitcoin.

Il maxi-taglio della Bns

Sul fronte della politica monetaria, la Bce ha tagliato i tassi dello 0,25%, proseguendo il trend molto sparagnino che dovrebbe portare l’Eurotower a calare di un ulteriore 2% complessivo entro la fine del prossimo anno. Ha invece destato scalpore il maxi-taglio della Banca Nazionale Svizzera, che ha abbattuto il costo del denaro dello 0,50%. Tra i motivi dell’operazione, il tentativo di arrestare l’ascesa del franco, che però rimane molto alto rispetto al dollaro e soprattutto all’euro. La scarsità di monete in giro e l’altissima richiesta di valuta elvetica rendono vani i tentativi di tornare almeno alla parità con la moneta europea, in passato vista come un rischio e oggi vagheggiata come una chimera. Probabilmente il trend al rialzo del franco proseguirà, a meno che una difficile stabilizzazione dell’economia Ue non porti gli investitori di tutto il mondo ad alleggerirsi sul fronte dei beni rifugio.

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Il mondo è sottosopra. Ma le Borse non si scompongono

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Stiamo davvero attraversando un periodo molto complesso dal punto di vista internazionale. A partire dalla fulminea avanzata delle milizie jihadiste in Siria, che hanno conquistato Damasco a pochi giorni dall’inizio del loro attacco. Per proseguire con l’imbarazzante annullamento del primo turno delle elezioni presidenziali in Romania, con cui la corte costituzionale, sulla base di semplici sospetti relativi ad attività su TikTok, ha dato un colpo di spugna sul processo democratico. Preoccupa anche la crisi di governo in Francia, con la caduta del governo Barnier, che ha aperto una crisi inedita a Parigi, peggiorata ulteriormente dalla precaria situazione economica e dall’impossibilità di convocare le elezioni fino a luglio 2025.

I mercati non reagiscono

Il cocktail tra situazione geopolitica e crisi economica avrebbe le potenzialità per mettere in ginocchio un toro. Ma le Borse sembrano avere gli anticorpi per superare indenni queste gravi difficoltà. Anzi: i mercati crescono. Un esempio su tutti, decisamente paradossale, è quello del Dax: nonostante la recessione e la crisi politica in Germania, il più importante indice azionario tedesco evidenzia un andamento da record, spinto da titoli tecnologici, finanziari e industriali. Non hanno fermato la corsa del Dax verso i massimi neppure i cali dei titoli automobilistici, da tempo nella tempesta. Anche Milano è andata per la sua strada: pur non raggiungendo i massimi, Piazza Affari ha infatti recuperato, soprattutto grazie alle buone prestazioni dei finanziari.

Auto: osservata speciale

Senza le prestazioni negative del settore auto, probabilmente le Borse correrebbero ancora di più. Ma anche qui occorre fare alcuni distinguo. Se le chiusure degli stabilimenti in Germania influiscono in maniera devastante sui titoli, non si può dire altrettanto di Stellantis in Italia. Perché, dopo il tonfo seguito alle dimissioni di Carlos Tavares, il titolo della casa olandese ha pian piano recuperato, riassestandosi a Piazza Affari quasi sui livelli precedenti all’addio dell’ex amministratore delegato. Il valore dei titoli del comparto è comunque ridimensionato: proprio per questo, le azioni automotive potrebbero rivelarsi il cavallo su cui puntare per i prossimi investimenti. Alcuni rumours, oltretutto, rivelano che la spinta verso l’elettrico potrebbe esaurirsi già nel 2025. Secondo queste voci, il primo semestre dell’anno sarà molto duro per il settore, ma poi inizieranno le marce indietro dei governi di tutto il mondo. Europa compresa, dove ci si attendono da una parte il ritorno degli sgravi e dei nuovi contributi per chi acquista auto, dall’altro il ritorno all’endotermico e all’ibrido, accompagnato da studi per sfruttare combustibili alternativi e dal basso impatto ambientale. Con l’esclusione, come detto, dell’elettrico (che oltretutto ecologico non è): un po’ il ruolo devastante che il green deal nella sua versione radicale ha ricoperto nella crisi industriale tedesca ed europea, un po’ l‘impossibilità di trovare l’energia necessaria per alimentare un numero così forte di auto elettriche potrebbero infatti convincere anche la Commissione Ue a un passo indietro. Persino la Cina, che dalle e-cars ha da guadagnare parecchio, sta ridefinendo le sue strategie di mobilità, proprio per la difficoltà di alimentare tutte le vetture elettriche circolanti nel Paese.

Il riposizionamento degli spread

Novità dagli spread, unico ambito che ha risentito in maniera particolare del momento negativo che sta passando la Francia. E’ infatti cresciuto il differenziale tra i titoli di stato transalpini e quelli tedeschi, toccando quota 90 prima di ripiegare su numeri meno preoccupanti, mentre è sceso sotto quota 110 il rapporto Btp-Bund. Per un certo periodo, i due valori si sono avvicinati molto, dando l’impressione di potersi agganciare: sembra che gli investitori che hanno alleggerito la loro posizione su Parigi si siano approvvigionati dei nostri bond per rimpiazzare quelli francesi. E’ anche inutile dirlo: se il differenziale tra Italia e Germania fosse salito così rapidamente come quello transalpino, a Francoforte sarebbero scattati tutti gli allarmi rossi presenti nell’Eurotower. Intendiamoci: la difesa della posizione francese è più che mai corretta, ma ci si sarebbe aspettato un eguale zelo anche quando nella stessa posizione c’era l’Italia. Perché quando si difende un Paese membro – un qualsiasi Paese membro – si difende prima di tutto l’Europa.

Il record dei bitcoin

Ha suscitato scalpore il record stabilito dai bitcoin, che a 16 anni dalla loro comparsa, hanno raggiunto picchi difficilmente pronosticabili. A titolo di esempio, poco più di due anni fa, sul blog della Bce era comparsa una previsione fosca per la criptovaluta: secondo gli autori dell’articolo, i bitcoin avrebbero conosciuto “un ultimo sussulto indotto in modo artificiale prima di avviarsi all’irrilevanza”. Erano i tempi del crac Ftx, che ora sembrano un’altra epoca della storia. E’ però utile ricordare i due “motori” che hanno messo il turbo alle criptovalute: in primo luogo il successo degli Etf sui bitcoin, che hanno rappresentato il 50% di raccolta netta per un gigante come Blackrock; dall’altra, le dichiarazioni entusiastiche di Donald Trump, che ha anche cooptato il cripto-esperto David Sacks nel suo governo. A fare scalpore è stato il cambiamento di prospettiva del presidente eletto degli Stati Uniti: nel corso del suo primo mandato, il tycoon si era schierato in maniera inequivocabilmente contraria al mondo “cripto”, in difesa della centralità del dollaro. A contribuire all’ottimo momento dei bitcoin – per cui ora si profilano persino investimenti statali – è anche l’effetto-moda. Che occulta una domanda più che legittima: che cosa sono davvero le criptovalute? La risposta non è ancora pervenuta, ma i loro picchi positivi e negativi ci suggeriscono che, in realtà, non si tratti d’altro che di investimenti ad alto rischio. Se e quando si trasformeranno da asset digitali ad attività fungibili, forse il loro ruolo sarà più chiaro.

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Stellantis: en attendant Renault?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Che Carlos Tavares non sarebbe rimasto al timone di Stellantis fino a inizio 2026 era voce comune: ci si aspettava una separazione consensuale più o meno a metà 2025. Tuttavia, le sue dimissioni improvvise (e con decorrenza immediata) dalla carica di amministratore delegato hanno destato un certo clamore. Tanto più che il cda ha preso la palla al balzo, ratificando l’addio all’unanimità.
Si parla, a questo proposito, di pressioni sul top manager portoghese in un momento di forte difficoltà per la casa automobilistica, che deve fronteggiare un netto decremento di vendite e di profitti.
Senza, tra l’altro, aver approfittato dei 6 miliardi di garanzie statali ottenute in era Covid – mentre gli azionisti hanno poi incassato 2,6 milioni di dividendi.

Errori strategici
Oltre a tutto questo, spiccano gli errori strategici della gestione Tavares. Come l’assenza di nuovi prodotti, ma soprattutto il grande balzo in avanti sull’auto elettrica, che ha differenziato Stellantis dagli altri costruttori europei. Anche da questo lato, la ex Fiat ha provato a sostentarsi con i soldi pubblici: proprio l’amministratore delegato dimissionario, in una recente audizione in Parlamento, aveva battuto nuovamente cassa con modi arroganti, ricevendo giudizi negativi – cosa più unica che rara – sia dalla maggioranza, sia dalle opposizioni.
Ora, mentre l’azienda è in difficoltà, il suo timoniere la lascia con una liquidazione da 100 milioni di euro. Per carità: tutto precedentemente messo nero su bianco, tutto lecito, tutto legale: come si usa dire, pacta sunt servanda.
Però, è davvero singolare che la remunerazione dei ceo sia indipendente dai risultati. Un amministratore delegato non è uno dei tanti dipendenti, ma un dirigente che guadagna molti soldi e ha l’obiettivo di far crescere l’azienda. Non sembra quindi giusto, in fase di firma del contratto, attribuirgli una retribuzione-maxi anche nel caso in cui gli obiettivi vengano mancati in maniera così clamorosa. E invece questa è prassi comune. E’ la deriva malata del capitalismo, che alla lunga rischia di fare implodere l’intero sistema.

Le chance di una fusione

Le dimissioni di Tavares hanno naturalmente avuto un effetto devastante sulle azioni Stellantis, che hanno subito un crollo. Il mercato ha penalizzato il titolo perché teme un immobilismo sulla scelta del nuovo amministratore delegato. Attualmente il presidente del cda John Elkann ha assunto la guida ad interim, ma non è un manager e non ha grandi competenze in politica industriale: il suo mestiere è un altro.
E’ quindi importante evitare che il board ci metta troppo tempo a trovare il nuovo amministratore delegato del gruppo, affinché vengano tracciate il prima possibile le nuove linee guida dell’azienda. Sempre più osservatori scommettono sulla fusione con Renault, di cui le voci parlano da molto tempo e che sposterebbe in Francia le leve del potere e gli equilibri dell’azienda.
Che il nuovo merger si faccia o no, è possibile che Stellantis diminuisca l’impegno sull’elettrico (pur rispettando le quote minime del 20% di produzione sul totale definite dall’Ue e obbligatorie dall’anno prossimo) o fermi la spinta verso la delocalizzazione, salvando il poco rimasto della produzione italiana di veicoli. In una situazione in cui l’auto italiana è ormai virtualmente distrutta, con una responsabilità che in gran parte è nelle mani proprio della Fiat. La casa di Mirafiori, negli anni, ha acquistato tutte le marche italiane, diventando praticamente monopolista e poi privando, con fusioni e delocalizzazione, l’Italia di un brand e di forza lavoro.

Le Borse vanno per la loro strada

Nonostante il forte calo delle azioni Stellantis, Piazza Affari ha cominciato la settimana con un tono positivo, trainata dal settore bancario. E questo benchè novembre abbia visto la Borsa di Milano perdere il 3,3%, abbastanza in linea con i listini europei e americano: ancora una volta, i mercati si sono dimostrati forti e resistenti alle varie difficoltà economiche e geopolitiche.

Auto sotto i riflettori

Ora, comunque, in Europa e in Italia l’automotive è il sorvegliato speciale. Potrebbe essere la carta su cui puntare, ma non ora: meglio attendere un po’ di tempo e capire se i titoli del settore caleranno ulteriormente, o se (magari in seguito a un cambio di rotta di Ursula von der Leyen nella sua versione 2.0) potranno riprendersi o stabilizzarsi.
Al momento è il comparto bancario a offrire occasioni, soprattutto dopo i recenti cali dei titoli e il lancio dell’ops di Unicredit su Banco Bpm.
Un’operazione che, come già anticipato, è molto accidentata, parte con la contrarietà del governo (e il rischio golden share) e la consapevolezza che l’offerta proposta da Piazza Gae Aulenti è bassa. A questo proposito, Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm, ha proprio puntato sulla discutibile convenienza di questo scambio carta contro carta, paventando anche il rischio di esuberi – l’ad di Piazza Meda ne ha quantificati 6.000.
L’argomento è stato subito smentito da Unicredit, che ha definito “pura congettura” il numero indicato da Castagna. Tuttavia, insistere in modo così perentorio sul numero significa che, in teoria, alcuni esuberi potrebbero verificarsi, anche se meno rispetto a quelli temuti dalla guida operativa di Banco Bpm.

Ita-Lufthansa, ok dall’Europa

Se il dossier Unicredit-Bpm sembra più accidentato di una finale olimpica dei 110 ostacoli, il matrimonio fra Ita e Lufthansa è ormai in dirittura d’arrivo. Lo ha deciso in “zona Cesarini” la Commissione Europea uscente, prima di passare la mano alla von der Leyen 2.
Il piano, presentato dalla compagnia tedesca con i correttivi richiesti da Bruxelles, ha passato le ultime valutazioni della potente commissaria alla Concorrenza Margarethe Vestager, alla sua ultima fatica nell’esecutivo Ue.
Ora, l’ultimo passo è il closing: a meno di clamorose sorprese, all’inizio del prossimo anno l’operazione-maxi da 829 milioni andrà finalmente in porto (anzi: in aeroporto).
Onestamente, se l’acquisizione fosse saltata sarebbe stata davvero una grande sorpresa: troppe aspettative e troppi interessi nazionali in ballo. Ora vedremo se Lufthansa riuscirà finalmente a chiudere i conti dell’ex Alitalia almeno in pareggio.

Torna l’inflazione. E i tassi…

Intanto, c’è il ritorno di un ospite inatteso sulle tavole natalizie degli italiani: l’inflazione, il cui ritorno è stato certificato dall’Istat e dai dati relativi al fatturato di commercio e industria.
I numeri evidenziano una virata verso l’alto dei prezzi al consumo, mentre il giro d’affari delle aziende torna ai minimi da più di due anni. In particolare, a novembre, l’inflazione su base annua sale da 0,9% a 1,4%, mentre i prezzi di alimenti e articoli per la cura della persona e della casa crescono ancora di più (dal 2% al 2,6%). Cifre, queste, che rischiano di impoverire i regali accumulati sotto l’albero e di riverberarsi, in un pericoloso effetto domino, sui fatturati delle aziende.
E non suscita certo il “mezzo gaudio”, popolarmente associato al “mal comune”, sapere che in Europa c’è anche chi sta peggio di noi. Perché o ci si risolleva insieme, o si affonda insieme, come hanno dimostrato molti avvenimenti che hanno riguardato l’Ue.
Nonostante il ritorno dell’inflazione, la Bce non può più permettersi di sospendere il taglio dei tassi, a causa della situazione disastrata in cui versa l’economia europea (affossata anche dall’automotive). Il trend in discesa, dunque, continuerà, mentre non è detto che la stessa strategia sia seguita dalla Fed. Gli Stati Uniti, trainati dall’effetto-Trump, possono infatti permettersi un ventaglio più ampio di scelte. Se mantenessero alto il costo del denaro, ne risentirebbe ancora di più il rapporto euro-dollaro.

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Unicredit, l'ops su Banco Bpm scompagina le carte

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’offerta pubblica di scambio volontaria di Unicredit sulla totalità dei titoli Banco Bpm ha conquistato la ribalta come un fulmine a ciel sereno. L’operazione – che, nel caso in cui tutti gli azionisti di Piazza Meda aderissero, avrebbe un controvalore pari a 10.086.832.606 euro – ha però sollevato interrogativi e una certa dose di scetticismo, sia nei commentatori, sia nella politica.

Offerta troppo bassa

Per comprendere le ragioni che hanno mosso Unicredit occorre fare supposizioni, dato che è difficile comprendere le motivazioni reali del suo amministratore delegato Andrea Orcel. Certo è che l’offerta “carta contro carta” – 0,175 azioni Unicredit per ogni titolo del Banco – non è per nulla congrua, né conveniente. A questi valori, per gli azionisti Bpm, non ha nessun senso aderire alla proposta. Quindi, o Orcel alza la posta (ma un simile comportamento non è nel suo stile), o probabilmente non si raggiungerà la quota di adesione necessaria per condurre in porto l’operazione.

Operazione difensiva?

Queste difficoltà, naturalmente, sono note al top management di Unicredit. Perciò è abbastanza diffuso il sospetto che si tratti di un’azione difensiva, lanciata sia per evitare un assalto del Crédit Agricole su Piazza Meda, sia (soprattutto) per congelare la fusione Banco Bpm-Montepaschi ed evitare che si formi il terzo polo bancario di sistema. Questo rischio ha creato nervosismi nel governo, e ha portato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti a considerare l’utilizzo del golden power per fermare il progetto l’operazione. L’esecutivo vuole evitare lo stop al piano che mira a creare tre-quattro banche di sistema in Italia. Nella valutazione di Orcel potrebbe anche aver influito l’aspetto assicurativo: proprio l’interesse a formare un polo di bancassurance con Unipol spingerebbe Unicredit a inglobare il Banco e di lì muovere per un accordo con la compagnia bolognese.

La pista tedesca

L’ops di Unicredit appare dunque un tentativo di difficile riuscita e di dubbia convenienza. Meno ardua è la pista Commerzbank, pur avversata dal governo tedesco attualmente in carica (e probabilmente anche dagli esponenti di quello che sarà il prossimo esecutivo di Berlino). Meno ardua da condurre in porto, abbiamo detto, ma più impegnativa dal punto di vista economico. Perché Banco Bpm è un’azienda di credito virtuosa, mentre Commerzbank ha la necessità di essere risanata. In ogni caso, una pista non esclude l’altra: Unicredit ha i mezzi per esperire entrambi i tentativi, ammesso che lo voglia davvero. E che i due governi (italiano e tedesco) non si mettano di traverso.

La reazione della Borsa

Quando vengono proposte operazioni carta contro carta, entrano solitamente in campo gli arbitraggisti, che vendono azioni del potenziale acquirente e acquistano titoli della “preda”. Così è avvenuto anche in questo caso, con Unicredit che ha perso il 4,7% circa in due giorni e Banco Bpm che è salito del 5,5%. Per Piazza Gae Aulenti il calo, abbastanza normale in queste situazioni, si inserisce in un trend già negativo, che ha portato i valori delle sue azioni dai 43 euro di inizio novembre ai 35 odierni. Attenzione, però: la flessione non riguarda solo Unicredit, ma l’intero settore bancario italiano, che settimana scorsa ha subito cali abbastanza pronunciati. Il ripiegamento, che non ha impedito una buona chiusura per Piazza Affari, sembra suggerire un cambio di tono per il settore creditizio. E questo dipende da varie ragioni. Prima di tutto, dall‘irreversibilità del taglio dei tassi relativi all’euro. I mercati scommettono su una diminuzione, da parte della Bce, di 50 punti base il prossimo dicembre. E il trend presumibilmente proseguirà il prossimo anno, nel disperato (e difficile) tentativo di favorire la ripartenza di un’economia europea disastrata. Per questo motivo l’apprezzamento per gli ottimi bilanci bancari 2024 non è sufficiente per mantenere alte le azioni. Perché ci si chiede se i numeri eccellenti di quest’anno saranno sostenibili anche nel 2025. Domanda retorica: in presenza di tassi in costante ridimensionamento, difficilmente le banche potranno nuovamente raggiungere questi livelli. I mercati lo sanno e, anticipando come da tradizione le tendenze delle Borse, stanno già scontando le scommesse al ribasso. Alla settimana negativa del settore bancario hanno contribuito anche la tassa sugli extraprofitti introdotta in Spagna, che ha penalizzato particolarmente Bbva e Banco Santander, e il timore dei dazi che potrebbero essere applicati da Donald Trump all’Europa – una paura che ha però l’aspetto di una scusa per spiegare i motivi delle sottoperformance.

Gli energetici promettono bene

In questa situazione come dovrebbe reagire l’investitore? Molto difficile rispondere: attualmente, la situazione è difficilmente decifrabile e occorre – come si usa dire – andare con i piedi di piombo. Se proprio si dovesse scegliere un settore su cui puntare oggi, si potrebbe optare per l’energetico-elettrico, che trarrà beneficio dal ribasso del costo del denaro. In ogni caso, meglio attendere la prossima settimana, dato che domani ricorrerà negli Usa il giorno del Ringraziamento, e venerdì le Borse saranno probabilmente catatoniche.

L’effetto Bessent prolunga il “Trump trade”

Negli Stati Uniti, la nomina di Scott Bessent a segretario al Tesoro americano ha spinto in alto i listini Usa, permettendo al Dow Jones di stabilire un nuovo primato intraday. Queste reazioni sono perfettamente spiegabili: Bessent, gestore di hedge ed ex partner di Soros Fund Management, è uno che di mercato ne capisce molto, e la sua nomina è stata interpretata come un segnale pro Wall Street. Per il resto, le Borse (americane ed europee) non hanno reagito più di tanto all’escalation della guerra russo-ucraina, con il coinvolgimento sempre maggiore degli anglo-americani e le minacce francesi. Probabilmente, i mercati aspettano l’insediamento di Trump per valutare se le promesse di impegnarsi per la pace saranno mantenute.

Polemiche sul decreto “Salva Milano”

La Camera ha approvato con un ampio accordo trasversale il decreto “Salva Milano”, che sana alcune incertezze normative in seguito ad autorizzazioni edilizie concesse dal Comune e risolve varie situazioni che avevano, in certi casi, indotto la magistratura a intervenire. La legge punta a dare un’interpretazione certa in tema di edilizia e urbanistica e non si applica soltanto alla capitale lombarda, ma a tutto il territorio italiano. La misura, nonostante ciò che si dice, ha tutto l’aspetto di una sanatoria e nasconde un pericolo: quello di dare il via libera alla cementificazione selvaggia. Si rischia, cioè, di interpretare come “ristrutturazione” l’abbattimento di una casa pericolante di tre piani e la costruzione di un edificio di 30. Un esempio su tutti: in zona San Siro è comparso un grattacielo persino più alto dello stadio e in questa situazione si è parlato di errata interpretazione della norma. Se non che, prima un palazzo così alto non c’era. Davvero vogliamo lo sviluppo verticale delle città, con un consumo di suolo e il cambiamento radicale dello skyline? Oltretutto, ciò avviene a costo zero, mentre, ricordiamolo, se un cittadino vuole aprire una finestra in più a casa propria, o effettuare lavori, viene assalito dalla burocrazia e, comunque, deve pagare somme non trascurabili. Anche in questo caso sembra imporsi la legge dei doppi standard, a detrimento dei cittadini comuni e della vivibilità nei contesti urbani.

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Il collocamento Mps piace a Piazza Affari

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Borsa di Milano ha chiuso una settimana positiva, trainata dal collocamento Montepaschi. L’operazione – caso assai insolito – è stata effettuata a premio e non a sconto sul prezzo di chiusura, e ha riguardato 188.975.176 azioni ordinarie della banca, pari al 15% del capitale. Ora, la partecipazione detenuta dal ministero dell’Economia e delle Finanze scende dal 26,7% all’11,7% circa del capitale.

Nuovo campione italiano?

Tra gli acquirenti, oltre a Caltagirone e agli eredi Del Vecchio, c’è anche Banco Bpm, il che ha rinfocolato le voci di una prossima, possibile fusione fra Piazza Meda e Rocca Salimbeni. Un’operazione che andrebbe a creare il terzo “campione bancario” italiano dopo il duo Unicredit-Intesa Sanpaolo. Con questa performance, Milano ha superato le Borse europee e Wall Street, su cui ha influito il calo (fisiologico, dati i precedenti exploit) dei tecnologici, oltre che dal probabile rallentamento della politica di taglio dei tassi. La discesa, in ogni caso, è stata seguita da un parziale recupero. In Europa, l’inizio della settimana è stato sofferto: dopo lo stacco dei dividendi, ancora una volta molto corposi, tutte le piazze hanno subito in maniera pesante le notizie provenienti dal fronte russo-ucraino e le poco rosee prospettive sull’andamento economico del prossimo anno.

Il presidente e il “Doge”

Intanto, l’effetto Trump continua a spingere il dollaro, proprio mentre il presidente eletto sta scegliendo la sua squadra di governo. Fa parlare la nomina di Elon Musk e dell’altro ultramiliardario Vivek Ramaswamy al nuovo dipartimento per l’Efficienza governativa, che sarà incaricato di sburocratizzare il più possibile la cosa pubblica. La struttura avrà le caratteristiche di un organo consultivo (e non, quindi, un’agenzia governativa ufficiale), con il compito di indicare gli ambiti in cui tagliare spese inutili, staff troppo numerosi e adempimenti amministrativi ridondanti. Musk ha parlato di ridimensionare il 75% delle agenzie federali, rendendole più agili e favorendo un calo delle tasse. Musica per i cittadini americani, da sempre attratti da qualsiasi iniziativa che implichi un alleggerimento fiscale. C’è anche una scadenza per il lavoro di questa struttura: il 4 luglio 2026, anche se l’amministratore delegato di Tesla conta di ultimare il suo compito molto prima di quella data. Ha fatto sorridere l’acronimo di questo dipartimento: Doge, quasi un indizio sul reale ruolo di Musk – un “consigliere ombra”, con un maggior potere rispetto a quello ufficialmente attribuito. Naturalmente, queste sono solo illazioni e facezie, che lasciano il tempo che trovano: è bene sospendere i giudizi sugli equilibri di potere nell’amministrazione Trump fino a quando si vedranno i primi risultati della sua gestione.

Ursula sull’orlo del baratro

Se le nomine di Trump stanno destando polemiche in patria, la nuova Commissione Europea è addirittura a rischio. La “maggioranza Ursula” si sta infatti sfaldando a causa di due nomine nell’esecutivo europeo: quella di Raffaele Fitto, contestato da varie forze politiche perché conservatore e quindi membro dell’opposizione nell’emiciclo Ue, e quella di Teresa Ribera (Pse), che i popolari spagnoli rifiutano, addebitandole un ruolo di primo piano nella gestione dell’alluvione a Valencia. Per Ursula von der Leyen, riannodare i fili non sarà facile: i socialisti non intendono votare per Fitto e i popolari minacciano lo strappo su Teresa Ribera. Questo ostacolo potrebbe persino dimostrarsi in grado di far crollare il castello di carte e di far ripartire i giochi dal via, o addirittura di convincere la presidente incaricata a clamorose dimissioni. Se però quello spagnolo è soprattutto uno scontro interno, in Italia il presidente Sergio Mattarella ha invitato i politici a non mettere veti su Fitto, negli esclusivi interessi del Paese.

L’oro nella comfort zone

Prosegue il moderato recupero dell’oro, che dopo aver toccato i 2.800 dollari l’oncia era sceso sotto quota 2.500, per poi tornare sopra i 2.600. La picchiata del metallo giallo è comunque nella logica delle cose: a fine ottobre si era spinto ai massimi in maniera molto brusca, anche a causa dell’incertezza dell’economia europea e degli acquisti massicci da parte della Cina e dei Brics. Ora, dopo aver rifiatato, il “re dei metalli” cerca la sua dimensione, proprio mentre virano verso l’alto rame e alluminio.
Non vuole neppure sentir parlare di tornare sui suoi passi il franco svizzero, che si conferma bene rifugio e che resta a quotazioni alte. Tutto ciò mentre l’economia elvetica, sebbene l’apprezzamento della sua valuta danneggi i suoi interessi, prosegue a marciare ad alta velocità. E i vortici inflattivi quasi non esistono: anzi, è stata ipotizzata, per la Svizzera, la possibilità di entrare in deflazione. Resta moderato il prezzo del petrolio: il Brent è nella parte bassa della fascia neutrale di 70-80 dollari al barile, mentre il Wti staziona in alto alla forbice 60-70.

Austria-Russia: la guerra del gas

Se il prezzo della benzina è tutto sommato accettabile, preoccupano i nuovi timori relativi al prezzo del gas. La Russia ha infatti annunciato la possibilità di chiudere le forniture all’Austria, dopo che Vienna aveva vinto una causa contro Gazprom al tribunale arbitrale per consegne irregolari. In pratica, la corte aveva comminato alla società russa una sanzione di 230 milioni di euro, al netto di interessi e spese, da versare alla Österreichische Mineralölverwaltung, partecipata per un terzo dallo stato austriaco. Mosca aveva annunciato una ritorsione immediata, con lo stop alle forniture dal 15 novembre – un vero problema per l’Austria, che nonostante la narrazione comune, nel 2023 ha ricevuto oltre il 60% dei suoi approvvigionamenti di gas dalla Russia. Finora, la chiusura dei rubinetti (ancora) non c’è stata, e i flussi proseguono regolari. Tuttavia, i timori hanno provocato un nuovo innalzamento del prezzo del metano, che ad Amsterdam ha sfondato quota 45. I rischi di una nuova impennata preoccupano anche gli italiani, già alle prese con i rincari dovuti al mercato libero. In un contesto così difficile, sembra una buona occasione l’investimento sui titoli energetici, il cui valore è ancora più basso rispetto alle loro potenzialità, mentre i dividendi attesi sono molto interessanti.

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Il “Trump Trade” fa volare i mercati americani

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La rielezione di Donald Trump ha trainato in maniera clamorosa le Borse americane, con record storici per Dow Jones e S&P500, mentre si sono verificati anche apprezzamento del dollaro (mai così forte sull’euro da metà aprile), ottima performance dei Treasury e poderoso balzo in alto dei bitcoin. La reazione decisamente euforica dei mercati made in Usa, definita Trump Trade, dipende sicuramente dal risultato netto uscito dalle urne (le Borse, come più volte ripetuto, non amano l’incertezza), ma soprattutto dal programma economico del tycoon, molto favorevole alle imprese e orientato al calo delle tasse per le aziende, con una campagna di reindustrializzazione del Paese. L’ampiezza dei risultati di Trump e la vittoria repubblicana in entrambe le Camere nel Congresso hanno reso ancora più netto l’entusiasmo dei mercati. Ma, per mantenere alto il morale, la nuova amministrazione americana dovrà mettere in atto il suo programma entro due anni. Prima, cioè, che un’eventuale ripresa dei democratici alle prossime elezioni di mid term tolga ai repubblicani la maggioranza di almeno una Camera. L’azione di Trump dovrà quindi dimostrarsi rapida, e le Borse americane sembrano averne preso coscienza.

Europa in controtendenza

Molto diverse, invece, le reazioni in Europa, dove i listini hanno accolto il trionfo del candidato repubblicano con un balzo all’indietro. In particolare, il nostro continente ha scontato le paure per i dazi, ma anche i timori sorti in Messico e in Sudamerica, macroaree in cui sono molto presenti le banche spagnole, il cui deprezzamento si è esteso, in un effetto domino, agli istituti di credito europei. Il parziale recupero di lunedì scorso, che sembrava aver coinvolto anche l’Europa nell’entusiasmo trumpiano, è stato poi smorzato il giorno seguente. Naturalmente, in un’economia malata come quella europea, anche un raffreddore si può trasformare in un febbrone da cavallo. Per l’Ue, le previsioni 2025 sono negative, e questo sicuramente non fa bene ai grafici delle Borse. A peggiorare le cose, le dimissioni di Olaf Scholz e le elezioni anticipate che creano ancora più incertezza per il futuro. Anche perché, se la Cdu-Csu è favoritissima per la vittoria finale, sembra comunque certo che non raggiungerà la maggioranza assoluta, obbligando i Cristiano Democratici ad allearsi con i liberali e, forse, anche con i socialisti nell’ennesima riedizione della Große Koalition. Una prospettiva di questo tipo potrebbe convincere gli elettori più conservatori della Cdu – già intimoriti dalle prospettive catastrofiche dell’economia – a rivolgersi più a destra, aprendo scenari inediti. Tutto questo mentre in Europa la Commissione von der Leyen 2 non si è ancora insediata, ma ha intenzione di proseguire la linea dell’esecutivo uscente, fortemente orientato a ostacolare il rilancio e penalizzare industrie e produzione. Se l’economia europea ancora resiste, nonostante la situazione preoccupante, occorre ringraziare il Pnrr e il calo dei tassi Bce, operazione che è ormai avviata e che presumibilmente proseguirà a pieno ritmo nei prossimi mesi.

Tassi: ultimo taglio Fed?

Attualmente, le politiche monetarie delle tre grandi banche centrali sono allineate: pochi giorni fa, sia la Banca d’Inghilterra, sia la Federal Reserve hanno diminuito i tassi di 25 punti base, portando il trend generale al ribasso. Ma, mentre ci si aspetta che Threadneedle Street si allinei alla tendenza seguita dall’Eurotower, Washington potrebbe fermarsi. Per due ragioni, una positiva e una negativa: in primo luogo, la campagna di incentivi alle aziende promessi da Trump, che potrebbero dare benefici al sistema economico; secondo, la possibilità concreta che gli Stati Uniti tornino a parlare di dazi, con il rischio di un rincaro dei prezzi e di un colpo di coda dell’inflazione negli Usa. Uno stop della Fed sui tassi, contemporanea a nuovi tagli a Francoforte e a Londra, potrebbe dare ancora più forza al dollaro, già sotto la fascia di sicurezza degli 1,06 per un euro; tuttavia, non sono solo le politiche monetarie a influire sul valore di una moneta, ma molte altre varianti. Per esempio, il debito pubblico, che negli Stati Uniti è molto alto.

Petrolio in calo

Se il dollaro sale, a scendere è il petrolio: il Wti si è avvicinato alla soglia psicologica dei 68 dollari al barile, mentre il Brent è nella parte bassa della fascia 70-80. Una notizia buona per le tasche degli europei e degli italiani. Che invece guardano con una certa apprensione i rincari delle bollette della luce, aumentate del 12,5% da sei mesi a questa parte. Non tanto a causa delle quotazioni alla Borsa di Amsterdam, ma per gli effetti negativi del mercato libero, principale colpevole di questo fenomeno. In Italia, le liberalizzazioni hanno generalmente portato a un aggravio di spesa per i cittadini; unica eccezione, quella della telefonia, che ha generato una vera concorrenza e una conseguente competizione verso il basso. Gli effetti delle privatizzazioni hanno fatto ricredere molti sostenitori di queste operazioni, mostrando che, alla fine, i monopoli pubblici gestivano in maniera più intelligente i servizi nei confronti dell’utente, creando un limite alle spese dei consumatori e arginando quanto in loro potere i rischi di inflazione.

Ita-Lufthansa, salvataggio in corner

Una privatizzazione che, invece, “s’ha da fare” è sicuramente quella di Ita, perché la ex Alitalia non gravi più (pesantemente) sulle tasche dei cittadini. Eppure, l‘operazione Lufthansa ha rischiato di saltare, per la richiesta, da parte della compagnia tedesca, di attivare la “clausola di aggiornamento” – che avrebbe diminuito il prezzo del vettore italiano in funzione del suo calo di valore – e di ottenere uno sconto di 10 milioni. Quando l’acquisizione sembrava a rischio, Lufthansa ha accettato di rinunciare alla clausola, salvando in corner l’intera operazione. Tuttavia, la partita non è ancora finita: a decidere di accogliere, o di bocciare, il passaggio di consegne del primo 41% di Ita dal governo di Roma alla compagnia aerea tedesca sarà l’Ue. Lufthansa è “fiduciosa”, ma i precedenti di Margrethe Vestager generano qualche timore, anche alla luce del fatto che il dossier Ita-Lufthansa sarà probabilmente l’ultima fatica della commissaria europea uscente alla Concorrenza.La conclusione di questa telenovela è prevista per fine mese.

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Presidenziali Usa: le Borse sperano in risultati certi

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Nuovo passo dei Brics+ verso un sistema finanziario integrato di pagamenti in valuta diversa dal dollaro. Nel corso del vertice di Kazan, il gruppo allargato di Paesi guidati da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica ha infatti deciso di proseguire il piano che vede l’utilizzo delle monete nazionali per effettuare le transazioni fra gli Stati aderenti (ormai nove), dotandosi di una piattaforma sganciata da Swift. Obiettivo: conquistare l’indipendenza dal dollaro come moneta globale, evitando però una nuova egemonia (a essere utilizzate sarebbero le monete locali) e premendo verso un’organizzazione all’insegna del multilateralismo.

Troppi ostacoli

Nonostante gli sforzi dei Brics+, e sebbene questi Paesi rappresentino oltre la metà della popolazione mondiale, è inverosimile che un’iniziativa di questo tipo sia in grado di minare la centralità del dollaro, e tanto meno di mandare in pensione il sistema di Bretton Woods. Dal punto di vista economico, il mondo occidentale fa ancora da traino, e se si vuole commerciare con gli Stati Uniti, o l’Europa, occorre mettere da parte lo yuan o un’eventuale futura (e anch’essa inverosimile) moneta comune dei Brics+. La proposta del New York Stock Exchange di estendere l’orario di apertura a 22 ore al giorno durante i giorni feriali assolve proprio a una funzione deterrente nei confronti di eventuali “fughe” dal dollaro. Se un sistema finanziario integrato Brics+ nascerà, sarà utilizzato per gli scambi tra questi Paesi, che comunque non sono ancora dominanti sul mercato. E servirà per aggirare sanzioni già in atto o eventuali, con la stessa logica che ha visto Cina e Russia spostare i loro investimenti dagli asset occidentali al più sicuro oro. Permettendo al metallo giallo di stabilire record clamorosi. Il progetto potrebbe incontrare anche ulteriori ostacoli, causati dai rischi di guerra commerciale fra Cina e India: se si verificasse questa eventualità, non sarebbe a rischio solo il progetto di emarginazione del dollaro, ma la stessa esistenza dei Brics.

Trump-Harris: pianeti diversi. Ma entrambi faranno deficit

Il progetto di Cina, Russia e partner ha un po’ distratto l’attenzione dalle imminenti elezioni americane che però, dopo la chiusura del vertice di Kazan, hanno riguadagnato i riflettori. I mercati sono in attesa del risultato, e non si può dire che parteggino per l’una o per l’altra parte: sperano, invece, che a urne chiuse si conosca subito il nome del presidente. Le Borse temono l’incertezza e amano la stabilità: Trump o Harris, sembra di capire, per i listini “pari sono”, e l’unico rischio da evitare è un risultato conteso. Per il resto, i programmi economici dei due candidati non sembrano opposti. Entrambi puntano alla crescita americana, ed entrambi continueranno a produrre debito: Donald Trump attraverso il calo della pressione fiscale e Kamala Harris mantenendo alta la spesa pubblica. Per il resto, le differenze sono altrove: sulla politica internazionale (soprattutto la guerra russo-ucraina), le teorie woke e il politically correct (abbracciati in maniera estremistica dall’attuale vicepresidente e respinte in modo altrettanto oltranzista dal tycoon) e l’immigrazione, che vede una posizione radicalmente contraria da parte di Trump e più favorevole da parte di Kamala Harris, che l’ha gestita durante la presidenza Biden. Con una posizione, però, molto ondivaga: da un lato è entrato in territorio americano qualche milione di clandestini, dall’altro le autorità hanno proseguito a costruire il muro al confine con il Messico e a cercare di bloccare gli arrivi alla fonte (a questo proposito, molti ricordano l’appello di Kamala Harris in Guatemala nel 2021: “non venite”).

Giro di valzer sui bitcoin

In quanto a mutevolezza, Trump non è da meno. Durante la sua presidenza, il miliardario newyorkese aveva criticato aspramente le criptovalute, in difesa della centralità del dollaro. Ora (forse per raccattare voti tra i circa 67 milioni di americani che hanno bitcoin in portafoglio) ha rilasciato dichiarazioni di tutt’altro tenore. “Il bitcoin”, ha detto, “è come l’industria dell’acciaio di cento anni fa. Penso che sia solo all’inizio. In soli 15 anni è passato da un’idea pubblicata anonimamente su un forum on line a diventare il nono asset più prezioso al mondo. E’ già più grande di Exxon Mobil e presto supererà l’intero mercato dell’argento. E un giorno, probabilmente, anche l’oro”. Ha anche aggiunto: “la blockchain ha il potenziale di costruire il futuro dell’economia globale”. Non è dato di sapere, almeno finora, la posizione di Kamala Harris sull’argomento.

Il caso McDonald’s

A scuotere gli americani in questa vigilia elettorale, l’intossicazione da escherichia coli che si è verificata in alcuni ristoranti McDonald’s negli Stati Uniti. Il batterio, secondo la Food and Drug Administration, era presente nelle cipolle di un fornitore e ha provocato la morte di un cliente e 75 ricoveri ospedalieri. La notizia ha acceso un allarme rosso negli Usa (molto meno altrove, dove non sempre l’informazione è arrivata) e si è riverberato anche sul titolo McDonald’s, che ha reagito con una perdita superiore al 5% in una settimana. Dopo il crollo, però, l’azione sembra assestata: il gruppo alimentare ha preso le sue contromisure, rimuovendo l’ingrediente incriminato dai suoi panini, e ora mira a recuperare la fiducia della clientela. Troppo presto per giudicare che cosa accadrà. Tuttavia, almeno negli Stati Uniti, McDonald’s offre pranzi a prezzi contenuti, e ciò influirà probabilmente su un ritorno alla normalità dei rapporti azienda-clienti. E, di conseguenza, sul titolo in Borsa.

Borse Usa: i dati storici sono incoraggianti

Per il resto, da inizio anno, i numeri di Wall Street sono in crescita: Standard&Poor’s è salito del 20% da gennaio a oggi. Il che potrebbe preannunciare nuovi exploit: nella storia sono avvenute 26 misurazioni di un indice così positivo, e solo in due occasioni la Borsa è scesa (oltretutto marginalmente: non oltre il 2%). Negli altri casi, il grafico è schizzato in alto in una forbice compresa tra l’1% e il 10%. Le statistiche sono incoraggianti, ma molto dipenderà dalle elezioni americane e dalle decisioni delle banche centrali sul costo del denaro.

Mercati in attesa

Anche i mercati europei sono in attesa di conoscere il nome dell’inquilino della Casa Bianca e di orientarsi di conseguenza. Nel frattempo, le Borse navigano in ordine sparso, ma senza particolari scossoni. Questo è già un risultato positivo, visto che cosa sta accadendo all’economia europea, che è il vero gigante malato. I casi di grandi gruppi in crisi si moltiplicano: Philips ha tagliato i target di crescita (sostanzialmente a causa della Cina) e ha visto il suo titolo crollare del 16%; gli utili Mercedes si sono dimezzati nel terzo trimestre; la Volkswagen ha deciso di chiudere tre fabbriche di auto e ha proposto una riduzione salariale del 10%, con l’obiettivo di tagliare 4 miliardi di costi. Solo i titoli finanziari hanno proseguito la loro corsa. Con questo scenario, anche una leggera crescita o persino un calo contenuto degli indici è da considerare un successo.

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Taglio dei tassi: la Bce accelera?

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La Banca Centrale Europea ha annunciato l’ulteriore abbassamento del costo del denaro, con decorrenza oggi, 23 ottobre. Come le altre due operazioni del 2024, e contrariamente all’ultimo intervento Fed, questo taglio è di 25 punti base e porta i tassi rispettivamente al 3,25% (depositi), al 3,40% (operazioni di rifinanziamento principali) e al 3,65% (prestiti marginali). Manca poco alla fine dell’anno e in questo breve tempo potrebbe verificarsi un’altra sforbiciata. Poi si vedrà.

Quale ritmo per il 2025?

Nel 2025, anche a causa della crisi industriale che sta attanagliando l’Europa, il ritmo dei tagli potrebbe velocizzarsi, per avvicinarsi al tasso target del 2%. O forse andare persino più in là: “se i processi di disinflazione si dovessero consolidare”, ha detto il membro del board e presidente della banca centrale lituana Gediminas Šimkus, “è possibile che i tassi siano più bassi del livello naturale”. In ogni caso, ha precisato Christine Lagarde, la Bce seguirà “un approccio guidato dai dati, in base a cui le decisioni sono definite a ogni riunione, volta per volta”. E la nuova sforbiciata, ha aggiunto la presidente della Bce, “è proprio uno di questi casi”.

La reazione dei mercati

Quale la risposta dalle Borse? Tendenzialmente neutrale. I mercati avevano già anticipato una decisione che ai più appariva scontata, anche nelle modalità: la Bce è storicamente meno imprevedibile della Federal Reserve per stupire tutti con un taglio da 50 come quello deciso oltre oceano. La scorsa settimana per le Borse europee è quindi stata brillante indipendentemente dal calo dei tassi; i listini hanno poi rifiatato alla riapertura, anche per l’attesa delle prime trimestrali Usa. Ottime anche le prestazioni di Wall Street, in positivo già da sei settimane, mentre la Cina attende benefici dagli effetti delle politiche fiscali espansive e di sostegno all’economia e ai consumi interni – ammesso che si rivelino davvero efficaci. Anche perché c’è un recupero da completare. Lo Hang Seng, dall’inizio di quest’anno, è rimbalzato in modo importante, con un +22%; tuttavia, Hong Kong è stato bear market per cinque anni, la base da cui è partito era molto sacrificata e il suo potenziale di recupero non è ancora stato espresso del tutto. Il mercato cinese, in altri termini, è ancora tra i più appetibili – sicuramente molto più di quello indiano: per questo motivo, l’investimento di una piccola parte del portafoglio sulla Borsa di Hong Kong potrebbe riservare soddisfazioni per gli investitori.

Economia e politica

Per l’Europa, lo abbiamo già detto, il problema più importante è la crisi industriale, soprattutto del settore automobilistico, causata dalla versione radicale del green deal che per la Commissione Ue è una vera bandiera. Per di più, in un periodo molto delicato per le imprese europee, l’Unione è di fatto senza guida: abbiamo votato a giugno, ma il nuovo organo esecutivo non si è ancora insediato – anzi: mancano ancora le audizioni per il vaglio dei commissari europei e le operazioni potrebbero protrarsi fino a dicembre, o addirittura oltre. D’altra parte, se Atene piange, Sparta non ride. Perché, se andiamo oltre oceano, possiamo notare che non sempre si conosce il nome del presidente americano alla chiusura delle urne: in alcuni casi, il conteggio si protrae per molto tempo, un paio di settimane e forse più. Le Borse, che aspettano l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca per potersi orientare, potrebbero dunque essere rallentate dall’incertezza che regna sul nome del prossimo vincitore. In ogni caso, l’economia americana è molto forte e il trend non dovrebbe farsi influenzare dalla vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Chiunque si insedi al potere, gli Stati Uniti continueranno a fare debito, mentre le differenze fra il tycoon e l’attuale vicepresidente potrebbero limitarsi alla preferenza per l’uno o l’altro settore: una vittoria di Donald Trump avrebbe un impatto positivo sul petrolio e su un certo tipo di economia tradizionale, mentre l’affermazione di Kamala Harris si riverbererebbe maggiormente sul green deal e una visione più ecologista dell’impresa, forse avvicinando le strategie americane a quelle europee.

Record dell’oro

A non fermare la sua corsa è l’oro, ormai stabilizzato sui 2.700 dollari l’oncia e in corsa verso nuovi record. Tutte le previsioni che scommettevano su un ripiegamento del metallo giallo sono state smentite dai fatti. E questo non dipende tanto dalle incertezze dell’economia europea, dall’attesa del presidente Usa e dalle tensioni in Medio Oriente, quanto dalle sanzioni dell’Occidente alla Russia, che hanno scatenato un effetto domino nell’area Brics. Il blocco dei beni di Mosca in Europa e negli Stati Uniti, e il loro parziale utilizzo per sostenere economicamente l’Ucraina, hanno acceso allarmi rossi in vari Paesi non appartenenti al mondo occidentale, tra cui l’India e soprattutto la Cina. Il timore che i propri investimenti nei mercati europeo o americano possano essere un giorno bloccati, con il rischio di una mancata restituzione, hanno convinto Pechino a evitare il più possibile titoli di Stato occidentali e a dirigersi a tutta dritta sull’oro, unico investimento che non potrà essere bloccato. Improbabile che questa strategia sia contingente: anche se la situazione-sanzioni finisse per normalizzarsi, il precedente che si è creato spaventa Pechino e genera inquietudine in un numero sempre maggiore di Paesi, che facilmente accresceranno il loro coinvolgimento su un asset neutrale come il “re dei metalli”. Re anche per prezzo, dato che ormai il valore dell’oro ha superato quello – storicamente superiore – del platino. Per l’Italia, la notizia è ottima, dato che Roma, per riserve auree, si trova sul podio mondiale insieme a Stati Uniti e Germania con un valore di circa 2 miliardi di euro. Una quantità record, la cui vendita parziale (in caso di bisogno estremo) avrebbe la forza per abbattere il nostro debito pubblico. Il rincaro dell’oro non piace invece ai gioiellieri, costretti a diminuire il prezzo dei loro monili per evitare una fuga della classe media da questi articoli di lusso.

Foto di rawpixel.com


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