Borse ai livelli di fine luglio: torna la calma piatta
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Si è chiuso l’agosto “pazzo” delle Borse, che ha visto i mercati calare vistosamente e poi recuperare, chiudendo il mese più o meno ai livelli di fine luglio. Dopo la performance negativa e la lenta risalita, una serie di correzioni velocissime ha innescato un recupero deciso nel corso delle ultime tre settimane, annullando lo storno. E facendo scattare una sorta di ripartenza da zero, come accade nel Monopoli o nel gioco dell’oca. E la chiamano estate, verrebbe da dire.
Appuntamento con i tassi
Ora sulle Borse è tornata la calma piatta. Ed è consigliabile, per gli investitori, un atteggiamento consono alla situazione attuale. Vale a dire: attesa, magari con qualche acquisto di titoli energetici, almeno finché il petrolio manterrà livelli medio-bassi. Se nel prossimo futuro non si verificasse un evento particolare, in grado di influenzare gli scambi, il livello dei mercati potrebbe rimanere calmo e poco perturbato almeno fino alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre. Fino ad allora, l’avvenimento top sarà l’ormai scontato taglio dei tassi che a settembre sarà operato dalla Fed e quasi sicuramente anche dalla Bce. E questo, nonostante le resistenze dei falchi, più precisamente di Joachin Nagel. Il governatore della Bundesbank ha suggerito all’Eurotower di non procedere troppo velocemente ai tagli, confermando la posizione storica della banca centrale tedesca. Una situazione curiosa, visto che proprio i dati relativi all’inflazione riscontrati a Berlino hanno convinto la Bce ad ammorbidire la politica monetaria, e che il sentiment prevalente in Germania è ormai contrario alla prosecuzione delle restrizioni. Si sa che le banche centrali vogliono sempre mantenere un’indipendenza (o pseudo tale) rispetto alla politica, e che la Bundesbank è tradizionalmente refrattaria a certe operazioni. Ma la Bce non può esimersi dall’offrire un’ancora di salvataggio che possa rivelarsi uno stimolo per l’economia europea. Soprattutto per quella tedesca, la cui congiuntura negativa sembra molto più lunga del previsto e rischia di trascinare con sé l’intera Europa.
Elezioni-terremoto
La crisi economica tedesca, con i suoi annessi e connessi, ha favorito la clamorosa vittoria dell’estrema destra di Afd e il contemporaneo balzo avanti della sinistra radicale di Sahra Wagenknecht nelle elezioni in Turingia e in Sassonia. Pur trattandosi di consultazioni locali, sembra riproporsi lo scenario che si è già verificato in Francia, con le elezioni-blitz indette dal presidente Emmanuel Macron, i cui risultati hanno creato un’instabilità di lungo periodo e di difficile risoluzione. Le Borse, ricordiamolo, avevano reagito solo in un primo tempo alle elezioni transalpine, finendo poi di ignorare le lunghe consultazioni che finora non hanno permesso di formare un governo a Parigi. Una situazione molto problematica, dato che la legge francese non consente di tornare al voto in tempi brevi e che a fine settembre la République dovrà iniziare a discutere la Finanziaria. In un puzzle non certo semplice da comporre: Parigi ha seri problemi di bilancio, con il deficit che viaggia sopra il 5%, e l’incertezza politica che non aiuta di certo. A complicare ulteriormente le cose c’è il ritorno del patto di stabilità, che obbligherà i Paesi in difficoltà a tagliare le spese, proprio in un periodo in cui sarebbero necessari investimenti e cordoni della borsa aperti per rilanciare le economie in crisi e per aiutare la parte meno abbiente della popolazione.
Banche, versamenti maxi al fisco
In un’economia che zoppica, c’è qualcuno che brinda. Sono le banche, capaci di recuperare le perdite di inizio agosto e di incamminarsi verso nuovi record. Un dato curioso rivela quanto gli istituti di credito siano in salute: secondo un’analisi della Fabi, dal 2019 al 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani hanno versato all’erario 20 miliardi: 6,1 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,7 nel 2021, 3,3 nel 2022 e 6,7 nel 2023, l’anno d’oro. La progressione iniziata dal 2022 in avanti, a quanto ci si aspetta, dovrebbe portare i gruppi creditizi a liquidare ben 8 miliardi alla fine di quest’anno. Una buona notizia, se non fosse per un paradosso: non sempre le aziende di credito utilizzano i loro utili per liberare stimoli per l’economia. Che invece avrebbe disperato bisogno di un sostegno, per poter combattere la crisi e svoltare nuovamente.
Bigtech, sale il consumo energetico
Nel mondo, si intensifica la guerra ai consumi energetici. Ma alcune bigtech sembrano – volente o nolente – imboccare il percorso opposto. Secondo un’analisi del sito Tom’s Hardware, effettuata sui dati della U.S. Energy Information Administration, nel 2023 Google e Microsoft hanno consumato più energia di 100 stati sovrani in tutto il mondo. Questa tendenza stride con le promesse delle stesse grandi aziende della tecnologia, che si erano impegnate a diminuire i consumi. La responsabilità sembrerebbe essere dell’intelligenza artificiale generativa, che ha portato questi gruppi a drenare un quantitativo enorme di energia. Le cause di questo fenomeno, come si è visto, possono anche non essere addossate alla volontà di queste imprese, che potrebbero essersi viste costrette dalle circostanze ad aumentare i consumi; tuttavia, spesso si giudica questo settore con una certa ipocrisia: mentre si invocano restrizioni “verdi” per le automobili, al settore tech si tende a perdonare tutto. Lo dimostra anche l’attenzione verso il bitcoin, che consuma quantitativi altissimi di energia elettrica, ma è stato protagonista persino di un Etf. E questo nonostante l’alto quantitativo di fabbisogno energetico della principale criptovaluta, capace di dare fondo a un quantitativo di energia maggiore rispetto a quello utilizzato da un Paese come l’Argentina. Occorrerebbe, insomma, una narrazione più coerente e meno improntata ai doppi standard che ultimamente stanno imperversando nell’economia e non solo.
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La Fed annuncia il taglio dei tassi. E le Borse brindano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Era dato per scontato e infatti è successo per davvero: durante il simposio annuale di Jackson Hole, Jerome Powell ha annunciato l’imminente taglio dei tassi negli Stati Uniti. “E’ arrivato il momento di aggiustare la politica monetaria”, ha detto il presidente della Federal Reserve: “la direzione di marcia è chiara”. La decisione dipende dalle dinamiche del mercato del lavoro Usa che – ha ricordato Powell – si è “notevolmente raffreddato”, in un contesto che oltretutto non dipende da una crescita, non avvenuta, dei licenziamenti.
Incertezze sull’entità
A settembre, dunque, la Federal Reserve interverrà sul costo del dollaro, anche se non è ancora stata decisa l’entità del taglio: il ritmo, ha detto Powell, dipenderà dai dati. Non è quindi noto se la sforbiciata sarà di 25 o di 50 centesimi; nel primo caso ci si attende poi un altro calo, sempre dello 0,25%, prima delle elezioni americane, mentre nella seconda ipotesi tutto lascia presagire che non ci saranno più movimenti prima di novembre. Nonostante questa incertezza, l’intervento di Powell si è rivelato sufficiente per dare fiato alle Borse, che hanno reagito con rialzi generalizzati: Wall Street ha chiuso in positivo, i listini asiatici hanno recuperato le perdite e Piazza Affari ha archiviato la settimana di contrattazioni con un +1% circa, vestendo la simbolica maglia rosa europea. Dopo il patatrac di inizio agosto, dunque, le Borse sono tornate a offrire performance: il forte calo dipendeva da varie concause (prima tra tutte l’apprezzamento dello yen) su cui si è avventata una forte dose di speculazione; ciò ha favorito un rapido rientro delle quotazioni. La Borsa di Milano, per esempio, ha recuperato gran parte delle perdite accumulate: all’allineamento con i valori precedenti manca una percentuale compresa fra il 2% e il 3%, dinamica che può essere spiegata con la stagione dei dividendi, senza la quale Piazza Affari sarebbe probabilmente in linea con i numeri di luglio.
Bce cauta
Abbiamo parlato della Fed. E la Bce? Come da tradizione, Francoforte ha affrontato il palco di Jackson Hole con molta più cautela. Philip Lane, capo economista dell’Eurotower (la presidente Christine Lagarde non era presente), ha infatti espresso buone sensazioni sulla marcia dell’inflazione verso il 2%, ricordando però che il target non è ancora stato raggiunto. E che ci vorrà ancora del tempo, probabilmente fino alla fine del prossimo anno.
Quindi, l’insicurezza sul traguardo obbliga, secondo Lane, a rimanere in territorio restrittivo fino a quando occorrerà. Anche se, ha aggiunto il capo economista Bce, non bisogna esagerare, per evitare ulteriori danni all’economia.
La fase attuale dell’inflazione europea dipende soprattutto dalla crisi di Hormuz, che ha fatto lievitare alcuni prezzi, primo tra tutti il costo del caffé: è quindi un fenomeno di derivazione geopolitica, e non causato dalla domanda. Dall’altro lato, però, ci sono i pericoli di recessione, con cui occorre inevitabilmente fare i conti. Ancora una volta, dunque, Francoforte è chiamata a un intervento di equilibrismo: per questo motivo, le dichiarazioni di Lane non implicano necessariamente un nuovo immobilismo della banca centrale sui tassi. Quindi è probabile che, a ruota della Federal Reserve, anche la Banca Centrale Europea (che un taglio, in fondo, lo ha già operato) opti per un’aggiustatina al costo dell’euro il prossimo settembre. A chiederlo è persino la Germania, che solitamente si schiera sul fronte opposto: le difficoltà economiche di Berlino, causate soprattutto dall’addio forzato alla politica di approvvigionamento di gas russo a basso costo, hanno armato le autorità tedesche di una dose di sana Realpolitik. Nonostante la cautela di Lane, dunque, la Bce darà molto probabilmente un “colpetto” di 25 punti a settembre, per poi congelare i tassi per alcuni mesi. Ancora una volta si guarderà più all’inflazione che non alla situazione critica dell’economia europea, che necessiterebbe di interventi ben più aggressivi.
Dollaro in picchiata
Il salto di Powell nel nido delle colombe ha avuto effetti negativi sulla quotazione, già debole, del dollaro. Il biglietto verde veleggia tra 1,10 e 1,20 proprio a causa del nuovo approccio aggressivo sui tassi della Fed, a causa del quale vari investitori hanno smontato alcune tra le loro posizioni sulla valuta americana. Occorre però ricordare che, per l’economia Usa, il calo del dollaro non rappresenta una catastrofe, come sarebbe invece per l’euro: gli Stati Uniti sono abituati a svalutare la loro moneta per rendere l’economia competitiva. Questa politica è resa possibile anche dall’assenza di vincoli sul debito, che porta Washington a creare deficit (oggi all’8%) senza particolari problemi, e tanto meno drammi. In ogni caso, sembra più probabile un dollaro assestato verso la quotazione di 1,10 piuttosto che una marcia verso il livello di 1,15.
Franco e oro, continua la corsa
Continua invece a correre il franco svizzero, che sconta il suo ruolo di bene rifugio e risente particolarmente del taglio dei tassi (tra l’altro molto più bassi rispetto a quelli di Bce, Fed e Boe) già attuato dalla Banca Nazionale Svizzera. La moneta elvetica si è ancora una volta avvicinata pericolosamente al record di 0,93 centesimi sull’euro, anche se finora non ha più toccato quel valore. Impressionante anche la quotazione dell’oro, che ormai si è stabilizzato oltre i 2.500 dollari l’oncia, anche grazie ai tassi e alla necessità, non tramontata, di coprirsi dall’inflazione e dai suoi colpi di coda.
Giorgetti contro la pianificazione del Pnrr
Ha fatto molto rumore la dichiarazione del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che ha criticato i fondi Pnrr, paragonandoli alla pianificazione quinquennale dell’Unione Sovietica del tempo che fu. Il titolare del Mef non ha tutti i torti: il Pnrr è stato concepito molto male, le sue tempistiche sono assurde e rischiano di creare danni, rendendo l’Europa ancora più incapace di rivelarsi competitiva sul mercato mondiale. Se l’Ue è una Ferrari a cui è stato montato il motore di un’utilitaria, un problema c’è. E la mancanza di autocritica costruttiva non è certo il modo più efficace di superarlo.
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Borse, continua il recupero
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo il tonfo di inizio agosto, le Borse stanno recuperando. Soprattutto negli Stati Uniti, che, spinti dai titoli tecnologici, hanno già annullato le perdite. Promettente anche la ripresa dei listini europei, pur meno evidente rispetto alle performance di oltre oceano: il peso più lieve dei tecnologici nel nostro continente e la maggior presenza di titoli industriali rendono infatti la rimonta più lenta. Milano è tornata su quota 33.000, il 2,5% in meno rispetto ai livelli di luglio: Piazza Affari ha comunque tutti i numeri per poter raggiungere nuovamente le performance precedenti in tempi abbastanza contenuti.
Trading range
Per ora i livelli si sono assestati in un meccanismo di trading range: sono possibili rialzi e ribassi, e sui prossimi movimenti è possibile impostare la strategia di quest’ultimo scampolo di agosto: vendere qualcosa in caso di impennate del 2% o più oppure comprare se dovesse verificarsi una fase soft. A medio termine non è improbabile la ripresa della corsa verso nuovi record. Anche se nelle prossime ore i mercati eviteranno, probabilmente, troppi scossoni. Almeno fino alla chiusura dell’imminente simposio di Jackson Hole, previsto da domani al 24 agosto, che metterà a confronto, come da tradizione, vari banchieri centrali.
Taglio dei tassi, ora si fa sul serio?
Protagonista di Jackson Hole sarà, naturalmente, il dibattito sui tassi, che vedrà i maggiori istituti centrali del mondo confrontarsi e riorganizzare le loro strategie in vista di un settembre molto impegnativo. La Banca Centrale Europea, in particolare, sarà chiamata a decidere il prossimo 18 settembre; probabili due sforbiciate di 25 punti entro fine anno, la prima proprio in occasione del vertice del prossimo mese. La Federal Reserve, invece, potrebbe già anticipare in via informale l’annuncio del primo taglio proprio nel corso del simposio di Jackson Hole. Anche se la decisione è comunque in bilico: da un lato ci sono i timori di una recessione indotta dal rapporto sugli stipendi, che insieme alla crisi della Borsa giapponese è stata una delle cause scatenanti del tonfo di inizio mese; dall’altra influiranno i dati sull’inflazione e sulle vendite al dettaglio, che hanno controbilanciato le esigenze urgenti di diminuire il costo del denaro. Come trovare la quadra? Probabilmente rinunciando al maxi-taglio di emergenza da 50 punti e spalmando gli interventi al ribasso (forse tre, se non quattro fino a fine anno) da 25 punti l’uno. Dati l’interconnessione tra le economie e il rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro, Jackson Hole sarà, per le banche centrali, un’occasione per confrontarsi ed eventualmente coordinarsi prima di prendere una decisione.
Oro
E’ probabilmente l’aspettativa per il taglio dei tassi a raffreddare gli investimenti in titoli di stato a tre mesi e a un anno, che inevitabilmente rendono di meno quando la stretta monetaria si allenta. Il trend spinge, invece, i beni rifugio. A cominciare dall’oro, che inanella record su record: il re dei metalli ha superato per la prima volta la quotazione di 2.500 dollari l’oncia e sembra non volersi fermare. Il trend al rialzo coinvolge anche le altre materie prime, a partire dall’argento. Tuttavia, è bene ricordare il monito di Warren Buffett, secondo cui investire su un indice, alla lunga, dà risultati più soddisfacenti che non puntare sull’oro.
Franco svizzero
E’ ancora molto forte il franco svizzero, anche se ha leggermente perso rispetto al picco di 0.93 sull’euro raggiunto lo scorso 6 agosto, in piena bagarre borsistica. L’apprezzamento della valuta elvetica, considerata bene rifugio soprattutto in occasione di ribassi dei mercati, ha comunque molti nemici: primo tra tutti, la Banca Nazionale Svizzera, che in passato ha mantenuto a lungo a proprie (laute) spese il cambio a 1,20, prima di arrendersi all’insostenibilità dell’operazione. Le autorità elvetiche e la banca centrale vogliono evitare ulteriori apprezzamenti del franco per evitare due rischi: che siano danneggiate le esportazioni, assestando un colpo da ko all’economia, e che il fiorente turismo in Svizzera diventi un affare da ultraricchi.
Yen
Rimane elevato (anche se non come il 6 agosto) il valore dello , che guadagna soprattutto su un dollaro abbastanza debole. Il Nikkei, dopo il crollo e il successivo maxi-rimbalzo, si è invece riassestato, portandosi su valori non troppo distanti da quelli precedenti al tracollo. La presenza di compratori netti sui mercati azionari ha calmato il nervosismo; inoltre gli investitori hanno compreso che, nonostante l’inedita serie di rialzi da parte della banca centrale, i tassi in Giappone sono ancora molto bassi, e indebitarsi in yen non è diventato sconveniente.
Contante, mon amour
Sorprendente, ma neanche troppo, ciò che emerge da un’indagine del centro studi di Unimpresa, secondo cui in Italia si incrementa l’utilizzo dei contanti. I dati del 2023 evidenziano che il cash ritirato agli sportelli bancomat del Belpaese sale del 2% rispetto all’anno precedente. In soldoni, nel 2023 gli italiani hanno ritirato 360 miliardi di euro agli Atm, quasi un miliardo al giorno. Il contante è ancora re, dunque? Sembra di sì, anche se (sempre secondo Unimpresa) i pagamenti digitali se la passano comunque bene: le transazioni con carta hanno raggiunto, sempre nel 2023, 426 miliardi contro i 382 dell’anno prima. C’è dunque una compresenza tra i due metodi di pagamento, con prevalenza del contante – come del resto accade in Germania e in Svizzera – in opposizione al forte utilizzo di denaro elettronico che contraddistingue Gran Bretagna e Paesi nordici. Il ruolo del cash in una società che tende alla digitalizzazione non è assolutamente un fattore negativo, nonostante ciò che si usa dire. Perché la spesa elettronica non permette di percepire pienamente ciò che si sta spendendo e rende più difficile il controllo dei conti. Inoltre, il contante assicura più privacy alle famiglie, oltre che proteggere le regolari transazioni da panne informatiche o blocchi di qualsiasi tipo. L’avanzata dei pagamenti elettronici, insomma, potrà anche essere inesorabile, ma in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, non elimina il ruolo della vecchia carta moneta.
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Tassi, Bce e Fed sempre meno allineate
Ora anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, parla di un imminente allentamento della stretta monetaria, probabilmente a giugno. Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, fa invece un passo indietro: niente tagli se l'inflazione americana non scenderà. Le reazioni delle Borse
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Sempre più probabile il calo dei tassi Bce a giugno. Lo ha confermato Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, in alcune dichiarazioni rilasciate a margine degli incontri Fmi. "Stiamo osservando un processo disinflazionistico che avanza secondo le nostre aspettative", ha affermato la numero uno dell'istituto centrale alla Cnbc, mostrando un certo ottimismo. "Dobbiamo soltanto creare un po' più di fiducia in questo processo", ha aggiunto. "Ma se si muove secondo le nostre aspettative, se non subiamo un grande shock, stiamo andando verso un momento in cui dovremo moderare la politica monetaria restrittiva". E questo, ha aggiunto Christine Lagarde, avverrà "in un periodo di tempo ragionevolmente breve". Più chiara di così...
Una scadenza nota da tempo
La previsione di Christine Lagarde non deve sorprendere, nonostante l'atteggiamento hawkish dimostrato negli ultimi due anni. Non deve sorprendere perché da un po' di tempo la Bce, a suon di dichiarazioni e controdichiarazioni, sta girando intorno a qualcosa che è nota da tempo. E cioè che il calo dei tassi inizierà a giugno, o giù di lì. Qualche "colomba" ha provato ad anticipare i tempi, ma l'appuntamento sembra tacitamente fissato da un bel po'. Se l'imminenza dei tagli non è praticamente in discussione, molti più dubbi sorgono sulla loro entità e sulla loro frequenza. Christine Lagarde si è subito coperta le spalle, ricordando che la Bce non si è impegnata preventivamente a una serie di sforbiciate: un primo taglio a giugno, quindi, non presuppone obbligatoriamente altri ritocchi entro la notte di San Silvestro 2024. E' comunque probabile che nel corso di quest'anno possa verificarsi un aggiustamento complessivo dello 0,50%, magari diviso in due operazioni.
Fed, semaforo rosso da Powell
Molto differente la situazione in casa Fed. Rovesciando la dichiarazione di alcune settimane fa, che aveva aperto a tre tagli entro fine anno, Jerome Powell ha affermato che i tassi resteranno fermi se l'inflazione non scenderà. In questo caso, ha detto il presidente della Federal Reserve, si potrà "mantenere l'attuale livello di restrizione per tutto il tempo necessario". La cautela di Powell dipende proprio dalla situazione del vortice inflattivo americano, che non è stato del tutto domato, mentre l'economia va bene e sembra in grado di sopportare senza troppi contraccolpi un eventuale prolungamento delle condizioni restrittive del costo del denaro. L'inflazione americana (come del resto quella europea, pur in regressione) dipende soprattutto dalle materie prime. A cominciare dal prezzo del petrolio (che però ultimamente ha subito una flessione sia nell'indice Brent, sia nel Wti), e proseguendo con l'oro, ma anche con la crescita a doppia cifra di rame e alluminio (+10%) e la fiammata delle materie prime agricole. Se poi aggiungiamo a questi dati la situazione di difficoltà nello stretto di Hormutz, lungi dall'essere risolta, l'affresco è completato.
Borse nervose, ma non troppo
In un contesto di inflazione da materie prime e di preoccupazioni per la situazione in Medio Oriente, lo S&P è arrivato a perdere il 5% circa, anche se ora la flessione sembra essere quasi del tutto rientrata. Piazza Affari va invece a tratti, confermando la situazione all'insegna del trading range, ma mostrando ottimi spunti. La Borsa di Milano sembra resistere alle sollecitazioni negative; per esempio, lunedì scorso ha subito un arretramento in apertura per il pagamento delle (succose) cedole, senza le quali però avrebbe progredito dello 0,8%. Il mercato rimane dunque molto forte, e il ritorno del petrolio sotto quota 90 rappresenta un ulteriore elemento di tranquillità. La crisi mediorientale non ha quindi innescato la flessione tanto temuta – e non lo farà, finché le tensioni rimarranno a livello regionale. Una situazione, quest'ultima, che sembra confermata dalla de-escalation tra Iran e Israele.
Pil italiano ridimensionato
Preoccupano invece le stime del Fondo Monetario Internazionale sul prodotto interno lordo italiano, che è visto in crescita per quest'anno, ma al ribasso nel 2025, al +0,7%, contro le previsioni del governo pari all'1,2%. Se si verificasse questa situazione, l'Italia sarebbe maglia nera tra i Paesi del G7: secondo il Fondo Monetario Internazionale, tutti gli altri Paesi saliranno dell'1% o di più (il Canada del 2,3%, gli Stati Uniti dell'1,9%, la Gran Bretagna dell'1,5%, la Francia dell'1,4%, la Germania dell'1,3% e il Giappone dell'1%). Premesso che ultimamente il Fondo Monetario Internazionale ha sbagliato molte previsioni, il dato relativo al nostro Paese non è comunque confortante. Sicuramente, nel Def, il governo italiano è stato troppo ottimistico sulla questione: anche Banca d'Italia ha rimarcato che le stime sulla crescita del pil dovranno essere riviste al ribasso. Non è comunque detto che le previsioni si avverino del tutto: la Gran Bretagna sta ancora lottando con le ricadute negative della Brexit (e presumibilmente lo farà ancora per lungo tempo) e la Germania è alle prese con la recessione, che ha caratterizzato la chiusura del 2023 per la "locomotiva d'Europa". Non è quindi escluso che l'Italia possa evitare di ricoprire lo scomodo ruolo di fanalino di coda, giocandosi l'ultimo posto con questi due Paesi.
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Piazza Affari chiude un trimestre brillante
Nei primi tre mesi del 2024, la Borsa di Milano ha sfiorato una crescita del 15%, percentuale che gli operatori più ottimisti si aspettavano per fine anno. Ora i mercati ondeggiano tra ottimismo e tentativi di prevedere quando si verificherà un inevitabile storno. E' tempo di riequilibrare il portafoglio?
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'ultima seduta di Piazza Affari prima della pausa pasquale si è dimostrata piatta. Ma la notizia è un'altra: la Borsa di Milano ha archiviato un trimestre molto brillante, facendo segnare un +14,4%. Nel mondo ha fatto meglio solo Tokyo, con un +20%. Davanti a questi dati, i commenti sono superflui. Una simile progressione era attesa, sì, ma per fine anno, e pure in termini ottimistici. Invece, il risultato è stato raggiunto già a primavera, arrivando a contenere il semestre negativo causato dal rincaro delle materie prime.
Scenari
Ora i player del mercato ondeggiano tra ottimismo e tentativi di prevedere quando si verificherà un inevitabile storno. Sullo sfondo, i timori provenienti dalla situazione politica internazionale, con tensioni che non si placano e guerre che non finiscono (anzi: si temono escalation). Tuttavia, almeno per ora, le Borse sono sembrate andare per la loro strada: i listini seguono gli utili, che finora sono stati generalmente soddisfacenti. A parte qualche eccezione.
Riequilibrare gli investimenti
Potremmo dunque trovarci in un'autostrada con ancora molti chilometri da percorrere oppure a un crocevia. Gli investitori, nel dubbio, potrebbero ricalibrare moderatamente il loro portafoglio. Optando per una mossa difensiva che preveda, magari, una maggior presenza del settore energetico, che ha subito una flessione troppo severa e sembra in grado di recuperare. Nello stesso tempo, può rivelarsi una buona strategia alleggerire moderatamente (non più del 10%) qualche posizione. Per esempio, alcune esposizioni nel settore finanziario, che sembra aver raggiunto un livello soddisfacente. E, magari qualche investimento nel tecnologico, anche se c'è il rischio di vendere con troppo anticipo.
Tecnologici, quale futuro?
Il crollo in Borsa di Apple e la revisione delle stime Tesla del primo trimestre potrebbero, per qualcuno, rivelarsi segnali di imminente flessione del settore tech. Le cui società, in generale, hanno capitalizzazioni elevate, che necessitano di far crescere continuamente gli utili per giustificare i loro valori. Impresa molto difficile, in presenza di una competizione serrata nel mondo dei telefonini (soprattutto di provenienza cinese) e di nuove abitudini da parte dei consumatori, meno avvezzi a cambiare smartphone ogni sei mesi-un anno. Nel caso di Tesla, può invece aver influito l'avversione della gente per le auto elettriche, poco pratiche e lunghe da rifornire.
Countdown tassi
Intanto, sembra sempre più probabile che le banche centrali europea e americana inizino a calare i tassi a ridosso dell'estate. Ma gli annunci saranno diffusi con molta cautela, dato che la comunicazione di Jerome Powell sui tre tagli nel corso dell'anno ha scatenato gli speculatori, particolarmente attivi sulle materie prime. Nello stesso tempo c'è necessità di agire, se non altro per le aziende più indebitate che, permanendo l'attuale costo del denaro, rischierebbero di fallire. Intanto Piero Cipollone, membro italiano del comitato esecutivo Bce, ha invitato i colleghi a non preoccuparsi troppo della crescita dei salari sull'inflazione, più volte enfatizzata dalla presidente Christine Lagarde e giudicata uno dei motivi per cui non si è ancora proceduto a un taglio dei tassi nell'area euro. Gli stipendi, ha infatti ricordato Cipollone, non hanno ancora raggiunto i livelli pre-Covid, mentre i profitti sono saliti oltre la media.
Il crollo del ponte a Baltimora: terremoto per le assicurazioni?
Si preannunciano invece guai per il settore assicurativo dopo il tragico crollo del Francis Scott Key Bridge di Baltimora, causato da una nave che ha urtato un pilastro del ponte. Secondo John Neal, ceo dei Lloyd's, il sinistro potrebbe diventare uno dei più costosi della storia marittima. Difficile, per il top manager, calcolare il costo per le assicurazioni, ancora più arduo capire chi paga cosa, dato che varie compagnie sono coinvolte. Le cifre saranno sicuramente molto alte: secondo le stime, solo per riparare il ponte potrebbero essere necessari 1,2 milioni di dollari, ma qualcuno azzarda cifre maggiori. Senza contare il resto: risarcimenti alle vittime, mancate consegne, problemi di rallentamento economico e via dicendo. Probabilmente le compagnie cercheranno, per quanto possibile, di rivalersi sugli armatori della nave. Mentre tutti – assicuratori e riassicuratori – faranno a gara per non finire, inevitabilmente, con il classico cerino in mano. Inoltre, un evento del genere porta con sé un inevitabile paradosso: saliranno i premi, anche se è improbabile che un simile evento possa ripetersi.
Tecnologia amica? Non sempre
Torniamo in Italia, per l'incidente informatico (fortunatamente risolto) che ha colpito i correntisti Bnl. Molti clienti hanno visualizzato sul loro home banking vari addebiti, e in qualche caso il conto è apparso azzerato. L'allarme si è rapidamente diffuso dalle Alpi alla Sicilia: telefonate roventi e numerose hanno mandato in tilt l'assistenza della banca, che però ha poi risolto rapidamente la panne informatica. "Si è verificato un problema esclusivamente tecnico che ha comportato addebiti multipli sui conti correnti per diversi clienti della banca", ha comunicato l'istituto di credito del gruppo Bnp Paribas in una nota. "La clientela interessata sta già verificando sui propri conti che le cifre si stanno allineando". E così è avvenuto. La vicenda, che ha visto dunque un intervento tempestivo da parte della banca e la risoluzione del problema in tempi brevi, impone però una riflessione. L'economia, come le relazioni professionali, sociali e personali, è ormai gestita dalla tecnologia, ed è sufficiente un incidente informatico per scatenare il panico. Naturalmente le banche hanno sistemi di back up blindati e possono sopperire a eventuali disguidi di questo tipo. Tuttavia, l'idea che un malfunzionamento sia in grado di alterare, pur per un tempo limitato, i depositi dei clienti dovrebbe farci riflettere sui pericoli insiti nella tecnologia. Soprattutto se è coinvolto il denaro, che altro non è che un credito esigibile a vista, e la cui corresponsione, in momenti particolari, può anche essere rifiutata. Classico è l'esempio della Grecia durante la crisi del debito sovrano, in cui un flusso ha impedito a migliaia di correntisti di ritirare i propri soldi.
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Fed: i tagli inizieranno nel 2024. Ma senza fretta
In un'audizione alla camera dei rappresentanti americana, Jerome Powell ha annunciato l'inizio del calo del costo del denaro, ammesso che l'economia lo permetta. Ma non è stata fissata nessuna scadenza. L'annuncio, pur soft, ha provocato un brusco rialzo delle materie prime, che risente della forte finanziarizzazione del settore. Intanto, le Borse proseguono la marcia dei record
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E' ufficiale: la Federal Reserve inizierà a tagliare i tassi nel corso di quest'anno, ammesso che l'andamento dell'economia Usa lo permetta e che l'inflazione non giochi brutti scherzi. Lo ha dichiarato Jerome Powell davanti al Congresso americano. Il presidente Fed non si è sbottonato oltre: precisando che non c'è nessuna fretta di avviare il nuovo ciclo al ribasso, ha anche affermato che il primo taglio non avverrà subito, ma con il tempo, senza fretta. Prima, ha spiegato, occorrerà esaminare bene lo stato dell'economia. Previsti, se tutto andrà bene, tre tagli entro fine anno.
Balzo delle materie prime
L'annuncio di Powell è stato tutto sommato moderato: i mercati si aspettano da tempo che le banche centrali inizino la loro inversione a u nel corso di quest'anno. Eppure, è bastata una comunicazione basic per provocare un rialzo immediato delle materie prime, che sono balzate in alto mediamente del 5%. Questo fenomeno giustifica una futura cautela nella comunicazione delle banche centrali: la finanziarizzazione dell'economia è capace di trasformare un topolino in un elefante e di creare disastri. Soprattutto in ambiti, come appunto le materie prime, che non dovrebbero essere finanziarizzati. Così come i bitcoin, su cui invece – nonostante la loro opacità e la nota voracità ambientale del mining - si costruiscono Etf.
Berna taglia a sorpresa
Intanto, la Banca Nazionale Svizzera ha iniziato a tagliare i tassi con una decisione a sorpresa, affermandosi come il primo istituto centrale a iniziare la discesa del costo del denaro. Certo, le percentuali sono molto diverse – e minori – rispetto agli istituti centrali di Francoforte, Washington e Londra: i tassi guida sul franco passano infatti dall'1,75% all'1,50%, con un calo di 0,25 punti. Berna ha affermato che l'inflazione è rientrata, rendendo possibile l'operazione. Ma la mossa di Bundesplatz ha un'ulteriore, probabile motivazione: cercare di deprezzare il franco, che per ora, tuttavia, resta molto forte contro il parere e il volere di tutti.
Mercati ancora intonati
Le Borse, intanto, proseguono la loro marcia tranquilla ma costante. E, con un moderato ottimismo, salgono e stabiliscono record su record. Piazza Affari non fa eccezione, e mostra una rotazione settoriale pronunciata, che ha visto i titoli bancari scendere dopo l'annuncio di Powell, per poi salire nuovamente poco dopo, in barba alla prospettiva di discesa dei tassi. I mercati, insomma, sono ancora intonati. Fino a quando? Difficile prevederlo. Uno storno ci sarà, questo è praticamente sicuro, ma non è facile capire quando si verificherà. Forse a maggio, mese che tradizionalmente è dedicato alle vendite (sell in May). O forse più avanti, in attesa delle elezioni europee di giugno o addirittura di quelle americane di novembre. Probabilmente, i mercati cercheranno di rimanere tranquilli proprio fino alle presidenziali Usa, per non trasformarsi in una variabile in grado di influenzare le campagne elettorali. A scendere in maniera pronunciata saranno probabilmente i titoli tecnologici. Un'anticipazione di questo possibile trend ci è stato già dato da Apple, che ha arretrato in Borsa dopo la causa mossa dal ministero della Giustizia americano per "monopolio". Sembra che le istituzioni statunitensi abbiano iniziato a mettere sotto la lente le bigtech americane, che finora sono state abbastanza libere di muoversi in modo disinvolto. Ma lo fanno con un ritardo di anni. Meglio ha agito l'Antitrust europea, che ha introdotto misure come l'obbligo dei cavi di ricarica uniformi per gli smartphone. In ogni caso, è difficile mettere in crisi la società di Cupertino, che capitalizza 2.600 miliardi di dollari. Ben più del pil italiano.
Volano le compagnie aeree
Buone notizie per le compagnie aeree europee: i bilanci di Lufthansa, Air France-Klm, Ryanair e International Airlines Group hanno chiuso l'anno positivamente; insieme, secondo Il Sole 24 Ore, hanno raggiunto un fatturato di 106,16 miliardi di euro (+18,9%), mentre gli utili netti sono saliti addirittura a tre cifre (+110%). I risultati sono stati ottenuti sebbene il traffico aereo internazionale sia ancora sotto i livelli pre-Covid. A spingere le compagnie sono i voli interni, la crescita della domanda di viaggio e soprattutto l'aumento delle tariffe. A cominciare dalla classe business, i cui biglietti sono letteralmente esplosi. Resta invece abbastanza accessibile la classe economy su voli intercontinentali. Con il paradosso che a volte vede un viaggio Milano-Palermo costare di più rispetto a un Malpensa-New York (meno male che ci sono i treni ad alta velocità, viene spontaneo esclamare).
Paletti su Lufthansa-Ita
Intanto, l'Antitrust europea ha messo nero su bianco la richiesta al gruppo Lufthansa di tagliare vari voli Ita europei e intercontinentali (dall'Italia verso Stati Uniti, Canada e Giappone) e vari slot dall'aeroporto di Linate. Un'operazione che, per il gruppo tedesco, è vincolante per ottenere il via libera all'acquisizione della compagnia di bandiera italiana. Secondo l'authority, l'operazione senza correttivi rischia di danneggiare la concorrenza e di causare un aumento dei prezzi e un calo di qualità per i servizi: proprio per questo vuole la rinuncia ad alcune rotte della compagnia. Margrethe Vestager, commissario europeo per la concorrenza, vuole una risposta entro il 26 aprile, mentre l'istruttoria ha scadenza 6 giugno. Occorre, dunque, fare presto. Se una certa apprensione sul fronte della concorrenza e di eventuali monopoli su alcune rotte può essere giustificabile, sembra però che le condizioni poste dall'Antitrust europea siano troppo draconiane. Per questo, fanno sorgere i sospetti di una lotta politica, dato che gli slot italiani fanno gola a molti. E che i bias nei confronti del Belpaese sono ancora molto presenti.
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Chi cresce piano, cresce sano e va lontano...
Le Borse continuano a salire con gradualità e senza troppi scossoni. Piazza Affari ha chiuso la settimana rafforzando la sua “maglia rosa” europea, senza farsi ostacolare dai nuovi dati (in rialzo) dell'inflazione americana. E lasciandosi ancora una volta trainare dai titoli finanziari
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Continua la lenta progressione delle Borse che, salvo qualche eccezione, sembrano trottare regolari e senza troppi scossoni. La scorsa settimana, quasi tutti i listini europei hanno fatto segnare una chiusura positiva e Piazza Affari ha ancora una volta registrato un incremento (+1,6%), pur fallendo l'aggancio ai 34.000 punti (la soglia simbolica, comunque, è stata poi raggiunta in sede di riapertura). Non hanno esercitato alcuna influenza negativa i dati dell'inflazione americana, in crescita al 3,2%: il risultato, infatti, non sposta le aspettative dei mercati sull'inizio della discesa dei tassi Fed. In altri termini, ci si aspetta ancora che Jerome Powell avvii il meccanismo a giugno/luglio. O che forse ritardi un po', ma non troppo. A questo punto, la vera questione è rappresentata dal ritmo dei ribassi (che si prevede lento) e dalle percentuali (che non saranno alte, almeno inizialmente).
Le streghe son tornate. Ma nessuno le ha viste
Praticamente ignorato da Milano e dalle altre Borse il cosiddetto “giorno delle quattro streghe”, o quadruple witching day. Una data che si presenta quattro volte l'anno (nel 2024 in data 15 marzo, 21 giugno, 20 settembre e 20 dicembre) e che vede la scadenza contemporanea di future e opzioni sugli indici azionari e sui singoli titoli, con un forte rischio di volatilità. La mancata reazione alla quadrupla deadline è abbastanza semplice da spiegare: di solito, le “quattro streghe” fanno paura alle Borse quando i mercati sono già volatili, e non è questo il caso. Se poi aggiungiamo il nuovo rally dei bancari, possiamo comprendere in che modo i titoli borsistici italiani stiano marciando in sicurezza, quasi come fossero un convoglio militare scortato che avanza in territorio protetto. Il rialzo è poi stato consolidato alla riapertura delle attività: per alcuni osservatori, il traino delle Borse Usa avrebbe potuto spingere Milano; tuttavia, la performance di oltre oceano ha coinvolto soprattutto i sette big tecnologici, dimostrandosi in questo modo poco più che settoriale. Tra l'altro, proprio New York ha assistito al crollo di uno storico titolo Ict, Adobe, i cui servizi di fotoritocco sono intaccati dalla valanga-intelligenza artificiale. Siamo ormai giunti alla prima, grande resa dei conti fra informatica “tradizionale” e nuova tecnologia.
Maggio: vendere o non vendere?
Come abbiamo già affermato, in Borsa un andamento lento ma costante è da preferirsi a grafici ripidi e incerti. I mercati sono tonici un po' in tutta Europa, e ciò rappresenta un risultato già ragguardevole, considerato tutto ciò che accade nel mondo e i timori legati all'inflazione. Da parte loro, i dati economici non si stanno rivelando particolarmente brillanti, ma a contare di più sono gli utili, che appaiono soddisfacenti. Soprattutto per le aziende finanziarie – il che favorisce particolarmente Milano. Ora, è conto alla rovescia per maggio, che molto spesso si rivela un mese negativo (sell in May and go away, recita un noto proverbio americano, che esprime in modo aperto una tradizionale strategia di investimento). Se lo storno primaverile si verificherà, sarà per aumentare i pesi azionari di chi è sul mercato.
Il Giappone non è più sotto zero
Torniamo ai tassi, ma questa volta andiamo in Giappone. La banca centrale di Tokyo, storicamente poco propensa a toccare le percentuali, ha alzato ieri il costo del denaro dall'attuale -0,1% alla fascia compresa tra lo 0% e lo 0,1%. Dal punto di vista pratico non cambia assolutamente nulla: il ritocco ha effetti praticamente impercettibili e la situazione sarebbe pressoché identica se i tassi fossero elevati all'1%. Eventualità che, peraltro, non è sul tavolo, almeno secondo le dichiarazioni della Banca del Giappone: l'intervento è una tantum e un inasprimento non si verificherà. La mossa dell'istituto centrale fa rumore essenzialmente per il suo aspetto simbolico: in primo luogo, l'ultimo rialzo di Tokyo era avvenuto nel 2007, mentre la permanenza sotto zero resisteva dal 2016. Inoltre, la mossa avviene in controtendenza rispetto alle decisioni attese da Bruxelles, Londra e Washington – che però hanno tassi di riferimento ben più alti. L'ambiente, dunque, resterà “accomodante”, come ha assicurato il governatore Kazuo Ueda.
Swisscom si prende Vodafone Italia
Il mercato delle telecomunicazioni è stato sbalzato al centro della scena con un annuncio clamoroso: Swisscom ha siglato un accordo vincolante per acquisire il 100% di Vodafone Italia per il maxi importo di 8 miliardi di euro, che saranno pagati in contanti. D'emblée. La mega acquisizione, il cui closing è previsto per il 2025, integrerà Vodafone Italia in Fastweb, società con cui il gruppo rossocrociato opera in Italia, ma lascerà aperta la possibilità di mantenere il vecchio brand inglese per non oltre cinque anni. Si crea un colosso con ricavi combinati pari a 7,3 miliardi di euro, con dividendi succosi per gli azionisti Swisscom. Vodafone, da parte sua, incassa, abbandona un mercato saturo e con tariffe ormai risicate come quello italiano e può investire in mercati emergenti. Essenzialmente, un'operazione di M&A così poderosa si giustifica con le condizioni attuali del mercato italiano telco, che è abbastanza saturo. La telefonia è l'unico settore in cui le privatizzazioni hanno creato un vantaggio per i consumatori. Per il resto, si sono verificati troppi passaggi da monopoli pubblici a monopoli privati – che con il mercato non c'entrano assolutamente nulla. La fusione per acquisizione avviene, inoltre, in un frangente che vede Tim in difficoltà, anche a causa dei tassi alti e del conseguente rialzo degli interessi sul debito da pagare. C'è da temere per la scomparsa di un operatore sul mercato? Generalmente, quando sparisce un competitor occorre sempre stare all'erta, soprattutto sul versante tariffario. Poi si vedrà.
Case green, chi paga?
Nuovo successo per le proteste dei trattori: la Commissione Europea (con un'astuta mossa pre-elettorale, avrebbe detto Fantozzi) ha redatto alcune proposte per mandare in soffitta l'obbligo dei terreni a riposo, che avrebbe costretto i coltivatori a tenere incolto il 4% delle loro fondi agricoli. In cambio, si pensa di introdurre incentivi a chi agirà ugualmente in questa direzione per libera scelta. Un passo indietro, dunque, da parte del dirigismo radicale dell'Ue, i cui diktat possono trasformarsi in norme ammazza-economia oppure, in alternativa, in grida manzoniane, che nessuno poi rispetta. Le partite ancora in corso sono comunque numerose e di grande significato: l'addio alle auto con motore endotermico, su cui Bruxelles non arretra di un centimetro, e l'ultima trovata, che vuole obbligare una parte dei proprietari di case meno “verdi” (più o meno 5 milioni nella sola Italia) a tirare fuori dal portafoglio somme molto forti per ristrutturarle – con il divieto per i proprietari inadempienti di affittare o vendere immobili ai proprietari di case in classi energetiche basse, a partire dal 2030. In pratica, quasi un esproprio mascherato. E' fin troppo ovvio che non sarà possibile costringere i proprietari di case a contrarre forti esposizioni debitorie per ottemperare alla direttiva – farlo significherebbe rischiare una crisi sociale (e un rivolgimento politico) di proporzioni inimmaginabili. Altrettanto improbabile è pensare che siano gli Stati membri a tirare fuori somme così enormi. Anche in questo caso, l'Ue non potrà che ripensare questa misura. Considerando, magari, che l'Europa è un mercato di 300 milioni di abitanti e che sulla transizione ecologica conta poco e niente. Soprattutto se Paesi molto estesi e abitati come India, Cina e, in parte, Stati Uniti proseguiranno a puntare su prodotti inquinanti (ben più dei nostri) e poco adeguati a una strategia ecologica.
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Tassi, la Bce non si muove
La Banca Centrale Europea è stata chiara: il costo del denaro, per ora, non cala. Il board, con le parole della presidente Christine Lagarde, ha “solo iniziato a discutere di arretrare la politica restrittiva”. L'imminenza delle elezioni europee, tuttavia, rende abbastanza probabile un segnale dell'Eurotower prima di giugno
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'inflazione stimata cala ancora, ma i tassi restano fermi. Lo ha deciso il board della Banca Centrale Europea, che non ha smentito le previsioni. “In questa riunione non abbiamo discusso di tagli“, ha affermato Christine Lagarde, presidente della Bce; “abbiamo solo iniziato a discutere di arretrare la politica restrittiva”. In breve, scordiamoci un cambio di rotta ad aprile: occorrerà sicuramente aspettare la fine della primavera, se non l'estate.
L'incognita elezioni
Le dichiarazioni della presidente Bce non sorprendono affatto, anche se i mercati iniziavano a scommettere su un alleggerimento anticipato rispetto alle previsioni. E' chiaro che le banche centrali non devono dare l'impressione di correre dietro ai mercati: per questo motivo, la posizione della Bce era inevitabile. Anche se probabilmente un piccolo anticipo rispetto alle previsioni ci sarà. Prima di tutto perché l'Europa è in stagnazione e ha bisogno di uno stimolo in quel senso. E poi perché dal 6 al 9 giugno sono in calendario le elezioni per il parlamento europeo, che rendono plausibile un segnale distensivo, pur obtorto collo, da parte della Bce. Una correzione simbolica, magari di 5 centesimi e nulla più, potrebbe orientare la scelta di una parte di elettori indecisi. Per questo motivo, l'avvio della politica di ribassi Bce potrebbe anticipare quello della Federal Reserve, considerato che per le elezioni presidenziali americane bisognerà aspettare novembre. A questo bisogna aggiungere che l'economia statunitense va decisamente meglio rispetto alla nostra – il che fornisce frecce all'arco degli “attendisti”. E' pur vero che Jerome Powell, in audizione al senato Usa, pur affermando che il Fomc sta attendendo certezze concrete che l'inflazione scenda al 2%, (attualmente “non siamo sicuri” di questo, ha detto), ha indorato la pillola rassicurando che l'obiettivo non è lontano. E con esso l'inizio del calo dei tassi. Va da sé che i termini “vicino” o “lontano”, privi di riferimenti certi, danno adito a un florilegio di interpretazioni. E di scommesse sui mercati.
Germania, allarme infrastrutture
A far tremare l'Europa è la crisi tedesca: per parafrasare un noto detto, basta un vetro rotto a Francoforte per far crollare palazzi nell'intero continente. Un ulteriore esempio di come la “locomotiva d'Europa” stia ansimando ci viene da un'inchiesta della Bild: lo studio rivela che in molti casi le infrastrutture sono vecchie e devono essere riparate oppure distrutte (come accaduto per un ponte sul Rahmede, in Renania-Vestfalia, divenuto pericoloso e fatto saltare per aria, per evitare conseguenze drammatiche). Secondo la Bild, per ristrutturare le strade e le ferrovie servirebbero cifre improponibili. Un commento è d'obbligo: a furia di sostenere e condurre politiche restrittive, è facile che in periodi di crisi ci si trovi con problemi di manutenzione ordinaria e impossibilità di finanziarla. Ciò si riverbera a cascata su vari ambiti. Prima di tutto sui trasporti delle merci, i cui ritardi poi vanno a creare un effetto domino sull'economia.
Il caso Tim
Intanto, le Borse mantengono un margine di oscillazione limitato: l'anno è partito bene (specialmente per Milano, che più di una volta ha vestito la maglia rosa dei listini europei) e, almeno per adesso, si mantiene solido. A preoccupare è, in questo periodo, il crollo di Tim, con un -25% in tre giorni. Tra i responsabili, il piano presentato dalla compagnia telefonica, con obiettivi di crescita e di abbattimento del debito giudicati pretenziosi (anche se il management ha buttato acqua sul fuoco, affermando che gli obiettivi sono raggiungibili). I dati sono usciti male e hanno causato il crollo in Borsa, con investitori spaventati da un debito maggiore del previsto, reso ancor più problematico dai tassi di interesse alti. Questo allarme, unito alle conseguenze della vendita della rete, ha reso lecito un interrogativo; a queste condizioni, dove avverrà la redditività futura? Allo scetticismo si è aggiunta, probabilmente, una buona dose di speculazione: alcuni hedge fund erano forse short già prima della comunicazione del piano, reso noto lo scorso 7 marzo, e ne hanno approfittato. A questi livelli, in ogni caso, il titolo Tim inizia a rivelarsi una buona opportunità di acquisto, con spazio di risalita del 20-25%.
Medaglia d'oro
Tranquillità, invece, sul fronte dei cambi e dell'energia. Il rapporto euro-dollaro resta nella fascia di sicurezza, come il petrolio, i cui livelli non sono per il momento influenzati dalla crisi di Aden. L'assenza di volatilità fa bene al prezzo del greggio: finché su questo fronte ci sarà la tranquillità, i livelli tariffari dell'oro nero non dovrebbero variare. Lo spread è ai minimi di tre anni (tra il silenzio generale). Rame e alluminio rimbalzano in modo poco significativo, mentre a stabilire primati su primati è l'oro. Nonostante il record assoluto del “re dei metalli”, è lecito osservare che nell'ultimo anno, con il deprezzamento del dollaro, un investitore in euro ha percepito lo stesso rendimento di chi ha scelto di “rifugiarsi” nell'oro. E' anche vero che un guadagno del 3%-4% legato al metallo giallo non ha una correlazione logica con il calo dell'inflazione, che dovrebbe invece alleggerire il valore dei beni rifugio. Secondo un'interpretazione (che resta tale, naturalmente), a scompaginare le carte potrebbero essere stati paesi come Russia e Cina, che a causa delle sanzioni attuali e del blocco dei depositi all'estero (la prima) e per timore di embarghi futuri (la seconda) si sarebbero premunite riempiendo di oro (e di sicurezza) i loro forzieri.
Bob a Cortina
Mancano meno di due anni ai Giochi Olimpici di Milano-Cortina, ma le incertezze regnano sovrane: nonostante la scadenza ravvicinata, non si sa ancora dove si svolgeranno le gare di bob, slittino e skeleton. Il cantiere per la pista di v è stato aperto, anche se non c'è la sicurezza che il Cio approvi l'opera (la luce verde del comitato olimpico è necessaria per ospitare le gare nel nuovo impianto), né che, una volta finiti i Giochi, l'opera non diventi una cattedrale nel deserto, come quella di Cesana legata a Torino 2006. La soluzione ottimale sarebbe stata, a questo punto e con siffatti ritardi, virare sull'impianto di St Moritz (località vicina a Milano e già attrezzata per il bob), dirottando il denaro originariamente stanziato per la pista di Cortina alla viabilità sulle strade delle località olimpiche e alle ferrovie. Per consentire alla kermesse a cinque cerchi di lasciare al territorio un'eredità tangibile.
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Borse, lo storno può attendere
Piazza Affari ha chiuso la scorsa settimana superando gli altri listini europei, ma i mercati, in generale, sono in ottima salute. E' prevedibile che, prima o poi, giunga una pausa, anche se molto probabilmente la flessione si rivelerà moderata. Nonostante i persistenti problemi geopolitici
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
La Borsa di Milano ha chiuso ancora un venerdì in positivo, dimostrandosi più brillante rispetto agli altri, incerti listini europei (e a Wall Street). La spinta in alto è stata trainata dai finanziari, che hanno proseguito nelle ottime performance e che, a tratti, stanno premiando gli investitori da vari mesi a questa parte. Piazza Affari ha poi aperto questa settimana in leggera flessione, scontando anche l'attesa per la riunione Bce di giovedì prossimo e gli altri interventi attesi sui tassi. Che, ci si può scommettere, non saranno improntati a un rapido taglio del costo del denaro.
Cattive notizie? Meglio ignorarle
In ogni caso, quasi tutte le Borse hanno raggiunto i massimi storici, o almeno quelli di medio periodo. Mentre il mercato continua a procedere in maniera regolare, senza troppi strappi. Una situazione positiva: è senz'altro più tranquillizzante vedere listini che salgono poco a poco, gradualmente e con performance costanti. E' prevedibile che, prima o poi, giunga il momento di una pausa, anche se ovviamente non possiamo sapere quando sarà il turno del calo fisiologico. Fino ad allora – a costo di sembrare monotoni, noiosi e ripetitivi – consigliamo a chi ha acquistato titoli bancari e altre buone posizioni di tenerle, e, a chi vuole aumentare il suo coinvolgimento, di aspettare il primo storno. Che quasi sicuramente arriverà, anche se non sarà forte, non essendoci i presupposti. Ultimamente, i mercati cercano infatti di ignorare le cattive notizie, soprattutto quelle di tipo geopolitico. La guerra russo-ucraina prosegue, anche se Kiev è in difficoltà, dichiarazioni belliciste vengono lanciate dai leader mondiali e la situazione in Medio Oriente – sia a Gaza, sia nel sud del Libano, sia nel Mar Rosso – è ancora molto critica; tuttavia, le Borse si dimostrano resistenti e “resilienti”, come si usa dire ultimamente.
Gas, nuove insidie da est
In questa situazione ha raggiunto stabilità il rapporto euro-dollaro, che veleggia sulla quotazione di 1,08: la volatilità sui mercati è contenuta e questo valore non dovrebbe muoversi troppo. La fascia tra 1,07 e 1,12 (quotazione su cui probabilmente il rapporto euro-dollaro si attesterà a fine anno) rappresenta attualmente il valore di equilibrio, conveniente per tutti. Un po' come, per il petrolio, il range fra i 75 e gli 85 dollari al barile, con il Brent che al momento veleggia poco sopra gli 80 e il Wti sotto questa soglia. Qualche problema potrebbe invece arrivare dal gas. A fine anno, infatti, scadrà l'accordo tra Russia e Ucraina sul transito del metano di Mosca verso l'Europa. Un'intesa che Kiev ha già annunciato di non voler rinnovare. Se così fosse, tornerebbero i problemi sul fronte delle forniture: anche se il gas made in Russia è ormai sceso dal 50% circa al 15%, un eventuale stop al transito (capace di incidere per il 5%) creerebbe comunque parecchi problemi all'Europa. Non per niente, un documento della Commissione ha ammesso che l'Ue dovrà prepararsi anche allo scenario peggiore, tenendo strettamente sotto controllo la situazione per assicurare il riscaldamento nell'inverno 2024-25. Sicuramente, l'Europa avrebbe i mezzi per premere sull'Ucraina, cercando di caldeggiare un rinnovo dell'accordo in grado di evitare ulteriori problemi ai propri cittadini. Un terreno certamente accidentato, dato che a prima vista appare paradossale che due Paesi in guerra possano trattare per un'intesa di questo tipo. Ma in politica tutto è possibile.
La privatizzazione di Poste Italiane
Ha conquistato le prime pagine dei giornali il nuovo round di privatizzazione di Poste Italiane, che si rivolge soprattutto a investitori al dettaglio, ma anche gli istituzionali. Previste anche incentivazioni per chi deciderà di puntare sul “gigante giallo”. Lo Stato, ha precisato una nota del governo, manterrà almeno il 35% del capitale (attualmente il 29,26% è nelle mani del ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre il 35% è del gruppo a controllo pubblico Cassa Depositi e Prestiti). Lo Stato, con questa vendita, si aspetta di ricevere 20 miliardi di euro in tre anni, per diminuire il debito. Il che sembra un'impresa impossibile, almeno con l'attuale disavanzo italiano. Con la privatizzazione si può certo soddisfare un'esigenza di cassa momentanea, dovuta ai vincoli del patto di stabilità per il 2025, ma non risolvere il problema del debito pubblico. Inoltre, ai prezzi con cui le Poste saranno vendute non si vede un grande vantaggio economico per lo Stato; con le attuali valutazioni, il titolo vale dieci volte l'utile, e questa operazione sembra molto rinunciataria. Meglio sarebbe lavorare in ambito comunitario per far cessare la repressione finanziaria che ha caratterizzato l'Eurozona negli ultimi 15 anni, portando il nostro continente a una forte perdita di competitività. Ci sono due approcci riguardo il debito: il primo è quello tedesco, che lo scoraggia fortemente, considerandolo un disonore; il secondo è quello americano, che lo utilizza per stimolare la crescita. Il secondo, se scelto con giudizio, è il modello migliore. Se un Paese si vuole sviluppare, deve produrre un disavanzo, senza il quale non può creare le infrastrutture necessarie.
Debito subnazionale
A proposito, è interessante uno studio di S&P Global Ratings, secondo cui il debito subnazionale nei mercati emergenti, trainato dalla Cina, arriverà nel corso di quest'anno a quasi 1.400 miliardi di dollari, contro il picco di 1.500 nel 2023. L'indebitamento netto delle amministrazioni locali cinesi, afferma la ricerca, è forse arrivato al punto massimo; tuttavia le pressioni macroeconomiche e quelle delle maggiori aziende statali lo manterranno alto. Nel 2024, prosegue lo studio, i mercati emergenti rappresenteranno il 50% circa dello stock totale di debito subnazionale, e il 94% di questo sarà proveniente da Cina e India. Secondo S&P Global Ratings, questo continuerà a far salire il volume dei prestiti globali.
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Le previsioni per il nuovo anno
Dopo il grande rally avviato lo scorso novembre, il 2024 delle Borse offre ancora buone occasioni di investimento. Soprattutto nel settore bancario, che sembra conservare ampi margini di crescita. Ma, in generale, dai listini ci si attendono rendimenti più moderati, ben lontani da quelli raggiunti negli ultimi mesi
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Il 2023 si è chiuso un po' in sordina, complice il ritorno dell'influenza, che ha costretto a letto più di un milione di cittadini italiani. Grandi numeri, certo, ma dopo il Covid anche un’epidemia stagionale “tradizionale” può essere letta come un primo passo verso il ritorno alla normalità.
Questo pazzo, pazzo 2023
Dal punto di vista dell'economia, il 2023 appena concluso è stato tutto tranne che un anno normale. La cavalcata dei tassi ha visto, per molti mesi, le banche centrali europea, americana e inglese rincorrersi a ritmi serrati sul terreno della stretta monetaria, sviluppando scenari inediti. L'economia, anche grazie al costo del denaro sempre più alto, ha subito drammatici rallentamenti, i cui effetti sono però stati temporaneamente mitigati dall'ottimo andamento dei primi sei mesi. L'inflazione è stata fermata - anche se, come abbiamo visto, a caro prezzo. Le Borse, da parte loro, hanno offerto rendimenti inaspettati: dopo aver proseguito sull'onda del grande rimbalzo di ottobre 2022, i mercati hanno alternato lunghi momenti di tranquillità all'insegna del trading range a periodi di crescita, capaci di coinvolgere, a vario titolo, la maggior parte delle asset class. Dall'inizio dello scorso novembre, poi, si è verificato l'ormai “mitico” rally (sia azionario, sia obbligazionario), con performance che non si vedevano da fine anni Novanta. Gli investitori capaci di mantenere le posizioni e di rimanere con una duration lunga hanno potuto monetizzare molto bene e recuperare le perdite del 2022, o addirittura guadagnarci. Soprattutto chi, in Italia, ha puntato sul settore bancario e finanziario, re indiscusso delle asset class 2023, che (anche grazie alla presenza massiccia nel listino di Piazza Affari) ha portato l'azionario italiano fra i leader mondiali. Meno redditizi, invece, il settore farmaceutico e quello alimentare, classici titoli difensivi che offrono performance quando i mercati sono in difficoltà.
Tassi, presto la discesa
E ora? Che cosa si prevede per il 2024? Iniziamo con la politica monetaria delle banche centrali, elemento decisivo per determinare l'andamento dell'economia mondiale. Da questo punto di vista, gran parte delle case di investimento si aspetta (in generale) tagli dei tassi compresi tra i 75 e i 150 punti. L'inflazione, come già detto, è invece sotto controllo e non è così lontana dal 2%. Tutto, insomma, sembra preannunciare una lunga e morbida transizione verso la normalità che, a meno di eventi geopolitici estremi (non così improbabili, purtroppo), dovrebbe assicurare un anno abbastanza tranquillo. Anche se, quasi sicuramente, il mercato azionario non offrirà risultati eccezionali come lo scorso anno. Se l'economia darà cenni di ripresa, potremo dunque aspettarci andamenti di mercato buoni e rendimenti fra il 5% e il 10% tra flusso dividendi attesi e crescita.
Banche, il rally non è concluso
Ancora una volta, potrebbe essere premiato un atteggiamento all'insegna del sovrappeso di titoli bancari e finanziari italiani, che – nonostante il boom dell'ultimo anno – hanno ancora ampi margini di crescita. Lo ha fatto capire, senza troppi giri di parole, anche Andrea Orcel: l'amministratore delegato di Unicredit ha quantificato il valore reale della sua banca a 45 euro, quasi il doppio rispetto alle quotazioni attuali. L'osservazione, mutatis mutandis, vale per l'intero sistema, soprattutto se si verificheranno ulteriori consolidamenti (in pole position, Mps e Banco Popolare). Il prosieguo della crescita del settore è supportato dai numeri: ci si attendono utili di esercizio 2023 a oltre 43 miliardi (contro i 2 del 2020). Tuttavia, nonostante la progressione dei profitti e la corsa dell'asset class, i mercati internazionali non credono fino in fondo nelle potenzialità di questo settore. Perché all'estero ci sono ancora pregiudizi sulle banche italiane. E perché – Unicredit e Intesa Sanpaolo a parte – i titoli dei nostri istituti di credito sono relativamente piccoli, e i grandi operatori li guardano con occhi distratti. Mentre non dovrebbero farlo. Anche perché, più in generale, nel corso dell'anno appena iniziato le small e mid cap potrebbero ritagliarsi un ruolo da protagoniste, dopo che nel 2023 sono rimaste indietro rispetto alle large sia in Europa, sia negli Stati Uniti.
Obbligazioni, rendimenti in calo
Nell'obbligazionario, i rendimenti sono destinati a scendere. Per i Btp siamo già rapidamente passati dal 5% del 31 ottobre scorso a percentuali sotto il 3,5%, con cui si è aperto l'anno. Spesso i mercati precorrono i tempi e lo stanno dimostrando anche in questo caso. Quasi sicuramente, nel corso del 2024, i buoni del tesoro si porteranno al 2,5%, forse addirittura al 2%. Un po' più alta la performance che ci si attende dai corporate bond, e ancora maggiore quella delle obbligazioni con subordinati bancari, con rischio più elevato. Entrambe le categorie dovrebbero essere presenti in forza nel mix di investimento, insieme ai buoni del tesoro italiani e degli altri paesi periferici. Il rendimento atteso, tuttavia, si inserisce tra il 4% e il 5%: difficile ottenere ulteriore capital gain sulla componente obbligazionaria.
Le incognite geopolitiche
Tradizionalmente, l'andamento delle valute è imprevedibile, perché il forte potere di indirizzo delle banche centrali ne condiziona in modo forte l'andamento. Dati economici alla mano, avevamo previsto l'indebolimento del dollaro, tornato a un livello di 1,10: con tutti i condizionali del caso, si può ipotizzare, per il 2024, un ulteriore calo del biglietto verde fino a 1,15 e oltre, per i problemi di disavanzo e decrescita dell'economia americana. L'anno in corso potrebbe invece segnare il recupero dello yen: un leggero aumento dei tassi (ancora negativi) in Giappone proprio mentre ci si aspetta il calo del costo del denaro nel resto del mondo obbligherebbe gli investitori che hanno scelto il carry trade con debito nella valuta nipponica e investimenti in euro o dollari a smontare rapidamente le posizioni. E ciò rafforzerebbe lo yen. A livello di macroaree proseguirà la forte crescita indiana, a fronte di un rallentamento della Cina, tra crisi immobiliare e problemi di domanda interna. L'Europa, affossata dalla guerra russo-ucraina e dalla crisi tedesca, rischia di confermarsi fanalino di coda. A fare il resto saranno le incognite geopolitiche e i grandi appuntamenti elettorali del mondo occidentale: le elezioni europee, quelle britanniche e le presidenziali americane, che al momento sembrano le più incerte. Dai risultati delle urne potrebbero uscire indirizzi importanti sia sulla prosecuzione o meno delle guerre in atto, sia sull'economia mondiale. In particolare, i prossimi leader del mondo occidentale decideranno definitivamente se la transizione alla mobilità elettrica sarà radicale (come dettato dall'indirizzo attuale) oppure soft e più aperta alle scelte individuali.
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