Crisi industriale europea, spada di Damocle sui mercati
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La Bce deciderà domani, 17 ottobre, se tagliare nuovamente i tassi: l’attesa sta generando cautela nelle Borse europee. I listini rimangono comunque sulla fascia alta del trading range con rotazione settoriale che domina da inizio aprile e che ha avuto un solo scossone con il calo di inizio agosto, peraltro recuperato entro fine mese. I mercati Ue, teoricamente, avrebbero le potenzialità per nuovi rimbalzi ma sono frenati dai dati industriali, vera e propria spada di Damocle sospesa sull’economia del nostro continente e in grado di minacciarne la stabilità. Le politiche di bilancio della Commissione Europea, che verosimilmente non cambieranno con l’insediamento della von der Leyen bis, si scontrano con la recessione tedesca e i problemi di bilancio evidenziati dalla Francia, che non può più drenare risorse. In un quadro precario per la stessa tenuta dell’euro.
Auto tedesche ai box
In particolare la crisi tedesca, innescata dalla marginalizzazione delle forniture di gas russo, è stata ulteriormente aggravata dalla politica comunitaria sull’auto, che sta minacciando il business e forse la stessa sopravvivenza di alcuni marchi storici. I dati continuano a essere drammatici e si sono rivelati ancora più preoccupanti dopo gli ultimi numeri del mercato cinese, dove stanno crollando le vendite delle auto occidentali. Specialmente le tedesche, che erano particolarmente forti, e le americane. A soffrire sono soprattutto Bmw e Mercedes: nel terzo trimestre le immatricolazioni della prima sono calate del 30% e la seconda è arretrata del 13%, mentre le case locali hanno conquistato la leadership degli acquisti, portandosi al 63%. La Cina (il più grande mercato motor al mondo) sembra l’unico Paese davvero interessato alle auto elettriche e – complice lo scarso entusiasmo delle case europee verso questa via, pur obbligata – sta sviluppando con convinzione (e vendendo) le e-cars e la loro componentistica, conquistando il mercato domestico e preparandosi a invadere i mercati occidentali mediante una sorta di… Autostrada della Seta.
Elettrico, il declino del “campione europeo”
L’elettrico di casa nostra, invece, arranca. Lo dimostra la crisi attraversata dal gruppo svedese Northvolt, ”campione europeo” di produzione batterie. L’azienda scandinava, che era vista come un argine allo strapotere cinese, sembra non reggere il disinteresse generale nei confronti di questo settore. Per questo si è trovata costretta prima ad annunciare il taglio del 20% dei posti di lavoro, poi a cercare disperatamente denaro per evitare un disastroso fallimento. Una sorte che ha già colpito la filiale Ett Expansion Ab, e che Northvolt sta cercando disperatamente di scongiurare. Alcuni rumours (smentiti dall’azienda svedese) suggeriscono che Northvolt stia cercando di vendere le sue scorte di materiali utili per produrre batterie, proprio con l’obiettivo di cercare fondi per proseguire la propria attività. Che l’indiscrezione sia vera o no, è comunque chiaro che il “campione europeo” dell’elettrico stia cercando di evitare lo stop ridimensionando il proprio business.
Tutti contro Tavares
L’Italia non sfugge al disinteresse generale per l’elettrico, che ha contribuito all’arretramento di Stellantis. L’amministratore delegato Carlos Tavares, invitato a un’audizione in Parlamento sulla situazione dell’azienda e del settore auto, ha affermato che non sono previste vendite (di Maserati e del sito di Termoli), né fughe dall’Italia. Ma ha anche chiesto, senza troppi giri di parole, il ritorno degli incentivi auto per risollevare il settore. In parole povere, il top manager ha invocato i “soliti” aiuti di Stato, oltretutto senza specificare come verrebbero spesi. L’intervento di Tavares ha avuto come effetto un inedito accordo fra maggioranza e opposizione, insolitamente uniti tra loro (e con i sindacati) per criticare le intenzioni del gruppo olandese. Nonostante i commenti negativi da parte delle forze politiche, Tavares è andato dritto per la sua strada: alcuni giorni dopo, a margine del Salone dell’Auto di Parigi, non ha escluso licenziamenti. Proprio mentre le aziende cinesi progettano l’apertura di fabbriche in Europa, anche per aggirare i dazi che potrebbero aprire una guerra commerciale con Pechino.
La Cina stampa denaro
Da parte sua, la Cina cerca di sostenere l’economia e continua a stampare soldi, intervenendo per dare fiato alle famiglie e rilanciare l’economia. L’operazione non è passata inosservata: il mercato cinese, dopo oltre cinque anni di scarso appeal, ha prodotto una fiammata importante, portando alcune azioni a performance clamorose. Uno su tutti, il titolo Alibaba, che nell’ultima decina di giorni è cresciuto di oltre il 30%. Dal prossimo 25 ottobre, inoltre, gli istituti di credito cinesi diminuiranno gli interessi sui mutui di almeno 30 punti base. L’operazione, richiesta dalla banca centrale di Pechino, si applicherà a gran parte di questi strumenti, anche se con alcune eccezioni. L’ottimo momento dell’economia cinese potrebbe rendere interessante una puntata su quel mercato e sui Paesi emergenti, anche in un quadro di diversificazione dagli investimenti in titoli europei.
Torino, causa sui derivati
Il Comune di Torino ha dato il via a una causa contro tre gruppi bancari con l’obiettivo di fermare il pagamento di debiti legati ai derivati, i cui contratti risalgono a quasi 20 anni fa. La capitale piemontese vuole evitare un esborso maxi di 200 milioni, pari a una media di 3.400 euro a cittadino. Il problema, che già aveva colpito Milano, evidenzia un errore risalente agli anni pre-Lehman: da una parte, spesso gli istituti hanno pensato a guadagnare senza spiegare adeguatamente i rischi di questi strumenti, mentre gli enti pubblici hanno dimostrato in molti casi una cultura finanziaria bassa. Oggi Torino è la città più indebitata d’Italia: in questi anni, i derivati sono già costati 150 milioni di euro, e ora l’amministrazione comunale sta cercando di fermare l’emorragia.
Red Bull alla conquista del calcio?
Dopo l’ingresso in Moncler, Bernard Arnault entra nel mondo del calcio: il fondatore, presidente e ceo di Lvhm ha acquisito, in partnership con Red Bull, il Paris Fc, seconda squadra della Ville Lumière attualmente al primo posto nella Ligue 2 (la serie B transalpina). Più in particolare l’operazione, che promette di regalare alla capitale francese il derby calcistico con il Psg, vede Arnault al 55% e il 15% alla società austriaca (l’attuale presidente della squadra, Pierre Ferracci, conserva il 30%, almeno per ora). L’operazione conferma anche una diversificazione nel modello di business Red Bull nel mondo dello sport: il gruppo guidato da Dietrich Mateschitz usava acquisire marchi rinominandoli con il suo brand (lo ha fatto a Salisburgo e Lipsia, per esempio, ma anche in Formula 1), mentre ora sembra anche disposta ad affiancare il suo marchio (o la sua quota di proprietà) ad altre realtà. Basti pensare al team ciclistico Red Bull-Bora-Hansgrohe, squadra in cui milita Primož Roglič: in questo caso, il gruppo austriaco ha aggiunto il suo nome a quello dello sponsor storico (Bora-Hansgrohe, appunto). Nello stesso tempo, il gruppo è diventato sponsor di maglia del Leeds e official energy drink partner del Torino e dell’Everton. La Red Bull sta cercando di espandersi ulteriormente nel mondo dello sport? Difficile dirlo. Certo è che alcune voci – mai verificate – hanno accostato il brand austriaco prima al Monza (che ora interessa all’imprenditore americano Mario Joseph Gardelli) e poi allo stesso Torino, dopo l’ingresso nel novero dei partner della società granata. Intendiamoci: oggi come oggi, investire sul calcio italiano è impresa molto difficile. Ma non impossibile. Sarebbe abbastanza seguire modelli di crescita come quello dell’Atalanta: la società di Bergamo, molto impegnata nello sviluppo del settore giovanile, ha raggiunto i vertici del calcio europeo in modo prudente ma costante lanciando ragazzi della Primavera, facendo acquisti mirati e (come oggi sembra inevitabile) vendendo pezzi pregiati per far quadrare i bilanci.
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Wall Street e Hang Seng preoccupano le Borse europee
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Per le Borse europee, la prima settimana di ottobre è stata leggermente negativa. Piazza Affari ha poi chiuso in parziale recupero, vestendo la maglia rosa europea, e ha continuato ad avanzare lentamente alla riapertura sulla scia dei “soliti” titoli bancari. La situazione è ora all’insegna di un trading range, in attesa di conoscere gli impatti delle notizie provenienti da New York e Hong Kong. I listini americani hanno infatti aperto la settimana in evidente difficoltà (proprio quando i rendimenti del Tesoro hanno raggiunto i massimi dall’estate e il petrolio torna a salire), mentre lo Hang Seng ha finora perso oltre il 9%. Le performance negative dei due indici potrebbero avere un impatto anche sull’Europa causando uno storno, mentre le gravi crisi geopolitiche finora non stanno influenzando troppo i listini del nostro continente. Comunque vada, un inizio d’autunno in calo era ampiamente previsto: per le Borse, ottobre è storicamente il peggior mese dell’anno.
Dazi, servono davvero?
Prosegue invece la crisi dell’auto, schiacciata dall’agenda green. Che qualcuno ha rinominato yellow deal, per sottolineare quanto siano reali i rischi di vedere l’Europa a quattro ruote nelle mani della Cina. Per controbattere l’egemonia elettrica di Pechino, l’Unione Europea sta valutando l’introduzione di dazi, che però molti osservatori bollano come la risposta sbagliata a problemi reali. Prima di tutto perché le aziende cinesi stanno già reagendo a questa possibilità, progettando di investire in industrie di batterie e apparecchiature elettriche in altri Paesi del mondo, aggirando, così, eventuali balzelli doganali. In secondo luogo, si teme che Pechino possa a sua volta imporre contro-dazi all’automotive europeo, provocando molti disagi a un settore già colpito duramente dall’agenda 2035. Questo è uno dei motivi per cui l’industria automobilistica tedesca si sta opponendo all’inserimento di barriere doganali, in una situazione che, inoltre, vede i costruttori della Germania esternalizzare una parte della componentistica proprio in Cina.
Fronte anti-green deal
In un quadro così caotico iniziano a levarsi le voci contrarie alla politica energetica di Bruxelles. Ha fatto molto rumore la dichiarazione di Claudio Descalzi a margine dell’Italian Energy Summit 2024. “Non voglio essere anti-europeo”, ha tuonato, senza mezzi termini, l’amministratore delegato di Eni, “ma anche la stupidità uccide e ci sta uccidendo perché dobbiamo subirla sulla base di ideologie ridicole che ci vengono dettate da una minoranza dell’Europa, non una maggioranza, e noi dobbiamo continuare a digerirle e chinare il capo morendo lentamente”. L’esternazione di Descalzi si unisce alle richieste delle case automobilistiche tedesche di rivedere il piano 2035, anche alla luce del fatto che l’Europa sarebbe l’unica macroarea del mondo ad attuare un piano “elettrico” così pronunciato (soprattutto in caso di vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane). Hanno alzato la voce anche i concessionari di Stellantis, che si sono allineati alle posizioni dell’Associazione dei costruttori europei di automobili, chiedendo alla prossima Commissione di rinviare al 2027 l’entrata in vigore delle limitazioni sulle emissioni delle auto. Le e-cars non si riescono a vendere, hanno aggiunto chiaro e tondo i player che hanno più di ogni altro il polso della situazione: i clienti non le vogliono acquistare per problemi di “prezzo, autonomia e accessibilità”, hanno scritto in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea.”Ciò”, hanno affermato, “ci pone in una posizione contraria a quella del produttore che rappresentiamo, che rimane ottimista circa il rispetto di queste severe normative Ue”. Le parole dei concessionari evidenziano che Carlos Tavares, amministratore delegato di Stellantis, è rimasto solo nel sostegno al green deal. Forse costretto a mantenere la posizione perché il gruppo ha investito molto nell’elettrico e non può permettersi di revocare la scelta.
Fusioni sì, fusioni no…
La parabola di Tavares sembra comunque giunta al termine: si vocifera su imminenti dimissioni del 66enne dirigente portoghese. Proprio mentre si torna a parlare di una possibile fusione fra Stellantis e Renault, ipotesi bollata dallo stesso Tavares come “pura speculazione”. Nessun merger, almeno per ora, neppure fra Unicredit e Commerzbank. Dopo lo scetticismo del governo Scholz – che però va contro la dottrina della presidente Bce Christine Lagarde, contraria all’ingerenza dei governi nelle fusioni multinazionali – ecco presentarsi il nein di Bettina Orlopp, amministratore delegato della banca tedesca. “Soltanto perché una fusione sembra buona sulla carta”, ha detto, “ciò non vuol dire che sarà eseguita bene e che alla fine potrà avere successo e creare valore per i nostri azionisti”. Bettina Orlopp ha evidenziato anche la difficoltà di unire i sistemi informatici e soprattutto il rischio di perdere clienti. Il recente incontro con Andrea Orcel, amministratore delegato di Unicredit, non è stato altro che un incontro con gli investitori – ha poi aggiunto Orlopp, cercando di quietare i crescenti rumours. Per ora, dunque, l’idea sembra non fattibile. Anche da parte Unicredit, che dovrebbe riflettere molto su una simile operazione in Germania, viste le difficoltà riscontrate dopo l’acquisto di Hypovereinsbank. A proposito di fusioni, un patto parasociale anti-scalata è stato siglato da Lvmh e Double R su Moncler, dopo l’entrata, con il 10%, del gruppo guidato da Bernard Arnault nell’azienda (e primo socio dell’azienda di piumini) di Remo Ruffini. Questo accordo, con cui si fermano eventuali appetiti di altre grandi case, fa di Lvmh il probabile, futuro leader del lusso mondiale: Arnault dovrà stare fermo per sei anni, ma avrà la priorità su un’eventuale vendita di partecipazioni in Moncler da parte di Double R.
Il punto sui Btp
Dopo il taglio di 50 punti base, la Fed si accinge a ridurre ancora i tassi: probabilmente, gli aggiustamenti saranno della stessa entità, ma divisi in due tranche da 25 bp l’uno. Anche la Bce interverrà, ma difficilmente abbasserà il costo del denaro di mezzo punto prima di fine anno, nonostante l’inflazione sia ormai sotto il 2%. In questo contesto, i Btp a 24 mesi sono scivolati a 2,60% per poi avere un moderato ritracciamento. I decennali sono invece compresi nella forbice fra 3,50% e 3,60%. C’è dunque ancora un po’ di spazio, in attesa che la banca centrale, con i suoi tempi, porti il costo del denaro sotto il 2%. Investire nei Btp decennali ha ancora la sua convenienza. Ma attualmente la scelta migliore è l’adesione al collocamento del 14% del capitale di Poste Italiane che, compreso il dividendo, potrebbe rendere il doppio rispetto a un buono del tesoro decennale. L’unico problema di questo strumento è la quantità limitata delle azioni a disposizione per ogni piccolo risparmiatore: il 65% del collocamento è dedicato agli investitori istituzionali e solo il 35% al mercato retail. Si prevede che ogni risparmiatore non potrà impegnare più di 1.000 euro, a causa della fortissima richiesta per questo strumento.
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La crisi del settore auto penalizza le Borse
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo una settimana positiva, le Borse europee hanno subito un arretramento, anche se il trend resta moderatamente rialzista. A penalizzare i listini del nostro continente è soprattutto la crisi del settore automobilistico. Nelle ultime quattro settimane è stata lanciata una serie progressiva di profit warning da varie case europee: dapprima le tedesche (Volkswagen, Bmw e Mercedes), poi Aston Martin e Stellantis. Con un impatto negativo sui mercati.
Inchiodata per l’automotive
A causare il passo indietro di Piazza Affari è stato il gruppo olandese, che dopo aver rivisto le stime di profitto per l’anno in corso ha perso oltre il 14% in un giorno. Una crisi che non è certo imprevista: negli ultimi mesi, il gruppo ha quasi dimezzato la sua capitalizzazione, da poco meno di 70 miliardi a circa 35. Tutto questo mentre, come abbiamo già ripetuto in precedenza, Bruxelles sembra fare orecchie da mercante, incurante delle migliaia di posti di lavoro che rischiano di andare in fumo. Come abbiamo ricordato la scorsa settimana, il passaggio all’elettrico non piace agli automobilisti (anzi: il 30% di chi ha comprato una e-car non ripeterebbe la scelta), mentre per timore di nuove restrizioni all’endotermico c’è freddezza anche rispetto all’acquisto di auto tradizionali. Auto che, tra l’altro, Stati Uniti, Cina e India continueranno a produrre, vanificando lo sforzo europeo. Per questi motivi è lecito sperare che Germania e Francia si uniscano all’Italia nel chiedere alle istituzioni comunitarie un rinvio delle misure che obbligano lo stop alla produzione di auto endotermiche nel 2035. Perché Bruxelles, senza stimoli esterni, non ha nessuna intenzione di frenare, come dimostra anche la normativa (tra l’altro molto arruffata e confusionaria) sullo stop alle caldaie a gas. In questo caso, a indebolire la posizione dell’Europa è la scelta autonoma della Germania, che è stata spinta a cambiare registro dalla crisi economica e dall’erosione del potere d’acquisto dovuta all’inflazione. Oltre che, naturalmente, dai recenti risultati elettorali di tre Länder, che hanno visto il voto di protesta incanalarsi in direzione dell’ultradestra e della sinistra radicale, mentre i verdi sono letteralmente crollati.
Non va di lusso
Oltre ai risultati choc del settore automobilistico europeo c’è un altro comparto che non se la passa troppo bene: quello del lusso. Il downgrade da neutral a sell di Bank of America e Goldman Sachs nei confronti di Kering (soprattutto a causa della sottoperformance del suo marchio Gucci) ha contribuito a spingere l’haute couture nei bassifondi delle Borse. E’ stata quindi vanificata l’ottima performance ottenuta dal settore la scorsa settimana, causata dagli interventi del governo cinese per stimolare l’economia locale e dall’operazione che ha coinvolto Lvmh e Double R. Operazione con cui Moët Hennessy Louis Vuitton acquisterà il 10% della seconda società, che controlla il 15,8% di Moncler (e arriverà a un massimo di 18,5% in circa 18 mesi, mentre Lvmh salirà a non oltre il 22% della stessa Double R). L’operazione aveva dato fiato al settore, che ora però è tornato in difficoltà. Un gigante dai piedi d’argilla, si potrebbe dire, perché pur rimanendo a multipli elevati è penalizzato dal timore di un rallentamento economico e quindi anche dei consumi. Sempre meno persone possono permettersi gli abiti esposti in via Montenapoleone o in via della Spiga: si potrebbe dire che i prezzi sono attualmente inaccessibili a oltre il 99% della popolazione. Sembra quindi che una parte importante della speranza di sopravvivenza del comparto arrivi da Paesi extraeuropei, soprattutto dalla Cina.
Investire, ma con prudenza
Investire sul lusso dopo una simile correzione verso il basso può rappresentare una scelta praticabile, anche se occorre comunque muoversi con i piedi di piombo: la chiave di tutto è l’Asia, da cui dipende buona parte delle quotazioni delle aziende del settore. Sempre con molta cautela è possibile anche guardarsi in giro nei titoli automotive. Magari aspettando ancora un po’ a entrare: le azioni di questo comparto potrebbero perdere ancora, fino al 30%.
Juventus, bilancio in rosso
Non se la passa bene neppure la Juventus che, pur stazionando nelle parti alte della classifica di serie A, ha comunicato una perdita di 199,2 milioni che emerge dal progetto di bilancio approvato dalla società bianconera. A pesare sull’esercizio, in rosso per la settima volta di fila, è soprattutto la mancata partecipazione alle competizioni europee, decisa dall’Uefa a causa delle note irregolarità contabili. I dati in perdita erano ampiamente prevedibili. Ora vedremo che cosa succederà in ambito internazionale. Perché la Juventus ha sottoscritto un accordo con l’Uefa, che la impegna a non superare, nel triennio che si chiuderà nella stagione 2025/26, un deficit aggregato pari a 60 milioni, con la possibilità, a certe condizioni, di aumentarlo fino a 10 milioni l’anno. Se la società calcistica non raggiungerà i numeri target potrà subire la limitazione del numero di giocatori nelle liste Uefa (da 25 a 23), l’impossibilità di inserirvi nuovi calciatori oppure l’esclusione dalle coppe europee dell’anno seguente. Per questo motivo, è pressoché scontato che si verifichi un aumento di capitale da parte di Exor, cassaforte della famiglia Agnelli e azionista di maggioranza della Juve. Vedremo poi se le autorità sportive si sposteranno su una situazione di maggior intransigenza sul fronte del fair play finanziario, in un periodo in cui sotto i riflettori c’è anche il Manchester City, processato in patria per motivi legati ai bilanci. La squadra allenata da Pep Guardiola potrebbe rischiare una penalizzazione in campionato (come già avvenuto per Everton e Tottenham) o addirittura la retrocessione, con conseguente addio alle coppe europee per un minimo di due anni.
Unicredit cresce in Germania
Sul fronte bancario, Unicredit ha rilevato una partecipazione del 21% in Commerzbank e sta provando a ottenere il nulla osta per salire ulteriormente (al 29,9%, limite oltre il quale scatterebbe l’obbligo di opa). L’operazione accresce la presenza della banca milanese in Germania, a quasi 20 anni dall’acquisizione di Hypovereinsbank. La strategia tedesca, su cui il gruppo bancario di Piazza Gae Aulenti ha puntato per l’evidente impossibilità di crescere per linee esterne in Italia, ha suscitato reazioni divergenti in Germania: mentre dal ministero delle Finanze si è levata una voce favorevole, il cancelliere Olaf Scholz ha espresso il timore di scalate ostili, mentre dall’interno della banca si teme che, nel caso in cui avvenga un’acquisizione, si verifichi una riduzione del personale. Favorevole invece Christine Lagarde: la presidente della Banca Centrale Europea, pur non citando il caso singolo, ha giudicato positivamente le fusioni transnazionali, per creare giganti europei in grado di competere con le banche del resto del mondo.
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Tassi: è gara di inseguimento tra Fed e Bce
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo la Banca Centrale Europea, anche la Federal Reserve ha deciso di tagliare i tassi. Ma l’intervento americano è stato più incisivo: negli Stati Uniti, il valore di riferimento è calato di 50 punti base, attestandosi nella forchetta tra il 4,75% e il 5%. La decisione ha destato una certa sorpresa, anche per la quasi unanimità che ha accompagnato l’intervento – soltanto uno fra i membri del consiglio ha votato per una riduzione di soli 25 punti. Entro fine anno, la banca centrale americana potrebbe effettuare nuove correzioni verso il basso, per poi proseguire la discesa nel 2025.
Lettura difficile
Se il taglio era dato per probabile, la sua entità – come già ricordato – ha stupito più di un osservatore. Anche per la difficile lettura di un passo deciso dopo una così lunga attesa. Il maxi-taglio indica probabilmente timori per un rallentamento economico americano intravisto dalla maggioranza dei componenti del board Fed. Segnali di una crisi già in atto arrivano dai dati non positivi sul mercato del lavoro e dal calo del petrolio, che ha provato una puntata anche sotto i 70 dollari al barile. Gli occhi sono ora puntati sul dollaro: se il biglietto verde dovesse rompere la fascia di oscillazione compresa tra 1,08 e 1,12, ci troveremmo di fronte a un altro sintomo di preoccupazione per l’economia americana. Negli Stati Uniti, a differenza di ciò che accade in Europa, in caso di congiuntura economica negativa si procede infatti a una svalutazione della moneta. Una possibilità che occorre contemplare, visto il lento ma costante spostamento della valuta americana di questi ultimi giorni.
Palla alla Bce
Ora, la palla passa alla Bce, in attesa del prossimo intervento. Che potrebbe avvenire presto. Ne ha parlato Fabio Panetta nel corso di un convegno svoltosi a Catania. Il governatore della Banca d’Italia ha rivelato che il trend di discesa dei tassi potrebbe “accelerare nei mesi”, influenzato sia dalla Fed, sia dalla debolezza dell’economia europea. Un quadro, quest’ultimo, che è molto preoccupante e che è aggravato dalla situazione tedesca. Esemplificativo un raffronto fra la crescita della produzione industriale della Germania e quella della vicina Svizzera dal 2008 in avanti: fino al 2017, i due Paesi sono appaiati; dopo, la linea di Berlino scende, quella di Berna continua a salire. Questo grafico riflette quanto possano influire sull’economia domestica alcune caratteristiche dell’Ue (come la burocratizzazione, la linea anti-industriale e un piano ecologista troppo radicale) che nella Confederazione sono meno presenti. L’organizzazione farraginosa dell’Unione Europea è mostrata molto bene dai tempi lunghi per formare la nuova Commissione che, se va bene, entrerà in carica a fine ottobre. Sul momento “no” dell’economia Ue, l’ex presidente Bce Mario Draghi ha tracciato uno scenario molto chiaro, ricordando che i paesi europei, da soli, non possono più rispondere alle grandi sfide globali, e che c’è bisogno di effettuare investimenti, per cui è necessario anche formare un debito comune – soluzione che però non trova l’accordo dei Paesi del Nord Europa.
Niente tagli, siamo inglesi
Tornando ai tagli, mentre la Fed parla di nuovi interventi entro fine anno e la Bce a quanto si prevede, ammorbidirà la stretta monetaria dello 0,75% entro la prossima primavera, la Bank of England resta ferma. Threadneedle Street non si è infatti mossa dal 5%, anche a causa degli ultimi dati sull’inflazione, a 2,2% e quindi sopra il target del 2%. Bisogna però ricordare che la Boe ha da poco tagliato i tassi di 25 punti base: comprensibile quindi che a questo giro abbia saltato il turno. Probabilmente, la banca centrale inglese riavvierà il rilassamento della politica monetaria in coincidenza con la prossima sforbiciata della Bce o della Fed.
Borse, condizioni stazionarie
In una bagarre di questo tipo, le Borse sono andate avanti per la loro strada. Tranquille. Stabili. Migliori le performance dei listini americani, anche se il taglio Fed c’entra fino a un certo punto: a spingere Wall Street sono stati, ancora una volta i titoli tecnologici, mentre la Germania è zavorrata dal settore automobilistico, con un -10% di un colosso come la Daimler. La responsabilità (lo ripetiamo a costo di apparire monotoni) è in buona parte dell’accanimento comunitario contro le auto tradizionali. Tutto questo mentre le macchine elettriche non sono mai state così impopolari. Un sondaggio mostra che il 30% di chi già utilizza le e-cars è insoddisfatto di questo acquisto, e che non ripeterebbe la scelta. Tra i motivi dell’insoddisfazione, la paura di rimanere per strada senza la possibilità di rifornirsi, problema davvero difficile da risolvere.
San Siro, nuovi sviluppi
Sul fronte stadi,c’è un nuovo capitolo nella telenovela San Siro. Emanuela Carpani, soprintendente per Archeologia, Belle arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Milano, ha infatti affermato che nel caso in cui privati (leggi Inter e Milan) acquistassero lo stadio, andrebbe a decadere la proibizione di intervenire sul secondo anello. Sarebbe rimosso così un ostacolo (tra l’altro discutibile, dato che è stato permesso l’abbattimento delle stalle del galoppo) sulla via di un mantenimento del Meazza come casa delle due squadre milanesi. Un piano presentato da Webuild prevede la possibilità di ristrutturare lo stadio pezzo dopo pezzo, come è accaduto a Udine e a Bergamo, sfruttando in buona parte le pause estive e creando il minor disagio possibile agli sportivi. L’ostacolo al recupero di San Siro è, come già ricordato, la recente cementificazione dell’area circostante, che ridurrebbe le aree concesse alle due squadre per avviare business paralleli a quello sportivo. Ma i pareri favorevoli alla ristrutturazione sono molto insistenti: a favore della “Scala del Calcio” (e contro un nuovo impianto da edificare nella stessa zona) sono storicamente impegnati gli abitanti del quartiere, che vogliono organizzare una catena umana di 10.000 persone per “abbracciare” il vecchio stadio e sensibilizzare l’opinione pubblica. Meno praticabile, invece, la soluzione alternativa che vorrebbe le due squadre milanesi costruire ognuna il proprio stadio nell’hinterland (Rozzano e San Donato): l’assenza di infrastrutture di quelle aree, soprattutto nella viabilità, rimanderebbe l’inaugurazione dei due impianti a data da destinarsi, mandando a monte il progetto dei due club.Inoltre, uno stadio per squadra significherebbe raddoppiare gli investimenti, il che potrebbe rivelarsi difficilmente sostenibile. Lo hanno capito anche Genoa e Sampdoria, che hanno formato una società compartecipata al 50% per acquistare il “Luigi Ferraris”. L’avvio della srl, denominata “Genova Stadium”, mette la parola fine ai lunghi chiacchiericci sulla migrazione della Sampdoria in un nuovo stadio di proprietà esclusiva, cercando – se il tentativo andrà a buon fine – di mettere a fattor comune gli investimenti su Marassi e di ammortizzare le spese in tempi non troppo lunghi. Tornando a San Siro, il tira e molla ha fatto la sua prima vittima: la finale di Champions League 2027, programmata proprio al Meazza. La Uefa ha deciso di spostare la sede della partita, per l’insicurezza sulle condizioni dello stadio milanese di qui a tre anni.
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Nuovo taglio dei tassi in Europa: a quando il prossimo?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Era scontato ed è avvenuto: la Banca Centrale Europea ha tagliato per la seconda volta nell’anno il costo del denaro. Il board della Bce ha deciso all’unanimità di riposizionare il tasso sui depositi dal 3,75% al 3,50%, con un calo di 25 punti ampiamente previsto. La Bce non si è però limitata all’intervento atteso, ma ha fatto di più. L’Eurotower ha infatti cambiato il differenziale fisso fra il tasso sui rifinanziamenti a quello sui depositi, passato da 25 a 15 punti base, stabilendo un nuovo valore fra i due rapporti. Nel dettaglio, passa da 4,25% a 3,65% la percentuale sui rifinanziamenti principali e dal 4,5% al 3,9% quella sui marginali. In questo ultimo caso, il taglio è dunque di 60 punti.
Mutui meno cari
Il taglio (che, ricordiamolo, è il secondo nel 2024) è tardivo, ma avrà comunque la possibilità di regalare una boccata di ossigeno ai cittadini europei. Le banche, per esempio, hanno già iniziato a diminuire gli interessi sui mutui e sugli acquisti a rate, sollevando molte persone da costi spesso divenuti insostenibili. Secondo la Fabi, la decisione di Francoforte dà un po’ di sollievo a 6,8 milioni di famiglie italiane indebitate. A questo proposito Lando Maria Sileoni, segretario dello stesso sindacato dei bancari, ha parlato di “benefici significativi sul fronte dei tassi bancari” conseguenti alla decisione della banca centrale. “La Bce ha preso una decisione importante, anche se attesa, dimostrando di avere coraggio, sul piano politico”. Quanto al costo del credito, “gli interessi sui mutui alle famiglie e sui prestiti alle imprese caleranno ancora nei prossimi mesi, così diventerà più facile comprare casa e fare investimenti. Va comunque ricordato che, già da dicembre scorso, le banche hanno iniziato a ridurre i tassi alla clientela”.
Inflazione sotto controllo
Sembra dunque iniziato il vero trend di discesa. A convincere i membri del board – anche i più refrattari a una politica più morbida – sono stati due fattori. Primo, le buone notizie sul fronte inflazione, che secondo le simulazioni effettuate nel corso di questo mese raggiungerà il 2,5% a fine anno, il 2,2% al termine del 2025 e l’1,9% (quindi sotto il target) 12 mesi dopo. Dovrebbe attestarsi invece sul 2,9% l’inflazione core di quest’anno, per poi scendere al 2,3% nel 2025 e al 2% l’anno seguente. Il secondo fattore che ha reso colombe anche i falchi più incalliti sono i pessimi dati tedeschi sull’economia, che mettono a rischio il benessere della locomotiva d’Europa e della stessa Ue.
La crisi dell’auto in Germania (e non solo)
Uno dei dati da incubo dell’economia tedesca riguarda il settore automotive, che è calato del 10%, mentre sembra inevitabile la chiusura di uno stabilimento Volkswagen in Germania (un vero e proprio inedito) con 16.000 dipendenti che rischiano il posto di lavoro. E’ inutile ripetere quanto influisca l’agenda “verde” delle istituzioni europee su una crisi di questo comparto, che rischia di coinvolgere tutta l’Ue: i conducenti non vogliono sentir parlare dell’auto elettrica, mentre esitano ad acquistare le vetture a motore tradizionale per timore che nei prossimi anni siano introdotte nuove restrizioni, oltre a quelle che hanno già reso difficile circolare in molte città e regioni. Una conseguenza di questa incertezza è visibile nel porto di Savona, dove sostano, in attesa di un improbabile sbarco, le vetture invendute: una scena difficilmente prevedibile quando – a causa delle restrizioni Covid – si poteva attendere anche un anno per potersi veder recapitare un’auto nuova.
Venti di cambiamento sull’agenda 2035?
Anche per questo, le case automobilistiche hanno deciso di muoversi: quasi tutti i costruttori (eccetto Stellantis, e non se ne comprende il motivo) hanno chiesto una revisione dei termini dell’agenda 2035. La crisi del settore automobilistico potrebbe aver influito in modo incisivo sulle dimissioni di Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno e all’Industria della Commissione von der Leyen e super sostenitore della conversione elettrica del settore automobilistico. Il politico transalpino, che era candidato alla riconferma, ha alla fine rinunciato. E lo ha fatto sbattendo letteralmente la porta, in polemica con la stessa presidente di Commissione, accusata di non volere più la sua presenza tra i “ministri” dell’Unione. Breton sarà sostituito da Stéphane Séjourné, indicato dalla Francia come nuovo rappresentante di Parigi nelle istituzioni europee.
Borse indifferenti al taglio
Il taglio Bce ha lasciato abbastanza indifferenti le Borse europee, più sensibili al taglio della Federal Reserve, atteso fra poche ore. Un po’ perché la diminuzione del costo del denaro negli Stati Uniti è probabile, ma non sicura; un po’ perché fino all’ultimo non è dato di conoscere l’entità dell’intervento (25 o 50 punti). Intanto, l’euro sembra rafforzarsi sul dollaro, ma sempre nella “fascia neutrale” (tra 1,08 e 1,12). La crescita è giustificata da eventi di politica monetaria e inflattiva che si verificano più velocemente nell’Ue. L’euro, dunque, guadagna sul biglietto verde ma non sul franco svizzero, che non vuol saperne di lasciare le vette raggiunte già da un po’ di tempo. Il prolungato acquisto di valuta elvetica da parte di risparmiatori di tutto il mondo in cerca di beni rifugio pone a rischio l’economia del Paese. Attualmente, la Svizzera sta sopravvivendo bene all’impennata del franco; tuttavia, a lungo termine potrebbero presentarsi conseguenze negative, dovute a calo di esportazioni e “gentrificazione” del turismo.
Telenovela San Siro
Ha fatto discutere l’ultimo capitolo sullo stadio di San Siro. Milan e Inter hanno chiaramente comunicato a Giuseppe Sala, sindaco di Milano, che non intendono aderire al piano di ristrutturazione del “Meazza”, caldeggiando il ritorno al piano 2019, che prevedeva la costruzione di un nuovo stadio a poca distanza dalla “Scala del calcio”. Un ritorno alla casella zero, dunque, che ha portato il calendario all’era pre-Covid. Proprio mentre il countdown per i Giochi Olimpici di Milano-Cortina, la cui cerimonia inaugurale si svolgerà proprio a San Siro, corre veloce. Tutte le opzioni sono ancora sul tavolo. La ristrutturazione del vecchio stadio è ormai improbabile, ma non ancora impossibile; la costruzione di un nuovo impianto a poca distanza da quello vecchio è osteggiato dai tifosi e non piace alla città (e soprattutto al quartiere); l’alternativa che vedrebbe la costruzione di due arene separate, una a Rozzano e una a San Donato, sembra meno agevole e più costosa per i due club. Uno stadio di proprietà ha il compito di generare ricavi, e gli interventi (siano essi la ristrutturazione o la costruzione ex novo) devono essere ammortizzati. Per rifare San Siro occorrono tra i 600 e i 900 milioni di euro, che possono essere recuperati a breve solo con appalti edilizi. Se non che, intorno al Meazza è già iniziata una campagna di costruzioni che riduce la possibilità, per Milan e Inter, di guadagnare con spazi immobiliari e commerciali. Il discorso è simile anche per l’alternativa “nuovo stadio in zona” che, come accade ora, soffrirebbe anche dell’alto grado di criminalità che si è insediata nelle vicinanze. A cambiare sarebbero le cifre, diverse per l’edificazione da zero, e le condizioni dello stadio (su San Siro grava il vincolo monumentale per il secondo anello). Rozzano e San Donato, invece, partirebbero da un “prato verde”, ma la loro posizione esterna al territorio comunale di Milano e gli investimenti raddoppiati (ogni squadra costruirebbe il proprio stadio) si potrebbero rivelare penalizzanti, ritardando di molto il breakeven. La soluzione sembra molto difficile: occorrerebbe una regia politica e un coinvolgimento dell’opposizione, ma anche il coinvolgimento dello Stato e una maggiore propensione al dialogo da parte delle due società.
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Lo storno di settembre
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo il balzo in avanti di fine agosto, con cui le Borse hanno recuperato le perdite di inizio mese, settembre si è aperto con una nuova fase orso. Non c’è, tuttavia, da preoccuparsi più di tanto, un po’ perché a stretto giro si è verificata una pur parziale rimonta, un po’ perché settembre e ottobre sono storicamente mesi non troppo brillanti. E un po’ perché, dopo il rimbalzo che ha portato i listini vicino ai massimi, uno storno era nell’aria. In ogni caso, a mitigare il passo indietro sono i dati americani sul lavoro, positivi anche se inferiori alle attese.
Tassi, si scende
Siamo quindi in una fase di trading range neanche tanto ampio, con un crescente peso degli avvenimenti geopolitici sull’andamento dei mercati. Oltre, naturalmente, all’imminente taglio dei tassi, che è dato per scontato. Anche se non è matematico che la sforbiciata di settembre avvii una tendenza all’insegna del rilassamento della stretta monetaria. Come ha affermato Piero Cipollone, membro del comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, le decisioni saranno prese volta per volta. Anche se, ha proseguito, “i dati finora confermano la nostra direzione di marcia”, cioè l’ammorbidimento della politica monetaria, “e spero che ci consentiranno di continuare a essere meno restrittivi”. La sua posizione è condivisa da sempre più analisti: è vero che il rialzo dei tassi ha messo un freno (almeno in parte) all’inflazione, anche se fattori esogeni – come la crisi di Hormuz – ne rallentano la discesa; tuttavia, il costo del denaro ha bloccato molti investimenti. Creando difficoltà all’economia Ue, che ha portato tutti i dati di produzione al segno meno.
Il rapporto Draghi
A lanciare l’allarme è stato anche Mario Draghi in un rapporto che gli era stato commissionato dall’Unione Europea. Secondo l’ex presidente Bce ed ex premier, l’Ue ha davanti a sé una sfida cruciale, da cui dovrà uscire con una cura forte (un “doppio Piano Marshall”) per non scivolare in una lenta agonia. In cifre, ha spiegato Draghi, si tratta di una cifra compresa fra 750 e 800 miliardi l’anno, senza i quali – ha aggiunto – è a rischio l’esistenza e persino la libertà dell’Europa. Il nuovo bazooka – la cui proposta ha visto la contrarietà sia di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, sia della Germania – potrebbe avere un fondamento. Ma occorre rispondere a una domanda: dove si possono trovare tutti questi soldi? Soprattutto in un periodo storico che vede il ritorno del patto di stabilità.
Auto elettriche, una sfida persa in partenza?
Tra le sfide evidenziate da Draghi – dai costi elevati dell’energia alla necessità strutturale di importare materie prime, dalle maggiori spese per la difesa al calo della popolazione e del numero dei lavoratori – c’è anche la decarbonizzazione. Che in sé è un obiettivo legittimo, ma che in pratica è stata gestita molto male. Perché uno dei settori più in crisi è quello dell’automotive, che una volta era il fiore all’occhiello di Paesi come Germania, Francia e Italia. Il disinteresse degli acquirenti per le vetture elettriche ha già costretto la Volkswagen ad annunciare la chiusura di uno stabilimento Audi di Bruxelles, adibito appunto alla produzione di macchine “adeguate” alla nuova situazione. E che sta mettendo a rischio anche una unità produttiva in Germania, sempre specializzata nell’elettrico.
Ma il target 2035 non si ferma
Ciò significa che l’Ue potrebbe considerare un passo indietro, o almeno un parziale ripensamento, della sua strategia di elettrificazione delle automobili entro il 2035? Sembra proprio di no. Anzi: tutto il contrario. Il commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, nel corso di una riunione con i produttori, li ha esortati a innescare la quinta e ad accelerare la transizione, per superare i ritardi del settore. Il rischio evidenziato da Breton è il prevalere della Cina, che quasi monopolizza questo mercato. Nel 2026, l’esecutivo comunitario potrebbe in ogni caso intervenire sul target 2035, rimandandone l’attuazione: lo prevede espressamente il regolamento europeo. Ma le posizioni di Ursula von der Leyen e delle forze politiche che formeranno la nuova commissione non lasciano troppo spazio a questa soluzione, a meno di forti pressioni in seno alla stessa maggioranza. O, in alternativa, di una forte presa di posizione di Germania e Italia, magari rinforzata dalle proteste sindacali tedesche già in corso.
Il paradosso del lusso
Un altro settore nell’occhio del ciclone è il comparto lusso. Ma qui non c’è nessuna crisi di produttività. La industry soffre invece di un paradosso: da un lato gli utili sono buoni, in alcuni casi a doppie cifre; dall’altro, i titoli in Borsa stanno evidenziando una performance scarsa. Qual è la ragione di questa apparente discrasia? Occorre fare presente che il lusso viaggia a multipli incomprensibili ed è spesso slegato dalle dinamiche alla base degli scambi borsistici. E’ infatti una categoria che resiste di più alle crisi perchè ha un parterre di compratori in grado di permettersi qualsiasi prezzo. Se però arrivano segnali di rallentamento dall’Asia e dagli Stati Uniti, il comparto può cedere alla paura e ottiene performance minori. Inoltre, il grande recupero di agosto ha coinvolto gli indici, ma non tutte le categorie: si è infatti manifestata una rotazione settoriale, con il recupero di titoli che erano rimasti indietro, come le utility. Vittime della dispersione dei rendimenti sono state, dunque, la tecnologia e, appunto, il lusso, mentre le banche hanno registrato prestazioni abbastanza anonime.
Azioni bancarie, quale futuro?
Già, i gruppi bancari, che potrebbero raggiungere i massimi nel corso di quest’anno e poi scollinare verso una lunga e inevitabile discesa. Con il calo dei tassi, le aziende di credito saranno costrette ad allentare i loro spread, e questo – insieme al maggior rischio di insolvenze – avrà una conseguenza negativa sugli utili. In termini ciclistici, il gran premio della montagna è in vista e l’arrivo è previsto a valle, dopo una lunga discesa pedalabile, non priva di pericoli. Anche se gli utili record riguardano soprattutto le banche europee, il calo dei tassi avverrà anche negli Stati Uniti, e le aziende di credito di oltre oceano dovranno giocoforza risentirne. Può essere uno dei motivi per cui Warren Buffett – un personaggio che difficilmente sbaglia le sue scelte di investimento – ha venduto una forte quantità di azioni di Bank of America, di cui la sua Berkshire Hathaway resta, peraltro, il primo azionista. Altre ragioni che avrebbero spinto Buffett a liberarsi di quasi 7 miliardi di dollari di partecipazioni Boa sono, secondo alcuni analisti, il sentore di un calo dei mercati o, in alternativa, l’accumulo di capitali per un acquisto di grande entità.
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#fuoriluogo2024 - Taiwan: l'isola contesa
Grande successo di pubblico per Giulia Pompili, giornalista del “Il Foglio” che sabato 7 settembre ha tenuto un workshop, aperto alle domande del pubblico, dedicato a Taiwan e durante il quale ha delineato il quadro dell’area dell’estremo oriente che si presenta “calda” e periodicamente manifesta momenti di crisi, in grado di coinvolgere l’intero pianeta.
Ha risposto con puntualità e disponibilità alle molte domande di un pubblico attento e interessato. Grazie Giulia
Borse ai livelli di fine luglio: torna la calma piatta
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Si è chiuso l’agosto “pazzo” delle Borse, che ha visto i mercati calare vistosamente e poi recuperare, chiudendo il mese più o meno ai livelli di fine luglio. Dopo la performance negativa e la lenta risalita, una serie di correzioni velocissime ha innescato un recupero deciso nel corso delle ultime tre settimane, annullando lo storno. E facendo scattare una sorta di ripartenza da zero, come accade nel Monopoli o nel gioco dell’oca. E la chiamano estate, verrebbe da dire.
Appuntamento con i tassi
Ora sulle Borse è tornata la calma piatta. Ed è consigliabile, per gli investitori, un atteggiamento consono alla situazione attuale. Vale a dire: attesa, magari con qualche acquisto di titoli energetici, almeno finché il petrolio manterrà livelli medio-bassi. Se nel prossimo futuro non si verificasse un evento particolare, in grado di influenzare gli scambi, il livello dei mercati potrebbe rimanere calmo e poco perturbato almeno fino alle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre. Fino ad allora, l’avvenimento top sarà l’ormai scontato taglio dei tassi che a settembre sarà operato dalla Fed e quasi sicuramente anche dalla Bce. E questo, nonostante le resistenze dei falchi, più precisamente di Joachin Nagel. Il governatore della Bundesbank ha suggerito all’Eurotower di non procedere troppo velocemente ai tagli, confermando la posizione storica della banca centrale tedesca. Una situazione curiosa, visto che proprio i dati relativi all’inflazione riscontrati a Berlino hanno convinto la Bce ad ammorbidire la politica monetaria, e che il sentiment prevalente in Germania è ormai contrario alla prosecuzione delle restrizioni. Si sa che le banche centrali vogliono sempre mantenere un’indipendenza (o pseudo tale) rispetto alla politica, e che la Bundesbank è tradizionalmente refrattaria a certe operazioni. Ma la Bce non può esimersi dall’offrire un’ancora di salvataggio che possa rivelarsi uno stimolo per l’economia europea. Soprattutto per quella tedesca, la cui congiuntura negativa sembra molto più lunga del previsto e rischia di trascinare con sé l’intera Europa.
Elezioni-terremoto
La crisi economica tedesca, con i suoi annessi e connessi, ha favorito la clamorosa vittoria dell’estrema destra di Afd e il contemporaneo balzo avanti della sinistra radicale di Sahra Wagenknecht nelle elezioni in Turingia e in Sassonia. Pur trattandosi di consultazioni locali, sembra riproporsi lo scenario che si è già verificato in Francia, con le elezioni-blitz indette dal presidente Emmanuel Macron, i cui risultati hanno creato un’instabilità di lungo periodo e di difficile risoluzione. Le Borse, ricordiamolo, avevano reagito solo in un primo tempo alle elezioni transalpine, finendo poi di ignorare le lunghe consultazioni che finora non hanno permesso di formare un governo a Parigi. Una situazione molto problematica, dato che la legge francese non consente di tornare al voto in tempi brevi e che a fine settembre la République dovrà iniziare a discutere la Finanziaria. In un puzzle non certo semplice da comporre: Parigi ha seri problemi di bilancio, con il deficit che viaggia sopra il 5%, e l’incertezza politica che non aiuta di certo. A complicare ulteriormente le cose c’è il ritorno del patto di stabilità, che obbligherà i Paesi in difficoltà a tagliare le spese, proprio in un periodo in cui sarebbero necessari investimenti e cordoni della borsa aperti per rilanciare le economie in crisi e per aiutare la parte meno abbiente della popolazione.
Banche, versamenti maxi al fisco
In un’economia che zoppica, c’è qualcuno che brinda. Sono le banche, capaci di recuperare le perdite di inizio agosto e di incamminarsi verso nuovi record. Un dato curioso rivela quanto gli istituti di credito siano in salute: secondo un’analisi della Fabi, dal 2019 al 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani hanno versato all’erario 20 miliardi: 6,1 nel 2019, 1,9 nel 2020, 1,7 nel 2021, 3,3 nel 2022 e 6,7 nel 2023, l’anno d’oro. La progressione iniziata dal 2022 in avanti, a quanto ci si aspetta, dovrebbe portare i gruppi creditizi a liquidare ben 8 miliardi alla fine di quest’anno. Una buona notizia, se non fosse per un paradosso: non sempre le aziende di credito utilizzano i loro utili per liberare stimoli per l’economia. Che invece avrebbe disperato bisogno di un sostegno, per poter combattere la crisi e svoltare nuovamente.
Bigtech, sale il consumo energetico
Nel mondo, si intensifica la guerra ai consumi energetici. Ma alcune bigtech sembrano – volente o nolente – imboccare il percorso opposto. Secondo un’analisi del sito Tom’s Hardware, effettuata sui dati della U.S. Energy Information Administration, nel 2023 Google e Microsoft hanno consumato più energia di 100 stati sovrani in tutto il mondo. Questa tendenza stride con le promesse delle stesse grandi aziende della tecnologia, che si erano impegnate a diminuire i consumi. La responsabilità sembrerebbe essere dell’intelligenza artificiale generativa, che ha portato questi gruppi a drenare un quantitativo enorme di energia. Le cause di questo fenomeno, come si è visto, possono anche non essere addossate alla volontà di queste imprese, che potrebbero essersi viste costrette dalle circostanze ad aumentare i consumi; tuttavia, spesso si giudica questo settore con una certa ipocrisia: mentre si invocano restrizioni “verdi” per le automobili, al settore tech si tende a perdonare tutto. Lo dimostra anche l’attenzione verso il bitcoin, che consuma quantitativi altissimi di energia elettrica, ma è stato protagonista persino di un Etf. E questo nonostante l’alto quantitativo di fabbisogno energetico della principale criptovaluta, capace di dare fondo a un quantitativo di energia maggiore rispetto a quello utilizzato da un Paese come l’Argentina. Occorrerebbe, insomma, una narrazione più coerente e meno improntata ai doppi standard che ultimamente stanno imperversando nell’economia e non solo.
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La Fed annuncia il taglio dei tassi. E le Borse brindano
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Era dato per scontato e infatti è successo per davvero: durante il simposio annuale di Jackson Hole, Jerome Powell ha annunciato l’imminente taglio dei tassi negli Stati Uniti. “E’ arrivato il momento di aggiustare la politica monetaria”, ha detto il presidente della Federal Reserve: “la direzione di marcia è chiara”. La decisione dipende dalle dinamiche del mercato del lavoro Usa che – ha ricordato Powell – si è “notevolmente raffreddato”, in un contesto che oltretutto non dipende da una crescita, non avvenuta, dei licenziamenti.
Incertezze sull’entità
A settembre, dunque, la Federal Reserve interverrà sul costo del dollaro, anche se non è ancora stata decisa l’entità del taglio: il ritmo, ha detto Powell, dipenderà dai dati. Non è quindi noto se la sforbiciata sarà di 25 o di 50 centesimi; nel primo caso ci si attende poi un altro calo, sempre dello 0,25%, prima delle elezioni americane, mentre nella seconda ipotesi tutto lascia presagire che non ci saranno più movimenti prima di novembre. Nonostante questa incertezza, l’intervento di Powell si è rivelato sufficiente per dare fiato alle Borse, che hanno reagito con rialzi generalizzati: Wall Street ha chiuso in positivo, i listini asiatici hanno recuperato le perdite e Piazza Affari ha archiviato la settimana di contrattazioni con un +1% circa, vestendo la simbolica maglia rosa europea. Dopo il patatrac di inizio agosto, dunque, le Borse sono tornate a offrire performance: il forte calo dipendeva da varie concause (prima tra tutte l’apprezzamento dello yen) su cui si è avventata una forte dose di speculazione; ciò ha favorito un rapido rientro delle quotazioni. La Borsa di Milano, per esempio, ha recuperato gran parte delle perdite accumulate: all’allineamento con i valori precedenti manca una percentuale compresa fra il 2% e il 3%, dinamica che può essere spiegata con la stagione dei dividendi, senza la quale Piazza Affari sarebbe probabilmente in linea con i numeri di luglio.
Bce cauta
Abbiamo parlato della Fed. E la Bce? Come da tradizione, Francoforte ha affrontato il palco di Jackson Hole con molta più cautela. Philip Lane, capo economista dell’Eurotower (la presidente Christine Lagarde non era presente), ha infatti espresso buone sensazioni sulla marcia dell’inflazione verso il 2%, ricordando però che il target non è ancora stato raggiunto. E che ci vorrà ancora del tempo, probabilmente fino alla fine del prossimo anno.
Quindi, l’insicurezza sul traguardo obbliga, secondo Lane, a rimanere in territorio restrittivo fino a quando occorrerà. Anche se, ha aggiunto il capo economista Bce, non bisogna esagerare, per evitare ulteriori danni all’economia.
La fase attuale dell’inflazione europea dipende soprattutto dalla crisi di Hormuz, che ha fatto lievitare alcuni prezzi, primo tra tutti il costo del caffé: è quindi un fenomeno di derivazione geopolitica, e non causato dalla domanda. Dall’altro lato, però, ci sono i pericoli di recessione, con cui occorre inevitabilmente fare i conti. Ancora una volta, dunque, Francoforte è chiamata a un intervento di equilibrismo: per questo motivo, le dichiarazioni di Lane non implicano necessariamente un nuovo immobilismo della banca centrale sui tassi. Quindi è probabile che, a ruota della Federal Reserve, anche la Banca Centrale Europea (che un taglio, in fondo, lo ha già operato) opti per un’aggiustatina al costo dell’euro il prossimo settembre. A chiederlo è persino la Germania, che solitamente si schiera sul fronte opposto: le difficoltà economiche di Berlino, causate soprattutto dall’addio forzato alla politica di approvvigionamento di gas russo a basso costo, hanno armato le autorità tedesche di una dose di sana Realpolitik. Nonostante la cautela di Lane, dunque, la Bce darà molto probabilmente un “colpetto” di 25 punti a settembre, per poi congelare i tassi per alcuni mesi. Ancora una volta si guarderà più all’inflazione che non alla situazione critica dell’economia europea, che necessiterebbe di interventi ben più aggressivi.
Dollaro in picchiata
Il salto di Powell nel nido delle colombe ha avuto effetti negativi sulla quotazione, già debole, del dollaro. Il biglietto verde veleggia tra 1,10 e 1,20 proprio a causa del nuovo approccio aggressivo sui tassi della Fed, a causa del quale vari investitori hanno smontato alcune tra le loro posizioni sulla valuta americana. Occorre però ricordare che, per l’economia Usa, il calo del dollaro non rappresenta una catastrofe, come sarebbe invece per l’euro: gli Stati Uniti sono abituati a svalutare la loro moneta per rendere l’economia competitiva. Questa politica è resa possibile anche dall’assenza di vincoli sul debito, che porta Washington a creare deficit (oggi all’8%) senza particolari problemi, e tanto meno drammi. In ogni caso, sembra più probabile un dollaro assestato verso la quotazione di 1,10 piuttosto che una marcia verso il livello di 1,15.
Franco e oro, continua la corsa
Continua invece a correre il franco svizzero, che sconta il suo ruolo di bene rifugio e risente particolarmente del taglio dei tassi (tra l’altro molto più bassi rispetto a quelli di Bce, Fed e Boe) già attuato dalla Banca Nazionale Svizzera. La moneta elvetica si è ancora una volta avvicinata pericolosamente al record di 0,93 centesimi sull’euro, anche se finora non ha più toccato quel valore. Impressionante anche la quotazione dell’oro, che ormai si è stabilizzato oltre i 2.500 dollari l’oncia, anche grazie ai tassi e alla necessità, non tramontata, di coprirsi dall’inflazione e dai suoi colpi di coda.
Giorgetti contro la pianificazione del Pnrr
Ha fatto molto rumore la dichiarazione del ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che ha criticato i fondi Pnrr, paragonandoli alla pianificazione quinquennale dell’Unione Sovietica del tempo che fu. Il titolare del Mef non ha tutti i torti: il Pnrr è stato concepito molto male, le sue tempistiche sono assurde e rischiano di creare danni, rendendo l’Europa ancora più incapace di rivelarsi competitiva sul mercato mondiale. Se l’Ue è una Ferrari a cui è stato montato il motore di un’utilitaria, un problema c’è. E la mancanza di autocritica costruttiva non è certo il modo più efficace di superarlo.
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Borse, continua il recupero
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Dopo il tonfo di inizio agosto, le Borse stanno recuperando. Soprattutto negli Stati Uniti, che, spinti dai titoli tecnologici, hanno già annullato le perdite. Promettente anche la ripresa dei listini europei, pur meno evidente rispetto alle performance di oltre oceano: il peso più lieve dei tecnologici nel nostro continente e la maggior presenza di titoli industriali rendono infatti la rimonta più lenta. Milano è tornata su quota 33.000, il 2,5% in meno rispetto ai livelli di luglio: Piazza Affari ha comunque tutti i numeri per poter raggiungere nuovamente le performance precedenti in tempi abbastanza contenuti.
Trading range
Per ora i livelli si sono assestati in un meccanismo di trading range: sono possibili rialzi e ribassi, e sui prossimi movimenti è possibile impostare la strategia di quest’ultimo scampolo di agosto: vendere qualcosa in caso di impennate del 2% o più oppure comprare se dovesse verificarsi una fase soft. A medio termine non è improbabile la ripresa della corsa verso nuovi record. Anche se nelle prossime ore i mercati eviteranno, probabilmente, troppi scossoni. Almeno fino alla chiusura dell’imminente simposio di Jackson Hole, previsto da domani al 24 agosto, che metterà a confronto, come da tradizione, vari banchieri centrali.
Taglio dei tassi, ora si fa sul serio?
Protagonista di Jackson Hole sarà, naturalmente, il dibattito sui tassi, che vedrà i maggiori istituti centrali del mondo confrontarsi e riorganizzare le loro strategie in vista di un settembre molto impegnativo. La Banca Centrale Europea, in particolare, sarà chiamata a decidere il prossimo 18 settembre; probabili due sforbiciate di 25 punti entro fine anno, la prima proprio in occasione del vertice del prossimo mese. La Federal Reserve, invece, potrebbe già anticipare in via informale l’annuncio del primo taglio proprio nel corso del simposio di Jackson Hole. Anche se la decisione è comunque in bilico: da un lato ci sono i timori di una recessione indotta dal rapporto sugli stipendi, che insieme alla crisi della Borsa giapponese è stata una delle cause scatenanti del tonfo di inizio mese; dall’altra influiranno i dati sull’inflazione e sulle vendite al dettaglio, che hanno controbilanciato le esigenze urgenti di diminuire il costo del denaro. Come trovare la quadra? Probabilmente rinunciando al maxi-taglio di emergenza da 50 punti e spalmando gli interventi al ribasso (forse tre, se non quattro fino a fine anno) da 25 punti l’uno. Dati l’interconnessione tra le economie e il rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro, Jackson Hole sarà, per le banche centrali, un’occasione per confrontarsi ed eventualmente coordinarsi prima di prendere una decisione.
Oro
E’ probabilmente l’aspettativa per il taglio dei tassi a raffreddare gli investimenti in titoli di stato a tre mesi e a un anno, che inevitabilmente rendono di meno quando la stretta monetaria si allenta. Il trend spinge, invece, i beni rifugio. A cominciare dall’oro, che inanella record su record: il re dei metalli ha superato per la prima volta la quotazione di 2.500 dollari l’oncia e sembra non volersi fermare. Il trend al rialzo coinvolge anche le altre materie prime, a partire dall’argento. Tuttavia, è bene ricordare il monito di Warren Buffett, secondo cui investire su un indice, alla lunga, dà risultati più soddisfacenti che non puntare sull’oro.
Franco svizzero
E’ ancora molto forte il franco svizzero, anche se ha leggermente perso rispetto al picco di 0.93 sull’euro raggiunto lo scorso 6 agosto, in piena bagarre borsistica. L’apprezzamento della valuta elvetica, considerata bene rifugio soprattutto in occasione di ribassi dei mercati, ha comunque molti nemici: primo tra tutti, la Banca Nazionale Svizzera, che in passato ha mantenuto a lungo a proprie (laute) spese il cambio a 1,20, prima di arrendersi all’insostenibilità dell’operazione. Le autorità elvetiche e la banca centrale vogliono evitare ulteriori apprezzamenti del franco per evitare due rischi: che siano danneggiate le esportazioni, assestando un colpo da ko all’economia, e che il fiorente turismo in Svizzera diventi un affare da ultraricchi.
Yen
Rimane elevato (anche se non come il 6 agosto) il valore dello , che guadagna soprattutto su un dollaro abbastanza debole. Il Nikkei, dopo il crollo e il successivo maxi-rimbalzo, si è invece riassestato, portandosi su valori non troppo distanti da quelli precedenti al tracollo. La presenza di compratori netti sui mercati azionari ha calmato il nervosismo; inoltre gli investitori hanno compreso che, nonostante l’inedita serie di rialzi da parte della banca centrale, i tassi in Giappone sono ancora molto bassi, e indebitarsi in yen non è diventato sconveniente.
Contante, mon amour
Sorprendente, ma neanche troppo, ciò che emerge da un’indagine del centro studi di Unimpresa, secondo cui in Italia si incrementa l’utilizzo dei contanti. I dati del 2023 evidenziano che il cash ritirato agli sportelli bancomat del Belpaese sale del 2% rispetto all’anno precedente. In soldoni, nel 2023 gli italiani hanno ritirato 360 miliardi di euro agli Atm, quasi un miliardo al giorno. Il contante è ancora re, dunque? Sembra di sì, anche se (sempre secondo Unimpresa) i pagamenti digitali se la passano comunque bene: le transazioni con carta hanno raggiunto, sempre nel 2023, 426 miliardi contro i 382 dell’anno prima. C’è dunque una compresenza tra i due metodi di pagamento, con prevalenza del contante – come del resto accade in Germania e in Svizzera – in opposizione al forte utilizzo di denaro elettronico che contraddistingue Gran Bretagna e Paesi nordici. Il ruolo del cash in una società che tende alla digitalizzazione non è assolutamente un fattore negativo, nonostante ciò che si usa dire. Perché la spesa elettronica non permette di percepire pienamente ciò che si sta spendendo e rende più difficile il controllo dei conti. Inoltre, il contante assicura più privacy alle famiglie, oltre che proteggere le regolari transazioni da panne informatiche o blocchi di qualsiasi tipo. L’avanzata dei pagamenti elettronici, insomma, potrà anche essere inesorabile, ma in alcuni Paesi, tra cui l’Italia, non elimina il ruolo della vecchia carta moneta.
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