Il ritorno del Covid mette in difficoltà l'Asia

Il nuovo lockdown di Shenzhen, città in cui operano molti fornitori tecnologici, ha causato ribassi nel mercato cinese, ma ha anche fermato la corsa di gas e petrolio. Mentre la speranza in nuovi colloqui di pace russo-ucraini concede una boccata d'ossigeno alle Borse europee...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

I colloqui di pace russo-ucraini, finora in una situazione di stallo, hanno fatto sperare (molto timidamente) in qualche progresso. Secondo vari osservatori, è a questo cauto ottimismo che si deve la piccola boccata d'aria dei mercati europei, in ripresa dopo un lungo periodo di instabilità.
È proprio così? Sicuramente le aspettative legate alla fine della guerra possono aver influito, ma non si sa fino a quale punto, data la precarietà della situazione. Più facile che il moderato rimbalzo della scorsa settimana sia un normale assestamento dopo i ribassi dell'ultimo mese: nelle settimane precedenti la discesa dei mercati è stata molto veloce e violenta, e un tentativo di recupero era abbastanza prevedibile.
Non dobbiamo, dunque, farci troppe illusioni, anche perché un accordo tra Russia e Ucraina non sembra così vicino, ed eventuali progressi nei colloqui (che finora non si sono registrati) non significherebbero lo stop al conflitto. Per questo motivo non possiamo escludere nuovi ribassi nel corso del prossimo mese.

Il ritorno del Covid

Al mercato non piace l'incertezza, e questo periodo – contraddistinto da guerra, aumenti generalizzati nei prezzi delle materie prime e incognite legate al ritorno del Covid – non infonde certo sicurezza agli investitori.
Non per niente, anche quelle piazze finanziarie che fino a poco tempo fa tenevano ora sono in flessione. Hanno perso terreno Stati Uniti e Borse asiatiche – soprattutto la Cina, dove si riprende a parlare di lockdown per nuovi focolai del virus: le nuove misure restrittive nell'area di Shenzen - per inciso, la città in cui hanno sede Huawei, Tencent e Foxconn, azienda chiave nella catena degli iPhone - hanno causato un'ondata di panic selling in tutto il paese. Particolarmente colpiti i tecnologici, anche a causa della chiusura degli stabilimenti che forniscono hardware all'Occidente.
Ai nuovi lockdown cinesi sembra legata anche la discesa del gas, calato del 30% dopo aver raggiunto i massimi, e del petrolio, sceso a 100 dollari dal picco di 130. La reazione dei mercati è soprattutto psicologica, dato che l'area di Shenzhen è una regione di “appena” 20 milioni di abitanti nel nord del paese. Una cifra enorme per gli standard italiani o europei, ma molto marginale rispetto al miliardo e 800 milioni di abitanti della Cina. I timori sono legati ai rischi di ritorno alle restrizioni e al rapido rialzo dei casi in Germania.
Nonostante questo, sembra che la reazione dell'Europa al rischio di una nuova ondata possa divergere in modo abbastanza forte dalle ormai tradizionali politiche di contenimento. I governi sembrano orientati a una graduale riapertura, strategia derivante dalla fiducia nell'efficacia dei vaccini, che hanno raggiunto la gran parte della popolazione del continente.
La Cina invece prosegue nella classica politica di lockdown severissimi – anche se, come abbiamo visto, nel mondo di oggi è molto difficile bloccare la propagazione di un virus infettivo come il Covid.

Colpa della guerra? La speculazione gioca un ruolo importante

Il timore di una nuova ondata di casi legati alla pandemia ha influito anche sul ribasso dei prezzi delle materie prime, a cui potrebbe anche concorrere un aumento della produzione da parte dei paesi Opec, ventilato dagli Emirati Arabi Uniti. La decisione potrebbe dare un sollievo psicologico, anche se è chiaro che i rincari dipendono da altro.
Dipendono, cioè, dalla forte speculazione portata avanti in queste settimane. Infatti, la finanziarizzazione dell'economia ha creato un problema enorme: oggi, a dettare le regole, è il mondo anglosassone, che lascia un ampio margine di manovra ai fondi, liberi di speculare in maniera estrema. Una statistica ci dice che per ogni barile prodotto ne vengono scambiati 20 in Borsa.
La speculazione potrebbe essere fermata solo da un accordo tra i principali paesi del mondo, in grado di fissare un tetto al prezzo del greggio o del gas. Ma questa eventualità è difficilissima, ed è ancora più improbabile in un periodo colmo di tensioni come quello che stiamo vivendo.
A meno che si muovano gli Stati Uniti. Washington, pur autosufficiente dal punto di vista energetico, comincia a registrare problemi per gli aumenti di gas e petrolio, aumenti che suscitano proteste fra famiglie e imprese: il greggio a 100 dollari fa male anche al consumatore americano. Proprio a pochi mesi dalle elezioni di mid-term. Per questo motivo, gli Usa potrebbero cercare una via per contribuire a un ribasso del petrolio sotto i 90 dollari, che contribuirebbe a minimizzare gli impatti del caro-carburante sull'economia reale.

Cosa scegliere?

In questa situazione, che vede l'economia navigare a vista, come dovrebbe operare chi vuole entrare nei mercati?
Una strategia possibile contempla la scelta di settori difensivi, come per esempio le utility (con l'unica incognita rappresentata dal possibile rialzo dei tassi interesse). Abbastanza sicuri i titoli legati alla trasformazione energetica, che certamente riceveranno una spinta molto forte dalla transizione ecologica.
In linea concettuale, potrebbe rivelarsi proficua la scelta dei titoli finanziari, che però sono a rischio boomerang in caso di recessione. Consigliabile anche un'esposizione moderata sulle materie prime.
Poco interessanti invece i tecnologici, che risentono – come anticipato – del blocco di Shenzhen e dei cali del Nasdaq.
In generale, alla luce dell’importante calo nei prezzi di Borsa, suggeriamo un approccio di avvicinamento molto graduale ai mercati per la costruzione di un’esposizione azionaria diluita nel tempo: laddove i mercati dovessero affrontare nuove ondate ribassiste, questo approccio consentirebbe di entrare anche su valori inferiori rispetto a quelli attuali, senza pregiudicare così l’opportunità di investire su prezzi sempre più a sconto rispetto al valore delle società oggetto di investimento.

 


La guerra manda a picco i titoli bancari europei

Le azioni del settore creditizio accusano perdite intorno al 35% dai massimi. Pesano le esposizioni in Russia e Ucraina, ma anche il rischio-stagflazione e il probabile stop all'aumento dei tassi. Intanto, il caro-gas ferma le acciaierie.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Mentre la guerra russo-ucraina cresce drammaticamente di intensità, l'economia reale inizia a risentirne in modo pesante. Le materie prime, già sotto pressione da inizio anno, schizzano a livelli record, bloccando l'operatività di fonderie, acciaierie e cartiere: con questi prezzi, le aziende iniziano a considerare anti-economica la produzione, a meno di aumentare sensibilmente i prezzi e di scatenare un effetto domino sulla filiera produttiva e, in ultimo, sui consumatori.
A breve potrebbero fermarsi anche gli autotrasportatori, impossibilitati a reggere aumenti così forti della benzina, e le aziende del settore food, in particolare quelle legate al pane e alla pasta, che dipendono in modo massiccio dal grano ucraino: se il conflitto dovesse proseguire, potrebbero chiudere molte imprese del comparto. Dai grandi gruppi ai panettieri sotto casa.

Fate presto!

Per questo motivo è più che mai attuale un titolo di giornale entrato nella storia: “Fate presto!”. In altri termini, è urgente trovare una soluzione-tappo al caro-materie prime.
Ad avanzare una proposta sensata è stato il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha suggerito l'introduzione rapida di un cap al prezzo del gas unificato a livello europeo, con l'Ue chiamata a sobbarcarsi l'onere del differenziale rispetto al prezzo di mercato.
Non è facile prevedere se la cosa sarà accettata a livello comunitario. Ma, sempre che la proposta diventi ufficiale, ci sono buone probabilità di riuscita: la Germania – la cui dipendenza del gas dalla Russia è simile a quella italiana – potrebbe supportarla, rivelandosi una preziosa alleata.

Svalutazione del rublo: chi ci guadagna?

Intanto, però, sembra che le istituzioni europee non percepiscano l'urgenza: per parafrasare Tito Livio, mentre a Bruxelles si discute, Sagunto (l'economia europea) rischia grosso.
Nel mondo occidentale, lo abbiamo sostenuto tante volte, sarà proprio il nostro continente a pagare di più. Soprattutto se la Russia, per ritorsione contro le sanzioni, diminuisse la quantità di gas da vendere a Italia, Germania e Francia.
Se una mossa del genere non sembra immediata, la lista degli “stati ostili” compilata da Vladimir Putin è già una realtà: ai russi sarà permesso pagare i loro debiti nei confronti di questi paesi in rubli, invece che in euro o in dollari. A perderci saranno i creditori europei, dato che la valuta russa si è svalutata del 50%.
In tutta questa situazione di caos, in Europa si è aperta la svendita di azioni e obbligazioni di Mosca. A chi? Alla banca centrale russa, che le sta comprando a un quinto del valore di società che torneranno a monetizzare. E, in tre o quattro anni, riprenderanno in toto il valore iniziale.

Il peso delle sanzioni

Tutto questo rende le sanzioni sbagliate? O sono comunque una scelta corretta? Difficile rispondere. Sicuramente, girare la testa dall'altra parte – come è stato fatto in altre occasioni in passato - non sarebbe stata una scelta etica, né rispettosa.
Tuttavia, non è per niente detto che le sanzioni siano una risposta efficace. Nella storia, questo mezzo di pressione non ha mai fatto cadere nessun governo, che fosse autocratico o democratico. In altri termini, le sanzioni non hanno provocato un cambio di regime in Serbia, né in Iraq, Iran, Venezuela, Corea del Nord. E non lo faranno in Russia, che intensificherà il suo commercio con Cina e India, candidati a diventare i partner economici privilegiati di Mosca.
L'Europa, facile prevederlo, resterà con il cerino in mano, mentre gli Stati Uniti – abituati a gestire crisi e conflitti lontani da casa – avranno impatti più limitati. Anche per i minori rapporti economici con Mosca. Un dato su tutti: gli Usa hanno un pil che è dieci volte quelli italiano, ma rapporti commerciali con la Russia inferiori a quelli che ha il nostro paese. Facile, quindi, capire chi perderà, comunque finisca la guerra.
Gli Stati Uniti hanno caldamente persuaso gli stati europei ad approvare sanzioni senza condividerne i costi. Sarebbe stato più corretto che Washington avesse proposto di sopportare il peso economico di questa scelta, aiutando i paesi europei a minimizzarne le conseguenze.

Banche a picco

Intanto i mercati reagiscono con una dose extra di irrazionalità: la paura e la componente emozionale hanno provocato un'ondata di sell off. La volatilità sembra scesa in campo per restarci, creando circoli viziosi: se il mercato perde il 20%, il pessimismo provoca peggioramenti, che potrebbero essere ulteriormente acuiti se la situazione ucraina e la crisi economica europea si aggravassero ancora di più.
Particolarmente colpito dalla svendita massiccia di titoli è stato il mondo bancario, che in pochi giorni ha perso dal 25% al 45%. La picchiata avviene per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, l'esposizione del settore ai due paesi attualmente in guerra, che ha portato ribassi soprattutto alle banche molto presenti in Russia e Ucraina (in primo luogo Unicredit, che ha perso il 45% della sua quotazione nell’ultimo mese).
Poi lo scenario macroeconomico che il conflitto ha radicalmente cambiato: dalla previsione di crescita al 4% siamo passati alla possibile recessione, o addirittura stagflazione, che significa anche sofferenze in bilancio.
Infine, la consapevolezza che la guerra rallenterà il ciclo di rialzo dei tassi.
È probabile che il crollo dei “bancari” sia vicino al picco: per questo motivo, oggi investire in questi titoli potrebbe rappresentare un'opportunità. A meno che si pensi che la guerra possa durare più di un mese, e trasformare Kiev in una nuova Stalingrado, o l'Ucraina in un Vietnam – scenario che non è da ritenersi troppo probabile.

Il calo dell'euro

Intanto i mercati reagiscono con una dose extra di irrazionalità: la paura e la componente emozionale hanno provocato un'ondata di sell off. La volatilità sembra scesa in campo per restarci, creando circoli viziosi: se il mercato perde il 20%, il pessimismo provoca peggioramenti, che potrebbero essere ulteriormente acuiti se la situazione ucraina e la crisi economica europea si aggravassero ancora di più.
Particolarmente colpito dalla svendita massiccia di titoli è stato il mondo bancario, che in pochi giorni ha perso dal 25% al 45%. La picchiata avviene per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, l'esposizione del settore ai due paesi attualmente in guerra, che ha portato ribassi soprattutto alle banche molto presenti in Russia e Ucraina (in primo luogo Unicredit, che ha perso il 45% della sua quotazione nell’ultimo mese).
Poi lo scenario macroeconomico che il conflitto ha radicalmente cambiato: dalla previsione di crescita al 4% siamo passati alla possibile recessione, o addirittura stagflazione, che significa anche sofferenze in bilancio.
Infine, la consapevolezza che la guerra rallenterà il ciclo di rialzo dei tassi.
È probabile che il crollo dei “bancari” sia vicino al picco: per questo motivo, oggi investire in questi titoli potrebbe rappresentare un'opportunità. A meno che si pensi che la guerra possa durare più di un mese, e trasformare Kiev in una nuova Stalingrado, o l'Ucraina in un Vietnam – scenario che non è da ritenersi troppo probabile.

Esg in piena crisi

Se l'euro, a medio termine, potrebbe riprendere i suoi valori pre-crisi, la guerra mieterà sicuramente molte vittime nel mondo finanziario. Tra queste, potrebbe esserci la tassonomia Esg, che rischia letteralmente di snaturarsi. A causa del calo generale dei mercati e del contemporaneo rialzo dell'industria degli armamenti, i fondi etici hanno chiesto deroghe per titoli legati a petrolio e persino armi. Se questo avvenisse, si verificherebbe un colpo epocale da cui questo settore difficilmente potrebbe riprendersi del tutto, proprio perché, investendo in titoli “proibiti”, perderebbe le sue caratteristiche fondanti.

 


Come sopravvivere alla volatilità

Il conflitto russo-ucraino ha scatenato un'ondata di panic selling, soprattutto sui mercati europei. Ma, quando si investe, è sempre meglio non farsi sopraffare da emozioni, incertezze e paure. Ecco il mix da scegliere in questi giorni difficilie.

Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci propone la sua analisi puntuale sull' attuale complesso contesto di mercato

Appena una settimana fa scrivevamo che Putin aveva riconosciuto le repubbliche ribelli del Donbass. In pochi giorni la situazione è precipitata: giovedì scorso è esploso il conflitto e la Russia sta incontrando difficoltà rispetto ai probabili piani di una guerra-lampo. Lunedì si è tenuto un primo round di colloqui, che presto riprenderanno, ma una soluzione appare lontana.
Intanto, pur in pochi giorni, le operazioni belliche hanno già causato eventi importanti, alcuni clamorosi: tra questi, un cambio repentino nella politica antimilitarista del Parlamento tedesco, l'adesione della Svizzera alle sanzioni internazionali, l’Unione Europea che fornisce armi a un paese terzo, gli atleti russi completamente esclusi dalle competizioni sportive.

Europa, la grande sconfitta

In questo contesto, ancora molto fluido, è davvero difficile tracciare una valutazione economica puntuale della situazione.
C'è solo un punto fermo: l'impatto delle sanzioni – che sembrano anche un monito alla Cina, per frenare i suoi appetiti su Taiwan – sarà probabilmente devastante per l'economia russa, ma potrebbe danneggiare (e molto) tutto l'Occidente. La Bce si aspetta un impatto fino all’1% sul pil, mentre l’inflazione continua a segnare livelli molto alti in Europa: venerdì scorso la Francia ha riportato +0,8% mese su mese (+4,1% anno su anno), ma consumi in calo, mentre lunedì il Cpi spagnolo ha segnato +0,6% MoM (+7,4% YoY) e martedì il dato di febbraio per l’Italia ci ha consegnato un’inflazione al 6,2% su base annua.
Questa divergenza costituisce un’ulteriore preoccupazione per la Bce, e ci fa sospettare che la prima vittima delle sanzioni sarà proprio l'Europa. Il blocco Swift per alcune banche russe rischia davvero di mettere in difficoltà molte aziende del nostro continente (soprattutto tedesche, italiane e in second'ordine francesi) che hanno commesse con Mosca.
E' molto difficile, come è anche inutile ricordarlo, che le perdite vengano indennizzate, mentre è probabile che non si limiteranno al breve termine, ma danneggeranno le nostre imprese per un periodo più lungo. I settori più colpiti sembrano essere quelli del lusso, della moda, del turismo e del food di alta gamma.
L'Europa sarà quindi la grande sconfitta. Meno problemi, invece, per l'Asia, che ha pochissimo scambio con la Russia e sostanzialmente tiene. In particolare, il Giappone rappresenta un'economia molto concentrata sulla situazione interna: quindi, come ha resistito alla crisi economica causata dal Covid, sta, per ora, riuscendo a gestire anche le conseguenze della guerra russo-ucraina.

Volatilità ai massimi

I mercati occidentali, invece, sono in balia delle notizie e della volatilità: mentre il Vix ha raggiunto i massimi dell'anno, l'indice S&P 500 YTD ha fatto registrare -11,23% e l'Eurostoxx -11,71%. Un esempio del panic selling che si è verificato viene dalle maggiori banche italiane: in 12 giorni Intesa Sanpaolo ha perso circa il 25% (sebbene dal mercato russo provenga solo l'1% del suo utile) e Unicredit più del 30%.
Il motivo di questa reazione è semplice: molti investitori non sopportano l'incertezza e sono spaventati dall'ipotesi di un rallentamento della crescita, con tutte le conseguenze del caso, sull'economia europea nei prossimi mesi: un atteggiamento che avevamo già visto a marzo 2020 con l’esplosione della pandemia, ma che, per fortuna di chi aveva avuto il coraggio (perchè di coraggio a volte si deve parlare) di mantenere le posizioni o addirittura di incrementarle, questo atteggiamento dicevamo si è poi rivelato un grosso errore.
Non ci stancheremo mai di ripetere che l’investimento in capitale di rischio richiede pazienza, costanza, nervi saldi e tempo.
Ricordiamo che Warren Buffet deve gran parte dei suoi risultati eccezionali alla capacità di comperare titoli quando nessuno li vuole: una delle sue massime è "be greedy when others are fearful and be fearful when others are greedy."
Prevedere il futuro è infatti impossibile soprattutto quando si parla di geopolitica. Probabilmente non si è ancora toccato il fondo della discesa dei mercati ed è molto probabile che la volatilità resti sostenuta. Tuttavia, già oggi, ci sono buone opportunità di acquisto. Vale la pena di ricordare che chi vende oggi probabilmente rientrerà sui mercati a prezzi piu alti. In altri termini, la miglior strategia è tenere duro, se si può.

Portafoglio diversificato

Tenere duro, sì. Ma in che modo? Oggi come oggi, una buona ricetta per investire può consistere nella diversificazione di portafoglio: occorre avere una visione globale e diversificare l‘esposizione tra Asia, Stati Uniti e materie prime, in un periodo in cui quasi tutte sono in ascesa (l'alluminio è addirittura ai massimi storici).

L'incognita-tassi

In questo scenario si fanno ancora più profonde le incertezze delle Banche centrali sui tassi, che già prima della crisi ucraina erano molto marcate. Il conflitto in corso dovrebbe ritardare la politica di rialzo dei tassi pur in presenza di un'inflazione davvero preoccupante come dicevamo già prima. L’idea di fondo è che alla fine si sceglierà di non sacrificare la crescita accettando un’inflazione che si spera possa avere toccato il picco proprio nel mese di febbraio.

 


Investimenti: maneggiare con cura

L'aggravarsi della crisi russo-ucraina ha provocato ulteriore tensione sui mercati europei. Ma, se si ha la pazienza di attendere, le azioni sono ancora la scelta migliore.

Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

Lunedì sera la crisi russo-ucraina ha subito un’ulteriore escalation con il riconoscimento da parte della Russia delle due repubbliche del Donbass. Indipendentemente dai suoi sviluppi a breve termine, una cosa è certa: eventuali sanzioni proposte dagli Stati Uniti e accolte dall'Ue non faranno che danneggiare l'Europa. I maggiori problemi economici si verificheranno infatti nel nostro continente. dove i provvedimenti metterebbero a rischio varie nostre imprese.
Per non parlare del gas: Italia e Germania dipendono da Mosca per il 40% circa delle loro forniture
Sembra lecito porsi questa domanda: fermare il Nord Stream 2 è una “sanzione” rivolta contro la Russia o contro la Germania?
Anche le ritorsioni decise ieri sera dalla Casa Bianca sembrano essere molto più punitive per gli interessi europeri piuttosto che per quelli americani.
L’Europa è il classico vaso di coccio messo fra due vasi di ferro: deve lealtà agli Stati Uniti, ma non ha potere di interdizione quando i suoi interessi vengono lesi. E la sua miopia le impedisce di vedere, per esempio, che la Russia – come già aveva fatto la Cina – sta tornando a giocare un ruolo strategico in Africa.
Anche gli americani hanno i loro problemi: di fatto hanno favorito in tutti i modi il ritorno dell'alleanza fra Mosca e Pechino, mai così vicine dai tempi della rottura fra Chruščëv e Mao.
Va da sé una considerazione: promuovere, pur con altri obiettivi, un riavvicinamento tra le due potenze è un atteggiamento autodistruttivo – e puntualizzarlo non significa certo essere filo-russi o filo-cinesi, ma solo osservare i fatti con occhio distaccato e non ideologico.

Promesse non mantenute

Se la politica europea sembra non vedere a un palmo dal proprio naso, la società civile (cioè chi materialmente dovrà pagare le bollette del gas in drammatico rialzo) si fa alcune domande. E dai giornali iniziano a partire vari distinguo.
Ne è la prova un recente articolo di Der Spiegel, che ha pubblicato i verbali di un vertice fra i direttori politici dei ministeri degli esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, avvenuto a Bonn nel marzo 1991. Bene: durante la riunione, i quattro definirono "inaccettabile" un'eventuale espansione della Nato a est della Germania Ovest. Questo, ricorda lo Spiegel, fu anche formalmente assicurato a Michail Gorbačëv e all'Unione Sovietica.
Invece, ça va sans dire, la promessa non è stata rispettata, l'Alleanza Atlantica ha varcato il fiume Elba, si è allargata e ora vuole affiliare l'Ucraina. La crisi attuale, o il suo pretesto – ricordiamolo - parte di qui.

Impatto (per ora) limitato

L'acuirsi delle tensioni – prima con il riconoscimento russo delle repubbliche secessioniste, poi con l'ingresso dei blindati di Mosca nel loro territorio – ha naturalmente influito sui mercati.
Che cosa accadrà ora all'economia mondiale? Difficile prevederlo. Per ora, gli impatti sulle aziende sono ancora limitati.
Non c’è dubbio che, nel momento in cui scriviamo, la vicenda russo-ucraina rappresenti il principale catalyst di mercato, ma, come crediamo sia chiaro a tutti, nessuno può ragionevolmente prendere una posizione prevedendo e anticipando le eventuali mosse dei protagonisti. Vendere ora o comprare ora, scommettendo su un‘invasione o su una risoluzione diplomatica della crisi, rappresenterebbe una mera scommessa senza alcun tipo di fondamento economico finanziario.
Ovviamente la situazione potrebbe anche precipitare, ma non è detto che i prezzi non inglobino già parte delle conseguenze della crisi in atto: gli eventi geopolitici sono infatti spesso enfatizzati nel breve termine ma non hanno conseguenze di lungo periodo così importanti.
Molto più decisivo sarà comprendere, nelle prossime settimane o mesi, che tipo di scenario macroeconomico si dipanerà.
Il vero nodo è rappresentato da due aspetti: i tassi di interesse e gli effetti che un eventuale errore di politica monetaria da parte delle Banche centrali potrebbero avere sulla crescita economica, portando eventualmente a un rallentamento che, in alcuni casi, potrebbe addirittura trasformarsi in una recessione.
Oggi è ancora troppo presto per scommettere su un'economia in contrazione e quindi, nonostante il quadro di breve presenti tutti gli elementi di incertezza e difficoltà che abbiamo descritto, riteniamo opportuno non prendere posizioni drastiche.
Non possiamo escludere che vi possano essere giornate di difficoltà, soprattutto nel momento in cui si verificassero scontri armati e tensioni sul confine tra Russia e Ucraina, ma
Per chi è più propenso al rischio, in ottica di medio termine, gli investimenti in azioni o bond russi potrebbero rivelarsi molto interessanti. Come del resto era avvenuto nel 2014 dopo l'annessione della Crimea: in un primo tempo Mosca aveva sofferto ribassi, ma nei cinque anni successivi il rendimento dei suoi strumenti aveva sfiorato il 200%.

Tornano i beni rifugio?

In questa situazione, si è parlato di un ritorno dei beni rifugio, anche dopo il leggero rialzo di oro e franco svizzero in corrispondenza dell'aggravarsi della crisi russo-ucraina. Tuttavia è probabile che si tratti di un fenomeno assolutamente contingente.
L'oro ha raggiunto un valore alto, ma non eccessivo. Il franco è una moneta stabile, ma le banche elvetiche applicano tassi negativi dell'1% ai depositanti.
E ancora: le obbligazioni hanno recuperato solo il 10% di ciò che hanno perso da agosto. E le criptovalute registrano alti e bassi: il bitcoin è fra 30mila e 45mila dollari di trading range.
Insomma, l'unica vera ricetta contro l'inflazione sembrano rimanere solo le azioni.
In ottica di portafoglio complessivo, l'oro può essere considerato una sorta di polizza assicurativa: se i titoli vanno male, protegge un po' di più. Ma la sua quota non dovrebbe superare il 3%-4%, perché non produce alcun tipo di reddito.
Come diceva Warren Buffett: "don‘t buy gold, buy stocks". Una massima che rimane valida in ogni scenario.


Distensione Mosca-Kiev: come reagiranno le Borse?

Le truppe russe si stanno ritirando dal confine ucraino, proprio mentre le tensioni tra i due paesi hanno fatto "ballare" i mercati. E ora...

Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

Le turbolenze sui mercati non accennano a placarsi. La settimana scorsa, negli Stati Uniti, il tasso di inflazione ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi 40 anni. Mentre si è verificato un rialzo generalizzato dei rendimenti dei titoli governativi e corporate europei. Un esempio su tutti è dato dai cali registrati sui titoli decennali tedeschi, che durante il mese di gennaio hanno infatti perso il 3,30% e con i decrementi della scorsa settimana sono a -4,40% da inizio anno. In pratica, a tassi invariati, un detentore di decennali tedeschi impiegherà 13 anni per recuperare questa perdita.
In questo periodo, insomma, sulle obbligazioni bisogna essere particolarmente selettivi: difficile pensare a un ritorno a tassi negativi, a meno di ipotizzare uno scenario recessivo che al momento non sembra per fortuna alla porte.

 La Nato può attendere

Settimana negativa anche per l'azionario, che ha proseguito l'andamento ondivago: le tensioni, soprattutto sul mercato europeo, dipendono in gran parte dall'inflazione e dalla nota americana secondo cui l'Armata Russa avrebbe varcato i confini ucraini il 16 febbraio, cioè oggi. Una previsione che, per fortuna, non si sta avverando.
Quello che ai più sembrava un evento ineluttabile, e che aveva causato ribassi ai listini anche lunedì mattina, alla fine non si è verificato. La crisi si sta ricomponendo, proprio come voleva la Russia. Decisivo nella risoluzione della crisi è stato il vertice Scholz-Zelensky, svoltosi lunedì scorso a Kiev: il cancelliere tedesco, in conferenza stampa, ha detto a chiare lettere che „l’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è in agenda”. Un'affermazione non contraddetta dal presidente ucraino: l'entrata nell'Alleanza Atlantica – ha affermato - “non è un dossier urgente”, anche se resta in costituzione. Risultato: Kiev non entrerà nella Nato per almeno dieci anni, problema rimandato e sospiri di sollievo in tutto il mondo.
A vincere, in ogni caso, non è stata una parte o l'altra, ma il buonsenso. Come del resto avvenne nell'ottobre 1962, al tempo della crisi dei missili a Cuba, che vedeva un'identica situazione, anche se a parti invertite.

La partita si gioca sul gas

Ora, almeno per Italia e Germania, la partita si gioca sul gas: dal prezzo spot sulla borsa di Chicago, si evince chiaramente che l'aumento dei prezzi è largamente legato alla crisi ucraina, oltre che alla eccessiva finanziarizzazione di questo prodotto. Come del resto la crescita dell'alluminio, arrivato ai suoi massimi la scorsa settimana. Una sempre più probabile de-escalation sull'asse Mosca-Kiev – e, magari, anche il sospirato avvio del Nordstream 2 – potrebbero invertire la rotta e alleggerire costi e bollette di famiglie e aziende, sventando una minaccia cruciale per la ripresa e la stessa sopravvivenza di centinaia di imprese.
Per scoprirlo dovremo aspettare la fine dell'inverno, quando ci sarà minore richiesta di combustibile, e quando sarà passato un periodo di tempo sufficiente da questo "febbraio caldo".
Per il resto, non si è ancora sciolto l'altro nodo che ha caratterizzato l'inizio di quest'anno, e cioè l'incertezza delle Banche centrali sui tassi. La decisione è molto difficile, perché occorre scegliere fra due rischi: da una parte il pericolo di frenare la ripresa, rallentando la crescita economica, dall'altra il timore di una spirale inflattiva senza fine. In ogni caso è bene ricordarlo: Christine Lagarde ha detto che non è alzando i tassi che si riesce a fermare il rialzo delle materie prime. Quindi i tassi saliranno, ma non in maniera violenta.

Mantenere la rotta

Se la crescita si affievolisse, il 2022 potrebbe confermarsi complicato, con i titoli tecnologici che potrebbero subire ulteriori correzioni al ribasso e le obbligazioni impossibilitate a svolgere un ruolo difensivo. Ma, come al solito, occorre saper aspettare. Le previsioni delle case di investimento relative agli indici stimano che, a fine anno, il prezzo delle azioni sarà più alto rispetto a ora, ma non di tanto. Il tutto in un contesto di volatilità accentuata.
Il problema – lo abbiamo ricordato più volte – è quindi essenzialmente psicologico. Perché se l'investitore è metodico, se non si lascia prendere dalla paura, alla fine guadagna quasi sempre.
Lo rivela anche uno studio molto interessante: un risparmiatore che avesse investito 10.000 dollari il 1 gennaio 1980 sull’indice americano, e avesse sempre mantenuto quella posizione, oggi avrebbe 680.000 dollari.
L’utile sarebbe però sceso a a 420.000 dollari se l'investitore fosse uscito nei cinque giorni più performanti di questi 42 anni, a 310.000 se si fosse perso i migliori dieci e a 100.000 se avesse evitato i top 30.
Che cosa significa? Semplice: che la pazienza è davvero la virtù dei forti, anche negli investimenti. Adottare una strategia "dentro e fuori" può certamente salvaguardare da ribassi molto violenti, ma richiede una forte capacità di saper rientrare al momento giusto. Il che non è certamente facile, anche a causa del ruolo rivestito da avvenimenti impossibili da prevedere, rivolgimenti improvvisi e "cigni neri".

Too strategic to fail

Intanto, in Italia fa ancora discutere il caso-Saipem, anche alla luce dell'ammenda da 192 milioni comminata lunedì scorso al gruppo da parte del tribunale di Algeri. Sul piatto c'è il prestito ponte da 500 milioni di euro chiesto dall'azienda energetica a Intesa e Unicredit. L'importo permetterebbe a Saipem di restituire la tranche delle obbligazioni che scadrà il prossimo 5 aprile - data entro la quale è impossibile completare il programmato aumento di capitale.
Secondo le indiscrezioni, i due colossi bancari hanno espresso atteggiamenti differenti: più possibilista Intesa, più rigida Unicredit.
Ma alla fine è difficile ipotizzare che Saipem non verrà salvaguardata: pagherà la tranche e porterà a casa l'aumento di capitale, che assicurerà la continuità aziendale e la presenza sui mercati internazionali. Parafrasando un'espressione che solitamente si utilizza riferendosi alle banche, Saipem è too strategic to fail.

Fusioni, nuovo giro di valzer

A proposito di Unicredit, i mercati hanno apprezzato sia l'interesse della banca di piazza Gae Aulenti per Banco Bpm, sia i passi avanti dell'operazione Bper-Carige, che ha ottenuto semaforo verde dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
Potrebbe aprirsi un nuovo valzer di merger&acquisition. Il che non è per nulla sorprendente: da anni si prevede che in Italia le fusioni ridurranno il numero di istituti bancari, portandolo a tre o quattro, mentre resteranno indipendenti quasi unicamente le piccole banche di credito locali.
Un nuovo giro di consolidamento bancario piace alle Borse, perché porterà valore agli azionisti. C'è però l'altra faccia della medaglia: il rischio-esuberi, dovuto alla sovrapposizione degli sportelli e alla loro chiusura. Proprio in un periodo storico in cui, in generale, sembra irreversibile il trend che vede le succursali ridursi a causa della corsa alla digitalizzazione.


Mercati inquieti per le parole dei banchieri

Lo scorso 3 febbraio, Christine Lagarde ha paventato l'aumento dei tassi da parte della Bce. La dichiarazione ha creato tensioni sui mercati finanziari e dilatato la forbice fra Btp e Bund

L'ultima settimana dei mercati europei ha avuto come protagonisti gli spread dei paesi del centro e sud Europa. In primo luogo quello italiano, che è arrivato a superare quota 160. A scatenare questa bagarre è stata Christine Lagarde, presidente della Bce, che dopo la riunione dello scorso 3 febbraio non ha escluso l'aumento dei tassi di interesse prima della fine dell'anno. Proprio il contrario di quanto la stessa leader dell'Eurotower aveva affermato non molto tempo fa, assicurando che prima del 2023 non ci sarebbe stato alcun incremento.
Nulla è valsa una rettifica poche ore dopo la conferenza stampa: il danno ormai era fatto. Soprattutto in Italia, dove si è verificata una vendita generalizzata su tutte le scadenze, con i titoli decennali che da inizio anno perdono quasi il 10% in conto capitale.

 Comunicazione sbagliata.

E' la seconda volta in meno di due anni che Christine Lagarde si rende protagonista di un grave errore di comunicazione, con conseguenti reazioni dei mercati (la prima gaffe – la famosa frase "Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri player per gestire quei problemi – era stata pronunciata a inizio pandemia): è un nodo che la presidente Bce dovrà urgentemente affrontare. Perché a volte il problema non risiede tanto (o non solo) in ciò che si dice, ma in come lo si dice. Se Lagarde avesse posto l'accento sull'irreversibilità dell'euro e sull'impegno di Francoforte a non tollerare l'allargamento degli spread tra vari paesi, soprattutto in tempi di ripresa fragile, i mercati avrebbero digerito anche un possibile ritocco ai tassi: non è uno 0,50% a mandare in crisi un sistema. Ma – ça va sans dire – non ha detto nulla di tutto ciò, creando i grandi problemi che sono sotto gli occhi di tutti: oltre agli ampi movimenti sugli spread, anche un consistente aumento della volatilità sull’azionario (i principali indici europei perdono fino al 3% da inizio mese). Ora, una volta innescate le tensioni, il rischio è che molti hedge fund riprendano a scommettere su allargamenti degli spread tentando, come già nel 2011 di far saltare l’euro. E’ un rischio ancora lontano, che però deve essere arginato per tempo.

 Decisione difficile

Detto questo, nessuno invidia, in questo momento, coloro, che proprio sui tassi dovranno prendere una decisione molto difficile. La situazione è complessa e ogni soluzione sembra foriera di conseguenze negative: se si opta per un innalzamento, si rischia di compromettere la ripresa, in un periodo in cui i debiti pubblici sono molto alti; se si sceglie invece di mantenerli stabili, la probabilità che l’inflazione perda il suo carattere “temporaneo” non è trascurabile. Per questo, in un periodo così complesso, azzardare previsioni è difficile. Occorre quindi navigare a vista tenendo i nervi saldi. Anche perché, se la Bce alzerà i tassi, lo farà non prima di sette-otto mesi, periodo che per i mercati è lunghissimo: la liquidità in Banca centrale è ancora all'insegna dei tassi negativi (-0,5%), e i bond tedeschi e olandesi sono tornati positivi solo ora, a molti anni dall'ultima volta.

Facebook in picchiata

Intanto, i mercati mondiali hanno assistito all'inaspettato tonfo di Facebook, che ha perso 232 miliardi di dollari di capitalizzazione nella prima seduta di borsa successiva alla pubblicazione dell’ultima trimestrale.
La parabola del social network di Mark Zuckerberg, tuttavia, non deve stupire, né preoccupare, più di tanto: è infatti parte dei normali pattern delle bigtech. Queste aziende, una volta consolidata la posizione nel mercato di riferimento, vedono precipitare la propria capitalizzazione; nel momento in cui vengono pubblicati risultati sotto le attese, il mercato fa un derating e si comporta di conseguenza. In questo caso, gli impatti negativi sul Nasdaq sono stati almeno in parte compensati da un forte recupero di Amazon.
Comunque, il consiglio è sempre quello: investire su un orizzonte temporale lungo. Quando aumenta la volatilità, la paura degli investitori ha come conseguenza movimenti abbastanza estremi. Ma chi non si fa prendere dal panico, chi decide di investire a lungo termine, è solitamente premiato: siamo convinti che il 2022 si chiuderà quasi sicuramente con valori piu alti di oggi. Non ci sono motivi strutturali per cui il mercato possa crollare, a meno che i rivolgimenti geopolitici siano talmente forti da sconvolgere l'economia mondiale o che il rialzo delle materie prime prosegua ancora.

Europa disunita, Cina felice.

Due problemi, questi, che sono legati a doppio filo. Un filo che porta, inevitabilmente, al confine tra Russia e Ucraina. Per ora, la tregua olimpica sembra tenere: un chiarimento lo avremo, probabilmente, dopo la cerimonia di chiusura, quando la bandiera a cinque cerchi lascerà Pechino in direzione di Milano. Intanto, il pur breve periodo di distensione fa sicuramente bene ai mercati, perché stempera le tensioni e i venti di guerra. Come bene fanno le iniziative diplomatiche, il viaggio di Macron a Mosca e i suoi sforzi per la de-escalation. Tuttavia, come spesso succede, i paesi Ue si muovono in maniera disunita e scoordinata: il presidente francese vola da Putin, il cancelliere tedesco Scholz incontra Biden, promettendo di bloccare Nordstream in caso di guerra russo-ucraina, e Mario Draghi telefona al leader russo, ottenendo una rassicurazione sulle forniture di gas. Tutto questo proprio mentre, alla vigilia dei Giochi Olimpici, il vertice Putin-Xi Jinping ha prodotto un accordo trentennale, che impegna la Russia a posare un nuovo gasdotto in Cina. Anche questo è un risultato della politica miope americana: mentre le nostre bollette impazziscono, la strategia Usa, che sembra rimasta agli accordi di Yalta del 1945, sta spingendo Mosca tra le braccia di Pechino.
E proprio nel momento in cui diventa chiaro che la transizione energetica non sarà una passeggiata, anzi è un folle salto nel buio: è di pochi giorni fa la presa di posizione dell'associazione che riunisce le Pmi tedesche, per la prima volta schierata contro il piano di Berlino che, entro il 2030, punta ad avere una produzione di energia proveniente per l'80% da fonti rinnovabili e da gas, con quasi totale esclusione di carboni fossili e nucleare. I costi da sostenere per le Pmi rischiano di essere insostenibili e di metterle fuori mercato.

Milano, quattro anni da sfruttare

Tornando alla Cina, abbiamo visto come i Giochi Olimpici siano stati un'opportunità per intessere legami profondi, sia politici, sia commerciali, con la Russia. Mentre gli impatti della kermesse a cinque cerchi sull'economia nazionale saranno molto limitati. E' comunque vero che ogni grande evento sportivo influenza il pil. Infatti, le olimpiadi portano in genere anche allla realizzazione di infrastrutture che, se fatte con una visione sul futuro del Paese, avranno un impatto positivo sugli anni a venire. Vedremo nei prossimi anni se l’Italia saprà cogliere l’occasione delle prossime Olimpiadi che si terranno a Milano: l'appuntamenti del 2026 ha la potenzialità per favorire un ulteriore interesse di turismo e business, in una città che è già considerata una delle più interessanti a livello europeo. La metropoli ambrosiana potrebbe, insomma, fare da traino a un'intera economia, come peraltro fa già oggi. Oltre a questo, la presenza di Cortina come città co-organizzatrice e la cerimonia di chiusura programmata all'Arena di Verona coinvolgeranno sicuramente Venezia nel piano turistico. Se organizzati bene, insomma, i Giochi Olimpici di Milano-Cortina potrebbero creare un circolo virtuoso per la nostra economia. L'unica grande incognita è, come al solito, l’incapacità di progettare le cose per tempo e quindi di arrivare agli appuntamento col fiato corto con cantieri e progetti che vengono definiti e terminati all’ultimo. Ma a tutto questo siamo abituati e confidiamo quindi che anche questa volta ci riusciremo. E, alla fine, saremo capaci di stupire il mondo.


Il caso Saipem scuote il mercato

Mentre la comunità finanziaria reagisce positivamente alla rielezione di Sergio Mattarella, le perdite annunciate dal gruppo energetico causano un vero e proprio shock a Piazza Affari. Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

La conferma di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica è stata accolta bene dai mercati: lo spread si è attestato a quota 135, frenando l’accelerazione della risalita avviata a fine ottobre dello scorso anno.
Ma più che il ruolo del Capo dello Stato, che in Italia non è in grado di "spostare" molto, a tranquillizzare la comunità finanziaria italiana è la certezza di continuità alla guida del paese: restano Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi, e questo dà un senso di stabilità, soprattutto in ottica Pnrr.
Oltre a questo, si può avvertire un senso di sollievo per il non eccessivo prolungamento della votazione: se le operazioni fossero proseguite oltre il 3 febbraio, scadenza naturale del primo settennato di Mattarella, lo spread BTp-Bund sarebbe probabilmente salito, forse oltre i 150 punti. La rielezione dà invece un segnale di tranquillità, fugando le inquietudini.

 

 Saipem scuote la Borsa

A questa situazione fa, però, da contraltare un fulmine a ciel sereno per l'economia italiana; Saipem ha annunciato, per il bilancio civilistico 2021, perdite superiori a un terzo del capitale. Una notizia clamorosa, che ha affondato la società in Borsa (-30%) nel primo giorno dopo l‘annuncio e la obbligherà a un maxi aumento di capitale.
Al netto delle considerazioni sulle tempistiche con cui è avvenuta la comunicazione (è lecito chiedersi dove, nel frattempo, fossero finiti i revisori), è indubbio il campanello d'allarme sul mercato. Anche se non è il caso di drammatizzare eccessivamente la situazione, che diventerebbe davvero grave se altre quattro o cinque grandi aziende attraversassero una crisi simile. E non è questo, naturalmente, il caso.

 

Meglio l'azionario

Sul fronte internazionale, la scorsa settimana si è aperta molto male, con un lunedì da vero panico e il Nasdaq che a un certo punto ha perso il 5%.
Tuttavia, come spesso avviene, si è poi verificata la classica "teoria della pallina da tennis", secondo cui tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Il Nasdaq e, più in generale, il mercato americano hanno effettivamente evidenziato un notevole rimbalzo tecnico che potrebbe proseguire, spingendo un nuovo ciclo rialzista.
Troppo presto, naturalmente, per azzardare una previsione. Ma l'economia è comunque ancora in crescita, e, sull'anno, l'azionario, pur non eccezionale, sta offrendo performance discrete: per questo, al momento, gli investimenti in azioni rimangono da privilegiare.

 

Il petrolio schizza in alto

Il rimbalzo ha avuto il petrolio come protagonista: il suo valore ha nuovamente superato gli 80 dollari al barile. Uno studio di Goldman Sachs, realizzato ai tempi del crack Lehman (quando il petrolio era a quota 90) affermò che se il greggio avesse superato i 100 dollari sarebbe stato un disastro per tutti.
E oggi lo sarebbe, se possibile, ancora di più. Perché un prezzo di questo genere costringerebbe a ripensare completamente le politiche di transizione green. Non è un mistero, infatti, che uno dei motivi alla base del caro-petrolio – oltre, naturalmente, all'inevitabile speculazione – sia lo stop agli investimenti per la ricerca di nuovi giacimenti, causato appunto dalla svolta ecologica.
Oltre a questo, occorre sempre tener presente la situazione del caro-energia, che aggiunge complessità al problema.


Tregua olimpica?

La crisi energetica che aleggia dipende, ancora una volta, in buona parte dalla crisi ucraina. Anche se forse su questo fronte ci saranno una ventina di giorni di tregua. A quanto sembra, il leader cinese Xi Jinping avrebbe chiesto al presidente russo Vladimir Putin di non varcare i confini con l'Ucraina durante i Giochi Olimpici invernali, in programma a Pechino dal 2 al 20 febbraio.
Non è improbabile che la "tregua olimpica" si verifichi realmente, rinviando il problema di quasi un mese e lasciando spazio alle diplomazie.
Tuttavia - se sul fronte economico crea rincari e tensioni sui mercati - dal punto di vista geopolitico la crisi ucraina è e resta un falso problema: non vedremo mai i carri armati russi a Kiev, e in caso di intervento (che non è così scontato) si combatteranno schermaglie nel Dombass e nelle aree russofone dell'Ucraina e niente più.
Il vero, grande rischio per la pace non corre tanto sull'asse Mosca-Kiev, ma si concentra su Taiwan, che la Cina vuole inglobare nel suo territorio. L'isola è decisamente più strategica per l'occidente che non l'Ucraina, il cui invito ad aderire alla Nato suona più come una provocazione che altro.


Cina, un mercato in crisi

A proposito di Cina, il ritorno del Covid (e dei lockdown) ha fermato la produzione in alcune zone del paese. Alcuni imputano le difficoltà riscontrate da Pechino sui mercati ai nuovi blocchi della produzione dovuti alle nuove restrizioni.
Ma in realtà, a quelle latitudini le cose vanno male da tempo. E i motivi sono molti, a cominciare dalla questione dei diritti civili a Hong Kong, per proseguire con le incertezze su Taiwan, di cui abbiamo appena parlato. Gli investitori stranieri, soprattutto quelli americani, stanno gradualmente uscendo da quel mercato perché non è libero e non dà affidamento sul lungo periodo: gli interventi dello stato possono cambiare repentinamente le carte in tavola e un investimento in un paese dove il potere politico può fare il buono e il cattivo tempo non può tranquillizzare le aziende. È emblematico il caso Evergrande, che ha lasciato parecchie ferite sul sistema.
Non è quindi imputabile esclusivamente alla pandemia la pessima performance dei mercati finanziari cinesi.

 


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center