Mercati, antenne puntate sul Golfo e sul vertice Xi-Trump
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
La settimana delle Borse si sta avviando verso un trend discendente, dopo un periodo che, almeno fino a giovedì scorso, era apparso decisamente positivo, al punto da spingersi sui massimi. A guidare l’andamento delle Borse sono le notizie, spesso contrastanti, sulla crisi del Golfo: quando si intravedono schiarite o timide speranze di pace, i listini corrono, quando prevale il timore di una ripresa delle ostilità, o si teme un lungo stallo a Hormuz, gli indici ripiegano. Ma, almeno per ora, riescono almeno a frenare la discesa.
I settori trainanti
Finora, dunque, la capacità di resilienza delle Borse ha limitato i danni nei periodi peggiori, e i balzi in avanti sono stati maggiori che non i passi indietro. I mercati, lo si è detto più volte, sono “vaccinati”; tuttavia, se la situazione tornasse a peggiorare in modo pesante, difficilmente potrebbero tenere la barra dritta. Gli investimenti seguono sempre gli utili: se l’economia va in recessione si verifica una discesa e non c’è resilienza in grado di tenere. Per il momento, c’è la percezione che la stagione degli utili prosegua. Per questo i listini reggono, limitando le perdite nei giorni negativi. La scorsa settimana, a dare soddisfazioni agli investitori erano stati soprattutto i finanziari (non per niente, Piazza Affari ha sovraperformato rispetto al resto d’Europa) e la tecnologia americana, guidata da nuovi record. E’ però bastato un aumento del petrolio, dovuto ai timori di una ripresa dei bombardamenti americani, per deprimere ieri i titoli del settore bancario a Milano (e nelle altre piazze europee). E ciò ha causato l’arretramento degli indici. Stamattina, invece, il rialzo delle Borse europee, in attesa del vertice fra Xi Jinping e Donald Trump.
Vertice a Pechino
L’incontro di Pechino promette di tracciare una strada su cui incanalare il futuro della crisi, e avrà una portata molto ampia. Dopo i convenevoli di oggi, domani i due leader si confronteranno infatti sul Golfo, ma anche su temi come la tregua molto fragile sui dazi, Taiwan, i chip e l’intelligenza artificiale. Il vertice cercherà dunque di mettere a confronto le due potenze su alcune fra le incertezze attuali – anche se è difficile prevedere se l’esito sarà positivo o negativo.
Piano B
La crisi di Hormuz ha comunque impartito una lezione: quando possibile, occorre sempre avere un “piano B”, da utilizzare in casi estremi. E ora i Paesi del Golfo stanno cercando di rimediare in fretta e furia ai blocchi e ai controblocchi, attuali e futuri: è in progetto l’organizzazione di un sistema di trasporti alternativo di petrolio e gas e, dove possibile, di fertilizzanti, metalli e altre merci che solitamente passano dallo Stretto. Il piano prevede un nuovo sbocco terrestre mediante oleodotti, treni e carovane di camion in grado di bypassare almeno in parte la strozzatura marittima. Si tratterebbe quindi di investimenti infrastrutturali con il compito, molto ambizioso, di mantenere l’economia su livelli discreti. E, ipso facto, di rilanciare i mercati.
Europa spettatrice
La visita di Trump è la prima di un presidente americano in Cina dal 2017. Da allora, le regole della diplomazia sembrano cambiate, e i vecchi rapporti con il guanto di velluto sembrano essere stati improvvisamente messi nel cassetto (se non nel dimenticatoio). Vittima principale di questi cambiamenti è l’Europa, lenta, poco reattiva al cambiamento e, per questi motivi, incapace di difendersi, sia dal punto di vista politico, sia economico. La burocratizzazione delle procedure comunitarie e l’incapacità di cambiare in corsa incidono in modo pericoloso sull’economia del continente, che rischia la deindustrializzazione. Se nel 2009 il Pil americano e quello europeo erano identici e oggi quello Usa sopravanza il nostro di 7.000 miliardi, qualche errore è stato fatto. Politici e burocrati Ue hanno la loro parte di responsabilità nello sviluppo di questo scenario, che vede Stati Uniti e resto del mondo all’assalto e l’Europa sempre più impoverita. E spettatrice di incontri e decisioni che, per logica, dovrebbero vederla protagonista. Abbiamo perso 20 anni per le regole che ci siamo autoimposti, e ora ogni crisi – geopolitica o economica – fa tremare la stabilità delle nostre imprese. E favorisce la conquista delle industrie locali da parte di colossi di altri continenti.
Acciaio, la via (obbligata) inglese
Una via per difendere le economie europee (non solo Ue) da questa dinamica può giungere dalla nazionalizzazione di British Steel, decisa dal governo inglese di Keir Starmer. Con questa mossa, l’esecutivo di Sua Maestà dimostra che Londra non può rinunciare all’azienda siderurgica che utilizza gli ultimi altiforni funzionanti del paese. La sua sopravvivenza, secondo il governo, è un fatto di sicurezza nazionale: l’acquisizione è perciò l’unica strada percorribile, sebbene British Steel perda 700.000 sterline al giorno.
La Nba si espande in Europa
E’ ormai certo: la Nba vuole espandersi in Europa, ed è pronta a investire 3 miliardi di dollari per trasformare il campionato nordamericano in un torneo intercontinentale. Il progetto nascerebbe in partnership, e non in contrapposizione, con l’Eurolega, e dovrebbe funzionare come la “casamadre” americana, cioè con il sistema delle franchigie. Anche se è prevista una variazione allo schema originale: il torneo sarà parzialmente aperto, cioè una parte delle squadre accederà per merito. In questo modo, il nuovo campionato salvaguarderà almeno in parte i valori europei, abbinandoli al sistema americano “chiuso”. Se Nba Europe partisse, prevederebbe due franchigie in Italia: Milano e Roma. Ma c’è ancora incertezza sulle squadre da coinvolgere, se quelle “storiche” o se team nuovi, con la possibilità che siano legati ai club calcistici. Roma ha appena acquisito il titolo sportivo di Cremona (classica operazione “all’americana”), ma nella capitale potrebbe insediarsi anche una seconda società, legata a Trieste. Per la franchigia di Milano si profila invece una scelta fra due squadre di lunga e consolidata tradizione: l’Olimpia e Varese, patrocinate da Oaktree (azionista dell’Inter) e Redbird (proprietaria del Milan). Nulla è ancora definito, a parte due osservazioni. Primo, i prezzi dei biglietti saranno senza alcun dubbio molto alti, escludendo la passione popolare dai palazzetti. Secondo, il potere economico degli Stati Uniti inizia anche a riflettersi sullo sport europeo. E le aziende made in Usa, come si accennava prima, sono alla conquista delle imprese del nostro continente, approfittando della sua crisi industriale.
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Le Borse resistono ancora. Ma fino a quando?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Alla riapertura di ieri, le Borse europee avevano chiuso sui minimi: per farle ripiegare, dopo una partenza già debole, era stato sufficiente che l’Iran avesse colpito una nave da guerra americana, con i rischi di una ripresa dei bombardamenti Usa. Stamattina, martedì 5 maggio, ci si aspettava una nuova apertura debole, ma i mercati del nostro continente hanno ancora una volta stupito tutti, con un avvio in fase toro. A influenzare l’inaspettata crescita, il leggero calo del petrolio dopo l’impennata della scorsa settimana, che aveva portato il Brent a 114 dollari al barile. Dinamica opposta per il Dow Jones, che dopo aver rallentato in maniera molto moderata si è resa protagonista di un calo, forse dovuto alle dichiarazioni sulla possibile ripresa della guerra.
Legati a un filo
In generale, comunque, la tenuta dei mercati è ancora una volta sorprendente. Ma fino a quando la resilienza riuscirà a mettere al sicuro gli investimenti? Perché il rischio di rottura del filo sottile che mantiene i mercati in pista incombe come una spada di Damocle. Da un momento all’altro il giocattolo si potrebbe rompere, causando la perdita brutale del 10% o anche più. Lasciando in difficoltà chi ha investito, che non riuscirebbe a liberarsi di titoli improvvisamente deprezzati. Certo è che il consiglio di alleggerire in modo lineare dal 10% al 20% del portafoglio è ancora valido: questa politica permetterebbe agli investitori di tutelarsi meglio nel caso in cui lo storno a due cifre si verificasse davvero. Un’operazione slegata dalla tradizione del Sell in May and go away. Piuttosto, una sorta di “polizza di assicurazione” per garantirsi un impatto più morbido in caso di severa correzione.
Primi verdetti
Intanto, in attesa di capire che cosa accadrà, sembra che i primi verdetti siano stati emessi. Dall’impasse su Hormuz pare che i grandi sconfitti di questa guerra siano l’Europa e l’Asia, mentre gli Stati Uniti, almeno finora, stanno limitando i danni. Le stime di inflazione Usa, ha ricordato John Williams, presidente della Federal Reserve di New York, saranno probabilmente del 3% fino a fine anno, con un aumento dei prezzi legato essenzialmente all’energia. L’Iran sembra invece in preda all’iperinflazione, con annessa svalutazione del riyal. Per Teheran il rischio maggiore sono i possibili danni ai pozzi petroliferi dovuti alla mancata estrazione, perché, a causa delle infiltrazioni d’acqua, si deteriorerebbe la qualità del greggio. A lungo termine, un brusco calo dell’esportazione potrebbe portare a problemi di ordine pubblico causati da costi sociali.
Gli Emirati lasciano l’Opec
Proprio in un momento così delicato della crisi petrolifera è giunta una clamorosa notizia: dopo quasi 60 anni, gli Emirati Arabi Uniti hanno lasciato l’Opec, e lo hanno fatto in fretta e furia (cioè con decorrenza lo scorso 1 maggio). La decisione non passa certo in secondo piano: la produzione totale degli Eau era del 12% circa dell’intero cartello. La scelta emiratina è stata sicuramente accelerata dalla guerra e dallo shock petrolifero in atto e mira a minimizzare gli impatti della crisi dello Stretto sul mercato; tuttavia, l’uscita dall’organizzazione (e dall’Opec+) non è un fulmine a ciel sereno. Abu Dhabi era infatti già da tempo insofferente rispetto alla rigida politica delle quote, sulla cui formazione ha un’influenza determinante la posizione dell’Arabia Saudita. Proprio Riad si è incaricata di dare una risposta forte e rapida all’abbandono improvviso degli Emirati: su sua proposta, infatti, l’Opec, ridotto ora a 11 membri, aumenterà la produzione di petrolio dal prossimo giugno. Petrolio di cui Europa e Asia hanno disperatamente bisogno, e a cui si potrebbe sommare – situazione dello Stretto permettendo – la sovrapproduzione degli Emirati, liberi da vincoli.
Tassi fermi. Per ora
Nulla di nuovo, invece, sul fronte dei tassi. La Banca Centrale Europea ha mantenuto all’unanimità la percentuale sui depositi al 2% (ferma dallo scorso giugno), sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e sui prestiti marginali al 2,40%. Tuttavia, la presidente Christine Lagarde ha parlato della possibilità di “cambiamenti enormi”, e ha affermato che il board seguirà con attenzione la crisi energetica e l’eventuale vortice inflattivo da esso causato. “Le decisioni sui tassi di interesse”, ha affermato, “saranno basate sulla sua valutazione delle prospettive di inflazione e dei rischi a esse associati, considerati i nuovi dati economici e finanziari, nonché della dinamica dell’inflazione di fondo e dell’intensità della trasmissione della politica monetaria, senza vincolarsi a un particolare percorso dei tassi”. In altri termini, la Bce non esclude nuovi rialzi, probabilmente tre. Stabili anche (con voto 8 a 1) la politica monetaria della Banca d’Inghilterra, che però ha livelli più alti (3,75%), e quella della Federal Reserve, ferma tra il 3,50% e il 3,75%. Nel caso americano, però, il voto ha evidenziato un dissenso molto articolato: otto favorevoli e quattro contrari (una spaccatura di questa entità non accadeva dal 1992). Anche nella – chiamiamola così – “opposizione” non c’è stata unanimità: un membro del board ha optato per il “no”, sostenendo un taglio di 25 punti base, mentre gli altri tre si sono detti favorevoli alla stabilità delle percentuali, ma contrari a indicare un esplicito riferimento a un futuro ammorbidimento della politica monetaria. Insomma: uno contrario perché colomba, tre perché hawkish. Quello europeo e quello americano sono comunque due scenari diversi, e non solo per questione dell’unanimità. L’inflazione Usa è, per ora, più marginale. Di contro, il rischio di recessione in Europa è molto più che aleatorio: per questo, porsi come unico obiettivo lo stop all’inflazione senza considerare le ricadute economiche su famiglie e aziende sembra una scelta miope, come avvenne nel 2007. A unire, invece, le due banche centrali è la progressiva politicizzazione degli organismi. Negli Usa Jerome Powell, presidente uscente della Fed (che resterà nel board), ha parlato apertamente di “indipendenza a rischio”. Anche in Francia, la tendenza sembra già in atto: per sostituire François Villeroy de Galhau, il presidente Macron ha scelto l’ex Mediobanca Emmanuel Moulin, la cui figura sembra meno tecnica e più “politica“. La scelta – se approvata dal Parlamento – potrebbe fare da apripista a una nuova tendenza per la selezione dei governatori delle banche centrali nazionali. E, in prospettiva, anche per la nomina dei presidenti della stessa Bce.
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Mercati, la quiete prima della tempesta?
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Settimana interlocutoria per le Borse, che si mantengono a buoni livelli, soggette a oscillazioni in alto e in basso, ma senza particolari scossoni. Questo sebbene il petrolio sia ancora in fascia alta (intorno ai 105 dollari al barile il Brent e di poco sotto quota 100 il Wti). Chiaramente, i mercati stanno attendendo i risultati dei colloqui e tifano per la pace e per la stabilizzazione dell’area (e dello Stretto di Hormuz). Ma al momento fare previsioni è molto difficile. Per questo motivo, la sostanziale tranquillità dei listini potrebbe assumere le sembianze della “quiete prima della tempesta” (che colpirà l’economia mondiale se la situazione non verrà sbloccata entro fine maggio) o, in alternativa, dell’anticipazione di un timido ritorno alla normalità.
Trattative in stallo
Su Hormuz, però, non ci sono novità, e le trattative sono in stallo. Sembra che la sede dei negoziati sia destinata a cambiare: è infatti probabile che le parti abbandonino Islamabad per poi organizzare un secondo round di colloqui a Ginevra. Ma non da subito. Per questo, sembra insorgere un certo pessimismo su una risoluzione veloce delle ostilità, che invece appare indispensabile per l’economia mondiale. Oltre a questo, si è aggiunto un ulteriore problema: sembra che i radar di varie imbarcazioni commerciali abbiano subito azioni di hackeraggio, che hanno interrotto la tracciatura informatica degli scafi coinvolti. Una bella grana per gli armatori, impossibilitati a monitorare la posizione delle navi: l’ennesimo disagio che si aggiunge alle molte difficoltà causate dalla guerra nel Golfo – anche se non è dato di sapere se l’azione di pirateria informatica sia in qualche modo collegata con il conflitto.
Nubi scure si addensano
L’attesa è comunque snervante e i tempi lunghi nelle trattative preoccupano le imprese. Come già anticipato, si teme che una mancata risoluzione della crisi entro fine maggio possa causare un disastro per l’economia mondiale, con un potente effetto domino in grado di coinvolgere tutti. Compresi gli Stati Uniti, che pur evitando il caro-gas (il metano Usa è ancora a livelli accettabili) non potranno reggere a lungo le quotazioni alte del petrolio, considerato che l’americano medio utilizza l’automobile in maniera intensiva. In caso di mancata risoluzione della crisi, le Borse rischiano un tonfo considerevole: la volatilità, che al momento è stranamente compressa, andrebbe a dilatarsi, buttando i mercati nel caos.
Giappone, tassi invariati
Con la possibilità che l’inflazione torni a mordere, è pressoché sicuro il rinfocolarsi del dibattito sui tassi. Si prevede che nelle banche centrali la partita fra “falchi” e “colombe” possa tornare aspra, e che le decisioni sul costo del denaro vengano prese dopo duelli interni senza esclusioni di colpi. La spaccatura è già emersa a Tokyo. La Banca del Giappone ha sì mantenuto i tassi allo 0,75%, ma ben lontana dalla decisione unanime: la consultazione interna ha espresso sei consensi e tre voti contrari – questi ultimi orientati a un rialzo di 25 punti. Un passo, comunque, che avrebbe assunto un rilievo marginale, date le percentuali attuali. E’ comunque curioso che fra i tre “falchi” si conti un consigliere finora noto per la posizione dovish. Il mantenimento del tasso neutrale, che ha rafforzato lo yen, non ha evitato una previsione relativa all’inflazione, che secondo la banca centrale giapponese supererà quest’anno il target del 2%.
In attesa della Fed
Se Tokyo ha preso la sua decisione (sofferta, come abbiamo visto), ora è la volta della Federal Reserve, che fra poche ore deciderà se seguire l’esempio giapponese o ritoccare le percentuali. La riunione del board – l’ultimo sotto la presidenza di Jerome Powell – sarà probabilmente deludente per le aspettative di Donald Trump, che da tempo preme per una politica all’insegna dei ribassi: gli analisti prevedono infatti tassi invariati in aprile, e ritengono difficile un ammorbidimento della stretta monetaria nel corso di quest’anno. Poco potrà influire, nei prossimi mesi, la posizione più dovish di Kevin Warsh, il cui insediamento come nuovo presidente Fed sarà ufficializzato a brevissimo, salvo clamorose sorprese dell’ultimo momento. Warsh è stato da più parti definito “il pupillo di Trump”; tuttavia, il ruolo di numero uno Fed richiede indipendenza dalla politica, e le recenti dichiarazioni del prossimo governatore puntano a evitare polemiche più che a indicare una direzione precisa. Che, c’è da scommetterlo, sarà influenzata in modo decisivo da inflazione e situazione internazionale.
La Bce segue a ruota
Dopo la Fed sarà la volta della Bce, che il 30 aprile si riunirà per decidere se ritoccare i tassi di interesse oppure lasciarli invariati. Assisteremo anche in questo caso a un confronto serrato tra “falchi” e “colombe”? Forse sì, anche se – a quanto prevedono molti osservatori – sembra probabile un nulla di fatto. Almeno per ora. Perché, se la crisi proseguisse ancora a lungo, l’Eurotower sarebbe tentata di inasprire la politica monetaria nel corso del 2026 per fermare l’inflazione: un dato su tutti, secondo Confindustria il rincaro delle bollette costerà alle aziende italiane un aggravio compreso tra i 7 e i 12 miliardi di euro. Con le logiche conseguenze a cascata sui prezzi al dettaglio e sui bilanci delle famiglie. Tuttavia – lo abbiamo già detto – una politica hawkish non è una risposta efficace per un rischio di inflazione provocato da una carenza temporanea di rifornimenti – petroliferi, energetici, ma anche di fertilizzanti, metalli e varie merci.
Alleggerimento
In questa situazione quale strategia si può impostare per i propri investimenti? Potrebbe rivelarsi utile alleggerire tra il 10% e il 15% della propria posizione, in previsione di una possibile discesa del mercato, conseguente allo stallo nello Stretto di Hormuz. Se si decide di seguire questa linea, è consigliato vendere in maniera lineare, coinvolgendo tutti i titoli in portafoglio, per mantenere le proporzioni tra i vari settori. In attesa che il petrolio torni a scendere e le minacce geopolitiche si ammorbidiscano, innescando una tranquillità sui mercati.
Le Borse scommettono sulla ripartenza
Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.
Una delle tante vignette che girano per internet mostra due animali preistorici intenti a osservare un meteorite in rapido avvicinamento. I timori del primo (un dinosauro) vengono raffreddati dall’osservazione del suo interlocutore, sicuro che i mercati abbiano già scontato l’impatto, ancora prima che esso sia materialmente avvenuto. Un modo buffo, ma brillante, per canzonare un po’ l’attitudine dei mercati, che tendono a “digerire” le sollecitazioni negative in largo anticipo, arrivando persino a precorrere i tempi. Questo trend non è, ovviamente, immune dall’effetto-annuncio, ma dota le Borse di un armamentario difensivo tale da assorbire eventuali dichiarazioni, o operazioni, dell’amministrazione americana. La dinamica prevede un’alternanza fra fase difensiva (rallentamento degli storni) e offensiva (rimbalzo).
La lezione dei dazi
Gli indici hanno acquisito gli anticorpi giusto un anno fa, nell’aprile 2025, con l’entrata in vigore dei dazi a pioggia di Donald Trump e il mega-storno borsistico mondiale, poi prontamente recuperato. A 12 mesi di distanza, i listini hanno imparato a relazionarsi con un presidente che è capace di dire tutto e il contrario di tutto nel giro di una stessa giornata: nella primavera dell’anno scorso si erano verificate vendite allo scoperto che avevano poi lasciato gli investitori senza paracadute; oggi, l’esperienza ha consigliato maggior cautela. Non per niente, la discesa dei mercati è stata composta, per poi dimostrarsi capace di un violento rimbalzo, nella speranza di un accordo imminente. Le “due fasi”, come si diceva. E così, ora le Borse hanno recuperato le perdite accumulate in marzo, mese – ricordiamolo – che si rivela spesso difficile anche nei periodi di normalità.
Guardare lontano
La dinamica delle montagne russe si è ripetuta la scorsa settimana: è bastata la riapertura iraniana dello Stretto di Hormuz per abbattere il prezzo del petrolio. Il che ha dato vento alle Borse, che ha portato i listini a recuperare tutte le perdite di questi due mesi. La successiva dichiarazione di Donald Trump, che ha deciso di non rimuovere il blocco navale, ha poi causato un nuovo rincaro del petrolio; tuttavia, il conseguente arretramento borsistico si è mostrato tutto sommato gestibile, ed è stato seguito da un tentativo di recupero.
Questo perché – come si diceva – le Borse hanno già scontato la guerra e stanno scommettendo su un accordo definitivo fra le parti. Non per niente, il prezzo del greggio a un anno è stato fissato a meno di 70 dollari. Nonostante l’incertezza, dunque, i mercati guardano già avanti: danno per scontato che nel secondo trimestre proseguiranno le difficoltà legate alla situazione dello Stretto, e cioè il mancato passaggio di petrolio e approvvigionamenti, ma che nei tre mesi successivi avverrà una ripartenza. L’ottimismo è anche spinto dall’esigenza sempre più pressante degli Stati Uniti di non rallentare la corsa di tecnologia e intelligenza artificiale, che sono settori energivori e hanno bisogno di tutto tranne che della penuria di petrolio e gas. Gli Usa hanno interesse che il prezzo del greggio scenda, perché gli investimenti pianificati possano avvenire.
Finanziari alle stelle
L’ottimismo ha spinto verso l’alto i titoli finanziari, che la scorsa settimana si sono resi protagonisti di un’ottima rimonta. Il recupero è stato di tipo strutturale, dato che il settore era stato troppo penalizzato in precedenza: ora, il comparto rappresenta un ottimo cavallo su cui puntare, in una situazione in cui non è consigliato acquistare energetici, mentre sugli industriali sembra più saggio attendere le evoluzioni del quadro internazionale. La tecnologia rappresenta invece un’incognita per la sua dipendenza dall’energia, ma offre comunque ottime prospettive sul lungo termine. In contemporanea con la riaffermazione dei titoli finanziari si è verificata la grande rivincita di Luigi Lovaglio, che torna amministratore delegato di Mps. Ciò è potuto accadere grazie all’inaspettata sconfitta, in assemblea, della lista sostenuta dalla famiglia Caltagirone, che rappresentava il cda uscente (ferma al 38,79%), e dalla vittoria del raggruppamento legato a Delfin e Banco Bpm (49,95%), che appunto sosteneva l’ex ad. Il risultato evidenzia che i soci hanno voluto evitare i giochi politici e restituire fiducia a un manager capace di risanare la banca, ma emarginato dal consiglio di amministrazione uscente, oltre che licenziato per giusta causa. La votazione ha dato forza al titolo Mps, che era stato uno dei peggiori del Mib e in due settimane ha registrato una performance del 20%, arrivando ai massimi storici. Continua anche l’operazione Unicredit-Commerzbank; in questo caso, l’esito è più che mai incerto, soprattutto in virtù delle barricate costruite dal governo tedesco in difesa del gruppo bancario di Francoforte.
Nessun piano B
Naturalmente, la ripresa in cui credono i mercati è una scommessa, non una certezza assoluta. In altri termini, occorrerebbe avere un “piano B” molto valido per attraversare la turbolenza, qualora si rivelasse più lunga del previsto. Cosa che l’Europa ha evitato di elaborare: l’Ue si è limitata a ventilare la possibilità di un lockdown energetico (estremamente impopolare), mentre la Bce è orientata verso un controproducente ritorno dei tassi alti. Tutto questo in presenza dei primi, inquietanti problemi di carenza di petrolio negli scali aeroportuali (la scorsa settimana è stata la volta di Venezia, Brindisi e Catania, in cui il carburante è mancato per alcune ore). A denunciare l’assenza di un “piano B” è stato anche Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. “Mi meraviglio che l’Europa non stia vedendo questa cosa e non abbia pronte misure, che si stia parlando ancora di aiuti di Stato e non di debito pubblico. Ancora oggi il cambio euro-dollaro vale 1,16, questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”. Parole forti, che si uniscono ai molti appelli a cambiare rotta sul patto di stabilità e sullo stop al gas russo, che rischierebbe, in questa situazione, di provocare rischi di carenze e di nuovi aumenti, a loro volta in grado di mettere in ginocchio le famiglie più deboli e le aziende. Proprio il presidente di Confindustria ha ricordato che “prima del conflitto Russia-Ucraina noi pagavamo l’energia 28 euro a megawattora oggi siamo a 160 euro. Credo che su questo serva fare una riflessione. Oggi noi abbiamo bisogno di fare tutto ciò che è possibile per salvaguardare le nostre imprese, che in questo momento sono veramente fuori dalla competizione globale”. Secondo Orsini, a questo proposito “bisogna fare dei ragionamenti, anche perché mi risulta che stiamo ancora comprando gas naturale liquefatto dalla Russia”. Senza il quale, sembra di capire, le nostre bollette sarebbero ancora più care.
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Golfo, trattative in stallo. Ma i mercati credono nella pace
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Prima, a chiudere (parzialmente) Hormuz, erano stati gli iraniani. Ora, dopo il fallimento della prima tornata di colloqui a Islamabad, si è aggiunto il contro-blocco americano nei confronti delle imbarcazioni che hanno accettato di pagare un pedaggio al governo degli Ayatollah.
La decisione di Donald Trump ha inizialmente spinto oltre quota 100 le quotazioni petrolifere, rinfocolando i timori sulla carenza degli approvvigionamenti.
Tuttavia, Brent e Wti sono tornati sotto le tre cifre, regalando una boccata d’aria alle Borse, specialmente a quelle asiatiche.
I motivi dell’inversione di tendenza
L’inversione di tendenza dipende dalla scommessa, da parte dei mercati, di un accordo fra i belligeranti, che potrebbe rivelarsi in grado di innescare una lenta ripresa del traffico normale. Tutto questo mentre l’Opec+ punta su una maggiore produzione di greggio, e l’Arabia Saudita sta lavorando per costruire vie di passaggio alternative per il suo petrolio. La cessazione definitiva delle ostilità potrebbe arrivare anche da vie traverse: secondo questa interpretazione, se le parti non trovassero un’agenda condivisa, la contromossa americana sul blocco navale e il conseguente braccio di ferro sarebbero in grado di portare a una situazione in cui la pace è l’unica via per evitare un disastro economico mondiale. Una sorta di “tiro alla fune”, in cui una delle due parti cede: il blocco di Hormuz è un rischio per gli Stati Uniti, il consumatore americano e, di qui, per il Partito Repubblicano alle prese con le elezioni di mid term; il contro-blocco Usa, se portato avanti, è un rischio ancora più grande per la tenuta stessa dell’economia iraniana. Il ritorno al dialogo sarebbe spinto soprattutto (ma non solo) dalla Cina, i cui approvvigionamenti di petrolio dipendono in gran parte dai pozzi del Medio Oriente. Sia come sia, i mercati scontano già una pace che, attualmente, non sembra a portata di mano. E resistono con tutte le loro forze.
Non solo petrolio
Già. Perché, se le previsioni sul futuro possono essere cautamente ottimistiche, il presente è allarmante. A pesare non è tanto il prezzo del petrolio, ma la quantità delle scorte in grado di raggiungere l’Europa e l’Estremo Oriente. A rischio gli approvvigionamenti per aerei e i traghetti, che fra meno di un mese potrebbero raggiungere una situazione critica. Non per niente, l’associazione di categoria degli scali europei (Airport Council International) ha inviato una lettera alla Commissione Ue, lanciando un allarme rosso: se Hormuz non dovesse riaprire entro i primi giorni di maggio, nel nostro continente subentrerebbe una carenza sistemica di carburante per i voli aerei. Meno allarmante, invece, la situazione della benzina per le automobili: è pur vero che lo scorso fine settimana 600 distributori Eni sono rimasti senza gasolio; ma ciò è legato alla politica dei prezzi più bassi che l’azienda petrolifera deve seguire, essendo partecipata dallo Stato. Politica che ha scatenato la corsa dei consumatori a fare il pieno. Il problema, come abbiamo già evidenziato in passato, non coinvolge solo il greggio. Già ora inizia a esserci scarsità di approvvigionamenti per alcune filiere produttive. La Fao rileva che mancano fertilizzanti, il che rappresenterebbe un vero dramma per l’Africa. Anche il prezzo dell’alluminio sta salendo, mentre per riavviare gli stabilimenti attualmente bloccati e raggiungere la piena produzione ci vorrà almeno un anno. E l’inflazione torna a fare paura, come suscita timore una sua possibile conseguenza: l’intenzione della Banca Centrale Europea di tornare ad alzare i tassi. Un’opzione discutibile, considerato che il caro petrolio non è dovuto a un eccesso di domanda ma a una scarsità di offerta.
Scenario moderato…
Se la guerra dovesse finire a breve, le Borse potrebbero soffrire per un trimestre per le conseguenze del conflitto sul traffico marittimo e sul danneggiamento degli impianti nel Golfo, e poi (forse) tornare alla normalità nel quarter successivo. Certo è che, per ora, si osserva una certa compiacenza dei mercati e dei governi, proprio come era avvenuto all’inizio del Covid; molti esecutivi, compreso quello di Giuseppe Conte, avevano inizialmente sottovalutato gli effetti della pandemia sul Pil, che poi si sono rivelati molto più pesanti. Per ora, di certo, sappiamo ciò che ha affermato l’Ocse, secondo cui il Pil italiano nel 2006 aumenterà solo dello 0,4%, fanalino di coda delle economie del G20.
… o rischioso
Occorre anche prendere in considerazione eventuali scenari più negativi, che potrebbero obbligare i governi a scelte radicali e sofferte. In un quadro che vede Paesi come Italia e Germania particolarmente penalizzati dalle sanzioni a Mosca, a differenza di quanto avviene per altri Stati membri Ue, trova un suo spazio la proposta di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni, che ha invitato l’Unione Europea a “sospendere il bando che scatterà il primo gennaio 2027 sui 20 miliardi di gas naturale liquefatto che vengono dalla Russia”. Certo è che la sconfitta di Viktor Orbán a opera del suo ex delfino Péter Magyar non cambierà certamente la posizione ungherese sul gas russo, da cui Budapest dipende strettamente: il premier in pectore cambierà probabilmente solo la politica dei veti nei confronti degli aiuti militari all’Ucraina, che era stata una delle posizioni distintive del leader di Fidesz.
L’oro si riassesta
Se in Borsa oggi è meglio mantenere gli investimenti quanto possibile, attendendo la normalizzazione, è più difficile intravedere come si comporterà l’oro. Se osserviamo il comportamento del metallo giallo in questi ultimi mesi, notiamo un riassestamento verso il basso avvenuto dopo il raggiungimento dei massimi.
Ma se esaminiamo un orizzonte temporale più ampio, dal 2018-19, vediamo che ha triplicato il suo prezzo; il trend è divenuto più marcato nel 2022 con il blocco degli asset russi, decisione che ha convinto vari paesi, primo fra tutti la Cina, a cercare un investimento alternativo e al riparo da eventuali embarghi americani ed europei. L’oro si è dimostrato volatile, ma redditizio: anche se scendesse di un ulteriore 10%, chi ha tenuto i suoi asset aurei ci ha sicuramente guadagnato, trasformando il “re dei metalli” in una sorta di polizza assicurativa contro le crisi economiche.
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