Tassi: è gara di inseguimento tra Fed e Bce
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha deciso di tagliare i tassi. Ma l’intervento americano è stato più incisivo: negli Stati Uniti, il valore di riferimento è calato di 50 punti base, attestandosi nella forchetta tra il 4,75% e il 5%. La decisione ha destato una certa sorpresa, anche per la quasi unanimità che ha accompagnato l’intervento – soltanto uno fra i membri del consiglio ha votato per una riduzione di soli 25 punti. Entro fine anno, la banca centrale americana potrebbe effettuare nuove correzioni verso il basso, per poi proseguire la discesa nel 2025.
Lettura difficile
Se il taglio era dato per probabile, la sua entità – come già ricordato – ha stupito più di un osservatore. Anche per la difficile lettura di un passo deciso dopo una così lunga attesa. Il maxi-taglio indica probabilmente timori per un rallentamento economico americano intravisto dalla maggioranza dei componenti del board Fed. Segnali di una crisi già in atto arrivano dai dati non positivi sul mercato del lavoro e dal calo del petrolio, che ha provato una puntata anche sotto i 70 dollari al barile. Gli occhi sono ora puntati sul dollaro: se il biglietto verde dovesse rompere la fascia di oscillazione compresa tra 1,08 e 1,12, ci troveremmo di fronte a un altro sintomo di preoccupazione per l’economia americana. Negli Stati Uniti, a differenza di ciò che accade in Europa, in caso di congiuntura economica negativa si procede infatti a una svalutazione della moneta. Una possibilità che occorre contemplare, visto il lento ma costante spostamento della valuta americana di questi ultimi giorni.
Palla alla Bce
Ora, la palla passa alla Bce, in attesa del prossimo intervento. Che potrebbe avvenire presto. Ne ha parlato Fabio Panetta nel corso di un convegno svoltosi a Catania. Il governatore della Banca d’Italia ha rivelato che il trend di discesa dei tassi potrebbe “accelerare nei mesi”, influenzato sia dalla Fed, sia dalla debolezza dell’economia europea. Un quadro, quest’ultimo, che è molto preoccupante e che è aggravato dalla situazione tedesca. Esemplificativo un raffronto fra la crescita della produzione industriale della Germania e quella della vicina Svizzera dal 2008 in avanti: fino al 2017, i due Paesi sono appaiati; dopo, la linea di Berlino scende, quella di Berna continua a salire. Questo grafico riflette quanto possano influire sull’economia domestica alcune caratteristiche dell’Ue (come la burocratizzazione, la linea anti-industriale e un piano ecologista troppo radicale) che nella Confederazione sono meno presenti. L’organizzazione farraginosa dell’Unione Europea è mostrata molto bene dai tempi lunghi per formare la nuova Commissione che, se va bene, entrerà in carica a fine ottobre. Sul momento “no” dell’economia Ue, l’ex presidente Bce Mario Draghi ha tracciato uno scenario molto chiaro, ricordando che i paesi europei, da soli, non possono più rispondere alle grandi sfide globali, e che c’è bisogno di effettuare investimenti, per cui è necessario anche formare un debito comune – soluzione che però non trova l’accordo dei Paesi del Nord Europa.
Niente tagli, siamo inglesi
Tornando ai tagli, mentre la Fed parla di nuovi interventi entro fine anno e la Bce a quanto si prevede, ammorbidirà la stretta monetaria dello 0,75% entro la prossima primavera, la Bank of England resta ferma. Threadneedle Street non si è infatti mossa dal 5%, anche a causa degli ultimi dati sull’inflazione, a 2,2% e quindi sopra il target del 2%. Bisogna però ricordare che la Boe ha da poco tagliato i tassi di 25 punti base: comprensibile quindi che a questo giro abbia saltato il turno. Probabilmente, la banca centrale inglese riavvierà il rilassamento della politica monetaria in coincidenza con la prossima sforbiciata della Bce o della Fed.
Borse, condizioni stazionarie
In una bagarre di questo tipo, le Borse sono andate avanti per la loro strada. Tranquille. Stabili. Migliori le performance dei listini americani, anche se il taglio Fed c’entra fino a un certo punto: a spingere Wall Street sono stati, ancora una volta i titoli tecnologici, mentre la Germania è zavorrata dal settore automobilistico, con un -10% di un colosso come la Daimler. La responsabilità (lo ripetiamo a costo di apparire monotoni) è in buona parte dell’accanimento comunitario contro le auto tradizionali. Tutto questo mentre le macchine elettriche non sono mai state così impopolari. Un sondaggio mostra che il 30% di chi già utilizza le e-cars è insoddisfatto di questo acquisto, e che non ripeterebbe la scelta. Tra i motivi dell’insoddisfazione, la paura di rimanere per strada senza la possibilità di rifornirsi, problema davvero difficile da risolvere.
San Siro, nuovi sviluppi
Sul fronte stadi,c’è un nuovo capitolo nella telenovela San Siro. Emanuela Carpani, soprintendente per Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano, ha infatti affermato che nel caso in cui privati (leggi Inter e Milan) acquistassero lo stadio, andrebbe a decadere la proibizione di intervenire sul secondo anello. Sarebbe rimosso così un ostacolo (tra l’altro discutibile, dato che è stato permesso l’abbattimento delle stalle del galoppo) sulla via di un mantenimento del Meazza come casa delle due squadre milanesi. Un piano presentato da Webuild prevede la possibilità di ristrutturare lo stadio pezzo dopo pezzo, come è accaduto a Udine e a Bergamo, sfruttando in buona parte le pause estive e creando il minor disagio possibile agli sportivi. L’ostacolo al recupero di San Siro è, come già ricordato, la recente cementificazione dell’area circostante, che ridurrebbe le aree concesse alle due squadre per avviare business paralleli a quello sportivo. Ma i pareri favorevoli alla ristrutturazione sono molto insistenti: a favore della “Scala del Calcio” (e contro un nuovo impianto da edificare nella stessa zona) sono storicamente impegnati gli abitanti del quartiere, che vogliono organizzare una catena umana di 10.000 persone per “abbracciare” il vecchio stadio e sensibilizzare l’opinione pubblica. Meno praticabile, invece, la soluzione alternativa che vorrebbe le due squadre milanesi costruire ognuna il proprio stadio nell’hinterland (Rozzano e San Donato): l’assenza di infrastrutture di quelle aree, soprattutto nella viabilità, rimanderebbe l’inaugurazione dei due impianti a data da destinarsi, mandando a monte il progetto dei due club.Inoltre, uno stadio per squadra significherebbe raddoppiare gli investimenti, il che potrebbe rivelarsi difficilmente sostenibile. Lo hanno capito anche Genoa e Sampdoria, che hanno formato una società compartecipata al 50% per acquistare il “Luigi Ferraris”. L’avvio della srl, denominata “Genova Stadium”, mette la parola fine ai lunghi chiacchiericci sulla migrazione della Sampdoria in un nuovo stadio di proprietà esclusiva, cercando – se il tentativo andrà a buon fine – di mettere a fattor comune gli investimenti su Marassi e di ammortizzare le spese in tempi non troppo lunghi. Tornando a San Siro, il tira e molla ha fatto la sua prima vittima: la finale di Champions League 2027, programmata proprio al Meazza. La Uefa ha deciso di spostare la sede della partita, per l’insicurezza sulle condizioni dello stadio milanese di qui a tre anni.
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Nuovo taglio dei tassi in Europa: a quando il prossimo?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Era scontato ed è avvenuto: la Banca Centrale Europea ha tagliato per la seconda volta nell’anno il costo del denaro. Il board della Bce ha deciso all’unanimità di riposizionare il tasso sui depositi dal 3,75% al 3,50%, con un calo di 25 punti ampiamente previsto. La Bce non si è però limitata all’intervento atteso, ma ha fatto di più. L’Eurotower ha infatti cambiato il differenziale fisso fra il tasso sui rifinanziamenti a quello sui depositi, passato da 25 a 15 punti base, stabilendo un nuovo valore fra i due rapporti. Nel dettaglio, passa da 4,25% a 3,65% la percentuale sui rifinanziamenti principali e dal 4,5% al 3,9% quella sui marginali. In questo ultimo caso, il taglio è dunque di 60 punti.
Mutui meno cari
Il taglio (che, ricordiamolo, è il secondo nel 2024) è tardivo, ma avrà comunque la possibilità di regalare una boccata di ossigeno ai cittadini europei. Le banche, per esempio, hanno già iniziato a diminuire gli interessi sui mutui e sugli acquisti a rate, sollevando molte persone da costi spesso divenuti insostenibili. Secondo la Fabi, la decisione di Francoforte dà un po’ di sollievo a 6,8 milioni di famiglie italiane indebitate. A questo proposito Lando Maria Sileoni, segretario dello stesso sindacato dei bancari, ha parlato di “benefici significativi sul fronte dei tassi bancari” conseguenti alla decisione della banca centrale. “La Bce ha preso una decisione importante, anche se attesa, dimostrando di avere coraggio, sul piano politico”. Quanto al costo del credito, “gli interessi sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese caleranno ancora nei prossimi mesi, così diventerà più facile comprare casa e fare investimenti. Va comunque ricordato che, già da dicembre scorso, le banche hanno iniziato a ridurre i tassi alla clientela”.
Inflazione sotto controllo
Sembra dunque iniziato il vero trend di discesa. A convincere i membri del board – anche i più refrattari a una politica più morbida – sono stati due fattori. Primo, le buone notizie sul fronte inflazione, che secondo le simulazioni effettuate nel corso di questo mese raggiungerà il 2,5% a fine anno, il 2,2% al termine del 2025 e l’1,9% (quindi sotto il target) 12 mesi dopo. Dovrebbe attestarsi invece sul 2,9% l’inflazione core di quest’anno, per poi scendere al 2,3% nel 2025 e al 2% l’anno seguente. Il secondo fattore che ha reso colombe anche i falchi più incalliti sono i pessimi dati tedeschi sull’economia, che mettono a rischio il benessere della locomotiva d’Europa e della stessa Ue.
La crisi dell’auto in Germania (e non solo)
Uno dei dati da incubo dell’economia tedesca riguarda il settore automotive, che è calato del 10%, mentre sembra inevitabile la chiusura di uno stabilimento Volkswagen in Germania (un vero e proprio inedito) con 16.000 dipendenti che rischiano il posto di lavoro. E’ inutile ripetere quanto influisca l’agenda “verde” delle istituzioni europee su una crisi di questo comparto, che rischia di coinvolgere tutta l’Ue: i conducenti non vogliono sentir parlare dell’auto elettrica, mentre esitano ad acquistare le vetture a motore tradizionale per timore che nei prossimi anni siano introdotte nuove restrizioni, oltre a quelle che hanno già reso difficile circolare in molte città e regioni. Una conseguenza di questa incertezza è visibile nel porto di Savona, dove sostano, in attesa di un improbabile sbarco, le vetture invendute: una scena difficilmente prevedibile quando – a causa delle restrizioni Covid – si poteva attendere anche un anno per potersi veder recapitare un’auto nuova.
Venti di cambiamento sull’agenda 2035?
Anche per questo, le case automobilistiche hanno deciso di muoversi: quasi tutti i costruttori (eccetto Stellantis, e non se ne comprende il motivo) hanno chiesto una revisione dei termini dell’agenda 2035. La crisi del settore automobilistico potrebbe aver influito in modo incisivo sulle dimissioni di Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno e all’Industria della Commissione von der Leyen e super sostenitore della conversione elettrica del settore automobilistico. Il politico transalpino, che era candidato alla riconferma, ha alla fine rinunciato. E lo ha fatto sbattendo letteralmente la porta, in polemica con la stessa presidente di Commissione, accusata di non volere più la sua presenza tra i “ministri” dell’Unione. Breton sarà sostituito da Stéphane Séjourné, indicato dalla Francia come nuovo rappresentante di Parigi nelle istituzioni europee.
Borse indifferenti al taglio
Il taglio Bce ha lasciato abbastanza indifferenti le Borse europee, più sensibili al taglio della Federal Reserve, atteso fra poche ore. Un po’ perché la diminuzione del costo del denaro negli Stati Uniti è probabile, ma non sicura; un po’ perché fino all’ultimo non è dato di conoscere l’entità dell’intervento (25 o 50 punti). Intanto, l’euro sembra rafforzarsi sul dollaro, ma sempre nella “fascia neutrale” (tra 1,08 e 1,12). La crescita è giustificata da eventi di politica monetaria e inflattiva che si verificano più velocemente nell’Ue. L’euro, dunque, guadagna sul biglietto verde ma non sul franco svizzero, che non vuol saperne di lasciare le vette raggiunte già da un po’ di tempo. Il prolungato acquisto di valuta elvetica da parte di risparmiatori di tutto il mondo in cerca di beni rifugio pone a rischio l’economia del Paese. Attualmente, la Svizzera sta sopravvivendo bene all’impennata del franco; tuttavia, a lungo termine potrebbero presentarsi conseguenze negative, dovute a calo di esportazioni e “gentrificazione” del turismo.
Telenovela San Siro
Ha fatto discutere l’ultimo capitolo sullo stadio di San Siro. Milan e Inter hanno chiaramente comunicato a Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che non intendono aderire al piano di ristrutturazione del “Meazza”, caldeggiando il ritorno al piano 2019, che prevedeva la costruzione di un nuovo stadio a poca distanza dalla “Scala del calcio”. Un ritorno alla casella zero, dunque, che ha portato il calendario all’era pre-Covid. Proprio mentre il countdown per i Giochi Olimpici di Milano-Cortina, la cui cerimonia inaugurale si svolgerà proprio a San Siro, corre veloce. Tutte le opzioni sono ancora sul tavolo. La ristrutturazione del vecchio stadio è ormai improbabile, ma non ancora impossibile; la costruzione di un nuovo impianto a poca distanza da quello vecchio è osteggiato dai tifosi e non piace alla città (e soprattutto al quartiere); l’alternativa che vedrebbe la costruzione di due arene separate, una a Rozzano e una a San Donato, sembra meno agevole e più costosa per i due club. Uno stadio di proprietà ha il compito di generare ricavi, e gli interventi (siano essi la ristrutturazione o la costruzione ex novo) devono essere ammortizzati. Per rifare San Siro occorrono tra i 600 e i 900 milioni di euro, che possono essere recuperati a breve solo con appalti edilizi. Se non che, intorno al Meazza è già iniziata una campagna di costruzioni che riduce la possibilità, per Milan e Inter, di guadagnare con spazi immobiliari e commerciali. Il discorso è simile anche per l’alternativa “nuovo stadio in zona” che, come accade ora, soffrirebbe anche dell’alto grado di criminalità che si è insediata nelle vicinanze. A cambiare sarebbero le cifre, diverse per l’edificazione da zero, e le condizioni dello stadio (su San Siro grava il vincolo monumentale per il secondo anello). Rozzano e San Donato, invece, partirebbero da un “prato verde”, ma la loro posizione esterna al territorio comunale di Milano e gli investimenti raddoppiati (ogni squadra costruirebbe il proprio stadio) si potrebbero rivelare penalizzanti, ritardando di molto il breakeven. La soluzione sembra molto difficile: occorrerebbe una regia politica e un coinvolgimento dell’opposizione, ma anche il coinvolgimento dello Stato e una maggiore propensione al dialogo da parte delle due società.
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Lo storno di settembre
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo il balzo in avanti di fine agosto, con cui le Borse hanno recuperato le perdite di inizio mese, settembre si è aperto con una nuova fase orso. Non c’è, tuttavia, da preoccuparsi più di tanto, un po’ perché a stretto giro si è verificata una pur parziale rimonta, un po’ perché settembre e ottobre sono storicamente mesi non troppo brillanti. E un po’ perché, dopo il rimbalzo che ha portato i listini vicino ai massimi, uno storno era nell’aria. In ogni caso, a mitigare il passo indietro sono i dati americani sul lavoro, positivi anche se inferiori alle attese.
Tassi, si scende
Siamo quindi in una fase di trading range neanche tanto ampio, con un crescente peso degli avvenimenti geopolitici sull’andamento dei mercati. Oltre, naturalmente, all’imminente taglio dei tassi, che è dato per scontato. Anche se non è matematico che la sforbiciata di settembre avvii una tendenza all’insegna del rilassamento della stretta monetaria. Come ha affermato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, le decisioni saranno prese volta per volta. Anche se, ha proseguito, “i dati finora confermano la nostra direzione di marcia”, cioè l’ammorbidimento della politica monetaria, “e spero che ci consentiranno di continuare a essere meno restrittivi”. La sua posizione è condivisa da sempre più analisti: è vero che il rialzo dei tassi ha messo un freno (almeno in parte) all’inflazione, anche se fattori esogeni – come la crisi di Hormuz – ne rallentano la discesa; tuttavia, il costo del denaro ha bloccato molti investimenti. Creando difficoltà all’economia Ue, che ha portato tutti i dati di produzione al segno meno.
Il rapporto Draghi
A lanciare l’allarme è stato anche Mario Draghi in un rapporto che gli era stato commissionato dall’Unione Europea. Secondo l’ex presidente Bce ed ex premier, l’Ue ha davanti a sé una sfida cruciale, da cui dovrà uscire con una cura forte (un “doppio Piano Marshall”) per non scivolare in una lenta agonia. In cifre, ha spiegato Draghi, si tratta di una cifra compresa fra 750 e 800 miliardi l’anno, senza i quali – ha aggiunto – è a rischio l’esistenza e persino la libertà dell’Europa. Il nuovo bazooka – la cui proposta ha visto la contrarietà sia di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sia della Germania – potrebbe avere un fondamento. Ma occorre rispondere a una domanda: dove si possono trovare tutti questi soldi? Soprattutto in un periodo storico che vede il ritorno del patto di stabilità.
Auto elettriche, una sfida persa in partenza?
Tra le sfide evidenziate da Draghi – dai costi elevati dell’energia alla necessità strutturale di importare materie prime, dalle maggiori spese per la difesa al calo della popolazione e del numero dei lavoratori – c’è anche la decarbonizzazione. Che in sé è un obiettivo legittimo, ma che in pratica è stata gestita molto male. Perché uno dei settori più in crisi è quello dell’automotive, che una volta era il fiore all’occhiello di Paesi come Germania, Francia e Italia. Il disinteresse degli acquirenti per le vetture elettriche ha già costretto la Volkswagen ad annunciare la chiusura di uno stabilimento Audi di Bruxelles, adibito appunto alla produzione di macchine “adeguate” alla nuova situazione. E che sta mettendo a rischio anche una unità produttiva in Germania, sempre specializzata nell’elettrico.
Ma il target 2035 non si ferma
Ciò significa che l’Ue potrebbe considerare un passo indietro, o almeno un parziale ripensamento, della sua strategia di elettrificazione delle automobili entro il 2035? Sembra proprio di no. Anzi: tutto il contrario. Il commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, nel corso di una riunione con i produttori, li ha esortati a innescare la quinta e ad accelerare la transizione, per superare i ritardi del settore. Il rischio evidenziato da Breton è il prevalere della Cina, che quasi monopolizza questo mercato. Nel 2026, l’esecutivo comunitario potrebbe in ogni caso intervenire sul target 2035, rimandandone l’attuazione: lo prevede espressamente il regolamento europeo. Ma le posizioni di Ursula von der Leyen e delle forze politiche che formeranno la nuova commissione non lasciano troppo spazio a questa soluzione, a meno di forti pressioni in seno alla stessa maggioranza. O, in alternativa, di una forte presa di posizione di Germania e Italia, magari rinforzata dalle proteste sindacali tedesche già in corso.
Il paradosso del lusso
Un altro settore nell’occhio del ciclone è il comparto lusso. Ma qui non c’è nessuna crisi di produttività. La industry soffre invece di un paradosso: da un lato gli utili sono buoni, in alcuni casi a doppie cifre; dall’altro, i titoli in Borsa stanno evidenziando una performance scarsa. Qual è la ragione di questa apparente discrasia? Occorre fare presente che il lusso viaggia a multipli incomprensibili ed è spesso slegato dalle dinamiche alla base degli scambi borsistici. E’ infatti una categoria che resiste di più alle crisi perchè ha un parterre di compratori in grado di permettersi qualsiasi prezzo. Se però arrivano segnali di rallentamento dall’Asia e dagli Stati Uniti, il comparto può cedere alla paura e ottiene performance minori. Inoltre, il grande recupero di agosto ha coinvolto gli indici, ma non tutte le categorie: si è infatti manifestata una rotazione settoriale, con il recupero di titoli che erano rimasti indietro, come le utility. Vittime della dispersione dei rendimenti sono state, dunque, la tecnologia e, appunto, il lusso, mentre le banche hanno registrato prestazioni abbastanza anonime.
Azioni bancarie, quale futuro?
Già, i gruppi bancari, che potrebbero raggiungere i massimi nel corso di quest’anno e poi scollinare verso una lunga e inevitabile discesa. Con il calo dei tassi, le aziende di credito saranno costrette ad allentare i loro spread, e questo – insieme al maggior rischio di insolvenze – avrà una conseguenza negativa sugli utili. In termini ciclistici, il gran premio della montagna è in vista e l’arrivo è previsto a valle, dopo una lunga discesa pedalabile, non priva di pericoli. Anche se gli utili record riguardano soprattutto le banche europee, il calo dei tassi avverrà anche negli Stati Uniti, e le aziende di credito di oltre oceano dovranno giocoforza risentirne. Può essere uno dei motivi per cui Warren Buffett – un personaggio che difficilmente sbaglia le sue scelte di investimento – ha venduto una forte quantità di azioni di Bank of America, di cui la sua Berkshire Hathaway resta, peraltro, il primo azionista. Altre ragioni che avrebbero spinto Buffett a liberarsi di quasi 7 miliardi di dollari di partecipazioni Boa sono, secondo alcuni analisti, il sentore di un calo dei mercati o, in alternativa, l’accumulo di capitali per un acquisto di grande entità.
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#fuoriluogo2024 - Taiwan: l'isola contesa
Grande successo di pubblico per Giulia Pompili, giornalista del “Il Foglio” che sabato 7 settembre ha tenuto un workshop, aperto alle domande del pubblico, dedicato a Taiwan e durante il quale ha delineato il quadro dell’area dell’estremo oriente che si presenta “calda” e periodicamente manifesta momenti di crisi, in grado di coinvolgere l’intero pianeta.
Ha risposto con puntualità e disponibilità alle molte domande di un pubblico attento e interessato. Grazie Giulia
Borse ai livelli di fine luglio: torna la calma piatta
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Si è chiuso l’agosto “pazzo” delle Borse, che ha visto i mercati calare vistosamente e poi recuperare, chiudendo il mese più o meno ai livelli di fine luglio. Dopo la performance negativa e la lenta risalita, una serie di correzioni velocissime ha innescato un recupero deciso nel corso delle ultime tre settimane, annullando lo storno. E facendo scattare una sorta di ripartenza da zero, come accade nel Monopoli o nel gioco dell’oca. E la chiamano estate, verrebbe da dire.
Appuntamento con i tassi
Ora sulle Borse è tornata la calma piatta. Ed è consigliabile, per gli investitori, un atteggiamento consono alla situazione attuale. Vale a dire: attesa, magari con qualche acquisto di titoli energetici, almeno finché il petrolio manterrà livelli medio-bassi. Se nel prossimo futuro non si verificasse un evento particolare, in grado di influenzare gli scambi, il livello dei mercati potrebbe rimanere calmo e poco perturbato almeno fino alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre. Fino ad allora, l’avvenimento top sarà l’ormai scontato taglio dei tassi che a settembre sarà operato dalla Fed e quasi sicuramente anche dalla Bce. E questo, nonostante le resistenze dei falchi, più precisamente di Joachin Nagel. Il governatore della Bundesbank ha suggerito all’Eurotower di non procedere troppo velocemente ai tagli, confermando la posizione storica della banca centrale tedesca. Una situazione curiosa, visto che proprio i dati relativi all’inflazione riscontrati a Berlino hanno convinto la Bce ad ammorbidire la politica monetaria, e che il sentiment prevalente in Germania è ormai contrario alla prosecuzione delle restrizioni. Si sa che le banche centrali vogliono sempre mantenere un’indipendenza (o pseudo tale) rispetto alla politica, e che la Bundesbank è tradizionalmente refrattaria a certe operazioni. Ma la Bce non può esimersi dall’offrire un’ancora di salvataggio che possa rivelarsi uno stimolo per l’economia europea. Soprattutto per quella tedesca, la cui congiuntura negativa sembra molto più lunga del previsto e rischia di trascinare con sé l’intera Europa.
Elezioni-terremoto
La crisi economica tedesca, con i suoi annessi e connessi, ha favorito la clamorosa vittoria dell’estrema destra di Afd e il contemporaneo balzo avanti della sinistra radicale di Sahra Wagenknecht nelle elezioni in Turingia e in Sassonia. Pur trattandosi di consultazioni locali, sembra riproporsi lo scenario che si è già verificato in Francia, con le elezioni-blitz indette dal presidente Emmanuel Macron, i cui risultati hanno creato un’instabilità di lungo periodo e di difficile risoluzione. Le Borse, ricordiamolo, avevano reagito solo in un primo tempo alle elezioni transalpine, finendo poi di ignorare le lunghe consultazioni che finora non hanno permesso di formare un governo a Parigi. Una situazione molto problematica, dato che la legge francese non consente di tornare al voto in tempi brevi e che a fine settembre la République dovrà iniziare a discutere la Finanziaria. In un puzzle non certo semplice da comporre: Parigi ha seri problemi di bilancio, con il deficit che viaggia sopra il 5%, e l’incertezza politica che non aiuta di certo. A complicare ulteriormente le cose c’è il ritorno del patto di stabilità, che obbligherà i Paesi in difficoltà a tagliare le spese, proprio in un periodo in cui sarebbero necessari investimenti e cordoni della borsa aperti per rilanciare le economie in crisi e per aiutare la parte meno abbiente della popolazione.
Banche, versamenti maxi al fisco
In un’economia che zoppica, c’è qualcuno che brinda. Sono le banche, capaci di recuperare le perdite di inizio agosto e di incamminarsi verso nuovi record. Un dato curioso rivela quanto gli istituti di credito siano in salute: secondo un’analisi della Fabi, dal 2019 al 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani hanno versato all’erario 20 miliardi: 6,1 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,7 nel 2021, 3,3 nel 2022 e 6,7 nel 2023, l’anno d’oro. La progressione iniziata dal 2022 in avanti, a quanto ci si aspetta, dovrebbe portare i gruppi creditizi a liquidare ben 8 miliardi alla fine di quest’anno. Una buona notizia, se non fosse per un paradosso: non sempre le aziende di credito utilizzano i loro utili per liberare stimoli per l’economia. Che invece avrebbe disperato bisogno di un sostegno, per poter combattere la crisi e svoltare nuovamente.
Bigtech, sale il consumo energetico
Nel mondo, si intensifica la guerra ai consumi energetici. Ma alcune bigtech sembrano – volente o nolente – imboccare il percorso opposto. Secondo un’analisi del sito Tom’s Hardware, effettuata sui dati della U.S. Energy Information Administration, nel 2023 Google e Microsoft hanno consumato più energia di 100 stati sovrani in tutto il mondo. Questa tendenza stride con le promesse delle stesse grandi aziende della tecnologia, che si erano impegnate a diminuire i consumi. La responsabilità sembrerebbe essere dell’intelligenza artificiale generativa, che ha portato questi gruppi a drenare un quantitativo enorme di energia. Le cause di questo fenomeno, come si è visto, possono anche non essere addossate alla volontà di queste imprese, che potrebbero essersi viste costrette dalle circostanze ad aumentare i consumi; tuttavia, spesso si giudica questo settore con una certa ipocrisia: mentre si invocano restrizioni “verdi” per le automobili, al settore tech si tende a perdonare tutto. Lo dimostra anche l’attenzione verso il bitcoin, che consuma quantitativi altissimi di energia elettrica, ma è stato protagonista persino di un Etf. E questo nonostante l’alto quantitativo di fabbisogno energetico della principale criptovaluta, capace di dare fondo a un quantitativo di energia maggiore rispetto a quello utilizzato da un Paese come l’Argentina. Occorrerebbe, insomma, una narrazione più coerente e meno improntata ai doppi standard che ultimamente stanno imperversando nell’economia e non solo.
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La Fed annuncia il taglio dei tassi. E le Borse brindano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Era dato per scontato e infatti è successo per davvero: durante il simposio annuale di Jackson Hole, Jerome Powell ha annunciato l’imminente taglio dei tassi negli Stati Uniti. “E’ arrivato il momento di aggiustare la politica monetaria”, ha detto il presidente della Federal Reserve: “la direzione di marcia è chiara”. La decisione dipende dalle dinamiche del mercato del lavoro Usa che – ha ricordato Powell – si è “notevolmente raffreddato”, in un contesto che oltretutto non dipende da una crescita, non avvenuta, dei licenziamenti.
Incertezze sull’entità
A settembre, dunque, la Federal Reserve interverrà sul costo del dollaro, anche se non è ancora stata decisa l’entità del taglio: il ritmo, ha detto Powell, dipenderà dai dati. Non è quindi noto se la sforbiciata sarà di 25 o di 50 centesimi; nel primo caso ci si attende poi un altro calo, sempre dello 0,25%, prima delle elezioni americane, mentre nella seconda ipotesi tutto lascia presagire che non ci saranno più movimenti prima di novembre. Nonostante questa incertezza, l’intervento di Powell si è rivelato sufficiente per dare fiato alle Borse, che hanno reagito con rialzi generalizzati: Wall Street ha chiuso in positivo, i listini asiatici hanno recuperato le perdite e Piazza Affari ha archiviato la settimana di contrattazioni con un +1% circa, vestendo la simbolica maglia rosa europea. Dopo il patatrac di inizio agosto, dunque, le Borse sono tornate a offrire performance: il forte calo dipendeva da varie concause (prima tra tutte l’apprezzamento dello yen) su cui si è avventata una forte dose di speculazione; ciò ha favorito un rapido rientro delle quotazioni. La Borsa di Milano, per esempio, ha recuperato gran parte delle perdite accumulate: all’allineamento con i valori precedenti manca una percentuale compresa fra il 2% e il 3%, dinamica che può essere spiegata con la stagione dei dividendi, senza la quale Piazza Affari sarebbe probabilmente in linea con i numeri di luglio.
Bce cauta
Abbiamo parlato della Fed. E la Bce? Come da tradizione, Francoforte ha affrontato il palco di Jackson Hole con molta più cautela. Philip Lane, capo economista dell’Eurotower (la presidente Christine Lagarde non era presente), ha infatti espresso buone sensazioni sulla marcia dell’inflazione verso il 2%, ricordando però che il target non è ancora stato raggiunto. E che ci vorrà ancora del tempo, probabilmente fino alla fine del prossimo anno.
Quindi, l’insicurezza sul traguardo obbliga, secondo Lane, a rimanere in territorio restrittivo fino a quando occorrerà. Anche se, ha aggiunto il capo economista Bce, non bisogna esagerare, per evitare ulteriori danni all’economia.
La fase attuale dell’inflazione europea dipende soprattutto dalla crisi di Hormuz, che ha fatto lievitare alcuni prezzi, primo tra tutti il costo del caffé: è quindi un fenomeno di derivazione geopolitica, e non causato dalla domanda. Dall’altro lato, però, ci sono i pericoli di recessione, con cui occorre inevitabilmente fare i conti. Ancora una volta, dunque, Francoforte è chiamata a un intervento di equilibrismo: per questo motivo, le dichiarazioni di Lane non implicano necessariamente un nuovo immobilismo della banca centrale sui tassi. Quindi è probabile che, a ruota della Federal Reserve, anche la Banca Centrale Europea (che un taglio, in fondo, lo ha già operato) opti per un’aggiustatina al costo dell’euro il prossimo settembre. A chiederlo è persino la Germania, che solitamente si schiera sul fronte opposto: le difficoltà economiche di Berlino, causate soprattutto dall’addio forzato alla politica di approvvigionamento di gas russo a basso costo, hanno armato le autorità tedesche di una dose di sana Realpolitik. Nonostante la cautela di Lane, dunque, la Bce darà molto probabilmente un “colpetto” di 25 punti a settembre, per poi congelare i tassi per alcuni mesi. Ancora una volta si guarderà più all’inflazione che non alla situazione critica dell’economia europea, che necessiterebbe di interventi ben più aggressivi.
Dollaro in picchiata
Il salto di Powell nel nido delle colombe ha avuto effetti negativi sulla quotazione, già debole, del dollaro. Il biglietto verde veleggia tra 1,10 e 1,20 proprio a causa del nuovo approccio aggressivo sui tassi della Fed, a causa del quale vari investitori hanno smontato alcune tra le loro posizioni sulla valuta americana. Occorre però ricordare che, per l’economia Usa, il calo del dollaro non rappresenta una catastrofe, come sarebbe invece per l’euro: gli Stati Uniti sono abituati a svalutare la loro moneta per rendere l’economia competitiva. Questa politica è resa possibile anche dall’assenza di vincoli sul debito, che porta Washington a creare deficit (oggi all’8%) senza particolari problemi, e tanto meno drammi. In ogni caso, sembra più probabile un dollaro assestato verso la quotazione di 1,10 piuttosto che una marcia verso il livello di 1,15.
Franco e oro, continua la corsa
Continua invece a correre il franco svizzero, che sconta il suo ruolo di bene rifugio e risente particolarmente del taglio dei tassi (tra l’altro molto più bassi rispetto a quelli di Bce, Fed e Boe) già attuato dalla Banca Nazionale Svizzera. La moneta elvetica si è ancora una volta avvicinata pericolosamente al record di 0,93 centesimi sull’euro, anche se finora non ha più toccato quel valore. Impressionante anche la quotazione dell’oro, che ormai si è stabilizzato oltre i 2.500 dollari l’oncia, anche grazie ai tassi e alla necessità, non tramontata, di coprirsi dall’inflazione e dai suoi colpi di coda.
Giorgetti contro la pianificazione del Pnrr
Ha fatto molto rumore la dichiarazione del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che ha criticato i fondi Pnrr, paragonandoli alla pianificazione quinquennale dell’Unione Sovietica del tempo che fu. Il titolare del Mef non ha tutti i torti: il Pnrr è stato concepito molto male, le sue tempistiche sono assurde e rischiano di creare danni, rendendo l’Europa ancora più incapace di rivelarsi competitiva sul mercato mondiale. Se l’Ue è una Ferrari a cui è stato montato il motore di un’utilitaria, un problema c’è. E la mancanza di autocritica costruttiva non è certo il modo più efficace di superarlo.
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Borse, continua il recupero
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo il tonfo di inizio agosto, le Borse stanno recuperando. Soprattutto negli Stati Uniti, che, spinti dai titoli tecnologici, hanno già annullato le perdite. Promettente anche la ripresa dei listini europei, pur meno evidente rispetto alle performance di oltre oceano: il peso più lieve dei tecnologici nel nostro continente e la maggior presenza di titoli industriali rendono infatti la rimonta più lenta. Milano è tornata su quota 33.000, il 2,5% in meno rispetto ai livelli di luglio: Piazza Affari ha comunque tutti i numeri per poter raggiungere nuovamente le performance precedenti in tempi abbastanza contenuti.
Trading range
Per ora i livelli si sono assestati in un meccanismo di trading range: sono possibili rialzi e ribassi, e sui prossimi movimenti è possibile impostare la strategia di quest’ultimo scampolo di agosto: vendere qualcosa in caso di impennate del 2% o più oppure comprare se dovesse verificarsi una fase soft. A medio termine non è improbabile la ripresa della corsa verso nuovi record. Anche se nelle prossime ore i mercati eviteranno, probabilmente, troppi scossoni. Almeno fino alla chiusura dell’imminente simposio di Jackson Hole, previsto da domani al 24 agosto, che metterà a confronto, come da tradizione, vari banchieri centrali.
Taglio dei tassi, ora si fa sul serio?
Protagonista di Jackson Hole sarà, naturalmente, il dibattito sui tassi, che vedrà i maggiori istituti centrali del mondo confrontarsi e riorganizzare le loro strategie in vista di un settembre molto impegnativo. La Banca Centrale Europea, in particolare, sarà chiamata a decidere il prossimo 18 settembre; probabili due sforbiciate di 25 punti entro fine anno, la prima proprio in occasione del vertice del prossimo mese. La Federal Reserve, invece, potrebbe già anticipare in via informale l’annuncio del primo taglio proprio nel corso del simposio di Jackson Hole. Anche se la decisione è comunque in bilico: da un lato ci sono i timori di una recessione indotta dal rapporto sugli stipendi, che insieme alla crisi della Borsa giapponese è stata una delle cause scatenanti del tonfo di inizio mese; dall’altra influiranno i dati sull’inflazione e sulle vendite al dettaglio, che hanno controbilanciato le esigenze urgenti di diminuire il costo del denaro. Come trovare la quadra? Probabilmente rinunciando al maxi-taglio di emergenza da 50 punti e spalmando gli interventi al ribasso (forse tre, se non quattro fino a fine anno) da 25 punti l’uno. Dati l’interconnessione tra le economie e il rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro, Jackson Hole sarà, per le banche centrali, un’occasione per confrontarsi ed eventualmente coordinarsi prima di prendere una decisione.
Oro
E’ probabilmente l’aspettativa per il taglio dei tassi a raffreddare gli investimenti in titoli di stato a tre mesi e a un anno, che inevitabilmente rendono di meno quando la stretta monetaria si allenta. Il trend spinge, invece, i beni rifugio. A cominciare dall’oro, che inanella record su record: il re dei metalli ha superato per la prima volta la quotazione di 2.500 dollari l’oncia e sembra non volersi fermare. Il trend al rialzo coinvolge anche le altre materie prime, a partire dall’argento. Tuttavia, è bene ricordare il monito di Warren Buffett, secondo cui investire su un indice, alla lunga, dà risultati più soddisfacenti che non puntare sull’oro.
Franco svizzero
E’ ancora molto forte il franco svizzero, anche se ha leggermente perso rispetto al picco di 0.93 sull’euro raggiunto lo scorso 6 agosto, in piena bagarre borsistica. L’apprezzamento della valuta elvetica, considerata bene rifugio soprattutto in occasione di ribassi dei mercati, ha comunque molti nemici: primo tra tutti, la Banca Nazionale Svizzera, che in passato ha mantenuto a lungo a proprie (laute) spese il cambio a 1,20, prima di arrendersi all’insostenibilità dell’operazione. Le autorità elvetiche e la banca centrale vogliono evitare ulteriori apprezzamenti del franco per evitare due rischi: che siano danneggiate le esportazioni, assestando un colpo da ko all’economia, e che il fiorente turismo in Svizzera diventi un affare da ultraricchi.
Yen
Rimane elevato (anche se non come il 6 agosto) il valore dello , che guadagna soprattutto su un dollaro abbastanza debole. Il Nikkei, dopo il crollo e il successivo maxi-rimbalzo, si è invece riassestato, portandosi su valori non troppo distanti da quelli precedenti al tracollo. La presenza di compratori netti sui mercati azionari ha calmato il nervosismo; inoltre gli investitori hanno compreso che, nonostante l’inedita serie di rialzi da parte della banca centrale, i tassi in Giappone sono ancora molto bassi, e indebitarsi in yen non è diventato sconveniente.
Contante, mon amour
Sorprendente, ma neanche troppo, ciò che emerge da un’indagine del centro studi di Unimpresa, secondo cui in Italia si incrementa l’utilizzo dei contanti. I dati del 2023 evidenziano che il cash ritirato agli sportelli bancomat del Belpaese sale del 2% rispetto all’anno precedente. In soldoni, nel 2023 gli italiani hanno ritirato 360 miliardi di euro agli Atm, quasi un miliardo al giorno. Il contante è ancora re, dunque? Sembra di sì, anche se (sempre secondo Unimpresa) i pagamenti digitali se la passano comunque bene: le transazioni con carta hanno raggiunto, sempre nel 2023, 426 miliardi contro i 382 dell’anno prima. C’è dunque una compresenza tra i due metodi di pagamento, con prevalenza del contante – come del resto accade in Germania e in Svizzera – in opposizione al forte utilizzo di denaro elettronico che contraddistingue Gran Bretagna e Paesi nordici. Il ruolo del cash in una società che tende alla digitalizzazione non è assolutamente un fattore negativo, nonostante ciò che si usa dire. Perché la spesa elettronica non permette di percepire pienamente ciò che si sta spendendo e rende più difficile il controllo dei conti. Inoltre, il contante assicura più privacy alle famiglie, oltre che proteggere le regolari transazioni da panne informatiche o blocchi di qualsiasi tipo. L’avanzata dei pagamenti elettronici, insomma, potrà anche essere inesorabile, ma in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, non elimina il ruolo della vecchia carta moneta.
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Tassi, Bce e Fed sempre meno allineate
Ora anche Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, parla di un imminente allentamento della stretta monetaria, probabilmente a giugno. Jerome Powell, numero uno della Federal Reserve, fa invece un passo indietro: niente tagli se l'inflazione americana non scenderà. Le reazioni delle Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
Sempre più probabile il calo dei tassi Bce a giugno. Lo ha confermato Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, in alcune dichiarazioni rilasciate a margine degli incontri Fmi. "Stiamo osservando un processo disinflazionistico che avanza secondo le nostre aspettative", ha affermato la numero uno dell'istituto centrale alla Cnbc, mostrando un certo ottimismo. "Dobbiamo soltanto creare un po' più di fiducia in questo processo", ha aggiunto. "Ma se si muove secondo le nostre aspettative, se non subiamo un grande shock, stiamo andando verso un momento in cui dovremo moderare la politica monetaria restrittiva". E questo, ha aggiunto Christine Lagarde, avverrà "in un periodo di tempo ragionevolmente breve". Più chiara di così...
Una scadenza nota da tempo
La previsione di Christine Lagarde non deve sorprendere, nonostante l'atteggiamento hawkish dimostrato negli ultimi due anni. Non deve sorprendere perché da un po' di tempo la Bce, a suon di dichiarazioni e controdichiarazioni, sta girando intorno a qualcosa che è nota da tempo. E cioè che il calo dei tassi inizierà a giugno, o giù di lì. Qualche "colomba" ha provato ad anticipare i tempi, ma l'appuntamento sembra tacitamente fissato da un bel po'. Se l'imminenza dei tagli non è praticamente in discussione, molti più dubbi sorgono sulla loro entità e sulla loro frequenza. Christine Lagarde si è subito coperta le spalle, ricordando che la Bce non si è impegnata preventivamente a una serie di sforbiciate: un primo taglio a giugno, quindi, non presuppone obbligatoriamente altri ritocchi entro la notte di San Silvestro 2024. E' comunque probabile che nel corso di quest'anno possa verificarsi un aggiustamento complessivo dello 0,50%, magari diviso in due operazioni.
Fed, semaforo rosso da Powell
Molto differente la situazione in casa Fed. Rovesciando la dichiarazione di alcune settimane fa, che aveva aperto a tre tagli entro fine anno, Jerome Powell ha affermato che i tassi resteranno fermi se l'inflazione non scenderà. In questo caso, ha detto il presidente della Federal Reserve, si potrà "mantenere l'attuale livello di restrizione per tutto il tempo necessario". La cautela di Powell dipende proprio dalla situazione del vortice inflattivo americano, che non è stato del tutto domato, mentre l'economia va bene e sembra in grado di sopportare senza troppi contraccolpi un eventuale prolungamento delle condizioni restrittive del costo del denaro. L'inflazione americana (come del resto quella europea, pur in regressione) dipende soprattutto dalle materie prime. A cominciare dal prezzo del petrolio (che però ultimamente ha subito una flessione sia nell'indice Brent, sia nel Wti), e proseguendo con l'oro, ma anche con la crescita a doppia cifra di rame e alluminio (+10%) e la fiammata delle materie prime agricole. Se poi aggiungiamo a questi dati la situazione di difficoltà nello stretto di Hormutz, lungi dall'essere risolta, l'affresco è completato.
Borse nervose, ma non troppo
In un contesto di inflazione da materie prime e di preoccupazioni per la situazione in Medio Oriente, lo S&P è arrivato a perdere il 5% circa, anche se ora la flessione sembra essere quasi del tutto rientrata. Piazza Affari va invece a tratti, confermando la situazione all'insegna del trading range, ma mostrando ottimi spunti. La Borsa di Milano sembra resistere alle sollecitazioni negative; per esempio, lunedì scorso ha subito un arretramento in apertura per il pagamento delle (succose) cedole, senza le quali però avrebbe progredito dello 0,8%. Il mercato rimane dunque molto forte, e il ritorno del petrolio sotto quota 90 rappresenta un ulteriore elemento di tranquillità. La crisi mediorientale non ha quindi innescato la flessione tanto temuta – e non lo farà, finché le tensioni rimarranno a livello regionale. Una situazione, quest'ultima, che sembra confermata dalla de-escalation tra Iran e Israele.
Pil italiano ridimensionato
Preoccupano invece le stime del Fondo Monetario Internazionale sul prodotto interno lordo italiano, che è visto in crescita per quest'anno, ma al ribasso nel 2025, al +0,7%, contro le previsioni del governo pari all'1,2%. Se si verificasse questa situazione, l'Italia sarebbe maglia nera tra i Paesi del G7: secondo il Fondo Monetario Internazionale, tutti gli altri Paesi saliranno dell'1% o di più (il Canada del 2,3%, gli Stati Uniti dell'1,9%, la Gran Bretagna dell'1,5%, la Francia dell'1,4%, la Germania dell'1,3% e il Giappone dell'1%). Premesso che ultimamente il Fondo Monetario Internazionale ha sbagliato molte previsioni, il dato relativo al nostro Paese non è comunque confortante. Sicuramente, nel Def, il governo italiano è stato troppo ottimistico sulla questione: anche Banca d'Italia ha rimarcato che le stime sulla crescita del pil dovranno essere riviste al ribasso. Non è comunque detto che le previsioni si avverino del tutto: la Gran Bretagna sta ancora lottando con le ricadute negative della Brexit (e presumibilmente lo farà ancora per lungo tempo) e la Germania è alle prese con la recessione, che ha caratterizzato la chiusura del 2023 per la "locomotiva d'Europa". Non è quindi escluso che l'Italia possa evitare di ricoprire lo scomodo ruolo di fanalino di coda, giocandosi l'ultimo posto con questi due Paesi.
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Piazza Affari chiude un trimestre brillante
Nei primi tre mesi del 2024, la Borsa di Milano ha sfiorato una crescita del 15%, percentuale che gli operatori più ottimisti si aspettavano per fine anno. Ora i mercati ondeggiano tra ottimismo e tentativi di prevedere quando si verificherà un inevitabile storno. E' tempo di riequilibrare il portafoglio?
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
L'ultima seduta di Piazza Affari prima della pausa pasquale si è dimostrata piatta. Ma la notizia è un'altra: la Borsa di Milano ha archiviato un trimestre molto brillante, facendo segnare un +14,4%. Nel mondo ha fatto meglio solo Tokyo, con un +20%. Davanti a questi dati, i commenti sono superflui. Una simile progressione era attesa, sì, ma per fine anno, e pure in termini ottimistici. Invece, il risultato è stato raggiunto già a primavera, arrivando a contenere il semestre negativo causato dal rincaro delle materie prime.
Scenari
Ora i player del mercato ondeggiano tra ottimismo e tentativi di prevedere quando si verificherà un inevitabile storno. Sullo sfondo, i timori provenienti dalla situazione politica internazionale, con tensioni che non si placano e guerre che non finiscono (anzi: si temono escalation). Tuttavia, almeno per ora, le Borse sono sembrate andare per la loro strada: i listini seguono gli utili, che finora sono stati generalmente soddisfacenti. A parte qualche eccezione.
Riequilibrare gli investimenti
Potremmo dunque trovarci in un'autostrada con ancora molti chilometri da percorrere oppure a un crocevia. Gli investitori, nel dubbio, potrebbero ricalibrare moderatamente il loro portafoglio. Optando per una mossa difensiva che preveda, magari, una maggior presenza del settore energetico, che ha subito una flessione troppo severa e sembra in grado di recuperare. Nello stesso tempo, può rivelarsi una buona strategia alleggerire moderatamente (non più del 10%) qualche posizione. Per esempio, alcune esposizioni nel settore finanziario, che sembra aver raggiunto un livello soddisfacente. E, magari qualche investimento nel tecnologico, anche se c'è il rischio di vendere con troppo anticipo.
Tecnologici, quale futuro?
Il crollo in Borsa di Apple e la revisione delle stime Tesla del primo trimestre potrebbero, per qualcuno, rivelarsi segnali di imminente flessione del settore tech. Le cui società, in generale, hanno capitalizzazioni elevate, che necessitano di far crescere continuamente gli utili per giustificare i loro valori. Impresa molto difficile, in presenza di una competizione serrata nel mondo dei telefonini (soprattutto di provenienza cinese) e di nuove abitudini da parte dei consumatori, meno avvezzi a cambiare smartphone ogni sei mesi-un anno. Nel caso di Tesla, può invece aver influito l'avversione della gente per le auto elettriche, poco pratiche e lunghe da rifornire.
Countdown tassi
Intanto, sembra sempre più probabile che le banche centrali europea e americana inizino a calare i tassi a ridosso dell'estate. Ma gli annunci saranno diffusi con molta cautela, dato che la comunicazione di Jerome Powell sui tre tagli nel corso dell'anno ha scatenato gli speculatori, particolarmente attivi sulle materie prime. Nello stesso tempo c'è necessità di agire, se non altro per le aziende più indebitate che, permanendo l'attuale costo del denaro, rischierebbero di fallire. Intanto Piero Cipollone, membro italiano del comitato esecutivo Bce, ha invitato i colleghi a non preoccuparsi troppo della crescita dei salari sull'inflazione, più volte enfatizzata dalla presidente Christine Lagarde e giudicata uno dei motivi per cui non si è ancora proceduto a un taglio dei tassi nell'area euro. Gli stipendi, ha infatti ricordato Cipollone, non hanno ancora raggiunto i livelli pre-Covid, mentre i profitti sono saliti oltre la media.
Il crollo del ponte a Baltimora: terremoto per le assicurazioni?
Si preannunciano invece guai per il settore assicurativo dopo il tragico crollo del Francis Scott Key Bridge di Baltimora, causato da una nave che ha urtato un pilastro del ponte. Secondo John Neal, ceo dei Lloyd's, il sinistro potrebbe diventare uno dei più costosi della storia marittima. Difficile, per il top manager, calcolare il costo per le assicurazioni, ancora più arduo capire chi paga cosa, dato che varie compagnie sono coinvolte. Le cifre saranno sicuramente molto alte: secondo le stime, solo per riparare il ponte potrebbero essere necessari 1,2 milioni di dollari, ma qualcuno azzarda cifre maggiori. Senza contare il resto: risarcimenti alle vittime, mancate consegne, problemi di rallentamento economico e via dicendo. Probabilmente le compagnie cercheranno, per quanto possibile, di rivalersi sugli armatori della nave. Mentre tutti – assicuratori e riassicuratori – faranno a gara per non finire, inevitabilmente, con il classico cerino in mano. Inoltre, un evento del genere porta con sé un inevitabile paradosso: saliranno i premi, anche se è improbabile che un simile evento possa ripetersi.
Tecnologia amica? Non sempre
Torniamo in Italia, per l'incidente informatico (fortunatamente risolto) che ha colpito i correntisti Bnl. Molti clienti hanno visualizzato sul loro home banking vari addebiti, e in qualche caso il conto è apparso azzerato. L'allarme si è rapidamente diffuso dalle Alpi alla Sicilia: telefonate roventi e numerose hanno mandato in tilt l'assistenza della banca, che però ha poi risolto rapidamente la panne informatica. "Si è verificato un problema esclusivamente tecnico che ha comportato addebiti multipli sui conti correnti per diversi clienti della banca", ha comunicato l'istituto di credito del gruppo Bnp Paribas in una nota. "La clientela interessata sta già verificando sui propri conti che le cifre si stanno allineando". E così è avvenuto. La vicenda, che ha visto dunque un intervento tempestivo da parte della banca e la risoluzione del problema in tempi brevi, impone però una riflessione. L'economia, come le relazioni professionali, sociali e personali, è ormai gestita dalla tecnologia, ed è sufficiente un incidente informatico per scatenare il panico. Naturalmente le banche hanno sistemi di back up blindati e possono sopperire a eventuali disguidi di questo tipo. Tuttavia, l'idea che un malfunzionamento sia in grado di alterare, pur per un tempo limitato, i depositi dei clienti dovrebbe farci riflettere sui pericoli insiti nella tecnologia. Soprattutto se è coinvolto il denaro, che altro non è che un credito esigibile a vista, e la cui corresponsione, in momenti particolari, può anche essere rifiutata. Classico è l'esempio della Grecia durante la crisi del debito sovrano, in cui un flusso ha impedito a migliaia di correntisti di ritirare i propri soldi.
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Fed: i tagli inizieranno nel 2024. Ma senza fretta
In un'audizione alla camera dei rappresentanti americana, Jerome Powell ha annunciato l'inizio del calo del costo del denaro, ammesso che l'economia lo permetta. Ma non è stata fissata nessuna scadenza. L'annuncio, pur soft, ha provocato un brusco rialzo delle materie prime, che risente della forte finanziarizzazione del settore. Intanto, le Borse proseguono la marcia dei record
Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari.
E' ufficiale: la Federal Reserve inizierà a tagliare i tassi nel corso di quest'anno, ammesso che l'andamento dell'economia Usa lo permetta e che l'inflazione non giochi brutti scherzi. Lo ha dichiarato Jerome Powell davanti al Congresso americano. Il presidente Fed non si è sbottonato oltre: precisando che non c'è nessuna fretta di avviare il nuovo ciclo al ribasso, ha anche affermato che il primo taglio non avverrà subito, ma con il tempo, senza fretta. Prima, ha spiegato, occorrerà esaminare bene lo stato dell'economia. Previsti, se tutto andrà bene, tre tagli entro fine anno.
Balzo delle materie prime
L'annuncio di Powell è stato tutto sommato moderato: i mercati si aspettano da tempo che le banche centrali inizino la loro inversione a u nel corso di quest'anno. Eppure, è bastata una comunicazione basic per provocare un rialzo immediato delle materie prime, che sono balzate in alto mediamente del 5%. Questo fenomeno giustifica una futura cautela nella comunicazione delle banche centrali: la finanziarizzazione dell'economia è capace di trasformare un topolino in un elefante e di creare disastri. Soprattutto in ambiti, come appunto le materie prime, che non dovrebbero essere finanziarizzati. Così come i bitcoin, su cui invece – nonostante la loro opacità e la nota voracità ambientale del mining - si costruiscono Etf.
Berna taglia a sorpresa
Intanto, la Banca Nazionale Svizzera ha iniziato a tagliare i tassi con una decisione a sorpresa, affermandosi come il primo istituto centrale a iniziare la discesa del costo del denaro. Certo, le percentuali sono molto diverse – e minori – rispetto agli istituti centrali di Francoforte, Washington e Londra: i tassi guida sul franco passano infatti dall'1,75% all'1,50%, con un calo di 0,25 punti. Berna ha affermato che l'inflazione è rientrata, rendendo possibile l'operazione. Ma la mossa di Bundesplatz ha un'ulteriore, probabile motivazione: cercare di deprezzare il franco, che per ora, tuttavia, resta molto forte contro il parere e il volere di tutti.
Mercati ancora intonati
Le Borse, intanto, proseguono la loro marcia tranquilla ma costante. E, con un moderato ottimismo, salgono e stabiliscono record su record. Piazza Affari non fa eccezione, e mostra una rotazione settoriale pronunciata, che ha visto i titoli bancari scendere dopo l'annuncio di Powell, per poi salire nuovamente poco dopo, in barba alla prospettiva di discesa dei tassi. I mercati, insomma, sono ancora intonati. Fino a quando? Difficile prevederlo. Uno storno ci sarà, questo è praticamente sicuro, ma non è facile capire quando si verificherà. Forse a maggio, mese che tradizionalmente è dedicato alle vendite (sell in May). O forse più avanti, in attesa delle elezioni europee di giugno o addirittura di quelle americane di novembre. Probabilmente, i mercati cercheranno di rimanere tranquilli proprio fino alle presidenziali Usa, per non trasformarsi in una variabile in grado di influenzare le campagne elettorali. A scendere in maniera pronunciata saranno probabilmente i titoli tecnologici. Un'anticipazione di questo possibile trend ci è stato già dato da Apple, che ha arretrato in Borsa dopo la causa mossa dal ministero della Giustizia americano per "monopolio". Sembra che le istituzioni statunitensi abbiano iniziato a mettere sotto la lente le bigtech americane, che finora sono state abbastanza libere di muoversi in modo disinvolto. Ma lo fanno con un ritardo di anni. Meglio ha agito l'Antitrust europea, che ha introdotto misure come l'obbligo dei cavi di ricarica uniformi per gli smartphone. In ogni caso, è difficile mettere in crisi la società di Cupertino, che capitalizza 2.600 miliardi di dollari. Ben più del pil italiano.
Volano le compagnie aeree
Buone notizie per le compagnie aeree europee: i bilanci di Lufthansa, Air France-Klm, Ryanair e International Airlines Group hanno chiuso l'anno positivamente; insieme, secondo Il Sole 24 Ore, hanno raggiunto un fatturato di 106,16 miliardi di euro (+18,9%), mentre gli utili netti sono saliti addirittura a tre cifre (+110%). I risultati sono stati ottenuti sebbene il traffico aereo internazionale sia ancora sotto i livelli pre-Covid. A spingere le compagnie sono i voli interni, la crescita della domanda di viaggio e soprattutto l'aumento delle tariffe. A cominciare dalla classe business, i cui biglietti sono letteralmente esplosi. Resta invece abbastanza accessibile la classe economy su voli intercontinentali. Con il paradosso che a volte vede un viaggio Milano-Palermo costare di più rispetto a un Malpensa-New York (meno male che ci sono i treni ad alta velocità, viene spontaneo esclamare).
Paletti su Lufthansa-Ita
Intanto, l'Antitrust europea ha messo nero su bianco la richiesta al gruppo Lufthansa di tagliare vari voli Ita europei e intercontinentali (dall'Italia verso Stati Uniti, Canada e Giappone) e vari slot dall'aeroporto di Linate. Un'operazione che, per il gruppo tedesco, è vincolante per ottenere il via libera all'acquisizione della compagnia di bandiera italiana. Secondo l'authority, l'operazione senza correttivi rischia di danneggiare la concorrenza e di causare un aumento dei prezzi e un calo di qualità per i servizi: proprio per questo vuole la rinuncia ad alcune rotte della compagnia. Margrethe Vestager, commissario europeo per la concorrenza, vuole una risposta entro il 26 aprile, mentre l'istruttoria ha scadenza 6 giugno. Occorre, dunque, fare presto. Se una certa apprensione sul fronte della concorrenza e di eventuali monopoli su alcune rotte può essere giustificabile, sembra però che le condizioni poste dall'Antitrust europea siano troppo draconiane. Per questo, fanno sorgere i sospetti di una lotta politica, dato che gli slot italiani fanno gola a molti. E che i bias nei confronti del Belpaese sono ancora molto presenti.
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