Russia-Ucraina: è l'ora delle trattative

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Il mondo ha gli occhi puntati sulle trattative dirette (le prime dal 2022) fra la delegazione russa e quella ucraina, che autorizza a sperare nell’interruzione di questa terribile strage. Nonostante le accuse incrociate, praticamente scontate, traspare da entrambi i contendenti la volontà di arrivare a una pace, anche se è ancora prematuro immaginarne i contorni e le condizioni.
E’ molto probabile che, oltre a questioni territoriali e militari, la Russia metta sul piatto della bilancia la revoca dei vari pacchetti di sanzioni, anche europee (l’ultimo, il 17esimo, è stato adottato ieri, e un altro è già stato annunciato). Oltre a Mosca, a beneficiare di uno stop all’embargo sarebbe l’Europa, la cui economia è stata danneggiata in modo grave dal quadro sanzionatorio.
Una volta finita la guerra occorrerà poi organizzare la ricostruzione dell’Ucraina, in cui l’Ue cercherà di ritagliarsi uno spazio – almeno quello lasciato libero dagli Stati Uniti, che con Kiev hanno già siglato l’accordo sulle terre rare.

Il prezzo del petrolio

Tra i temi sul tavolo, anche se non ufficialmente, sembra esserci anche il prezzo del petrolio, che divide Stati Uniti e Russia. Trump è ben felice che si mantenga basso: è una chiara strategia dell’amministrazione repubblicana per ingraziarsi i favori dei cittadini americani, lavorando per mantenere il pieno di benzina particolarmente economico. Putin, da parte sua, è molto svantaggiato dai prezzi soft del greggio, che vende a Cina e India a tariffe già molto scontate. Intendiamoci: se il petrolio scendesse ancora più in basso si rischierebbe di sfondare il già precario punto di equilibrio, causando recessione e cali delle Borse. Ma l’attuale valore di Brent e Wti potrebbe rivelarsi un’arma di pressione su Mosca. Più la guerra va avanti, più il suo peso si fa sentire anche sulla Russia: per questo motivo, è possibile un approccio meno rigido di Putin su un cessate il fuoco.

Borse in consolidamento

Le Borse, pur attente ai segnali di trattativa fra Mosca e Kiev, sono sembrate più condizionate in positivo dai tagli dei tassi in Cina e in negativo dall’incertezza sui dazi e dal downgrade del rating americano, declassato da Moody’s da AAA ad AA1. La decisione, causata in gran parte dall’enorme debito pubblico, pari a circa 36mila miliardi di dollari, priva Washington dell’ultima tripla A rimasta, allineando il rating Moody’s a quello di S&P e Fitch. Le prime reazioni negative dei mercati al downgrade sono state comunque annullate da un nuovo rimbalzo, che ha riportato gli indici sui trend precedenti. Le Borse europee, in generale, viaggiano intorno ai massimi, in una fase neutrale di consolidamento. Più lenti i listini americani, che però nel corso di questo mese hanno recuperato molto dai minimi e sembrano aver superato la fase di storno che aveva caratterizzato i primi mesi dell’anno. Per gli investitori è una fase di difficile interpretazione; oggi come oggi sembra però conveniente puntare sui titoli petroliferi, proprio in previsione di un ritocco verso l’alto del prezzo del greggio, e magari acquistare qualche spezzatura del settore automobilistico. Incertezza invece sull’oro, che grazie alle trattative russo-ucraine – e la conseguente minor richiesta di beni rifugio – potrebbe aver concluso la sua corsa.

Dazi, punto di rottura

Abbiamo più volte ricordato che le Borse hanno digerito i dazi in tempi sorprendentemente rapidi, ma l’economia non ha ancora smaltito il colpo se non da ko, almeno da knock down.
L’osservazione è particolarmente calzante per l‘Unione Europea, che si sta dimostrando elefantiaca nella ricerca di un negoziato con Washington. D’altra parte, ha affermato Federico Fubini sul Corriere della Sera, per l’Ue rispondere non è facile: se venisse scelta la via dei controdazi si amplificherebbe il rischio di un “avvitamento” e di una spinta inflattiva; in caso di mancata reazione, invece, ci si esporrebbe a ulteriori attacchi da parte di Trump. Mario Draghi, in un discorso tenuto a Coimbra, ha parlato di dazi come “punto di rottura”: è un azzardo, ha detto l’ex presidente Bce, “credere che i nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti torneranno alla normalità”. Ma l’Europa, ha proseguito Draghi, deve provarci, e deve farlo con il massimo della forza, ragionando finalmente a una sola voce, e non con 27 risposte dissonanti. Se poi l’Ue vorrà davvero ridurre la sua dipendenza dalla crescita americana, ha aggiunto Draghi, “dovrà produrla da sé”. Nulla sarà più come prima, dunque? Riteniamo che la situazione sia difficile e problematica, in grado persino di ridefinire l’idea di Occidente. Tuttavia, con un po’ di buona volontà si può uscire dal tunnel. Elettori importanti di Trump, ma anche membri della sua amministrazione, hanno apertamente criticato la follia dei dazi; questo potrebbe indurre il presidente degli Stati Uniti (non estraneo a marce indietro e rivolgimenti dell’ultima ora) a tornare sui suoi passi. Anche perché il primo a essere danneggiato dalle tariffe è il consumatore americano. Che poi, una volta raggiunte le urne, diventa elettore e decide di conseguenza.

Difesa comune

A Coimbra, Draghi ha anche parlato del piano di difesa unica europea, caldeggiandone l’adozione. Definire un simile traguardo alla stregua di un’utopia, ha aggiunto, “equivale ad accettare la nostra irrilevanza militare”. Tutto vero. Ma è lecito chiedersi se davvero l’ombrello difensivo Usa sia del tutto compromesso. E se la possibilità di essere attaccati rappresenti un rischio reale oppure un’opinione. Legittima, magari autorevole, ma comunque un’opinione. Per questi motivi, riteniamo che un piano di debito comune – in sé un’ottima idea – dovrebbe essere sviluppato per urgenze reali e condivise, come favorire l’economia, agevolare le imprese, creare posti di lavoro, investire sulla sanità e sulla sicurezza delle nostre città.

Tu vuoi fa’ l’americano…

Un ottimo volano per l’economia italiana sarà sicuramente la disputa della 38esima America’s Cup “Louis Vuitton” a Napoli, tra la primavera e l’estate del 2027. Secondo i piani del governo, l’evento velistico renderà più veloce il risanamento dell’ex area siderurgica di Bagnoli e la sua trasformazione in un polo turistico, balneare e commerciale. Oltre, naturalmente, a una ricaduta di immagine positiva sull’Italia.
E’ ovviamente compito delle istituzioni nazionali e locali lavorare per quest’ultimo obiettivo, che è stato pienamente raggiunto nel corso del grande afflusso di pellegrini a Roma.

Le mosse di Unicredit

Lo sbarco dell’America’s Cup a Napoli potrebbe anche favorire un disgelo tra governo italiano e Unicredit, che è sponsor della manifestazione. Si vedrà. Intanto, il gruppo guidato da Andrea Orcel avrebbe chiesto alla Consob una sospensione di 30 giorni dell’offerta pubblica di scambio, per poter disporre di più tempo per esaminare gli spazi di intervento possibili dopo il golden power governativo. Proprio mentre Banco Bpm sta organizzando una campagna di difesa dall’ops.
Le cose non vanno meglio sul fronte tedesco: il governo di Berlino ha rilasciato dichiarazioni a difesa dell’indipendenza di Commerzbank, rendendo questa strada più ardua di una salita alpina.
Per Piazza Gae Aulenti i dubbi sono molti. Orcel è un manager molto preparato, e potrebbe decidere di cambiare strategia, senza scoprire le sue carte fino all’affondo finale.
Non è certo impossibile che Unicredit stia elaborando un “piano C”, virando sul mega-dossier Mediobanca-Generali, che è forse la partita più importante dell’attuale risiko bancario.

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Usa-Cina: prove tecniche di accordo

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

La telenovela dei dazi continua a offrire colpi di scena. Ora è la volta dell’accordo preliminare fra Stati Uniti e Cina, raggiunto dopo una settimana di colloqui a Ginevra, che prevede una riduzione reciproca delle tariffe pari al 115% da oggi, per 90 giorni. In pratica, l’armistizio commerciale – chiamiamolo così – porterà i dazi americani dal 145% al 30% e quelli cinesi dal 125% al 10%, in attesa di un accordo quadro fra le due potenze. “Abbiamo un interesse comune”, ha affermato il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent – che, per dirla tutta, guida l’ala anti-tariffe della variegata amministrazione Trump. Le premesse per una trattativa proficua ci sono tutte anche se, a parere di molti osservatori, 90 giorni sono troppo pochi per portare a risultati duraturi. Il periodo fissato, comunque, può senza alcun dubbio essere prorogato, se le parti lo decidono.

Lo storno è un ricordo

L’accordo fra Washington e Pechino ha suscitato reazioni positive dalle Borse che, per la verità, avevano già recuperato gran parte dello storno causato dall’annuncio delle tasse doganali. Ora, guardando i grafici, sembra che negli scorsi 40 giorni non sia successo niente, e questo è già di per sé incredibile. Siamo tornati a livelli pre-annuncio e anche oltre (Milano, per esempio, ha sfondato quota 40.000, registrando nuovi massimi – ma l’exploit di Piazza Affari è trainato anche da trimestrali e risiko bancario). Ciò significa che la strategia migliore si è rivelata ancora una volta quella conservativa. Che ha premiato chi, dopo il 2 aprile, ha mantenuto i nervi saldi, conservando le azioni in portafoglio e magari comprando qualcosa sfruttando i ribassi. Ora le Borse europee possono anche approfittare di multipli più bassi rispetto a quelli americani, e sono in grado di convincere gli investitori a puntare ancora di più sull’azionario del nostro continente, che si è rivelato vincente anche nei confronti dell’obbligazionario.

Economia cauta, Europa lenta

Se le Borse hanno ripreso a galoppare, l’economia non ha ancora superato lo choc del 2 aprile ed è ancora in fase di piena incertezza. Non potrebbe essere altrimenti: la produzione reagisce più lentamente rispetto ai flussi finanziari. Tanto più che le sospensioni dei dazi sono ancora temporanee e – aspetto da non trascurare – l’Unione Europea non sembra avere un piano organico per impostare una trattativa con Donald Trump. L’Ue si è fatta anticipare dalla Svizzera, che pragmaticamente ha contattato le autorità americane, per poi avviare rapidamente i colloqui la scorsa settimana. La presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter ha annunciato l’intenzione di chiudere le trattative entro 15 giorni, ma Scott Bessent ha addirittura accennato alla possibilità di velocizzare ulteriormente le operazioni. L’Unione Europea, da parte sua, si è limitata da un lato a promettere agli Usa maggiori acquisti di gas americano (tra l’altro carissimo), dall’altro a compilare una minuta lista di controdazi da applicare agli Stati Uniti. Si avverte, invece, la necessità di intavolare una discussione più profonda, per poter raggiungere un accordo quadro sulla questione. Ma ciò, purtroppo, è tutt’altro che scontato.

Prosegue il “gioco dell’opa”

Come già anticipato, gli effetti del grande “gioco dell’opa” che sta cercando di cambiare i connotati al mondo bancario e assicurativo si avvertono (positivamente) anche in Borsa. Tutto ciò mentre le partite si giocano in più campi, con continui rovesciamenti di fronte, e l’esito del risiko è estremamente incerto, almeno come quello del campionato di calcio. Sul fronte Banco Bpm, Unicredit non si arrende, nonostante il golden power del governo: Piazza Gae Aulenti cerca la trattativa con l’esecutivo, mentre segue con attenzione l’intervento della Commissione Ue, che potrebbe anche chiedere all’Italia di modificare o addirittura eliminare l’ostacolo sulla strada del colosso bancario. Da parte sua, il governo potrebbe cercare di convincere Unicredit a cambiare obiettivo: non più Banco Bpm, ma Generali, per evitare che il Leone di Trieste passi sotto controllo francese. Mediobanca, da parte sua, sta cercando di resistere, e dopo aver aperto il match su Banca Generali (per cui ha anche coinvolto il suo team di legali) ha respinto l’offerta pubblica di scambio presentata da Montepaschi. Che, da parte sua, incassa una valutazione record in Borsa, in attesa che (sperano a Siena) le resistenze di Piazzetta Cuccia vengano piegate e l’ops vada a buon fine.

I rincari fanno piangere il carrello della spesa

L’inflazione è in linea con i livelli target, ma i disastri che ha provocato sono sotto gli occhi di tutti. Lo rivelano, di tanto in tanto, alcune indagini, che evidenziano in che misura i rincari reali siano spesso più sostanziosi rispetto a quelli ufficiali. E’ il caso, per esempio, di uno studio realizzato dal Centro di formazione e ricerca sui consumi (Crc) sui prezzi della pizza, che – al pari dell’aperitivo – è considerato una soluzione economica per cenare fuori casa. O forse “era” considerata tale. Perché, secondo l’indagine, il prezzo della specialità napoletana per eccellenza è cresciuto del 20% negli ultimi sei anni, con una media di 12 euro. L’allarme dello studio Crc è confermato anche dai costi della colazione – o del singolo caffè – che in alcune zone “vip” di varie città (come il centro di Milano) raggiunge ormai 1,50 euro: l’esplosione dei costi è stata generalizzata e la sua percezione è, in alcuni casi, devastante. La responsabilità risiede, in gran parte, nelle conseguenze degli stop in epoca Covid, nel rincaro dell’energia e nei costi delle materie prime. Per questa ragione è più che condivisibile l’appello di Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, che ha chiesto interventi strutturali per contenere i costi energetici, paventando un rischio di tenuta delle aziende.

Verso una nuova Rerum Novarum?

Intanto, si iniziano a profilare le prime linee guida del pontificato di Leone XIV. Che ha scelto questo nome per ragioni ben precise, collegate al suo programma in tema di economia, temi sociali e innovazione. Leone XIII, ha ricordato il nuovo Papa ai Cardinali, affrontò con l’enciclica Rerum Novarum i problemi derivanti dalla rivoluzione industriale, gettando le basi per la Dottrina sociale della Chiesa. Nei tempi moderni, sono il digitale e l’intelligenza artificiale a porre quesiti, problemi e sfide “per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”, ha detto il Santo Padre. L’intervento è più che mai necessario, come è vero che l’IA rischia di portare un terremoto sul mondo del lavoro, con licenziamenti di massa. Leone XIV potrebbe avere in programma un’enciclica per spronare le aziende a non limitarsi a remunerare gli azionisti, ma a mostrare i doveri di responsabilità sociale a cui sono chiamate.

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Sorpresa: le Borse recuperano. Ma l'economia soffre ancora

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Pochi si erano spinti anche solo a pensarlo, ma è successo per davvero: le Borse hanno annullato con una velocità inaspettata gli storni dovuti alle tariffe doganali di Donald Trump. E si sono riassestate in breve tempo intorno ai livelli pre-dazi. Ciò che è accaduto è incredibile perché, dati i valori attuali degli indici, il 2 aprile è stato letteralmente cancellato dai mercati. Come se non fosse mai esistito. Ancora una volta, a vincere è stato chi ha mantenuto i nervi saldi: la storia insegna che, salvo pochi e circostanziati crack, è sempre meglio non reagire istintivamente ai crolli degli indici. Con l’aggancio si è tornati a un andamento normale dei trend. In questa logica si inserisce la flessione temporanea delle Borse europee di ieri mattina, dipesa soprattutto dal mancato insediamento del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che per pochi voti non ha ottenuto la maggioranza in prima battuta. Tuttavia, nel pomeriggio il cancelliere ha ottenuto la fiducia in seconda votazione, e le Borse europee hanno completato una rimonta già in atto. Anche il Dax, indice europeo più penalizzato in mattinata, ha evidenziato segnali di recupero.

Anche New York riduce il divario

Anche la Borsa americana, contro il parere e il volere di tutti, è stata protagonista di una netta ripresa: Wall Street è salita al -4% da inizio anno mentre il Nasdaq è ancora un po’ sacrificato (intorno al -7%), ma il momento negativo del dollaro facilita l’investitore europeo nell’acquisto di azioni tecnologiche statunitensi. Attualmente, a fare la differenza fra i mercati Usa e Ue sono i tassi: la Bce li ha tagliati e la Fed no. E’ comunque indubbio che l’amministrazione Trump abbia portato a un riposizionamento di asset azionari sui mercati che trattavano a sconto. I dazi hanno fatto sì che grossi player con centinaia miliardi dollari in gestione abbiano spostato (e lo stiano facendo ancora) flussi continui di acquisti dal mercato americano a quelli europei. E l’Italia, mercato dai multipli bassi, ne ha particolarmente goduto.

La produzione non riparte

Se le Borse sono tornate alla normalità, l’economia reale non si è mossa di un centimetro e subisce un significativo blocco delle attività produttive legato all’effetto-annuncio dei dazi. Ciò colpisce in maniera generalizzata, ma ad accusare il colpo sono in maniera particolare gli Stati Uniti, dove il primo trimestre si è chiuso leggermente in negativo, mentre le materie prime e il petrolio sono in sofferenza perché quotate in dollari. Unica eccezione l’oro, che mantiene la sua posizione ben oltre i 3.000 dollari l’oncia. Il rallentamento dell’economia americana sta proseguendo anche nel secondo trimestre, che verosimilmente chiuderà con dati non positivi.

Slalom parallelo

Intanto, Trump prosegue nel suo andamento a zig-zag. Da un lato tratta con i Paesi europei e – dopo un confronto basato su dazi e controdazi a tre cifre – cerca di negoziare con la Cina. Che a sua volta auspica di raggiungere un accordo ma nel contempo mostra i muscoli (“per oltre 70 anni”, ha dichiarato Xi Jinping, “lo sviluppo della Cina si è fondato sull’autosufficienza e sul duro lavoro”, e mai sugli altri). D’altro canto, nonostante i negoziati con l’Unione Europea e gli abboccamenti con Pechino, l’inquilino della Casa Bianca rilancia sul fronte delle tariffe doganali, annunciandole per i prodotti farmaceutici. Come sembra evidente, Trump ha fatto dei dazi un azzardo da cui partire per negoziare accordi commerciali più favorevoli agli Stati Uniti, ma la situazione gli è sfuggita di mano. E ora cerca in modo confuso di fermare una guerra commerciale senza esclusione di colpi, anche se non rinuncia a nuovi annunci a effetto.

Washington contro Pechino

Sullo sfondo c’è comunque il fil rouge delle sue presidenze, che vede la Cina come nemico numero uno. Washington rimprovera a Pechino di essersi espansa fino a minacciare lo strapotere Usa, e di averlo fatto anche violando regole di mercato e appropriandosi di brevetti e marchi non sempre nel pieno rispetto delle regole Wto. Trump deve quindi muoversi tra questi due fuochi: il rischio di escalation della guerra commerciale e la rivalità sino-americana. Il presidente degli Stati Uniti pensava di avere un’arma per togliere potere al gigante asiatico: il raggiungimento di un accordo fra Russia e Ucraina, che avrebbe potuto spezzare l’abbraccio tra Mosca e Pechino favorito dalle sanzioni occidentali. Tuttavia, Putin, Zelensky e la posizione inflessibile di Gran Bretagna e Ue hanno sabotato i suoi sforzi, portando l’inquilino della Casa Bianca (almeno secondo le sue ultime dichiarazioni) a un passo dalla bandiera bianca. Lo stop sul fronte ex sovietico ha reso più urgente un disgelo tra Washington e Pechino, i cui dispetti reciproci non sono certo una cosa nuova: già la prima amministrazione Trump aveva bloccato gli investimenti nuovi in Cina (politica confermata poi da Joe Biden) spingendo poco a poco le aziende americane a delocalizzare in altri Paesi.

Le critiche di Buffett

I dazi di Trump hanno incassato dure critiche anche da parte di Warren Buffett, nel corso dell’annuncio con cui l’imprenditore ha comunicato il proprio pensionamento (a 94 anni) e il conseguente addio a Berkshire Hathaway. “Il commercio può essere un atto di guerra”, ha tuonato l’oracolo di Omaha, integrando una precedente dichiarazione anti-dazi (“le tariffe sono una tassa sulle merci”). La ricetta di Buffett è, diciamo così, conservatrice: gli Stati Uniti devono continuare a scambiare merci con il resto del mondo. Che è poi, ha ricordato, “quello che sappiamo fare meglio”. Queste indicazioni si uniscono a varie altre frasi celebri di Buffett che nel tempo sono assurte quasi a consigli universali, con cui confrontarsi in momenti di crisi o di passaggio epocale. Una su tutte: occorre investire in società che fanno utili, ma soprattutto che esisteranno ancora fra 50 anni. Un aforisma particolarmente attuale, in epoca di fintech che aprono e chiudono e di rischi di nuove bolle.

Petropolis

Mentre in Italia il risiko bancassicurativo è in pieno svolgimento, il palcoscenico dei merger è attivo anche a livello internazionale. Secondo Bloomberg, Shell sta valutando l’acquisto di Bp e avrebbe già commissionato un dossier ai suoi advisor. La maxi-operazione potrebbe essere agevolata da un ulteriore calo del prezzo del petrolio e dalla discesa del titolo della “preda”. Attualmente, Shell vale circa tre volte Bp (149 miliardi di sterline contro 56) e ha in corso un’operazione di riacquisto di azioni proprie. L’acquisizione sarebbe interessante, pur nella sua difficoltà, soprattutto in un periodo così particolare per gli asset petroliferi. Se l’unione si facesse, andrebbe a nascere un “campione inglese” in grado di competere con i maggiori concorrenti americani.

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Mediobanca scompagina il risiko

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A pochi giorni dalla vittoria in Generali, con la conquista della maggioranza assoluta da parte della sua lista, Mediobanca ha annunciato un’operazione clamorosa: il lancio di un’offerta pubblica di scambio per la totalità delle azioni di Banca Generali.
Il meccanismo dell’ops è chiaro: l’istituto guidato dall’amministratore delegato Alberto Nagel acquisterà le azioni della banca del Leone al valore di 1,7 titoli della compagnia assicurativa triestina. Con un risultato – sempre se tutto andrà secondo i piani: Mediobanca uscirà dall’azionariato della principale azienda assicurativa italiana per acquisire il controllo del 100% di Banca Generali.
C’è però lo scoglio della passivity rule a cui Piazzetta Cuccia è soggetta, essendo una società sotto offerta pubblica: la prossima assemblea ordinaria, già fissata per il 16 giugno, dovrà dare il via libera all’operazione con il 50% più un’azione. Altrimenti, nulla di fatto.

Nagel: l’operazione è offensiva

Commentando il lancio dell’offerta, Nagel ha assicurato che non si tratta di un’operazione difensiva, “ma offensiva”, spingendosi a rivelare che se ne parla da cinque anni. Tuttavia, molti osservatori hanno collegato l’ops (e la sua tempistica) con l’offerta di Montepaschi su Mediobanca: se Piazzetta Cuccia uscisse completamente da Generali, sarebbe automaticamente meno contendibile, perché è vulgata comune che sia il Leone di Trieste il vero obiettivo di Siena. In parole più semplici, è molto facile che la vera ragione dell’offerta sia un tentativo di bloccare le mire di Mps su Mediobanca. Ora ci si chiede come reagirà il governo, che ha accolto favorevolmente l’offerta di Montepaschi su Mediobanca (in prospettiva Generali) e non vuole certamente rischiare di perdere la faccia. Difficile, però, che l’esecutivo utilizzi il golden power, già piazzato sulla strada dell’operazione Unicredit-Banco Bpm.

La Borsa brinda

L’inaspettata mossa di Mediobanca è piaciuta alla Borsa, che approfittando anche dell’exploit di Piazzetta Cuccia ha proseguito una rimonta già in atto. Già, perché gli entusiasmi per il nuovo capitolo del risiko si sono inseriti in un quadro di rimbalzo generale degli indici. Un rimbalzo che, onestamente, non ci aspettavamo – almeno non in queste dimensioni. Anche lo S&P 500, che inizialmente aveva subito un calo, è stato protagonista di un’ottima performance: la grande volatilità in basso sembra essere scomparsa e, anche in caso di una prossima discesa, quasi sicuramente non si verificherà un nuovo crollo.

Cina d’oro

Il recupero delle Borse dipende anche dal tentativo di Donald Trump di fare retromarcia sui dazi, cercando nel contempo di non perdere credibilità. Sempre che non sia troppo tardi: se l’Europa è decisa a trattare, la Cina potrebbe decidere di proseguire il gioco duro, nonostante gli abboccamenti del presidente americano. Traspare giusto un tenue spiraglio di trattativa, che emerge anche dal lieve calo dell’oro registrato lunedì scorso, segno di cauto ottimismo sulla distensione sino-americana. Nei periodi in cui la crisi fra le due potenze si era acuita, Pechino aveva continuato ad approvvigionarsi di asset aurei, in cerca di un bene rifugio: la banca centrale cinese, solo a marzo, ha portato a termine il quinto acquisto consecutivo di oro, mentre a febbraio ne aveva comprate 50 tonnellate. E il “re dei metalli” aveva stabilito record su record. Gli indizi lasciano presagire che la Cina si sia dotata di molto più oro di quanto dichiara (si dice addirittura dieci volte). E che potrebbe tornare a farlo qualora i negoziati fra Trump e Xi Jinping dovessero naufragare.

Sorpresa in Canada

Una sconfitta, però, il presidente americano l’ha già incassata: nelle elezioni canadesi ha prevalso il liberale Mark Carney, sfavorito della vigilia. A spingere il premier in carica – che aveva sostituito il predecessore Justin Trudeau, dimissionario – è stata la reazione dei cittadini della Foglia d’Acero ai dazi di Trump e alle sue sparate annessionistiche nei riguardi del vicino settentrionale.
Carney è partito dai livelli bassissimi di consenso ereditati da Trudeau, ma ha recuperato poderosamente sul suo rivale, il conservatore Pierre Poilievre. Che, intendiamoci, avversa i dazi di Trump e le sue pretese di assorbire il Canada come e quanto Carney. Lo sconfitto ha però pagato le politiche economiche all’insegna del Canada First, slogan che riecheggiava quello trumpiano, pur da fronti opposti e inconciliabili: proprio per aver imitato il programma del tycoon, il leader conservatore ha sprecato, come si suol dire, un rigore a porta vuota. Poilievre ha comunque assicurato a Carney il sostegno nella lotta contro i dazi di Trump e nella difesa della sovranità nazionale canadese. Un aiuto che sarà molto utile al premier, dato che quasi sicuramente i liberali disporranno di quattro seggi in meno rispetto al 50% dei voti in aula e saranno obbligati a provare la strada del governo di minoranza.

E’ tutto da rifare

Per Trump, insomma, i dazi (contro i quali vari Stati americani hanno fatto causa) e i toni aggressivi nei confronti di Canada, Groenlandia e Panama si sono rivelati deleteri. Soprattutto perché i consumatori americani si sono visti impoveriti da una strategia poco lungimirante e insensata. Un risultato che a Trump non può piacere. Soprattutto perché il contraccolpo delle tariffe sull’economia Usa ha colpito categorie di persone che avevano votato il duo Trump-Vance sperando di migliorare la loro posizione economica, intaccata dalla globalizzazione. L’elettore americano, ancora più che quello europeo, fa in fretta a cambiare bandiera se le sue tasche sono improvvisamente più leggere. Trump lo sa: per questo motivo cerca ora una soluzione che rimetta in carreggiata l’economia salvaguardando ciò che è rimasto della sua immagine pubblica. Possibilmente prima che inizi la campagna elettorale per le consultazioni di mid term. A rovesciare la situazione in suo favore potrebbe intervenire solo una rapida pace fra Russia e Ucraina, per la quale il presidente americano si è speso molto. Tuttavia, il potere di contrattazione degli Stati Uniti è minore di quanto si pensasse: un po’ perché Putin ha probabilmente in mente di procedere a nuove conquiste prima di accettare la tregua; un po’ perché Zelensky resiste, confortato dal sostegno assicurato dalla Gran Bretagna e dall’Unione Europea.

La rivincita del contante

La giornata di lunedì passerà alla storia per il clamoroso blackout che ha colpito la penisola iberica e, per un certo periodo, anche la Catalogna francese e il sud della République. I resoconti di un lungo periodo senza corrente elettrica – problema a cui si è rimediato dopo molte ore – sono inquietanti: ospedali attivi solo con i generatori (se funzionanti); aerei e treni fermi; persone bloccate in metropolitana o in ascensore; Master 1000 di tennis sospesi; telecomunicazioni in pausa; appelli ai cittadini di restare a casa, come ai tempi del lockdown di covidiana memoria. E internet inservibile. Il che, ovviamente, ha comportato l’impossibilità di saldare i propri conti con le carte di credito. La catena El Corte Inglés ha comunicato lunedì stesso l’apertura regolare, ma la disponibilità del solo pagamento in contanti, e così hanno fatto altri esercizi. Fenomeni di questo genere confermano quanto sia impraticabile la strategia cashless e quanto sia utile mantenere in tasca sempre un po’ di denaro per poter fronteggiare blackout, tilt informatici (come quelli che si erano verificati lo scorso luglio in mezza Europa) o anche problemi ordinari alle linee dei Pos. Resta inspiegabile, invece, che non si abbiano indizi chiari sulla causa del disastro.

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Trump attacca Powell. E il dollaro arretra ancora

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Nella settimana che si è aperta con l’improvvisa scomparsa di Papa Francesco, i mercati si confermano poco intonati. Mentre l’Europa cerca di tenere con i denti i suoi valori e di evitare nuovi storni, in attesa di tempi migliori, New York continua a soffrire per il terremoto causato dai dazi e dalle tensioni fra il presidente Usa Donald Trump e la Federal Reserve. Le Borse americane sono ancora in una decisa fase “orso”, anche se non hanno raggiunto i minimi dell’anno. Sugli Stati Uniti pesano molto la fuga degli investitori, che si rivolgono ad altri mercati, e l’indebolimento del dollaro che perde dall’euro e da gran parte delle principali valute mondiali. Per comprendere la situazione del mercato americano è sufficiente ricordare che da inizio anno l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti di 22 punti; il valore è una combinazione fra l’andamento dell’Eurostoxx e l’arretramento del dollaro, che da inizio anno ha lasciato sul campo l’11%.

Tutto giù, oro su

La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina ha effetti negativi sull’economia reale, soprattutto americana, ma non solo. Anche la maggior parte delle materie prime soffre: dal petrolio, con Brent e Wti ancora sotto i 70 dollari al barile, fino a rame e alluminio, ai minimi dell’anno. In controtendenza l’oro, che dopo l’ultimo attacco di Trump al presidente Fed Jerome Powell – definito sul social Truth Mr Too Late ha raggiunto i massimi, fino a sfiorare i 3.500 dollari l’oncia (e superare il crinale dei 3.000 euro). Il “re dei metalli” ha da tempo recuperato la funzione di bene rifugio che tempo addietro sembrava aver perso. Tuttavia, a causa della svalutazione del dollaro, l’investimento in asset aurei conviene molto di più agli americani che non da questo lato dell’oceano.

Scontro istituzionale

I rapporti fra Trump e Powell, si diceva, sono pessimi. Praticamente ai minimi storici. Da tempo, il presidente Usa spinge per un abbassamento dei tassi di interesse, con l’obiettivo di favorire la crescita economica e le Borse. Il numero uno della Fed, invece, resiste sulla posizione hawkish, paventando un rischio di stagflazione causata dalla politica trumpiana sui dazi e affermando senza mezzi termini che gli Stati Uniti entreranno in una recessione a lungo termine. La ritrosia di Powell nell’abbassare il costo del denaro è comprensibile, dato il quadro attuale, aggravato da un inusuale perdita di appeal di azioni e obbligazioni americane e il rischio stagflazione, che porterebbe al rincaro di tutti i beni made in Usa. La luna di miele fra Trump e Powell sembra davvero finita: difficile che i rapporti – anche personali – fra i due tornino normali (anche se, quando c’è di mezzo il presidente Usa non si può mai sapere). L’inquilino della Casa Bianca ha addirittura minacciato di licenziare Powell e di sostituirlo con un esponente dall’approccio più dovish (la dichiarazione è stata successivamente smentita). Una via molto accidentata, dato che la legge permette il siluramento di un presidente Fed solo in occasioni molto circostanziate (e non sembra questo il caso) e piazza paletti per salvaguardare l’indipendenza della banca centrale. Trump sarà in realtà costretto ad aspettare la scadenza del mandato di Powell, prevista a maggio 2026, per poi puntare su qualcun altro. Ma sempre considerando la spada di Damocle del debito pubblico molto alto, che non consente a Washington di perdere la storica fiducia degli investitori, e il chiaro sostegno che i mercati stanno assicurando alla politica del governatore.

In attesa della retromarcia

Anche per le questioni legate al debito e al deterioramento dell’economia è probabile che Trump debba prima o poi mollare la presa, soprattutto sul fronte dazi. Le elezioni di mid term non sono poi tanto lontane e l’elettore americano vota pensando al suo portafoglio. Il presidente americano ha provato a premere sulla Fed per il taglio aggressivo dei tassi proprio per avviare una fase espansiva, in grado di stimolare la crescita e, indirettamente, di non erodere il consenso per i Repubblicani. Ma non ha fatto i conti con i rischi inflattivi causati dalla politica aggressiva sui dazi. Ciò che preoccupa è l’indole orgogliosa di Trump, che però potrebbe inventare qualche escamotage per uscire dall’impasse da lui stesso partorita. Questi segnali sono già chiari nei confronti dell’Europa, e sono emersi dall’incontro con la premier italiana Giorgia Meloni. Tuttavia, gli scontri con la Cina sono più difficili da ricomporre, dato che si è scatenata una vera propria faida, che ha portato Pechino a bloccare l’importazione di gas americano e a respingere le forniture di Boeing, mentre gli investitori cinesi lasciano i Treasury per concentrarsi su Bund e anche Btp. Per fare retromarcia, dunque, occorreranno al Tycoon tanta abilità e una dose sufficiente di “faccia tosta”.

Resa dei conti in Generali

In Italia tiene banco il conto alla rovescia per la nuova assemblea di Generali, che si svolgerà domani. Gli azionisti avranno la possibilità di scegliere fra tre diverse liste: la prima, sostenuta da Mediobanca, punta alla riconferma dell’amministratore delegato Philippe Donnet; la seconda sarà capitanata dalla coppia Caltagirone-Delfin; la terza è promossa da Assogestioni. Prevedibilmente, lo scontro al vertice – preannunciato da bordate reciproche sulla joint venture con Natixis – avverrà fra le prime due liste. Ed è difficilissimo fare previsioni, soprattutto considerato che Unicredit non ha espresso un’intenzione di voto e potrebbe rivelarsi decisiva nella scelta della governance. Interessante, invece, è l’approvazione, da parte di Montepaschi, dell’operazione su Mediobanca, con l’86% dei consensi. Mentre il golden power del governo sull’operazione Unicredit-Bpm potrebbe indurre la banca di Piazza Gae Aulenti a ricorrere al Tar. Il risiko bancassicurativo, insomma, è in una fase caotica e aperta a ogni esito.

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Dazi: la sospensione dà sollievo alle Borse, ma non all'economia

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo la sospensione parziale per 90 giorni dei dazi americani nei confronti dell’Europa (resta la tariffa base del 10%), il presidente Usa Donald Trump medita passi indietro. L’inquilino della Casa Bianca ha infatti definito possibile uno stop alle tariffe per il settore auto, continuando nel frattempo a parlare di negoziati con i Paesi disposti a trattare. Secondo la Cnn, a far tornare Trump sui suoi passi sono stati i problemi dei Treasury americani e i conseguenti sell off, causati dalla sfiducia in uno strumento solitamente considerato sicurissimo. Questi fattori hanno spinto il segretario al Tesoro Scott Bessent a lanciare l’allarme e a convincere Trump a fare almeno un mezzo passo indietro.

Volatilità preoccupante

Tutto bene, dunque? La risposta, purtroppo, è negativa. Un po’ perché siamo in presenza di una semplice sospensione, cui seguiranno difficili trattative. E un po’ perché ormai il danno è stato fatto. La pur effimera entrata in vigore dei dazi al 25% ha infatti causato una volatilità preoccupante, ma soprattutto ha fermato l’economia occidentale, che resterà ingessata anche nel caso in cui avvenga una schiarita. L’incertezza, che oggi la fa da padrona, è un freno ai mercati e allo sviluppo dei commerci: spesso Trump fa proclami e poi li contraddice – un atteggiamento che può anche pagare in una trattativa fra capitani di imprese, ma se applicato all’economia globale è in grado di mandare in panico gli investitori. Soprattutto se il “tira e molla” proviene da una superpotenza economica.

I danni al settore industriale

Le Borse, è vero, hanno reagito alla sospensione dei dazi con buone performance e tentativi di rimbalzo, anche se i valori di inizio aprile sono ancora lontani. Tuttavia, il vero problema non sono gli indici, ma l’economia reale. Perché da un crollo, le Borse prima o poi possono recuperare, e la volatilità tornare a livelli di guardia. Ma il quadro è differente per la produzione industriale: se si ferma, difficilmente riprende a breve termine. Lo choc sulla domanda e l’offerta può causare un trauma a lungo termine, difficile da rimarginare: la retromarcia di Trump ha calmato un po’ i mercati finanziari, ma non il mondo economico. Le industrie devono sapere con certezza se le commesse provenienti da un Paese soggetto a dazi (gli Stati Uniti per le aziende Ue e l’Unione Europea per le imprese americane) possono riprendere o devono rimanere ferme perché non ci sono più le condizioni per commerciare. E per acquisire nuovamente queste sicurezze ci vuole tempo.

Usa già in recessione?

La produzione, soprattutto americana, è stata danneggiata quasi come ai tempi del Covid e la recessione Usa – come ha affermato Larry Fink – è vicina, se non già in atto: l’amministratore delegato di BlackRock si è definito “terrorizzato” per le prospettive a breve termine, pur rimanendo ottimista nel lungo periodo, e ha dichiarato senza mezzi termini che la crisi dei dazi si è spinta “oltre qualsiasi cosa che avrei potuto immaginare in 49 anni di esperienza nel mondo finanziario”. Anche se ci fosse un disgelo, dunque, sarà difficile tornare rapidamente alla situazione pre-dazi: gli investitori avranno paura per un bel po’, mentre il crollo delle Borse ha bruciato parecchi soldi dei risparmiatori, soprattutto americani. Un esempio è quello dei fondi previdenziali Usa, che investono la maggioranza dei loro capitali su Wall Street: il crack della Borsa ha mandato nel panico coloro che sono più prossimi al ritiro dal lavoro – e non poteva essere altrimenti in un sistema, come quello americano, in cui gran parte degli assegni pensionistici è erogato da strumenti privati. Si sta verificando, insomma, il classico effetto domino, che porta al blocco dei consumi e alla recessione paventata da Fink e da altri grandi nomi della grande finanza americana.

Sindrome cinese

Se tra Stati Uniti ed Europa è tregua, prosegue la guerra commerciale fra Usa e Cina, con dazi e controdazi anche a tre cifre: le tariffe imposte da Trump al gigante asiatico sono attualmente del 145%, quelle decise per ritorsione dalla Cina del 125%. Il duello tra le due superpotenze è contraddistinto dalla velocità e dalla “fantasia” delle misure decise dalle due parti: è notizia di ieri che il governo cinese ha ordinato alle sue compagnie aeree di bloccare l’acquisto di velivoli Boeing e di altre componenti del settore aeronautico provenienti dagli Usa. Deciso anche lo stop all’export di sei metalli rari. Nel contempo, la banca centrale cinese ha tagliato per sei giorni consecutivi il tasso di riferimento, svalutando lo yuan – giunto al minimo sul dollaro dal 2007 – per cercare di annullare almeno in parte gli inasprimenti dei dazi trumpiani e rilanciare l’export. La debolezza della valuta cinese può creare nuovi problemi di concorrenza alle aziende europee, proprio mentre Pechino ha chiesto apertamente un potenziamento della partnership con l’Ue per difendere le regole del commercio mondiale.

Messaggi “misti”

Da Pechino, insomma, sembrano arrivare messaggi “misti”. Da un lato, appunto, la ricerca di accordi e iniziative di cooperazione (come la costituzione della zona “a zero dazi” di Lingang, vicino a Shanghai, che punta ad attrarre imprese di tutto il mondo). Dall’altro annunci ostili: primo fra tutti il già citato blocco all’esportazione delle terre rare, che oltre agli Stati Uniti colpirà anche altri Paesi, come Giappone e Germania. Per l’Europa stringere legami commerciali con altri mercati può aiutare a sopperire, almeno in parte, al rischio di mancati scambi con gli Stati Uniti. Tuttavia è importante diversificare, evitando di legarsi mani e piedi alla Cina, che è e resta un’economia gestita da un governo autocratico con logiche diverse dalle nostre. Un mercato interessante è quello sudamericano, come ha ricordato Emanuele Orsini: il presidente di Confindustria, a questo proposito, ha caldeggiato il rinnovo degli accordi attualmente operativi con il Mercosur.

 

Shopping marginale

In questa situazione come deve comportarsi l’investitore? La scorsa settimana avevamo consigliato di tornare ad acquistare qualche titolo, senza eccedere: chi lo ha fatto, ora ha la possibilità di realizzare un utile vendendo le azioni sottoscritte di recente. Per il resto, l’alternativa ai mercati finanziari volatili sono le obbligazioni: i Btp europei, che però non superano il rendimento medio del 3,70%, o i corporate bond, un po’ più rischiosi, ma anche più redditizi (5% circa). Sicuramente questo è un periodo buono per puntare sull’Italia, anche in relazione al rialzo del rating italiano a BBB+ da parte di Standard & Poor’s. L’inversione di tendenza il segna primo incremento della valutazione da 28 anni a oggi.

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Borse, si salvi chi può

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

L’introduzione dei dazi ha sconvolto le Borse mondiali. Particolarmente colpite quelle europee, che in tre sedute hanno perso quasi il 14%. I deboli tentativi di reazione hanno poi scompaginato la situazione degli indici: qualche listino (soprattutto in Asia) ha rialzato la testa, pur lontano da un pieno recupero, mentre altri hanno perso ancora. Mentre scriviamo, New York sembra aver rialzato un po’ la testa con una Borsa che segna un +7% dai minimi di ieri. In ordine sparso anche le risposte internazionali: i cinesi sono pronti alla lotta “a oltranza”, con un braccio di ferro di dazi e controdazi, mentre gli europei, come spesso accade, sono divisi tra loro.

Mercati sorpresi

A stupire è l’entità del crollo, che con un tratto di penna ha cancellato mesi di progressi: varie Borse – compresa Piazza Affari – hanno annullato la crescita del 2025, arretrando anche rispetto alle posizioni di gennaio e tornando a valori registrati attorno al 15 dicembre 2024. Il fenomeno si discosta dalle normali dinamiche: solitamente i mercati anticipano i trend e l’assenza di un ritracciamento alcuni giorni prima dei dazi aveva illuso la comunità finanziaria, forse convinta di poter passare indenne dalle tariffe doganali. Non è stato così. Probabilmente, i mercati erano sotto sotto convinti di vedere il presidente degli Stati Uniti sospendere la sua decisione (come, del resto, aveva già fatto in precedenza con Canada e Messico). Quando le certezze si sono sgretolate, si è scatenato il panico.

Trump a un bivio

Da parte sua, Donald Trump è a un bivio. O ascoltare Elon Musk e fare un passo indietro, magari aprendo rapide trattative con i Paesi colpiti dalla misura, oppure continuare ad avvitarsi su se stesso e persistere nella politica protezionistica.
A giocare un ruolo importante è il carattere tendenzialmente narcisista del presidente americano che – come del resto accade a molti politici – è infastidito dall’idea di riconoscere pubblicamente di aver sbagliato, e non ama rischiare di perdere la faccia. Sicuramente, nell’amministrazione Trump è in corso un dibattito interno molto acceso. E non solo per le pressioni di Musk: Kevin Hassett, consigliere economico del presidente, ha rivelato una riflessione in atto su una possibile moratoria di 90 giorni delle tariffe doganali – annuncio che ha innescato tentativi di rimbalzi in Borsa, ma che è stato presto smentito dalla stessa presidenza.

Trattative? Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…

Certo è che le conseguenze del protezionismo generano rischi per l’economia americana. Trump ha insistito sui dazi per due motivi: trattare con gli altri Paesi da posizioni di forza e favorire il rientro delle aziende americane che in passato avevano delocalizzato la produzione. Il primo risultato sembra semplice da ottenere: basterebbe che l’inquilino della Casa Bianca si dimostrasse aperto al confronto. Qualcuno ha già compiuto il primo passo senza aspettare un invito da parte di Trump: Helene Budliger Artieda, direttrice della segreteria di Stato dell’economia svizzera, è volata a Washington, annunciando che la Confederazione non applicherà controdazi e cercando per lo meno di ridurre, mediante negoziati, l’entità delle tariffe sui prodotti elvetici, che attualmente sono del 31%, contro il 25% dell’Unione Europea. L’Ue, da parte sua, non disdegnerebbe una trattativa, anche se le procedure di Bruxelles sono notoriamente macchinose.

Il nodo della delocalizzazione

Sul fronte delle aziende Usa che producono in Paesi soggetti a dazi (l’80% delle multinazionali americane) stanno invece sorgendo problemi operativi. Se, infatti, queste imprese decideranno di ignorare gli inviti istituzionali a un rimpatrio, saranno esse stesse colpite dalle tariffe doganali. Riversandole a sua volta sul consumatore, dato che i prezzi cresceranno, costringendo molti clienti ad acquistare di meno. La mossa potrebbe rivelarsi un boomerang per il presidente e per il Partito Repubblicano, dato che le elezioni di mid term si terranno fra appena un anno e mezzo e i cittadini americani vanno alle urne pensando soprattutto all’economia. D’altro canto, i benefici di un ritorno della produzione entro i confini nazionali sono tutti da dimostrare. Gli Stati Uniti hanno una disoccupazione del 4% circa: nel caso di un rientro massiccio delle imprese su suolo patrio, facilmente non riuscirebbero a trovare manodopera, e sarebbero costrette a ricorrere all’immigrazione – opzione non troppo gradita a Trump. Ma il problema più importante è un altro: se le multinazionali decidessero davvero di rimpatriare la produzione, sarebbero costrette ad avviare una procedura lunga ed elaborata. Staccare la spina e riattaccarla altrove non è un’operazione che si riesce a ultimare dall’oggi al domani. Ci vuole tempo. Ci vogliono anni. Più anni di quelli che ci separano dalle elezioni di mid term, e forse anche dalle stesse presidenziali. Se i democratici dovessero riprendere il controllo delle istituzioni, potrebbero annullare i dazi, vanificando le elaborate operazioni di rientro della produzione. Considerato tutto questo, si stima che non saranno molte le aziende che decideranno di rimpatriare, affrontando una perdita certa per evitare balzelli che poi, fra pochi anni, potrebbero essere revocati. Resta poi il fatto che i dazi fanno male ai timonieri delle bigtech americane. Non solo a quelli che, una volta insediato il nuovo inquilino della Casa Bianca, hanno rapidamente cambiato bandiera, ma anche a “fedelissimi” di Trump come Elon Musk. I miliardari della tecnologia potrebbero, dunque, fare pressioni sull’inquilino della Casa Bianca per uscire dal cul de sac dei dazi, siano essi reciproci (come quelli cinesi) oppure no.

Ritorsioni o dialogo?

Oltre alle aziende americane delocalizzate, a pagare i dazi sono (già fin d’ora) molte aziende europee molto esposte sugli Stati Uniti. Per le imprese, creare una diversificazione della clientela potrebbe rappresentare una soluzione, che però richiederebbe tempo. Prendiamo l’esempio del rame: gli Stati Uniti non ne hanno, e per questo motivo non impongono dazi sulla sua importazione. Se tutti i Paesi del mondo si mettessero d’accordo per sovvenzionare i Paesi esportatori (come ad esempio il Cile) pur di bloccarne la vendita agli Usa, Washington si sentirebbe con le spalle al muro e sarebbe costretta a trattare. Oppure: se si decidesse di non comprare più debito pubblico americano, gli Stati Uniti diventerebbero un mercato a rischio, dato che sono sì un Paese ricchissimo, ma anche molto indebitato. Queste manovre, che sarebbero sicuramente molto più efficaci che non eventuali contro-dazi, descrivono però rimedi difficilmente praticabili. In realtà, quello americano è un mercato troppo ricco e importante per il resto del mondo: isolarlo non conviene a nessuno. A meno, ovviamente, che si presentino situazioni estreme.

Volatilità fuori controllo

La discesa delle Borse ha colpito indiscriminatamente tutti i settori. E, in un simile quadro, ci hanno rimesso le criptovalute, il petrolio e persino l’oro. La recessione, data quasi per scontata, ha fatto crollare anche le banche, spaventate da uno scenario che da roseo è improvvisamente diventato pessimistico. L’indice Vix è oggi del 50% circa e il livello di paura è alto. In questa situazione di “mare grosso”, tuttavia, alcuni settori hanno raggiunto valutazioni interessanti. A questi livelli, non sembrerebbe azzardato acquistare, per non più del 15% della liquidità disponibile, azioni difensive (utility, alimentari e farmaceutici) oppure titoli tecnologici americani, che hanno ripiegato in modo deciso. Per il resto, occhi bene aperti, per poter essere pronti ad approfittare di qualche eccesso di ribasso: la volatilità potrebbe andare avanti per due o tre mesi, e lo scenario è aperto a sorprese orso o toro. Attualmente, gli indici stanno provando a reagire, nella classica situazione da “prove tecniche di rimbalzo”. Con l’obiettivo di fermare il tracollo e, possibilmente, cercare di recuperare almeno qualcosa.

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Le Borse europee pagano dazio. Ma poi recuperano

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Le Borse europee hanno aperto questa settimana in ribasso. Molti giornali hanno parlato di crollo; tuttavia, il termine è apparso per lo meno esagerato. Un po’ perché il “lunedì nero” è avvenuto in un quadro che vede gli indici del nostro continente a +10% da inizio anno e in positivo da ancora più tempo. Un po’ ancora perché i rimbalzi del giorno successivo sembrano aver ridimensionato gli allarmi rossi scattati in apertura di settimana.

Wall Street soffre di più

Appare ben più preoccupante la situazione di Wall Street, proprio perché la Borsa americana inanella prestazioni negative da almeno tre mesi, e l’indice Fear and Greed della Cnn ha evidenziato che il mercato è pericolosamente vicino alla percezione di “paura estrema” da parte degli investitori. Nel 2025 (tenuto conto anche del deprezzamento del dollaro) l’Europa ha sovraperformato gli Stati Uniti del 15% circa. Ma, se vogliamo dirla tutta, la crisi di New York è soprattutto crisi del tecnologico; altri settori hanno subito flessioni tutto sommato medio-basse oppure hanno sostanzialmente tenuto, e altri ancora vanno in netta controtendenza. Un titolo sulla cresta dell’onda è Berkshire Hathaway, che è in ottima salute ed esplora nuovi orizzonti, se è vero che ha l’intenzione di emettere un bond in yen.

Non solo tariffe doganali

Principali indiziati per il “lunedì nero” sono i dazi trumpiani in vigore da oggi nei confronti dell’Europa. Niente da dire: la decisione dell’amministrazione americana ha avuto sicuramente il suo peso, così come le speranze che i loro effetti siano meno devastanti di quanto temuto hanno contribuito al successivo rimbalzo (insieme al calo al 2,2% dell’inflazione nell’area euro). In fondo, se un residente negli Stati Uniti può acquistare oggi una bottiglia di vino italiano a 10 dollari sarà in grado di farlo anche domani a 12,50. Per gli americani, i prezzi erano cresciuti maggiormente quando l’euro valeva 1,60 dollari – eppure il crollo del mercato non c’è stato e i consumatori Usa hanno continuato ad acquistare prodotti europei. In ogni caso, uno storno (poi, come detto, ampiamente ridimensionato) era comunque atteso dopo tre mesi di picchi nei grafici: facile pensare che i mercati aspettassero il primo intoppo per far rifiatare le Borse, e che gli speculatori ne approfittassero.

Trump, perché?

A muovere Donald Trump nella sua ostinazione sui dazi sono soprattutto due convinzioni: da un lato che le imposte di frontiera siano in grado di favorire il rimpatrio delle attività delocalizzate dalle aziende americane dai tempi dell’amministrazione Clinton; dall’altro che i cittadini statunitensi tornino ad acquistare prodotti made in Usa, proprio per la loro ritrovata convenienza economica. Se il primo motivo può sembrare plausibile, il secondo è un chiaro errore di valutazione: gli americani ricchi, o di classe media, proseguiranno ad acquistare prodotti stranieri, soprattutto europei che – tecnologia a parte – hanno una qualità nettamente migliore rispetto a quelli statunitensi. Anche fermare la delocalizzazione però non è facile, immediato e conveniente: i costi di produzione americana sono molto elevati e occorre trovare la manodopera – il che allunga i tempi. Con il rischio, magari, che gli investimenti milionari per ritrasferire le strutture dal Messico agli Stati Uniti diventino superflui in caso di vittoria democratica alle elezioni di mid term. Per questo motivo, le grandi imprese potrebbero andarci caute, o semplicemente attendere, vanificando gli sforzi di Trump.

Il mese del risiko

Se a Piazza Affari le utility hanno evidenziato ottime performance, svolgendo egregiamente il loro mestiere di titoli difensivi, e i farmaceutici si sono comportati abbastanza bene, le banche hanno avuto la loro parte nel calo di inizio settimana, salvo poi rimbalzare alla seduta successiva. Tutto questo mentre il risiko bancario entra in una fase indubbiamente molto calda. La Bce e Banca d’Italia hanno dato il via libera all’offerta pubblica di scambio lanciata da Unicredit sulle azioni di Banco Bpm. Per il gruppo di Piazza Gae Aulenti, il primo ostacolo è superato – e sono già passati più di tre mesi dall’annuncio dell’ops. Prossimo passo, convincere gli azionisti di Piazza Meda ad aderire all’offerta (e ciò non è scontato, dato che l’offerta è carta contro carta, e quindi poco attraente) e il governo a non mettersi di traverso (e anche questo non è ovvio). C’è comunque l’impressione che le maggiori attenzioni saranno concentrate sulla partita Mediobanca-Mps-Generali. Una telenovela che continua ad arricchirsi di nuovi capitoli: ultimo tra questi, la lettera inviata da Piazzetta Cuccia alla Bce, con cui la banca d’affari ha segnalato un sospetto concerto tra Caltagirone e la Delfin della famiglia Del Vecchio. Nel caso in cui l’opa senese su Mediobanca andasse in porto, puntualizza il documento, i due azionisti arriverebbero a un passo dal controllo di Generali. Non è escluso che la stessa Unicredit possa entrare nella partita Mediobanca, se l’ops di Banco Bpm non raggiungesse i risultati sperati. Una scelta di questo tipo avrebbe le sue motivazioni: Unicredit tornerebbe a dotarsi di una presenza importante nell’asset management dopo che la gestione Mustier aveva venduto Pioneer e altri “gioielli di famiglia” per tagliare i costi.

Polizze catastrofi naturali obbligatorie, un rinvio… a metà

E’ entrato in vigore soltanto per le aziende di grandi dimensioni l’obbligo di sottoscrivere una polizza assicurativa contro i rischi di calamità naturali e di eventi catastrofali. L’imposizione è stata infatti rinviata per le medie aziende (che comunque dovranno mettersi in regola entro il 1 ottobre) e quelle piccole (la cui scadenza sarà il 1 gennaio 2026). Il parziale rinvio è del tutto comprensibile. Si ha infatti l’impressione che la norma sia stata approvata troppo in fretta: troppi sono i punti ancora poco chiari, in una questione di grande complessità come l’ambito del cat-nat. In particolare, le organizzazioni di categoria hanno sollevato dubbi sulla copertura assicurativa dei macchinari in affitto o in leasing e il problema del costo dei premi, mentre non è del tutto evidente quali sovvenzioni o agevolazioni su risorse pubbliche saranno off limits per le imprese che non avranno ottemperato all’obbligo assicurativo (per 90 giorni, comunque, il blocco degli incentivi è sospeso). Di fronte a un problema crescente come le catastrofi naturali, l’obbligatorietà della polizza è pienamente comprensibile. Ma sarebbe stato ugualmente saggio prendersi un po’ di tempo per fugare tutte le incertezze legate a un’operazione di così vasta portata.

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Borse in bilico fra tormentone-dazi, riarmo europeo e tassi Fed

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.

Europa batte Usa

Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.

Il ritorno delle banche

Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.

Usa, timori di inflazione

Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.

Canada, Carney nuovo premier

Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.

Ottawa, Europa?

Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.

Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti

Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.

Northvolt in bancarotta

E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.

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Mercati, una fase di difficile lettura

Il punto settimanale di Carlo Vedani – AD di Alicanto Capital SGR – sulla situazione dei mercati finanziari.

Dopo una settimana di su e giù, le Borse europee hanno aperto con una cauta vivacità, mostrandosi generalmente in rialzo. A spingere gli indici, il progetto di investimenti per la Germania firmato dal prossimo cancelliere Friedrich Merz e l’ottimismo sul fronte ucraino, confermato dal deciso calo del gas sulla Borsa di Amsterdam. Un fenomeno paradossale, dato che da una parte i grafici borsistici premiano le speranze di pace, dall’altra hanno approfittato della febbre da armamenti per spiccare il volo, sull’onda delle performance dei titoli del settore difesa e delle speranze di rialzare il Pil con ingenti spese militari.

Europa batte Usa

Questa apparente contraddizione mostra quanto la situazione attuale delle Borse, caratterizzata da una certa volatilità, sia di difficile lettura. Anche in relazione al passo pesante del mercato americano, che senza il rimbalzo di venerdì scorso avrebbe chiuso un’altra settimana all’insegna dell’Orso, e che lunedì scorso è tornato debole. Tra le molte difficoltà di giudizio, una cosa sembra chiara: il mercato europeo appare più tonico e approfitta del disimpegno degli investitori da Wall Street. In altre parole, chi toglie peso al portafoglio americano si trasferisce sull’Europa, anche se non si può prevedere quanto tempo durerà questo strano trend.

Il ritorno delle banche

Certo è che, per un investitore che volesse entrare oggi sul mercato, sembra un po’ troppo presto per tornare ad acquistare azioni a stelle e strisce e troppo tardi per comprare in massa titoli Ue. La parola d’ordine è quindi “prudenza”, magari optando per un coinvolgimento marginale, con un moderato approvvigionamento di utility, finanziari e qualche petrolifero. Oltre ai bancari, che potrebbero non aver esaurito la propria corsa, spinti da tre fattori: i superdividendi previsti, la stagione movimentata del risiko e l’inattesa febbre da armamenti, nel cui processo di acquisto gli istituti di credito ricoprirebbero un ruolo cruciale. Un ruolo ben ricompensato: la Commissione Europea è disposta ad allentare i vincoli di bilancio a banche e assicurazioni per agevolare i finanziamenti dell’acquisto dei materiali per costruire le armi. A Piazza Affari i titoli bancari sono in salute. In particolar modo brillano due protagoniste del “monopoli”: Mediobanca e Mps, quest’ultima un chiaro strumento filo-governativo in prima linea per difendere Generali.

Usa, timori di inflazione

Dopo il confronto telefonico Trump-Putin, le Borse Usa attendono una scontata decisione Fed sui tassi, mentre la situazione resta difficile. Alle criticità contribuiscono la telenovela-dazi e i conseguenti timori di inflazione (il segretario di Stato Scott Bessent ha affermato che “non ci sono garanzie” che gli Stati Uniti non entrino in recessione). Molto probabilmente, le minacce di introdurre tariffe doganali sono utilizzate dall’amministrazione Trump per ragioni negoziali; tuttavia, l’incertezza viene recepita negativamente dai mercati e crea riallineamenti. La paura che i balzelli entrino davvero in vigore in forze origina una paura diffusa di un conseguente minor potere di spesa per i consumatori. Il grosso del ritracciamento, comunque, dipende ancora dal forte calo dei tecnologici, in atto da tempo: altre azioni di settori diversi vanno bene – un esempio su tutti Berkshire Hathaway, che ha quasi raggiunto i massimi storici. I timori di inflazione spingono l’oro, che ha recuperato la forza per veleggiare intorno ai 3.000 dollari l’oncia. L’euro-dollaro, invece, fluttua nell’area 1.05/1.10; se l’economia americana dovesse indebolirsi ulteriormente, si verificherebbe in tutta probabilità un passaggio in fascia 1.10/1,15: è tradizione della Federal Reserve reagire alle difficoltà con la svalutazione della moneta.

Canada, Carney nuovo premier

Intanto in Canada si è insediato il nuovo premier. Si tratta di Mark Carney, economista, nonché ex banchiere centrale. Il sostituto di Justin Trudeau ha messo al centro del suo programma una politica per aumentare i posti di lavoro e una campagna di costruzioni immobiliari, con l’obiettivo di favorire la discesa dei prezzi delle case. Sullo sfondo, le prossime elezioni, i dazi e il “vicino ingombrante” Donald Trump, che per la prossima tornata canadese “tiferà contro” i liberali di Carney, auspicando l’insediamento di un esecutivo guidato dai Conservatori. Proprio per evitare che i canadesi si ricompattino intorno al nuovo premier, il presidente degli Stati Uniti potrebbe ammorbidire l’atteggiamento sui dazi e, più in generale, cercare di sgelare i rapporti con la Foglia d’Acero.

Ottawa, Europa?

Anche perché nei cittadini canadesi, già non troppo in sintonia con i vicini del sud, l’atteggiamento nei confronti di Washington è ai minimi storici, almeno da quando il Paese è indipendente dalla Gran Bretagna. Sembra suggerirlo anche un sondaggio, in cui il 47% dei canadesi si è detto favorevole all’adesione all’Unione Europea come 28esimo Paese membro (29% i contrari, uno su quattro gli indecisi e poco sopra il 10% i cittadini intenzionati a unirsi agli Usa). Certamente, questa è poco più di una nota di colore: i sondaggi di questo tipo lasciano spesso il tempo che trovano. E’ però curioso che da parte europea ci sia affrettati a plaudire ai risultati delle interviste: per bocca di Paula Pinho, portavoce della Commissione Ue, le istituzioni europee si sono dette “onorate” da questi dati. Tuttavia, anche se i criteri dovessero aprire a un’adesione, questa opzione è difficilmente realizzabile. Sebbene Ue e Canada siano, come ha detto la portavoce della Commissione, “partner con idee simili”, sono troppo distanti geograficamente per potersi unire. Un ingresso di Ottawa non porterebbe vantaggi né al Canada (per cui è sicuramente più conveniente interfacciarsi, come fa oggi, con l’economia americana), né a Bruxelles.

Groenlandia, secco “no” agli Stati Uniti

Se il Canada si riscopre rivale degli americani, anche la vicina Groenlandia non è da meno. Nelle elezioni legislative hanno prevalso gli indipendentisti moderati dei Demokraattit, con un balzo in avanti anche di Naleraq, partito nazionalista radicale. In un quadro in cui quasi tutti i partiti chiedono, in forma diversa, il distacco da Copenhagen (l’unica lista unionista ha raccolto poco più del 7%). I vincitori, propugnatori di una strada graduale ma sufficientemente ragionata verso la sovranità, sono ugualmente contrari alle mire americane sull’isola, contrastate anche da una manifestazione trasversale di cittadini. Probabilmente si arriverà, in un prossimo futuro, all’indipendenza dell’isola; in questo caso, i 57.000 abitanti dovranno scegliere il (o i) partner per commerciare in minerali di cui il sottosuolo è pieno. L’Unione Europea ha avviato recentemente colloqui per trovare un accordo, ma l’operazione sembra partita in ritardo.

Northvolt in bancarotta

E’ invece ufficiale l’ormai acclarato stato di bancarotta in cui è piombata Northvolt, società svedese specializzata in produzione di batterie per le auto elettriche. La gigafactory venderà il vendibile per ripianare i debiti per 5 miliardi di dollari, mentre 3.000 persone perderanno il lavoro. Con il fallimento di Northvolt, l’Europa si sveglia sprovvista di una grande azienda locale di batterie, indispensabili per le e-cars su cui la Commissione Ue ha puntato tutto. In altre parole, la bancarotta dell’azienda svedese rischia di legare l’Ue mani e piedi alla Cina. Il crack Northvolt è la testimonianza del tramonto dell’auto elettrica europea: non è escluso che ora si verifichi una retromarcia e si avvii un confronto su un nuovo progetto sostenibile, ma nello stesso tempo non penalizzante per le imprese automobilistiche e i cittadini.

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