Il non-accordo sul gas

Dopo oltre un anno di proposte, discussioni e confronti, l'Unione Europea ha messo nero su bianco l'intesa definitiva sul metano, partendo dal compromesso raggiunto lo scorso mese. Ma il documento è, in realtà, una mancata decisione, che fissa il price cap a un importo altissimo. E difficilmente raggiungibile.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.

Poco più di un mese fa, gran parte dei media aveva annunciato con una certa enfasi il raggiungimento di un compromesso sul gas in Europa, celebrando una vittoria del governo italiano. Un approccio positivo condiviso dall'ex premier Mario Draghi, che lasciando Palazzo Europa aveva commentato con un eloquente “È andata bene”. Unico nodo, si leggeva sui giornali dell'epoca, l'esatta quantificazione del price cap – questione non di poco conto, dato che le tariffe, insieme ad approvvigionamento e stoccaggio, sono i punti centrali del problema.
È passato un mese e l'accordo è stato messo nero su bianco. E la “vittoria italiana” si è ridimensionata al livello della prestazione della nazionale di calcio contro la Macedonia del Nord, che ha precluso agli azzurri la partecipazione al mondiale qatariota. Per l'Italia l'accordo non è, quindi, una vittoria, ma una sconfitta. Si è deciso di fissare un prezzo unico, sì, ma solo nel momento in cui la quotazione del gas dovesse oltrepassare l'importo-monstre di 275 euro al kilowattora. Un livello che è stato fugacemente superato solo nell'ultima parte di agosto, per poi rientrare rapidamente e stabilizzarsi intorno a quota 100. Un livello quasi impossibile da raggiungere nel futuro.
La disfatta italiana, che solleva molti interrogativi sugli ultimi sei mesi del governo Draghi e sull'effettiva capacità dell'ex premier, si sostanzia anche nell'impossibilità di interventi troppo incisivi del governo sull'abbattimento dei costi delle bollette. La Germania mette sul piatto 200 miliardi per calmierare i costi energetici, mentre la Spagna e il Portogallo hanno da tempo fissato un tetto autonomo al prezzo del gas, con il nulla osta di Bruxelles. L'Italia, questo, non lo può fare, per non correre il rischio di trovarsi la troika alle porte di casa.

Black Friday, non è tutto oro quel che luccica
I soldi spesi dalle famiglie per l'energia sono, naturalmente, risparmiati altrove. Anche per questo motivo in Italia il Black Friday ha avuto molto successo. Semplicemente, nella settimana degli sconti si sono acquistati in anticipo i regali di Natale a prezzo ridotto.
Una notizia che non è del tutto buona per l'economia reale: chi ha fatto shopping nel corso di questa settimana, infatti, non comprerà a dicembre, salvo doni last minute. Uniche eccezioni, l'abbigliamento invernale – con molti capi rimasti sugli scaffali a causa delle temperature insolitamente miti di questo autunno – e gli alimentari a breve scadenza, il cui prezzo pieno potrebbe però essere condizionato dalla shrinkflation (minore quantità allo stesso prezzo). Già ora, a Milano i panettoni da un chilo sono scesi a 750 grammi, mantenendo invariati i listini ma evidenziando un rincaro reale a due cifre.

L'inflazione torna a scendere?
Il Black Friday non ha condizionato i mercati finanziari, che hanno archiviato una settimana molto tranquilla (anche per la chiusura americana in occasione del Giorno del Ringraziamento).
Al momento, l'Europa sta comunque tenendo meglio rispetto al mercato Usa, condizionato dalle tensioni sui titoli tecnologici.
Ottime notizie sul fronte dei bond. La scorsa settimana è infatti avvenuto il primo rimbalzo importante della componente obbligazionaria, che genera molto ottimismo: i prezzi delle materie prime stanno tornando sotto controllo, spingendo l'inflazione europea e americana in un percorso che dovrebbe portarla a livelli normali (2%-3%).
Da questo punto di vista, i dati di oltre oceano sono incoraggianti e i primi numeri provenienti dai Länder tedeschi evidenziano il ritorno a un'inflazione negativa. A titolo di esempio, la Renania Settentrionale-Westfalia è andata sotto zero a fronte dell'1,5 mensile registrato finora.

Tassi, ancora rialzi all'orizzonte
L'outlook positivo sull'inflazione sta spingendo la Federal Reserve a una riflessione sul costo del denaro, anche se non a breve termine: il presidente Jay Powell ha infatti gelato le speranze degli americani, affermando che, prima di tornare in territori più neutrali, i tassi potrebbero crescere oltre il 5% previsto dai mercati.
Anche la Banca Centrale Europea sembra non volersi fermare: dopo la generica intenzione, espressa nelle sue minute, di adattare le scelte strategiche sul costo del denaro all'andamento dell'inflazione, Francoforte ha alla fine sposato le tesi dei “falchi”. A togliere ogni dubbio è stata proprio Christine Lagarde, in audizione al Parlamento europeo: la presidente Bce ha comunicato che l'istituto centrale è deciso a prendere le “misure necessarie” per far rientrare l'inflazione. Se non si fosse capito, le “misure necessarie” sono un ulteriore rialzo dei tassi.
I mercati sembrano però continuare a puntare su un rallentamento dei rialzi americani: lo si comprende dalla lenta risalita dell'euro sul dollaro, che si attesta fra l'1,05 e l'1,10. Sul fronte valutario si sta quindi tornando a dinamiche più aderenti alla realtà e al valore delle monete. Il dollaro sotto l'euro era un fenomeno bizzarro, considerati gli squilibri della bilancia commerciale Usa. Gli Stati Uniti hanno un debito enorme nei confronti di vari paesi del mondo: in questa situazione era illogico che la sua valuta potesse proseguire su posizioni di forza.

Petrolio sotto controllo
A far crescere l'inflazione italiana potrebbe invece contribuire il rialzo della benzina: da domani, lo sconto sulle accise passerà, per i privati cittadini, da 30,5 a 18,3 centesimi per litro (resta, però, il regime agevolato per gli autotrasportatori). In pratica, il costo di mille litri di rifornimento aumenta da 478,40 a 578,40 euro.
La decisione, che pone fine a una tassazione meno pesante sui carburanti, ha destato varie proteste, ma risponde alla logica di trovare denaro per finanziare i provvedimenti sulle bollette e il sostegno alla fascia più debole della popolazione. La coperta è corta: probabilmente, fra otto mesi occorreranno interventi straordinari di supporto per chi non ha un lavoro e per chi è in difficoltà economica. E per questo servirà denaro.
L'impatto della misura potrebbe essere attutito dall'attuale andamento del prezzo del petrolio, che attualmente veleggia fra i 78 e i 90 dollari al barile. Il livello attuale dell'oro nero risente anche dell'atteggiamento morbido degli Stati Uniti nei confronti del principe saudita Bin Salman e del suo presunto coinvolgimento nell'omicidio del giornalista Jamal Kasshoggi. Il presidente Joe Biden ha dichiarato che l'erede al trono dei Saud è in possesso dell'immunità, spegnendo sul nascere le aspettative su un eventuale processo contro il principe. Dopo l'intervento del presidente Usa, il prezzo del greggio ha iniziato magicamente a stabilizzarsi.
Ciò dimostra, se ce ne fosse bisogno, la mancanza di etica da parte degli stati, che ricorrono a sanzioni (peraltro inutili) solo quando i loro interessi politici ed economici non sono minacciati.

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La folle corsa del gas

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Il prezzo del gas continua a salire vertiginosamente, inanellando record su record. Dopo il nuovo stop a Nord Stream, l'oro blu ha sfiorato quota 300 euro a megawattora, per poi attestarsi nell’intorno dei 270 euro.
Il rischio è ormai noto: se non si dovesse trovare una soluzione, l'economia europea potrebbe crollare, con scenari da incubo. Vale a dire: imprese che chiudono, forte aumento della disoccupazione e cittadini sull'orlo della povertà.

L’impatto delle sanzioni su Mosca

Per capire il trend è sufficiente esaminare la differenza tra le bollette di agosto 2021 e quelle attuali, che in alcuni casi arrivano a costare sei volte tanto. Finora, in Italia si è cercato di turare la falla con sconti sull'imposizione fiscale in bolletta, che sono costati circa 30 miliardi di euro, pari a 2 punti di Pil. E le nuove, inevitabili riduzioni per i prossimi mesi costeranno altrettanto.
La corsa del gas dimostra ancora una volta quanto i sei pacchetti di sanzioni introdotte dall'Ue contro la Russia abbiano avuto un impatto non del tutto atteso. Soprattutto in paesi come Germania e Italia, legati mani e piedi alle forniture di Mosca. Non è un caso che a Berlino l'asse pro-embargo inizi a incrinarsi; il liberale Wolfgang Kubicki, vicepresidente del Bundestag, ha proposto senza mezzi termini l'apertura del Nord Stream 2, la cui inaugurazione è stata bloccata su pressioni americane, per poter salvare l'economia tedesca. Una posizione singolare per un dirigente di un partito particolarmente severo nei confronti della Russia e della sua aggressione all'Ucraina.
Se la Germania invertisse la rotta, respirerebbe un po' anche l'economia italiana, già duramente colpita dallo stop ai commerci con Mosca. Solo le mancate esportazioni costano al nostro paese un punto di pil – e l'impatto potrebbe essere persino maggiore se non ci fossero le “triangolazioni”, cioè la presenza di alcuni paesi che accettano di fare da intermediari tra l'Italia e la Russia, permettendo alle aziende di aggirare l'embargo.
Le sanzioni – lo avevamo previsto fin da febbraio – non riescono a generare l’impatto atteso sull’economia russa, che finora, è stata colpita solo marginalmente in alcuni ambiti, ma favorita in modo massiccio in altri. Con un saldo positivo. Un esempio su tutti: Gazprom ha chiuso il 2021 con un utile netto pari a poco meno di 28 miliardi di euro, in forte crescita rispetto ai 2 miliardi dell’anno precedente – e prevede di raddoppiarlo con riferimento al 2022.
Non era questo l'obiettivo delle misure europee, ma un'eventualità simile era facilmente pronosticabile.

Il delisting cinese
La reazione occidentale ha anche compattato Russia e Cina, come ha ricordato in un'intervista Henry Kissinger. In particolare, l'ex segretario di stato americano – a suo tempo fautore della distensione con Mao - ha puntato il dito contro la politica miope dell'amministrazione a stelle e strisce, anche in relazione alle tensioni su Taiwan.
E proprio nel momento più critico delle relazioni tra Washington e Pechino arriva un annuncio: cinque colossi cinesi hanno deciso il delisting dal Nyse, che avverrà probabilmente il prossimo mese. La capitalizzazione di mercato di queste società è enorme: 370 miliardi di dollari, più della metà, ricordiamolo, di quella della Borsa di Milano.
Sullo sfondo c'è la proposta, avanzata lo scorso giugno, di una nuova moneta unica globale istituita dai Brics, che potrebbe essere istituita per rappresentare un'alternativa al dollaro statunitense negli scambi internazionali. Un'idea sul tappeto da molti anni, ma tornata alla ribalta con la crisi fra Stati Uniti, con l'occidente a ruota, e l'asse russo-cinese. Se le cinque potenze emergenti mettessero in atto questo proposito, in futuro gli stati occidentali vedrebbero ridimensionata l’efficacia di sanzioni come quelle inflitte all'economia russa.

Inflazione alle stelle
Mentre, è persino inutile ripeterlo, l’effetto boomerang di queste misure sta creando criticità sempre pià acute all'Europa, che grazie al caro-gas sta subendo impotente il galoppo dell'inflazione. A luglio 2022, il dato ha raggiunto l'9,8% per l'Ue (era 2,2% nello stesso periodo dell'anno precedente) e l’8,9% per l'eurozona. Percentuali che avrebbero potuto essere persino più elevate se il petrolio non avesse fermato la sua corsa, attestandosi su un più ragionevole prezzo di 90 dollari al barile.
Si prevede che l'inflazione continui a salire fino a gennaio, per poi stabilizzarsi. A meno che il caro-gas prosegua in questi termini, provocando la chiusura di molte aziende e la distruzione della florida economia europea.
Finora, a calmierare gli aumenti ci sono gli sconti decisi dal governo e le formule, offerte a suo tempo dai fornitori di energia, di gas bloccato per uno o più anni. A loro volta, queste società si coprono dai minori introiti con l'acquisto di contratti derivati sulla Borsa di Amsterdam, per assicurare il prezzo ai consumatori e alle aziende senza perdere profitto.

Borse, tornano le difficoltà
Il pessimismo sull'inflazione e il timore di un nuovo rialzo dei tassi hanno influito anche sui mercati. Le Borse hanno esaurito la loro spinta propulsiva che durava da luglio. Milano, in particolare, ha raggiunto i minimi del mese.
Lo stop è meno preoccupante per i mercati americani, che erano rimbalzati molto, portando l’indice S&P500 a dimezzare le perdite annue. Per gli indici made in Usa si tratta, finora, di una normale fase di trading range – in attesa, naturalmente, di capire le reazioni al delisting cinese.
Situazione diversa, invece, per l'Europa, il cui rimbalzo si era dimostrato di minore portata. Il nostro continente è sotto la doppia minaccia della recessione e dell'esplosione dei costi industriali, che hanno rallentato la fase positiva. Proprio lo scenario a tinte fosche per il prossimo inverno ha colpito, in particolare, i titoli industriali tedeschi, e ha messo sotto pressione quelli finanziari italiani.

Attenti allo spread
Le sfide del prossimo ottobre sembrano preoccupare tutti. Quasi tutti. Perché la campagna elettorale continua a concentrarsi su temi di vario tipo, senza però sfiorare quelli più importanti: la crisi del gas e l'inflazione galoppante.
Nessuno parla, perché tutti i politici in competizione hanno paura di aprire il sipario e mostrare agli elettori uno spettro che aleggia sul paese: l'ingresso della troika in Italia, che potrebbe ridimensionare la capacità di movimento dello schieramento vincitore alla prossima tornata elettorale.
Ora lo spread è salito a 230, e lo scudo europeo non è una protezione incondizionata. Lo ha ricordato anche Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, sottolineando che questo meccanismo non è automatico, che ci sono condizioni da rispettare. Il timore diffuso è che il prossimo governo, qualunque esso sia, non possa evitare di confrontarsi con i paletti posti nel suo cammino da regole europee e banchieri centrali. E di varare misure impopolari per aziende e famiglie italiane.
Certo è che, qualunque cosa accada, la finanziaria del prossimo esecutivo non potrà essere troppo diversa da quella varata dal governo uscente.

 

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Mercati, navigazione tranquilla

Il rimbalzo di luglio si sta confermando anche nel corso di agosto. Il mese prossimo potremo capire meglio se siamo in presenza della tanto agognata ripresa. Senza trascurare le incognite provenienti dal rincaro delle materie prime, vera e propria spada di Damocle sull'economia reale.

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari

 

Il rimbalzo partito lo scorso luglio sta proseguendo. È ancora presto per capire se si tratti di un fenomeno passeggero o di un segnale di ripresa: a settembre, quando la totalità degli operatori tornerà in servizio, potremo capirne qualcosa di più. Senza dimenticare, ovviamente, la scure della crisi provocata dalla guerra e dall'aumento dell'energia elettrica, potenzialmente distruttivi per le imprese e l'economia di mezzo mondo.

È ancora presto, si diceva, per delineare i possibili trend. Ma un elemento già emerge: i dati non sono così negativi come inizialmente si pensava. Anche l'inflazione si sta attestando su nuovi livelli, senza ulteriori rincari: un'ulteriore dimostrazione che il mercato ha i suoi anticorpi. E i suoi limiti, difficilmente valicabili: oltre a un certo livello non è possibile spingersi.

Sta di fatto che oggi la navigazione è tranquilla e il mare è calmo. Il decennale tedesco offre rendimenti tra lo 0,8% e l'1,2%, mentre quello americano il 2,6%. E questi dati favoriscono la ripresa.

Anche lo spread veleggia su quota 210 e offre una fase di relativa tranquillità – il che non è poco, soprattutto nel mezzo di una campagna elettorale. A questi prezzi i mercati offrono un cuscinetto di garanzia che tranquillizza investitori e risparmiatori: la lettura dei dati suggerisce che molto difficilmente si scenderà sotto i minimi fatti registrare da gennaio a oggi. È quindi ragionevole rimanere nell'investimento, o addirittura aumentare il proprio peso.

 

Meglio l'Europa

Sì, aumentare il proprio peso. Ma dove? Un buon livello di consenso consiglia di guardare ai titoli value europei piuttosto che a quelli americani.

In Europa, i titoli value hanno fatto crescere gli utili in maniera maggiore di quelli growth – un fenomeno non riscontrabile oltre oceano. Poi - è chiaro - qualsiasi società che oggi vale dieci volte gli utili, fra dieci anni potrebbe raddoppiare il capitale anche se non dovesse crescere. Questo non succede – e da nessuna parte - nei titoli growth. Perché per poche società che, come Google o Amazon, hanno raddoppiato il loro valore, ci sono anche altre aziende che hanno causato agli investitori la perdita di una gran parte del capitale, se non dell'intera somma allocata.

Cosa scegliere, invece, in Italia? Alcuni dei titoli con le maggiori capitalizzazioni del listino promettono buoni rendimenti, purché si investa nel medio-lungo periodo. L'operazione conviene anche solo considerando i dividendi attesi, a cui occorre aggiungere gli utili che vanno a patrimonio netto. A ben vedere, questi titoli di Piazza Affari promettono rendimenti molto vicini a quelli che una volta erano offerti dai titoli di Stato.

 

La discesa del petrolio

In generale, abbiamo quindi visto, i fari sono accesi sui mercati europei che cercano di consolidare la ripresa. Unico punto critico di una situazione tranquilla è il freno ai mercati proveniente dalla Cina, che dipende essenzialmente dai nuovi lockdown decisi dalle autorità di Pechino.

D'altra parte, però, il rallentamento che proviene da oriente ha anche un effetto positivo: contribuisce cioè al calo del valore del petrolio, con tutto quello che ne consegue per le aziende e per i prezzi al consumo. Uno studio di Goldman Sachs prevedeva che entro fine anno il greggio si sarebbe spinto a 180-190 dollari: mai dire mai, si usa dire, ma la situazione attuale rende questa congettura assai improbabile. Oggi il Brent è più vicino ai 90 che ai 100 dollari al barile e il Wti è persino sotto i 90. E non è detto che non si scenda ancora.

 

Ma il gas va sempre più su...

Il trend petrolifero sta favorendo la discesa dell'inflazione americana e creando qualche speranza per la tenuta dell'economia reale nel mondo occidentale. Ma potrebbe non essere sufficiente, a causa del prezzo del gas, che continua ad aumentare (questa settimana ad Amsterdam si è raggiunto il prezzo record di 233 dollari per kilowattora, con un rialzo del 6%).

Il fenomeno, che sembra inarrestabile, avviene per i problemi noti, ma anche (e soprattutto) a causa degli speculatori che ne approfittano a mani basse. Basti pensare che il gas acquistato dall'Eni costa, teoricamente, un euro per il 90% dell'approvvigionamento e 3 per il restante 10%. Se non che, alla fine il prezzo finale è quello più caro, applicato all'intero stock – vale a dire, il 100% viene acquistato a 3 euro. Questo esempio fornisce già un quadro chiaro delle vere cause del rincaro selvaggio.

Se poi si aggiunge che ogni nave americana impegnata nel trasporto di gas via mare guadagna 250 milioni di dollari per singolo tragitto, si ottiene una spiegazione ancora più completa dell'intero scenario.

Se nessuno riuscisse a intervenire, il prossimo autunno potrebbe rivelarsi molto problematico. Si rischia un “raddoppio del raddoppio” dei costi energetici – tutto questo mentre la campagna elettorale italiana ha reso marginale il problema, che invece è drammaticamente centrale. Se le previsioni negative dovessero avverarsi, molte imprese ne verrebbero travolte, con esiti davvero disastrosi per lavoratori e consumatori.

 

C'è chi scende e c'è chi sale

Se il petrolio fa respirare le aziende e il gas rischia di soffocarle, l'oro dà ulteriori segni di stabilità. Il metallo giallo è infatti risalito un po', ma si trova sempre in una fascia neutrale, confermandosi sempre in un prezzo di protezione. In altri termini non ha perso nulla, ma non si è completamente posto al riparo di un'inflazione che continua a rimanere fra il 7% e l'8%.

Da questi dati si capisce quanto avesse ragione Warren Buffett quando diceva che un dollaro americano collocato in Borsa nel 1943 e conservato fino a oggi ha un valore 30 volte maggiore rispetto allo stesso investimento in oro. E se lo ha detto un uomo che recentemente ha proprio puntato sul metallo giallo, gli si può ampiamente credere.

L'oro, come abbiamo ricordato più volte, non è più un bene rifugio. In questo ruolo, almeno temporaneamente, è stato scalzato dal franco che, dopo i tanti sforzi della Banca Nazionale Svizzera per mantenere quota 1,20, ha sfondato la parità sull'euro e sta continuando a galoppare, facendo registrare record su record. E, secondo gli esperti, proseguirà la sua corsa: John Plassard, analista di Mirabaud Banque, ha previsto ulteriori apprezzamenti della moneta elvetica.

Il dollaro americano si è invece stabilizzato in una valutazione vicina alla parità: la corsa del biglietto verde si è fermata, ma la valuta americana non retrocede, nonostante una serie di problematiche dell'economia americana e l'avversione, da parte degli Usa, all'idea di dollaro forte.

 

Giappone, deludono i dati sul pil

Infine, un'osservazione sul pil giapponese, che ha un po' deluso le aspettative a causa di un calo delle scorte. Si tratta, comunque, di valori moderati, che non preoccupano più di tanto, e che possono rappresentare un fattore contingente legato all'inflazione. D'altra parte è utile non drammatizzare troppo un dato trimestrale, privilegiando maggiormente una visione di insieme, anche alla luce degli sviluppi economici (e geopolitici) mondiali.

Il Giappone, ricordiamolo, ha mantenuto una politica di tassi a zero, dimostrando di privilegiare la crescita rispetto alla lotta all'inflazione. Tokyo ha un punto fermo: non può permettersi una recessione. È la grande lezione di Shinzō Abe, che sopravvive allo statista recentemente scomparso. E che, probabilmente, darà i suoi frutti a lungo termine, quando occorrerà pagare le pensioni a una popolazione sbilanciata sugli anziani. Un problema che accomuna il Giappone all'Italia (ricordiamolo, i due paesi sono tra i più longevi del mondo). E che occorrerà affrontare anche alle nostre latitudini, per evitare che, fra dieci o vent'anni, lo stato non sia più in grado di pagare le pensioni a causa del grande numero di persone che si sono ritirate dal lavoro.

 

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