Poche sorprese sotto l'albero
Diversamente dal solito, il dicembre delle Borse potrebbe trascorrere in un'atmosfera molto calma, anche per la scarsa liquidità disponibile. Difficili, invece, le previsioni per l'azionario 2024, probabilmente influenzato dagli appuntamenti elettorali europeo, inglese e americano. Quasi scontato il rilancio dei bond, che avverrà quando i tassi torneranno a scendere
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Venerdì scorso le Borse hanno chiuso senza particolari scossoni, archiviando un risultato moderatamente positivo. Una settimana tranquilla non era difficile da prevedere, sia per un comprensibile bisogno dei listini di rifiatare, sia perché la festa del Ringraziamento americano ha di fatto “spezzato” il periodo di contrattazione negli Stati Uniti, con ricadute anche negli altri mercati.
Condizioni stazionarie
Ora si avvicina dicembre. Che cosa possiamo aspettarci dai listini? Ben poco. Nel corso del prossimo mese, infatti, le Borse dovrebbero marciare sui ritmi di quest'ultima settimana, senza la consueta accelerazione che di solito si verifica sotto l'albero di Natale. Ci stiamo infatti avvicinando a un mese molto corto di liquidità: questa situazione renderà meno frequenti e rilevanti gli scambi di qui a San Silvestro, portando i mercati a una chiusura dell'anno su livelli simili a quelli attuali. D'altra parte, si dovrebbero evitare anche rischi di contraccolpi negativi dovuti alla situazione internazionale. Tre le ragioni principali. Prima di tutto perché le Borse si sono dimostrate forti, nonostante le numerose difficoltà disseminate sul loro percorso. Poi per ragioni geopolitiche: la crisi mediorientale è rimasta un conflitto locale, senza cioè coinvolgere altre potenze regionali o mondiali, mentre il gelo polare ha rallentato le operazioni degli eserciti russo e ucraino, proprio nei giorni in cui Stati Uniti ed Europa iniziano ad accarezzare l'idea di uno stop a un conflitto divenuto dispendioso, lungo e difficilmente risolvibile dal punto di vista militare. Last but not least, il calo dell'inflazione tendenziale, che a fine anno chiuderà sotto il 4%, mentre quella reale ha ormai quasi raggiunto l'obiettivo del 2% e in Italia è ancora più bassa. Contribuisce al rasserenamento anche la tranquillità sia sul fronte del petrolio, ormai tornato vicino alla forbice 75-80 dollari al barile, sia su quello del gas, che sta lentamente tornando a scendere verso i 40 euro a megawattora. Unica preoccupazione è il picco di polmoniti in Cina, che porta timori di nuovi contagi in tutto il resto del mondo. Ma stante l'attuale situazione (favorita anche dall'alt di Bundesbank, preoccupata per la recessione in Germania) è praticamente impossibile che i tassi tornino a salire: a metà 2024, probabilmente, inizierà la lunga e lenta discesa.
Previsioni contrastanti
Con tassi più consoni potremmo vedere un forte rimbalzo azionario e il ritorno di fiamma delle obbligazioni. C'è chi però va contro corrente: uno studio di Ubs – il primo rapporto organico sulle previsioni per l'anno prossimo – vede l'economia europea in recessione, con Borse in perdita fra il 5% e il 10%. Sicuramente, il 2024 è, dal punto di vista borsistico, un anno difficile da prevedere. Anche perché, a breve distanza, si svolgeranno le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane. E tutto potrebbe cambiare.
Il punto sulle obbligazioni
Meno dubbi sulla ripartenza del settore obbligazionario, già da qualche mese in attesa del semaforo verde. Prima di settembre, si diceva che la migliore strategia di investimento per i bond potesse prevedere duration lunghe, dato che i tassi sembravano arrivati al loro picco – o plateau che dir si voglia. In settembre e ottobre, tuttavia, si è verificata una recrudescenza: i tassi di interesse hanno compiuto il loro ultimo balzo verso l'alto per poi fermarsi. E lasciarci un periodo di riflessione. Oggi, la situazione è calma, gli spread si sono ridotti e sembra aver senso investire sulle obbligazioni a cinque-sei anni. Il rendimento atteso in Europa è tra il 5% e il 6%, quello in Italia ancora maggiore (6%-7%); in entrambi i casi, la protezione dal vortice inflattivo sarebbe assicurata. Ma attenzione: l'orizzonte temporale si sta restringendo, perché il conto della rovescia che ci separa dall'abbassamento dei tassi (e dalla conseguente crescita dei bond) è già partito. Occorre quindi vincere le resistenze di chi, ingolosito dai conti deposito al 3% o al 4%, ritiene più sicuro e comodo affidarsi a queste formule: una volta scesi i tassi, i conti remunerati saranno infatti sempre meno frequenti e redditizi, per poi sfumare lentamente. Mentre le obbligazioni torneranno a dare sicurezza e rendimenti.
Pnrr: siamo davvero in ritardo?
Intanto, in Italia si discute ancora sul Pnrr e sul ritardo (vero o presunto) con cui il Paese sta utilizzando i fondi messi a disposizione dall'Europa. Premesso che, come abbiamo già ricordato più volte, non è obbligatorio spendere l'intero importo accordato (anche perché la maggior parte della somma dovrà essere restituita), occorre comunque ricordare che il carattere farraginoso della burocrazia italiana non facilita certo lo sviluppo rapido dei progetti. Con qualsiasi governo, gli intoppi amministrativi sono in grado di bloccare – o almeno di rallentare – ogni tipo di intervento economico e infrastrutturale.
Più aziende vulnerabili
Ha destato un certo interesse uno studio di Deloitte e Assifact secondo cui le aziende con alto rischio di credito o vulnerabilità finanziaria sarebbero aumentate dal 42% del periodo precedente al Covid al 49% del 2022, con tendenza a un ulteriore peggioramento. D'altra parte, a cigni neri e difficoltà economiche crescenti, si è aggiunto un dato di fatto “macro”: da 20 anni le banche hanno stretto i rubinetti del credito, a causa di requisiti sempre più rigidi sul capitale, cicli economici veloci e mancanza di autonomia da parte delle filiali, che una volta erano il cuore pulsante dei processi di finanziamento. Il 49% sembra una percentuale enorme, ma quando l'economia si contrae e i tassi salgono, le banche sono ancora più restie a prestare soldi (cioè a svolgere il loro mestiere), perché il rischio di insolvenza aumenta. Non solo nel caso delle imprese, ma anche per i privati. Non per niente, dall'inizio della stretta monetaria in poi, i beneficiari dei mutui casa non sono riusciti a rimborsare 690 milioni di euro, soprattutto per il forte aumento delle rate nelle formule variabili. Certo è che l'aumento degli utili bancari rende comunque i loro bilanci molto più sostenibili. Ciò sarebbe ancora più evidente se le agenzie di rating rimuovessero una regola assurda, che impedisce a una qualsiasi azienda di ricevere una valutazione più alta rispetto a quella del Paese in cui ha sede. Senza questo ostacolo, varie banche e assicurazioni italiane sarebbero sicuramente da tripla A.
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Banche centrali, tornano i falchi
Jerome Powell ha affermato che la Federal Reserve potrebbe alzare ancora i tassi, se necessario. E Christine Lagarde ha dichiarato che la Bce non avvierà il ciclo di ribassi prima di sei mesi, e forse occorrerà ancora più tempo, non escludendo una nuova stretta “in caso di shock”. Tuttavia, almeno in Europa, nuovi rialzi sono impensabili. Ecco perché
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La Federal Reserve è pronta ad alzare ancora i tassi di interesse se dovesse intravederne l'esigenza. E' questo il tono della nuova esternazione del suo presidente, Jerome Powell. Una posizione da “falco” subito condivisa dalla Bce, che – con le parole di Christine Lagarde – non procederà ad avviare il ciclo di ribassi per sei mesi, e forse anche di più. In compenso, ha aggiunto, “con nuovi shock dovremo riconsiderare i tassi”. Naturalmente verso l'alto.
In Europa non si fa
Dobbiamo preoccuparci? Non più di tanto, almeno per quanto riguarda l'Eurozona, Perché a queste latitudini è impensabile che i tassi vengano alzati ancora. Shock o non shock. L'economia sta soffrendo molto per la stretta monetaria, i livelli dell'industria europea non sono per niente buoni e ben pochi paesi chiuderanno l'anno con il segno più (tra questi, occorre dirlo, c'è l'Italia). Le reazioni a eventuali nuovi inasprimenti potrebbero quindi rivelarsi drammatiche: ciò, lo ripetiamo, rende praticamente impossibili ulteriori rialzi. In compenso, anche i dati sull'inflazione - che ormai sta scendendo sotto il 3% - oppongono un no secco a una simile ipotesi: persino il petrolio, che aveva destato preoccupazioni nella prima parte dell'autunno, è ora rientrato nei ranghi, navigando nuovamente intorno agli 80 dollari al barile. Che non ci siano timori di inflazione lo dimostra la quotazione dell'oro, tornata sotto i 2.000 dollari l'oncia nonostante le numerose e deflagranti tensioni geopolitiche nel mondo. L'unica preoccupazione potrebbe arrivare dal gas, attualmente di poco sotto i 50 euro al megawattora. Un valore alto, certo, ma non altissimo: il livello non è neppure minimamente paragonabile alle valutazioni a tre cifre che abbiamo dovuto sperimentare nel recente passato.
Borse giù, ma non troppo
Le reazioni delle Borse alle dichiarazioni di Jerome Powell e Christine Lagarde sono state, tutto sommato, moderate. Si sono verificate flessioni, e la scorsa settimana si è chiusa all'insegna della cautela (uniche aree in controtendenza, almeno a Piazza Affari, il settore assicurativo, le telecomunicazioni e il comparto energetico, nonostante il calo del petrolio). Ma tutto è apparso sotto controllo. Anche perché il ritorno dei “falchi” non è l'unica causa di questo trend al ribasso: la settimana precedente le Borse avevano chiuso con buoni rialzi, e un calo che permettesse ai listini di rifiatare era ampiamente atteso. Nessun timore, quindi: i mercati non credono in ulteriori balzi verso l'alto della politica monetaria. Ne è ulteriore riprova il valore dei tassi a breve dei titoli di stato, che restano elevati. Le Borse, insomma, si sono dimostrate forti: in caso contrario, non avrebbero potuto mantenere un trend di oscillazione normale in un'epoca in cui le guerre provocano disastri all'economia di tutto il mondo. Ora, a meno di avvenimenti clamorosi, i listini dovrebbero chiudere l'anno senza particolari stravolgimenti. Si attende, infatti, un fine 2023 di poco sopra i livelli attuali o, mal che vada, in una situazione di stabilità, ma non in flessione. Ancora una volta, quindi, meglio mantenere. E, nell'obbligazionario, è consigliabile allungarsi di duration sui bond: per il settore, il 2023 è stato un anno molto difficile, ma l'anno prossimo si preannuncia migliore.
L'anno d'oro delle banche
Anno d'oro invece per le banche, capaci di raccogliere 43 miliardi di utili. Una scommessa già vinta, quella degli istituti di credito: fin da inizio anno era chiaro che il settore fosse favorito dalla stretta monetaria, anche se pochi si aspettavano risultati così brillanti. Occorre anche ricordare che, da 15 anni a questa parte, le aziende di credito hanno dovuto fare i conti con gravi difficoltà nel chiudere i bilanci. Il momento felice del settore bancario, come è facile prevedere, dovrebbe proseguire fino a quando i tassi rimarranno alti – cioè per molti mesi.
I più short
A proposito di banche, un'analisi GraniteShares su dati WhaleWisdom rivela che allo scorso 6 novembre Montepaschi era il terzo titolo italiano più shortato con il 2,62% delle azioni in posizioni corte nette. A precedere la banca senese solo Saipem e Industrie De Nora. La scelta dei fund manager che hanno venduto allo scoperto Mps si è dimostrata davvero erronea e poco lungimirante: il Monte dei Paschi ha ottenuto ottimi risultati ed è salito dell'8%. Più in generale, quest'anno chi ha shortato le banche è stato molto improvvido: al contrario, quello del credito era il vero settore su cui investire. Due parole su Saipem, che ha occupato il primo posto in questa speciale classifica. La società, dopo i momenti difficili trascorsi negli ultimi due anni, ha ora buone commesse e una discreta redditività, che le permette di recuperare, pur in parte, la distruzione del capitale condotta negli ultimi dieci anni. Certo: la società ha perso circa il 97% del suo valore rispetto al 2012, ed è costata ai cittadini molti soldi. Ma il suo ruolo era troppo centrale per non procedere a un salvataggio. Chi ha scommesso contro Saipem non ha dato peso a questa considerazione.
Cina, nubi e ostacoli sulla strada della ripresa
Recentemente, il Fmi ha invitato le banche a investire in Cina, riconoscendo però i problemi attualmente attraversati dall'economia del Paese. Tuttavia, almeno finora, gli investitori restano lontani da Pechino, anche per l'opacità di questo mercato. La tanto ventilata ripresa cinese è, dunque, un percorso con tante nubi e vari ostacoli, non ultima l'attuale fase deflattiva. Per competere con gli Stati Uniti e divenire la prima potenza mondiale, la Cina dovrebbe aprirsi maggiormente alla trasparenza e recuperare posizioni in vari ambiti, non ultimo quello tecnologico. Necessario anche rivedere alcune scelte demografiche davvero discutibili, come le regole ferree sul numero dei figli concessi alle famiglie. Le limitazioni, chiamate “politica del figlio unico”, permettevano fino al 2013 un solo bambino per nucleo familiare, e tuttora prevedono multe salate per i genitori che scelgono di avere più di due figli. La strategia, evidentemente introdotta per evitare la sovrappopolazione, può sortire l'effetto opposto, con rischi di dimezzamento dei residenti e conseguente insufficienza di lavoratori. Una situazione che metterebbe a rischio l'economia cinese, allontanando il paese dalla lotta per la leadership mondiale.
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Piazza Affari torna a sorridere
La Borsa di Milano ha chiuso la scorsa settimana con un bel +5,1%. Il rimbalzo, che allinea il listino italiano ai mercati internazionali, rappresenta un segnale di forza, soprattutto considerando la stagionalità e la situazione geopolitica. Bene anche l'obbligazionario
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano sta ancora veleggiando sull'onda del rimbalzo della scorsa settimana, la migliore da marzo, con una chiusura a +5,1%. Un segnale di forza, soprattutto considerate la stagionalità e la situazione geopolitica. Si è verificata una duplice combinazione, perché alla scalata del mercato borsistico ha fatto eco la ripresa vigorosa della componente obbligazionaria, con anche l'arretramento dello spread a una quota di poco superiore a 180. Questa volta, chi ha deciso di scommettere contro l'Italia sfruttando le molte posizioni allo scoperto si è fatto molto male. Il sistema economico complessivo non poteva permettersi che qualcuno si mettesse a giocare sugli spread in un periodo come questo, contraddistinto da conflitti e tensioni sull'arena mondiale. La crescita della Borsa è stata supportata da dati economici importanti: basti vedere i risultati raggiunti da Intesa Sanpaolo, che ha portato l'utile netto a nove mesi a +85% rispetto allo stesso periodo del 2022, con un risultato passato, nel terzo trimestre, da 957 milioni a 1,9 miliardi. Il periodo brillante della Borsa italiana si verifica in un periodo di ottima salute dei mercati mondiali, che hanno tutte le carte per archiviare, a fine anno, risultati migliori rispetto a quelli di fine ottobre.
La cessione della rete Tim
A fare eccezione all'ottimo momento della Borsa è il titolo di Tim, che ha subito una brusca retromarcia. Il tutto dipende dalla vertenza annunciata da Vivendi contro la modalità con cui il consiglio di amministrazione ha approvato a maggioranza (11 a 3) la cessione dell'infrastruttura di rete al fondo americano Kkr. Un acquisto che prevede una valorizzazione fino a 22 miliardi, con chiusura dell'operazione attesa la prossima estate. Più in particolare Vivendi, primo azionista di Tim con il 23,75%, ha contestato il mancato passaggio in assemblea che, secondo una comunicazione della società francese, rende la decisione del cda “illegittima”. L'azienda transalpina “utilizzerà ogni strumento legale a sua disposizione per contestare questa decisione e tutelare i suoi diritti e quelli di tutti gli azionisti”, prosegue la nota. Il calo del titolo dipende, probabilmente, dai timori di Piazza Affari su una lunga e incerta controversia. Comunque vada, ci si augura che la vendita della rete a un privato sia stata studiata con tutte le garanzie e le cautele del caso, e che azienda e governo si siano tutelati a dovere: si tratta infatti di un'infrastruttura sensibile, in cui transitano dati importantissimi e riservati.
Fisco e Pil
Niente di nuovo, invece, sul fronte del fisco: secondo Eurostat, i dati 2022 evidenziano che tasse e contributi pesano per il 42,9% del Pil. Non è una sorpresa, dicevamo: è da più o meno 20 anni che l'incidenza fiscale è vicina a queste percentuali (abbiamo anche sperimentato picchi oltre il 44%). Tenendo conto che il prodotto interno lordo è salito artificialmente con l'inflazione, non è più possibile permettersi tasse aggiuntive: siamo arrivati vicino alla curva di Laffer, nella situazione in cui l'eccessiva tassazione distrugge il gettito invece di crearlo.
Materie prime, segnali misti
Segnali contrastanti per le materie prime. Il gas continua a lambire i 50 euro a megawattora, probabilmente sospinto dalle aspettative della domanda per la stagione invernale. I dati sono, naturalmente, quelli ufficiali della Borsa di Amsterdam, anche se gran parte degli scambi – quelli che contano – si fanno al di fuori delle piazze finanziarie regolamentate. Se il gas torna alto, il petrolio si è nuovamente attestato nella fascia tra gli 80 e gli 85 euro al barile, con punte negative anche al di sotto di questa forbice. L'oro invece, dopo l'escursione oltre il tetto psicologico dei 2.000 dollari l'oncia, è tornato a calare, assestandosi in territorio neutrale. I recenti rimbalzi del “re dei metalli” non hanno nessun altro motivo se non la situazione geopolitica e la ricerca di uno storico bene rifugio: per essere più redditizio rispetto ad altri investimenti, l'oro dovrebbe rendere tra il 9% e il 10%.
Fed, i tassi restano alti
Negli Stati Uniti, intanto, i tassi restano (per ora) invariati tra il 5,25% e il 5,5%, ma riduzioni a breve sono poco probabili. “Non stiamo pensando a tagli”, ha affermato a questo proposito Powell. “Manterremo una politica monetaria restrittiva fino a quando saremo sicuri che l’inflazione sia su un percorso sostenibile verso il 2%”. Ma, ha concluso, “non siamo ancora sicuri di aver raggiunto una posizione sufficientemente restrittiva”. Della serie: i tagli possono attendere, mentre un nuovo rialzo non è del tutto escluso. Nulla di cui preoccuparsi, comunque: anche se la Federal Reserve dovesse procedere a un ultimo, ulteriore ritocco, la sua entità sarebbe di 25 punti e nulla più. Sulla stretta monetaria, in ogni caso, negli Stati Uniti ci sono due correnti di pensiero contrastanti. Da un lato, c'è chi è convinto che i tassi alti possano indurre una flessione dell'economia, fino a portarla in recessione. Una dimostrazione lampante verrebbe dal valore degli immobili commerciali in discesa, anche a causa del rincaro del costo del denaro. Basti pensare che, a fine 2021, il tasso medio dei mutui era leggermente sotto il 3%, mentre venerdì scorso la media era del 7,81%. Chi invece approva le decisioni della Fed afferma che ci sono 2.000 miliardi di dollari di spesa corrente per l'anno prossimo che devono essere ancora spesi. Soldi, cioè, del 2023, che entreranno il circolo l'anno successivo. E' comunque chiaro che eventuali ricadute negative della stretta monetaria si sentano molto di più nell'Unione Europea che non oltre oceano. Perché gli Usa, a differenza dell'Ue, sono un Paese unito. Un esempio. Recentemente, è stato approvato un finanziamento pari a 16 miliardi di dollari per una nuova linea ferroviaria sotto il fiume Hudson, con stanziamenti in gran parte federali e per 4,5 miliardi di dollari dallo Stato di New York. Un'opera pubblica in grado di bypassare le tariffe alte dell'ingresso in città con l'automobile, che sfiorano i 10 dollari, a cui se ne aggiungono 20 per i ponti o i tunnel. Ecco: approvare in tempi brevi una simile opera pubblica con concorso di finanziamenti in un qualsiasi Paese dell'Ue sarebbe più difficile. Quasi proibitivo.
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Guerra in Medio Oriente: la reazione delle Borse
L'attacco di Hamas a Israele ha innescato timori nei mercati europei, che hanno reagito con una flessione. Ma il recupero non si è fatto attendere, spinto probabilmente dalla consapevolezza che questo nuovo conflitto obbligherà le banche centrali a fermare definitivamente la stretta monetaria. E, forse, a pianificare una riduzione dei tassi in tempi più rapidi rispetto alle previsioni
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Le drammatiche notizie provenienti dal Medio Oriente hanno spinto in negativo le Borse europee, che già si trovavano in un contesto di ribasso. Ieri, tuttavia, i mercati hanno recuperato ampiamente le perdite di lunedì, allineandosi con i valori di New York, che lunedì scorso non avevano risentito degli echi provenienti dal teatro mediorientale. Sembra quindi che l'escalation provocata dall'attacco di Hamas a Israele non abbia influito più di tanto sull'andamento dei listini. Forse perché, in presenza di una crisi così grave in Medio Oriente (e di rischi di future ripercussioni sul prezzo del petrolio), la Banca Centrale Europea non potrà più alzare i tassi, pena il crollo dell'economia. Anzi: è più probabile che lo “scollinamento”, inizialmente previsto per fine 2024, venga anticipato.
Le preoccupazioni all'orizzonte
I timori provenienti dallo scenario mediorientale sono dunque di carattere prima di tutto umanitario e poi geopolitico, ma molto meno di tipo economico. Da un lato, come detto, la Bce dovrà probabilmente rivedere in fretta la ormai atavica politica di rialzi continui; dall'altra, le preoccupazioni su un possibile stop al dialogo tra Israele e i Paesi arabi sono forse esagerati: l'accordo tra Tel Aviv e l'Arabia Saudita, con la partecipazione, pur sfumata, delle autorità di Ramallah (nemiche giurate di Hamas) potrebbe subire una sospensione temporanea, ma riprendere in un secondo tempo. Rimangono i rischi di una destabilizzazione di tutta l'area mediorientale, dato che Hamas è un chiaro problema per l'intero mondo arabo. Tuttavia, finora il prezzo del petrolio si mantiene sotto controllo, con valori inferiori ai 90 dollari al barile.
Sale lo spread
E lo spread? Lo spread resta oltre quota 200, che ha raggiunto dopo essere rapidamente balzato in alto dagli originari 170. Perché sarà anche vero che, molto probabilmente, non ci sarà un ulteriore rialzo dei tassi, ma è anche incontestabile che gli effetti della stretta monetaria si sentono da parecchi mesi: l'Italia, come le altre economie dell'area euro con debito pubblico alto, sta già pagando da tempo l'inasprimento deciso dalla Banca Centrale Europea. Più il costo del denaro è alto, più i Paesi indebitati devono pagare, e meno possono investire. Finché, dunque, la Bce non riporterà i valori su livelli accettabili, sarà allarme spread, aggravato anche dalle “scommesse” delle grandi banche d'affari, che hanno puntato con decisione contro l'Italia.
Il successo dei Btp Valore
In questo scenario non confortante, si è registrato il successo ottenuto dal collocamento dei Btp Valore: la nuova emissione ha infatti chiuso a quota 17,2 miliardi, di poco sotto la prima tranche. Il risultato è decisamente apprezzabile e si allinea con una tendenza mondiale che vede i cittadini investire massicciamente sui titoli di stato (un trend analogo si riscontra in Francia, in Germania e negli Usa). Tuttavia, è difficile che il successo dei Btp Valore influisca sugli spread, perché l'importo è determinato sul decennale. Nonostante tutto, occorrerebbe effettuare ancora 250 miliardi di emissioni: per questo motivo, un terzo collocamento, fra un anno o magari tra alcuni mesi, è altamente probabile.
Dollaro sovrastimato
Frattanto, il dollaro ha “bucato” quota 1,05, ma fatica a rimanere su questi livelli. Per il biglietto verde, infatti, il cambio attuale è al di sopra del proprio standard; si prevede, dunque, un arretramento. Anche perché il dollaro non è più considerato un bene rifugio, soprattutto alla luce della guerra in Medio Oriente, che può far male all'economia americana molto più che a quella europea. Perché negli Stati Uniti è vicino l'anno elettorale, che obbligherà l'amministrazione democratica a lavorare per attutire gli impatti della crisi economica, proprio mentre non sembra prossima la fine per la guerra russo-ucraina: per gli Usa, il coinvolgimento, pur dall'esterno, in due conflitti potrebbe rivelarsi impossibile proprio dal lato finanziario – che è solitamente decisivo per l'esito delle presidenziali. Per questo motivo, necessariamente, Washington dovrà decidere chi sostenere, anche a causa della spada di Damocle che pende su una terza area calda: Taiwan.
Scioperi negli Stati Uniti
A complicare le cose, ecco il ritorno degli scioperi negli Stati Uniti. Un fenomeno che finora è sotto controllo, ma sta comunque aumentando in varie parti del Paese. I sindacati, la cui forza era stata dimezzata dai duri confronti con l'amministrazione Reagan negli anni Ottanta, stanno tornando a riscuotere sempre più fiducia e consenso tra i lavoratori americani. Varie le ragioni di questo cambiamento di prospettiva. Hanno certamente influito gli utili ottenuti dalle grandi aziende (soprattutto big tech) in tempo di coronavirus, che non si sono tradotti in adeguamenti salariali per i dipendenti. L'aumento dei tassi, ancora una volta, ha acuito questo senso di disagio: la stretta monetaria ha offerto ai cittadini abbienti la possibilità di investire ottenendo interessi più alti, mentre ha costretto la classe medio-bassa a stringere i cordoni della borsa a causa degli aumenti dei prezzi. Un altro fattore ha favorito il ritorno degli scioperi: il calo della disoccupazione, che ha accresciuto il potere contrattuale dei dipendenti, fornendo loro il coraggio necessario per aderire alle azioni sindacali. L'ondata di astensioni dal lavoro potrebbe anche suonare come un campanello d'allarme nei confronti dei Democratici, che da tempo hanno allentato la presa sui diritti sociali. Un campanello d'allarme che arriva, ancora una volta, alla vigilia di un delicatissimo anno elettorale.
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Politica monetaria, le banche centrali si dividono
Federal Reserve, Bank of England e Banca Nazionale Svizzera hanno deciso di tenere fermi i tassi, concedendo un respiro all'economia e distanziandosi dalla Bce, che sembra non volersi arrestare. Mentre in Giappone le percentuali restano ferme, in territorio negativo. Preoccupa però l'intenzione della Fed di lasciare alte a lungo le percentuali: si teme che poco cambierà prima di fine 2024
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha comunicato la sua decisione mensile sulla politica monetaria. Washington, a differenza di Francoforte, ha deciso di fermare la crescita dei tassi (è il secondo stop, in una manovra che ha finora fatto registrare 11 rialzi), mantenendo così la forbice fra il 5,25% e il 5,5%. Le parole con cui Jerome Powell ha spiegato la sua decisione, però, non sono state troppo confortanti. Il presidente della Fed ha infatti affermato da un lato che prossimamente potrebbero essere necessari altri aumenti, dall'altro che i tassi rimarranno alti per lungo tempo. A preoccupare i mercati è soprattutto la seconda affermazione: negli Usa, il costo del denaro rischia di rimanere alto per tutto il 2024 e forse oltre, con evidenti ripercussioni sull'economia.
Politiche divergenti
Insieme alla Fed, hanno optato per una pausa altri due importanti istituti centrali del mondo occidentale: la Banca d'Inghilterra e la Banca Nazionale Svizzera. Più in particolare, Big Ben ha detto stop dopo 15 interventi consecutivi, fermando la percentuale di riferimento a 5,25%, mentre Berna ha mantenuto costante il tasso all'1,75%, smentendo le previsioni degli analisti che ritenevano probabile un nuovo ritocco verso l'alto dello 0,25%. Tutte e tre le banche centrali potrebbero, in futuro, decidere per nuovi interventi, ma hanno preferito lasciar rifiatare le rispettive economie. Cosa che, come è ben noto, non ha fatto la Bce, il cui ritmo serrato rischia di portare al disastro economia, potere di spesa delle famiglie e Stati con debito pubblico alto. Sembra di assistere alle stesse scene del 2007, quando l'allora presidente dell'Eurotower Jean-Claude Trichet alzò i tassi, ma fu costretto a tornare precipitosamente indietro dopo la crisi Lehman. Una situazione simile potrebbe riproporsi: non per niente, Goldman Sachs ha già accennato a una possibile impennata degli spread – e quando le grandi banche d'affari iniziano ad affrontare questi argomenti, significa che hanno già posizioni short sui debiti dei paesi più in difficoltà. Sembra che attualmente la Bce sia intenzionata a fare qualsiasi cosa per raggiungere l'obiettivo del 2%. Quando, lo ripetiamo per l'ennesima volta, l'inflazione europea è una questione soprattutto di materie prime: finché queste non calano, la spirale inflattiva non può scendere troppo. Tassi o non tassi. E, da questo punto di vista, le cose non sono certo rassicuranti, a causa della nuova ascesa del petrolio che, a causa dell'asse fra Arabia Saudita e Russia, sta galoppando pericolosamente verso il valore di 100 dollari al barile. Invece che insistere fideisticamente in una monolitica strategia di rialzi in loop, la Bce dovrebbe accettare di mettersi in discussione, studiando gli esempi delle altre banche centrali occidentali. Quelle americana, inglese e svizzera, appena citate. E quella giapponese, che rappresenta la scelta diametralmente opposta: dallo scoppio della crisi in poi, Tokyo non ha abbandonato la tradizionale politica di tassi fermi, confermandosi l'unico paese del G7 a mantenere il costo del credito in territorio negativo. Anche l'avvicendamento, avvenuto alcuni mesi fa, del governatore della banca centrale (Kazuo Ueda al posto di Haruhiko Kuroda) ha lasciato invariato il piano operativo nipponico. Risultato? L'inflazione resta inferiore a quella di Eurolandia.
Vie alternative
Del resto, l'economia dell'Unione Europea, insieme a quella britannica, è la meno brillante nel mondo occidentale. Vale a dire che oltre oceano le condizioni sono migliori: l'economia statunitense è molto più vicina all'equilibrio rispetto alla nostra, con un'inflazione che arretra gradualmente. Sicuramente, alla crisi europea contribuisce anche lo stop della Germania, di cui per anni ha tratto beneficio l'intero continente. Berlino ha vissuto per più di 20 anni su tre cardini: l'assenza di svalutazioni competitive, che ha favorito una crescita di salari reali, il gas russo a basso prezzo e un export in Cina praticamente illimitato. Oggi, con il metano di Mosca ridotto ai minimi termini e i problemi geopolitici che riguardano Pechino, si manifestano tutti i limiti dell'espansione economica della Germania che, come si è visto dagli ultimi accadimenti, non dipende da buone politiche di bilancio. Non potendo più beneficiare del “traino” tedesco, i paesi del centro e sud Europa dovrebbero cercare alternative. L'Italia, per esempio, ha una strada obbligata: quella di ritagliarsi un ruolo in Africa con il “piano Mattei” di cui si sta insistentemente parlando.
Sofferenze bancarie al minimo dal 2006
L'aumento dei tassi, come è ampiamente risaputo, ha dato una grossa spinta alle banche, contribuendo ai loro utili record. Anche se in futuro, il possibile rovescio della medaglia potrebbe vedere i loro bilanci indeboliti proprio da un’altra conseguenza della stretta creditizia: la recessione che incombe e che, giocoforza, minerà la capacità di spesa degli italiani. Intanto, però, le aziende bancarie si godono un altro successo, evidenziato dal Market Watch Npl, inchiesta realizzata dall’ufficio studi di Banca Ifis e presentato nel corso del Npl Meeting di Cernobbio. Dalla ricerca emerge infatti che il tasso di deterioramento del credito delle banche italiane dovrebbe chiudere l'anno all'1,2%, minimo storico dal 2006. Inoltre, prosegue lo studio, negli ultimi otto anni lo stock Npe si è ridotto di 55 miliardi, scendendo dai 361 di inizio 2015 ai 306 di fine 2022. Nello stesso periodo, gli operatori del mercato Npl hanno favorito il processo di derisking delle banche italiane, con 352 miliardi di euro in crediti deteriorati transati - di cui 42 sono stati ceduti nel 2022. Questo risultato dipende sicuramente dalle regolamentazioni Eba e dal lavoro dei player specializzati nella gestione dei non performing loans, ma anche dalla stretta creditizia che le banche hanno applicato dopo la crisi Lehman. Un trend che è stato rinforzato dalla rimozione di autonomia decisionale un tempo concessa alle filiali e ai loro direttori: oggi al contrario anche per concedere piccoli crediti si inizia a utilizzare l'intelligenza artificiale. Il che, ovviamente, svilisce la professionalità e gli skill di chi in banca ci lavora, oltre che accordare meno finanziamenti alla clientela.
Meglio aspettare
Sicuramente, l'andamento delle banche sarà determinante per i prossimi risultati della Borsa di Milano. Che al momento percorre una linea ribassista (Piazza Affari ha già fatto registrare quattro sedure negative) ma non abbastanza per effettuare movimenti drastici sul mercato. In un momento di incertezza come quello attuale, è probabilmente saggio rimanere in una situazione di attesa: il mercato non è ancora bene intonato, ma la discesa è ancora marginale, e non si vedono ancora grandi opportunità per gli investitori.
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Imminente la riunione Bce: estrema cautela sui mercati
Domani la Banca Centrale Europea deciderà se alzare ulteriormente i tassi o mantenerli al livello attuale. In attesa del verdetto, le Borse si muovono con molta cautela, portando le movimentazioni al minimo. Mentre la recessione già incalza e la crisi tedesca spaventa l'intera Unione
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la chiusura della scorsa settimana in attivo, che ha ribaltato la precedente situazione di difficoltà, la Borsa di Milano è ripartita, come gli altri listini europei, con una certa cautela. Unici acuti, il recupero delle banche, capaci di riprendersi dopo i precedenti cali, e la buona performance di Saipem, che quest'anno è salita di più rispetto alla media del mercato (anche se la sua quotazione è ancora del 90% più bassa rispetto a cinque anni fa). L'incertezza dipende dall'attesa delle riunioni di Bce (domani) e Fed (20 e 21 settembre), che prenderanno decisioni molto importanti sulla politica monetaria nel mondo occidentale. Importanti anche i dati sull'inflazione americana, che saranno diffusi a breve.
Il monito di Draghi
Quando le decisioni delle banche centrali saranno comunicate, potremo anche intuire meglio quale sarà l'intonazione dei mercati. Per ora non possiamo far altro che aspettare. Non è facile, infatti, azzardare previsioni sulle prossime mosse di Francoforte e Washington. In particolare, sono le scelte dell'Eurotower ad apparire enigmatiche: la prosecuzione della stretta monetaria e lo stop ai rialzi dei tassi sembrano avere pari probabilità. Chi sostiene la prima opzione, sottolinea che l'inflazione è attualmente al 5,3%, ben lontana dall'obiettivo del 2% fissato dalle autorità monetarie europee. Chi invece caldeggia la seconda scelta, focalizza l'attenzione sull'economia in difficoltà (per non dire a rischio) e la recessione che, come uno spettro, si aggira per l'intera Europa. Una situazione che è stata evidenziata persino da Mario Draghi: l'ex presidente Bce ha sottolineato che o l'Europa cambia, o l'Europa salta, lanciando, come un sasso nello stagno, anche una domanda retorica: “può un'unione monetaria sopravvivere senza un'unione fiscale?”. Un eventuale nuovo rialzo dei tassi potrebbe, insomma, aprire un pericoloso vaso di Pandora che finora è rimasto faticosamente chiuso, rendendo devastante una recessione che già si sta manifestando nell'intera Ue. Anche in Germania, alla luce della crisi che ha scosso la locale economia. Per non parlare dei paesi con un debito pubblico alto, già in difficoltà per il costo sempre più elevato del denaro. Quale la reazione delle Borse a un eventuale, nuovo rialzo dei tassi? Sicuramente negativa, anche se i listini europei potrebbero rivelarsi in grado di limitare i danni. Soprattutto Piazza Affari, essenzialmente per l'alta presenza di titoli bancari, che sono tra le poche azioni favorite dal rialzo dei tassi.
Germania in crisi
Come detto, la crisi improvvisa dell'economia tedesca è molto pericolosa per l'intera Europa. La Commissione Ue ha rivisto al ribasso le prospettive di crescita di Berlino, passando dal +0,2% al -0,4% Alla congiuntura negativa della Germania, la prima dopo la fase acuta della pandemia, non è certamente estraneo il rialzo dei tassi Bce – ironia della sorte, caldeggiato proprio dalle autorità monetarie di Berlino. Da parte sua l'inflazione europea ha ridotto sensibilmente il valore degli stipendi, provocando da un lato il calo dei consumi interni, dall'altro la discesa della domanda a livello internazionale, che a sua volta ha fatto scattare un decremento significativo delle esportazioni. Una voce, questa, determinante per il buono stato dell'economia tedesca. Preoccupante anche la diminuzione di manodopera, dovuta essenzialmente all'ondata di pensionamenti e al calo demografico: se perdurasse questa situazione, il cancelliere Olaf Scholz potrebbe proporre il ricorso a lavoratori sia comunitari, sia extra-Ue, scatenando malumori su una parte della popolazione.
Rischio effetto domino
La recessione che ha colpito la locomotiva d'Europa preoccupa non poco, anche per l'effetto domino che – soprattutto se si dimostrasse molto profonda - potrebbe scatenare nel resto dell'Unione. Soprattutto in Italia: la nostra economia, nel bene e nel male, è intrecciata con quella di Berlino, e sicuramente ne risentirebbe qualora la Germania chiudesse l'anno con una contrazione del pil. Davanti a questi dati, e a questi rischi, è lecito chiedersi: la posizione tedesca in ambito Bce cambierà? Oppure Berlino proseguirà nella linea di austerity e stretta monetaria, non abbandonando l'alleanza con i “falchi”? Le prime risposte potrebbero essere fornite domani dalle autorità monetarie e a breve da quelle politiche, in sede di discussione sulla reintroduzione del patto di stabilità dal prossimo 1 gennaio. Scelta che si potrebbe rivelare molto pericolosa, considerata la situazione generale. La strada più logica sarebbe, ça va sans dire, la riforma di questo strumento, che nella sua attuale formulazione si è dimostrato più una camicia di forza che un volano di stabilità. Auspicabile, anche se molto improbabile, sarebbe un passo ulteriore: il cambiamento radicale dei principi di governance europea, che però andrebbe a intaccare (e ridefinire) i trattati.
Bene il dollaro, la sterlina soffre
In questo scenario, il dollaro ha recuperato sull'euro. A contribuire alla performance del biglietto verde, il probabile stop della Fed al rialzo dei tassi, su cui i mercati scommettono molto di più che non su un'analoga decisione Bce. Si è invece fatto molto clamore sul calo della sterlina. Forse troppo. E' vero che la moneta di Sua Maestà, ultimamente, ha sofferto per un'inflazione persino maggiore che nel resto d'Europa, anche a causa della carenza di risorse e di personale. Ma, almeno finora, i grafici del pound sono fluttuanti e i valori attuali restano ampiamente inferiori alle valutazioni dei mesi pre-Covid. Poco credibile, se non fantascientifica, è invece una imminente situazione di parità sterlina-euro-dollaro. E, anche se questa inverosimile possibilità si verificasse, ci vorrebbero almeno due o tre anni per vedere un simile tonfo della sterlina. A meno, ovviamente, di “cigni neri” particolarmente devastanti.
Ottobre, riparte il Btp Valore
In questa situazione di estrema incertezza, c'è qualcosa di sicuro: il mese prossimo partirà la nuova emissione del Btp Valore, di durata quinquennale, con cedola trimestrale e premio finale di fedeltà. Indipendentemente dai tassi minimi garantiti, che saranno comunicati il prossimo 29 settembre, la notizia è buona. E' infatti positivo che il Ministero del Tesoro cerchi, per quanto possibile, di offrire sul mercato interno il proprio debito pubblico. Certamente, il futuro di queste emissioni dipenderà molto dalla situazione dei tassi nei prossimi mesi.
Evergrande, niente di nuovo sotto il sole
La mossa del gruppo immobiliare cinese, che ha presentato istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale di Manhattan, non rappresenta una grande novità, dato che la società era di fatto già fallita due anni fa. A preoccupare sono altri rischi, ben più inquietanti...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La tranquillità che solitamente si accompagna all'agosto del mondo finanziario è stata apparentemente scossa dal caso Evergrande. Proprio due giorni dopo Ferragosto, il promotore immobiliare cinese ha dichiarato bancarotta protetta negli Stati Uniti, depositando l'istanza ai sensi del Chapter 15 al tribunale fallimentare di Manhattan. Evergrande proverà a ristrutturare il debito offshore e sta già imbastendo trattative a Hong Kong con i molti creditori (per centinaia di miliardi di dollari).
Timori esagerati
I giornali hanno fatto di questa notizia un lancio da prima pagina, accanto alle solite news sul nuovo anticiclone caldo e le altrettanto usuali indiscrezioni politiche. A rimbalzare sul tam tam di giornali, radio, televisioni e testate web sono state due domande: “Siamo di fronte a una nuova Lehman?” “Il Chapter 15 di Evergrande porterà fallimenti a catena?”. Questi timori sono per lo meno esagerati. Perché Evergrande era già fallita due anni fa in Cina, quando non aveva rimborsato i suoi obbligazionisti. E la mossa del promotore immobiliare negli Stati Uniti è stata poco più che un colpo di coda di una situazione già giudicata drammatica nel 2021. In altri termini, probabilmente non si verificherà una nuova Lehman, anche se certamente si possono prevedere alcune conseguenze serie.
Zhongrong e le banche ombra
A destare preoccupazione sono invece intervenute altre situazioni problematiche, in una bolla più ampia che sembra aver decretato la fine del boom cinese. Tra queste, la crisi di Zhongrong Trust, che non ha rimborsato gli importi dovuti agli investitori e che, secondo le stime, sarebbe indebitata per circa 3mila miliardi di dollari – una somma forse troppo cospicua per sperare in un intervento pubblico. Il caso Zhongrong potrebbe nascondere una crisi più ampia delle banche ombra cinesi, con conseguenze molto critiche per il sistema economico di Pechino. Oltre a questo, fa paura la scelta, da parte delle autorità della seconda potenza mondiale, di non diffondere i dati sulla disoccupazione giovanile, evidentemente troppo alti e in grado di generare timori diffusi. Il rallentamento di Pechino, tuttavia, non dipende solo da dinamiche interne al mercato cinese, ma anche dalla strategia America First lanciata da Donald Trump e confermata da Joe Biden, che ha riportato in patria varie attività in precedenza delocalizzate in Cina. Una mossa che ha costretto Pechino a rinsaldare i rapporti, anche economici, con i Brics, rafforzando alleanze con paesi una volta rivali (India e Russia). Questi accordi, prevedibilmente, diventeranno ancora più stretti dopo le iniziative economiche e geopolitiche intraprese dagli Stati Uniti, come il recente vertice multilaterale Usa-Giappone-Corea del Sud. Troppo enfatizzati, infine, l'effetto del taglio dei tassi deciso dalle autorità economiche di Pechino per spingere i cittadini ai consumi (in un trimestre sono passati dal 2,65% al 2,50% - quasi un'inezia) e il presunto “crollo” dello yuan, che in un anno ha perso poco più del 3% nei confronti del dollaro. Una percentuale certamente minore rispetto a quanto l'euro aveva lasciato sul terreno nei mesi successivi all'attacco russo in Ucraina.
Il crollo del rublo
Se per lo yuan non si può parlare di “crollo”, ma solo di calo – e non così pesante – la situazione del rublo è invece molto seria. La moneta russa ha infatti perso il 40% circa su euro e dollaro. Che cosa ha causato la picchiata della divisa di Mosca? La risposta non è automatica, dato che l'economia russa è piuttosto opaca e i suoi numeri sono difficili da leggere in modo esaustivo. Quasi certamente, però, a causare la crisi è stato soprattutto lo sforzo economico per sostenere la guerra, combinato con la natura del rublo che, in quanto moneta parzialmente liquida, è più volatile rispetto ad altre divise. Ha contribuito anche l'indebitamento maggiore del paese, che ha risentito del blocco di potenziali compratori di valuta da parte del mondo commerciale. D'altra parte, però, la Russia ha aperto fronti (politici, ma anche economici) in Africa, attirando nella sua sfera di influenza alcuni paesi ricchi di materie prime - ultimo tra i quali il Niger, che dopo il colpo di stato si è allontanato dall'atavico controllo francese post-coloniale per avvicinarsi a Mosca. Un allargamento a macchia d'olio dell'influenza russa (e cinese) in Africa potrebbe rivelarsi in grado di dirottare molte materie prime lontane dal mondo occidentale e di utilizzare forti ondate migratorie come arma di ricatto nei confronti del Vecchio Continente.
Rischio pantano per l'economia
Un'Europa che, intanto, dibatte ancora sui tassi. Perché non è detto che la stagione dei rialzi sia archiviata: è stato ipotizzato (anche se, per la verità, non è molto probabile) che, nonostante le ultime dichiarazioni abbastanza rassicuranti in casa Bce, i falchi finiscano per prevalere. E per imporre un nuovo ritocco verso l'alto. Prima che, finalmente, si possa dire la parola fine sulla stretta monetaria e iniziare a pianificare il ritorno “a valle”. Eppure, l'inflazione europea è in discesa: si può prevedere che a fine anno ci attesteremo fra il 3% e il 4%. Il campanello d'allarme ora è un altro: si è tirata troppo la corda e l'economia si sta impantanando un po' ovunque. E' possibile che nel 2024 la Bce sia costretta ad abbassare i tassi con una velocità maggiore rispetto alle previsioni, per scuotere un'economia in stallo ed evitare una recessione profonda e molto pericolosa. Un dato simbolico che fotografa questa situazione è rappresentato dalle presenze 2023 nelle nostre località di mare, che nonostante la voglia di vacanze dopo anni di restrizioni Covid ha comunque fatto registrare un preoccupante -20% anno su anno. Una tendenza al risparmio che si è vista anche nei supermercati, dove da un po' di mesi i prodotti vicini alla scadenza (e quindi molto scontati) sono molto più gettonati rispetto agli anni precedenti.
Rischi anche negli Stati Uniti
Nonostante la natura diversa dell'inflazione americana, che ha reso più giustificati (o meno ingiustificati, fate voi) gli aumenti dei tassi decisi dalla Fed, anche negli Stati Uniti la stretta monetaria sta presentando problemi. Forse ancora più preoccupanti. Uno dei campanelli d'allarme evidenzia il rischio dei tassi alti sull'immobiliare americano e sui rifinanziamenti dei private equity, che rischiano (ben più del crack Evergrande) di causare una nuova crisi globale. Anche la Fed potrebbe vedersi costretta, dal 2024 in avanti, a un tour de force in discesa, per evitare all'economia americana di fermarsi. E per cercare di disinnescare “bombe inesplose” disseminate sul terreno accidentato del real estate.
Piazza Affari, rimbalzano i bancari
Intanto, le Borse europee hanno chiuso la settimana un po' in flessione. Soprattutto Piazza Affari, che ha ancora risentito del calo degli onnipresenti titoli bancari, a causa della tassa sugli extra-profitti. Venerdì scorso, Milano ha chiuso a -0,42%, dopo essere scesa più volte sotto l'1%. La controtendenza, però, non si è fatta attendere: lunedì i bancari sono generalmente risaliti. Perché, molto probabilmente, si è rimarginato un timore che in fondo è soprattutto psicologico. Nella peggiore delle ipotesi, la tassa - ammesso che si riveli un prelievo una tantum – avrà un impatto del 10% sugli utili netti di quest'anno e le conseguenze si riveleranno così assolutamente gestibili. In questa situazione, per gli investitori, è bene tenere le posizioni. E aspettare le prime indicazioni relative all'apertura di settembre, che tradizionalmente chiude il classico “armistizio” estivo delle Borse.
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Golpe in Niger: nuove incertezze sulle materie prime
La presa del potere dei militari nel paese saheliano lancia l'allarme energia in Francia, e a cascata nell'intera Unione Europea. Per Parigi, Niamey è infatti un fornitore importante di uranio, fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari. E, sul fronte gas...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse ha evidenziato un calo tutto sommato contenuto di Piazza Affari, che ha però chiuso come fanalino di coda dei listini europei. Niente di cui preoccuparsi, comunque. Un po' perché la diminuzione è comunque di decimali, in un contesto di leggeri rialzi e ribassi, un po' perché da inizio anno la Borsa di Milano ha registrato un avanzamento di quasi il 25%.
Banche, stress test ok
Un grande merito è, naturalmente, del settore bancario, che ha premiato gli investitori in modo sostanzioso, con dividendi in alcuni casi impensabili. E che ha letteralmente tirato – come un ciclista nella classica “trenata” a dieci chilometri dall'arrivo – il “gruppone” dell'indice milanese. La natura “bancocentrica” del Mib sembrerebbe essere una garanzia anche per il futuro, e assicurare una protezione della Borsa anche se dovesse verificarsi una più che probabile correzione. A meno che la recessione si riveli più profonda di quanto i mercati stiano prevedendo. Le nostre banche hanno anche aggiunto una freccia al loro arco: i risultati degli stress test condotti dall'Eba, che le hanno premiate, elevandole in una posizione migliore di quelle francesi e tedesche. Una notizia per nulla inattesa, almeno per chi segue l'andamento dei mercati e controlla periodicamente la situazione di “salute” del settore creditizio nei vari paesi d'Europa. In pole position si è piazzata Unicredit, che ha diffuso la migliore semestrale della sua storia. Per il gruppo milanese, ha precisato una nota, il “punto di arrivo del livello di capitale al 2025 è il più alto rispetto alle banche comparabili, grazie alla sua robusta capitalizzazione”. Ottima (e, per certi aspetti, sorprendente) anche la valutazione di Montepaschi: la banca senese ha archiviato i migliori stress test di sempre. Il risultato eccellente, che ha premiato anche gli istituti italiani valutati solo dalla Bce (e quindi non dall'Eba), contrasta con i pessimi voti delle aziende di credito tedesche, che annaspano nelle retrovie: in particolare, ben tre banche del paese motore dell'economia europea languono nelle ultime posizioni della classifica.
Tassi: sempre più malumori
Quello bancario è uno dei pochissimi settori dell'economia europea ad aver tratto giovamento dall'aumento dei tassi, che è proseguito anche a luglio con il previsto rialzo della Bce. La buona notizia è che, a quanto pare, l'ennesima stretta sarà l'ultima; poi - prevedibilmente - le percentuali resteranno ferme in un lungo plateau prima di tornare a scendere. Con calma, se prestiamo orecchio alle strategie di Christine Lagarde. L'ulteriore rialzo ha comunque scatenato i malumori di una parte crescente dell'economia e del mondo politico, trasformando i brusii di disapprovazione in aperte proteste. Tra le critiche pronunciate nei confronti della Bce, anche quella del vicepremier italiano Antonio Tajani, secondo cui “la soluzione per combattere l'inflazione non è aumentare il costo del denaro" e rischiare così il blocco dell'economia, mettendo a rischio il pagamento delle rate dei mutui e la richiesta di prestiti da parte di famiglie e aziende. Una situazione che, aggiungiamo, acuisce la divaricazione fra i cittadini più abbienti e quelli in difficoltà economiche, rendendo i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Giappone batte Occidente
L'esternazione del vicepremier sembra essere confermata dal confronto fra i dati di inflazione europei (e, at large, occidentali) e quelli giapponesi, che si stanno comportando esattamente allo stesso modo. Pur in presenza di una politica opposta da parte degli istituti centrali, con la Banca del Giappone che, in controtendenza, non ha toccato i tassi, proseguendo sulla strada tracciata dal compianto ex premier Shinzō Abe. Nella sua critica aperta alla Bce e ai suoi falchi, Tajani ha anche insistito sulla differenza tra l'inflazione americana - causata dai dati sui posti di lavoro e, in generale dalla crescita economica - e quella italiana - che dipende dall'ormai atavico problema delle materie prime.
Il Niger minaccia le bollette francesi. E non solo
Come se non bastasse, si è abbattuto un fulmine a cielo già nuvoloso sui consumatori europei: il colpo di stato in Niger, con cui una giunta militare ha destituito il presidente Mohamed Bazoum. Una notizia che preoccupa, e per varie ragioni. In primo luogo, perché – a quanto si vocifera – al cambio di regime non sarebbero estranee la Russia e, forse, la Cina, che potrebbero mettere pressione all'Europa con l'invio di un milione di migranti, facendo definitivamente collassare l'economia Ue. E poi perché il Niger è il settimo produttore mondiale di uranio. Se il nuovo regime di Niamey si consolidasse, a rischiare molto sarebbe l'economia francese e, di riflesso, quella Ue. Un po' perché Parigi è la potenza neocoloniale in quell'area dell'Africa, pur insidiata sempre di più dalla presenza della Russia. Un po' (anzi: soprattutto) perché l'uranio è l'elemento chimico fondamentale per il funzionamento delle centrali nucleari, su cui si basa ben oltre la metà del rifornimento energetico transalpino. Detto ancora più chiaramente, la Francia importa un terzo del suo uranio dal Niger ed è presente sul territorio del paese saheliano, oltre che con un contingente militare, anche con un'azienda di estrazione: se i nuovi vertici del paese (spinti magari dai nuovi alleati russi) dovessero cambiare strategia economica e boicottare l'ex potenza coloniale, sarebbero guai seri per i consumatori francesi e, a cascata, per l'Unione Europea. In prospettiva, sorgerebbero parecchi problemi anche sul fronte del grande gasdotto sahariano, attualmente in costruzione, che dovrebbe collegare la Nigeria e il Maghreb, transitando anche nel sottosuolo nigerino: se il progetto si bloccasse, sarebbe vanificato il tentativo di azzerare le importazioni del gas russo in Europa. Come reagirà la Francia? Sono diffusi i timori di un intervento militare, che però rischierebbe - soprattutto agli occhi dei paesi esterni al mondo occidentale - di sbalzare Parigi alla stregua di Mosca come potenza occupante di uno stato indipendente. La soluzione al problema dovrebbe essere cercata più a monte. E cioè rimediando all'assenza di una politica energetica per l'Africa. Un'operazione che andrebbe a riverberarsi anche in un rapporto diverso tra le ex potenze coloniali e un continente pieno di materie prime, rovesciando l'annosa strategia di sfruttamento paternalista e sostituendola con una collaborazione paritaria, capace anche di portare un pacifico sviluppo democratico dei paesi africani. Certamente, l'Unione Europea (con l'Occidente in generale) è chiamata a cambiare prospettiva, dato che finora ha fatto orecchie da mercante, considerando l'Africa un enorme deposito da cui attingere liberamente, senza curarsi di chi il territorio lo abita. Se sviluppato bene, il nuovo piano Mattei lanciato dall'Italia potrebbe rivelarsi un primo passo per favorire questo cambio di prospettiva.
Petrolio su, gas giù
Il colpo di stato in Niger si verifica in un periodo tutto sommato tranquillo sul fronte delle materie prime. Il gas continua a scendere, in un periodo in cui il caldo ha spaccato l'Italia: temperature elevate al centro-sud, estate più fresca degli ultimi 15 anni al nord. Il clima tutto sommato moderato a settentrione (al netto dei temporali e delle trombe d'aria) ha comunque la meglio sul consumo di energia, anche per la maggior concentrazione di uffici (e il conseguente minor ricorso all'aria condizionata) nelle metropoli del nord. Un po' peggiori, ma non drammatiche, le notizie sul fronte petrolio, che ha sì abbandonato la fascia di sicurezza che aveva presidiato per mesi, ma non ha “sfondato”. La politica saudita dei tagli alla produzione ha causato l'abbandono della fascia 70-80, su cui il greggio si era impantanato per vari mesi, e la marcia verso quota 85. Ancora presto per abbozzare un nuovo trend: occorrerà aspettare un po' di tempo per scoprire se i prezzi del greggio si attesteranno su un limite superiore. Intanto Alessandro Ortis, presidente dell'authority per l'Energia, ha denunciato l'eccessiva volatilità dei prezzi della benzina, identificando una “speculazione” e proponendo l'istituzione di una Borsa europea del petrolio, in grado di bloccare il passaggio tra “barili veri e barili di carta”. La possibile indagine su un eventuale cartello del petrolio avrebbe il compito di scoprire se sono stati compiuti abusi, soprattutto nel periodo di riduzione delle accise (oggi la situazione sembra più sotto controllo) ed evitare rincari ingiustificati, dovuti a logiche speculatorie.
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Forte calo di Tesla: dobbiamo preoccuparci?
L'azienda di Elon Musk ha arretrato il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dal 2019. Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. Ma, se guardiamo i valori a lungo termine...
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Primi dati del secondo trimestre 2023 per le aziende quotate americane. Ad aprire il giro dei numeri sono state Netflix e Tesla, che hanno entrambe deluso le aspettative. La società di intrattenimento e film in streaming ha ottenuto una crescita più debole del previsto - con annesso calo in Borsa - nonostante il record di abbonamenti dovuto anche alle nuove regole sulla condivisione delle password. Molto peggio è andata a Elon Musk, che nonostante il +20% dell'utile, ha visto arretrare il margine lordo dal 19,3% al 18,1%, cioè ai livelli più bassi dall'era pre-Covid (2019). Il tonfo in Borsa del titolo ha sfiorato il 10%. I dati fanno scalpore, ma non devono preoccupare troppo gli investitori. Perché, se guardiamo più attentamente, l'ammiraglia di Elon Musk ha visto arretrare il suo titolo dopo un guadagno di oltre il 100% da inizio anno. Più che un crollo, dunque, si tratta di un riassestamento su posizioni comunque molto vantaggiose. Più che la situazione di Tesla – gestibilissima – Elon Musk si dovrebbe preoccupare di Twitter, che finora si è dimostrato un investimento poco riuscito. Qualcuno ha persino affermato che il recente cambiamento del logo del social network – dal tradizionale uccellino blu a un'anonima X – sia un modo per distrarre l'attenzione generale dalla sostenibilità di Twitter, deviandola su argomenti più leggeri.
Parola d'ordine: mantenere
Il calo di Tesla non ha frenato la corsa delle Borse americane. Il Dow Jones, per esempio, da anni non chiudeva con nove sedute consecutive in rialzo. L'Europa, invece, non ha offerto grossi spunti: siamo ancora in una fase di calma, aspettando settembre. Il consiglio per gli investitori non cambia da quelli espressi in precedenza: mantenere, mantenere e mantenere, senza aumentare le posizioni (o almeno senza farlo troppo). Il mercato è ancora ben intonato, ma tiene per inerzia: le altre trimestrali e lo “scavallamento” dell'estate schiariranno le idee un po' a tutti.
Punto di domanda
Naturalmente, di qui ad agosto c'è anche l'appuntamento con le decisioni di Fed e Bce sui tassi. I mercati sono convinti che il rialzo estivo di Washington e Francoforte avverrà, sempre nella misura dello 0,25%. La vera incognita è l'appuntamento successivo, più incerto per la Federal Reserve (aperta allo stop definitivo se i dati di inflazione lo permetteranno), meno per la Banca Centrale Europea, che potrebbe fermarsi solo dopo i due interventi ritenuti probabili da mercati e analisti. Attualmente, l'economia americana sta comunque meglio di quella Ue, il cui momento negativo è, ancora una volta, influenzato dalla lunga guerra russo-ucraina. Mentre, ironia della sorte, la pur sanzionata Russia registrerà performance migliori rispetto ai principali paesi dell'Unione, e probabilmente anche della stessa Eurozona. Questo perché, mentre l'Occidente prosegue con la politica di embargo, la maggior parte del mondo non ha smesso di fare affari con Mosca, sfruttando anzi i prezzi migliori che, data la situazione geopolitica, si possono spuntare.
Braccio di ferro sul grano
Questa situazione non cambia neppure in tempo di “guerra del grano”, i cui effetti si potrebbero sentire presto sulle economie dell'Europa occidentale. Anche se, a quanto sembra, gli ucraini sembrano aver trovato vie alternative per assicurarne il passaggio. In questo caso, gli eventuali aumenti dei generi alimentari sarebbero da attribuire alla solita speculazione, i cui effetti nefasti abbiamo già sperimentato con le bollette di luce e gas. Finora, l'unica conseguenza tangibile sull'economia mondiale dovuto al braccio di ferro è l'aumento del petrolio, che però ha superato solo di poco gli 80 dollari, da qualche settimana limite massimo ufficioso del “territorio di sicurezza”.
Calciatori d'Arabia
L'Arabia Saudita segue una politica ormai consolidata all'insegna dei tagli alla produzione di greggio, ma non bada a spese per il suo nuovo business: la realizzazione di una lega calcio competitiva, che a suon di petrodollari attiri i migliori giocatori del mondo. Un campionato che non vuole certo proporsi come ultimo approdo per molti campioni anziani – come furono la lega americana degli anni Settanta, con l'ingaggio di fuoriclasse del calibro di Pelé e Franz Beckenbauer, e il più recente ma egualmente effimero campionato cinese. Se i sauditi hanno ingaggiato un Cristiano Ronaldo ormai a fine carriera, stanno infatti portando a casa anche giocatori nel pieno del vigore, e provando affondi clamorosi (come l'offerta folle di 300 milioni di euro per Kylian Mbappé). Lo scopo dell'offensiva di Riad sul calcio è creare un campionato di poche squadre che possa affiancarsi ai tradizionali appuntamenti calcistici europei e sudamericani, facendo concorrenza a tornei di lunga tradizione e “tirando la volata” a un eventuale campionato del mondo in Arabia. Tuttavia, c'è forse anche un ulteriore obiettivo: indebolire le squadre che partecipano alla Champions League – o, almeno, quelle che non hanno una proprietà riconducibile alle ricche famiglie della penisola arabica. Non per niente, le squadre della Saudi Professional League puntano soprattutto (anche se non solo) su giocatori svincolati, il cui ingaggio non prevede la corresponsione di denaro al club di origine del calciatore.
Perplessità elettriche
Se l'Arabia Saudita cerca di comprarsi un ruolo nel calcio, la Cina potrebbe prendersi, dal 2035 in poi, l'automotive. Tuttavia, il passaggio della mobilità all'elettrico desta sempre più perplessità. Oltre al ridimensionamento di un'industria fondamentale per paesi come Italia, Germania e Francia, sono sempre più all'ordine del giorno questioni di sicurezza: in caso di urto, le auto elettriche provocano un incendio, se non un'esplosione. È sufficiente una scintilla oppure una giornata di caldo estremo per combinare il patatrac. Inoltre, la ricarica di queste vetture è troppo lenta, e in alcuni casi impossibile. Prendiamo l’esempio del terribile uragano con trombe d'aria che solo poche ore fa ha sconvolto il nord Italia, provocando parecchi danni a Milano. Poco dopo il passaggio della tromba d'aria, la metropoli ambrosiana è stata interessata da lunghi black out elettrici, che in alcuni casi si sono spinti oltre le tre ore. In questo caso, anche la ricarica notturna dell'automobile subirebbe un lungo stop, rendendo inservibile la vettura per un lungo periodo.
Piccole (e grandi) filiali chiudono
Non è la regolamentazione, ma la tecnologia a far chiudere sempre più sportelli bancari. Secondo una rilevazione della First Cisl, da inizio anno in Italia hanno terminato di operare quasi 600 filiali, con Milano leader di questa tendenza. Oltre all'effetto chiaro e innegabile della digitalizzazione, è possibile anche riscontrare un'altra causa: prima del boom dell'on line banking, era avvenuta una deregolamentazione per l'apertura delle agenzie, che aveva sostituito la vecchia disciplina di autorizzazione rigida da parte di Bankitalia per qualsiasi nuova inaugurazione. Gli sportelli che anni fa aprivano in numero elevato ora causano esuberi, spesso gestiti con scivoli e prepensionamenti di personale. A perderci sono soprattutto gli over 70, in molti casi poco abituati alle nuove tecnologie mobile e, oltretutto, bisognosi di rapporti umani che il digitale inevitabilmente riduce. Non è da escludere, in caso di chiusura di filiali, che alcuni anziani effettuino una scelta di prossimità. Con l'addio alla banca che ha rinunciato allo sportello in zona e l'approdo a un altro istituto che ha mantenuto la succursale sufficientemente vicina al loro domicilio.
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Primo warning dai mercati
Archiviato l'ottimo primo semestre 2023, le Borse chiudono la prima settimana di luglio in negativo. A incidere sull'arretramento potrebbe essere l'imminenza dei nuovi rialzi dei tassi, praticamente scontata a Francoforte, ma anche a Washington
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo aver archiviato un semestre record, i mercati hanno lanciato il primo warning dell'anno. È ancora presto per comprendere se si tratti di un trend o di un evento isolato, anche perché i mesi di luglio e agosto del mondo finanziario sono tradizionalmente più tranquilli; tuttavia, è possibile che i listini abbiano abbozzato una reazione negativa all'imminenza di nuovi rialzi dei tassi.
Previsioni difficili
Da oggi in avanti, tutto è possibile. Le previsioni per il primo semestre di quest'anno parlavano di un lungo periodo di calo scatenato dalla dura stretta monetaria a Francoforte, Washington e Londra. Invece, come abbiamo visto, si sono verificati rialzi che non si vedevano da lungo tempo, con grandi performance ottenute nei primi 45 giorni dell'anno, un lungo periodo intermedio di calma e un nuovo rimbalzo a fine semestre. Può darsi, quindi, che i listini siano in grado di superare anche il doppio rialzo che, su entrambe le sponde dell'Atlantico, sembra scontato. Nel dubbio, per i risparmiatori, è meglio mantenere le posizioni, senza aumentare peso sul mercato. Chi volesse ampliare i suoi investimenti, può ancora puntare sui titoli finanziari italiani, i cui numeri sono eccezionali, sia a livello di utili, sia in prospettiva come remunerazione: nei bancari, in particolare, ci si aspettano cedole tra l'8% e il 12%, nonostante il marcato rallentamento economico.
Obbligazioni, Btp e Gilt
Promettenti anche le obbligazioni: oggi come oggi, in uno scenario che vede una diminuzione dei tassi non prima del 2024, appare molto conveniente puntare su bond a scadenza quattro-cinque anni. Una formula che attualmente sembra migliore rispetto alla soluzione a uno-due anni, che offre una performance maggiore sul breve termine ma rende meno agevole reinvestire a scadenza alle stesse condizioni. Ultimamente, si è rivelato molto conveniente l'investimento sui Gilt, i titoli di stato inglesi che, pur meno rischiosi (AA) dei Btp, rendono di più (il 5%). La spiegazione risiede nel tasso di Londra, che sopravanza dell'1,5% quello Ue. Il rating inglese, da parte sua, risente di una situazione particolare, che vede la Bank of England detenere il 30% del debito pubblico, come del resto accade in Giappone. Questa politica, inimmaginabile nell'Unione Europea, controbilancia l'inflazione fuori controllo, rendendo più appetibili e meno rischiosi i titoli di Sua Maestà. Chi invece volesse scommettere una piccola parte del suo capitale (senza però rischiare troppo) potrebbe investire sulla Grecia. Superati i tempi peggiori, Atene brilla per stabilità politica e le sue attuali valutazioni sono nettamente inferiori rispetto alle maggiori piazze europee. Il margine di crescita è dunque alto, anche se il mercato ellenico è piuttosto ridotto e periferico.
Tassi, scarsi margini di manovra
Tornando ai tassi, sembra molto difficile che le banche centrali cambino in corsa la loro strategia. Se i due aumenti dello 0,25% sembrano scontati per la Bce, arrivano – come già anticipato - segnali molto simili dalla Fed, che pur aveva dato qualche indizio di discontinuità con l'effimera sospensione di una strategia al rialzo. Il ritorno alla stretta monetaria è stato chiaramente preconizzato da chiari messaggi lanciati da alcuni dirigenti della banca centrale americana. Come Michael Barr, vicepresidente della Fed, che vede l'obiettivo vicino, aggiungendo però che “abbiamo ancora un po’ di lavoro da fare”. Ancora più diretta la presidente della Fed di Cleveland, Loretta Mester, secondo cui “per garantire che l’inflazione torni su un percorso sostenibile e rapido verso il 2%” i tassi dovrebbero “aumentare ulteriormente rispetto al livello attuale e poi rimanervi per un po’ di tempo, mentre accumuliamo maggiori informazioni sull’evoluzione dell’economia”. Questa strategia, che riporta la Federal Reserve sui binari su cui è sfrecciata nell'ultimo anno, non sembra però giustificata da ulteriori aumenti di energia e cibo, il cui costo sembra in discesa. L'unico settore che soffre il caro-prezzi, in varie parti del mondo, è quello dei servizi, con i consumatori che (soprattutto in Europa) sembrano disposti a spendere qualsiasi cifra per trascorrere le ferie, nonostante un aumento dei biglietti aerei che tocca il 20%. L'eccesso di domanda per un'estate in luoghi esotici, o in città d'arte europee, risponde all'esigenza di tornare a viaggiare dopo le restrizioni e i sacrifici a cui siamo stati costretti nei periodi più duri del Covid.
Brics, sfida al dollaro
Intanto, nell'imminenza del summit dei Brics, in programma a Città del Capo dal 22 al 24 agosto, si torna a parlare di un progetto per allentare la dipendenza di questi paesi dal dollaro. Vari i rumours che si susseguono. Il più ricorrente parla di una “sovravaluta unica” dei Brics garantita da oro o terre rare - piano ai limiti dell'impossibilità, sia per la sua imponenza, sia per i rischi a cui sarebbero sottoposte le valute nazionali. Meno proibitiva, anche se non certo agevole, una ridiscussione degli equilibri di Bretton Woods che non contempli la creazione di una nuova valuta da zero. Come i progetti per costruire una possibile alternativa al sistema di pagamenti interbancario Swift, che attualmente gestisce la quasi totalità delle transazioni al mondo. Sicuramente la sfida al dollaro, pur di non facile realizzazione, potrebbe raccogliere l'adesione di varie aree del pianeta. Anche per motivi politici, con un Sudamerica particolarmente ostile al “monrovismo” americano e l'Africa desiderosa di affrancarsi dal neocolonialismo di stampo europeo. Qualsiasi progetto venga intrapreso, il dominus della de-dollarizzazione non potrebbe essere altro che la Cina, leader naturale della sfida aperta agli Stati Uniti e al mondo occidentale. Quella stessa Cina che, proprio in un periodo poco favorevole per i mercati asiatici, sta cercando di manovrare sottotraccia contro i tagli sauditi alla produzione di petrolio. Pechino, come è risaputo, non ha materie prime, e potrebbe sfruttare un'ulteriore diminuzione del costo del greggio per raggiungere la leadership dell'economia mondiale.
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