Nulla di nuovo sul fronte Generali

L'assemblea del Leone ha scelto la continuità ad ampia maggioranza. Vincono Mediobanca e Donnet, si chiude una contesa durata mesi. La crisi dell'auto e il crollo del titolo Amazon

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Si è conclusa venerdì scorso la lunga contesa per il controllo del gruppo Generali, che per mesi aveva visto contrapposti gli azionisti capitanati da Mediobanca (che ricandidavano Philippe Donnet come amministratore delegato) e la cordata Caltagirone-Del Vecchio-Benetton.
L'assemblea di venerdì scorso, con un eloquente 55,9% del capitale e dieci consiglieri eletti contro tre, ha infatti optato per la squadra dell'ad uscente, confermando il ruolo centrale di Piazzetta Cuccia nella gestione del Leone.
Nonostante il clima da “mezzogiorno di fuoco” creato dai media, questo risultato era abbastanza scontato: in questi anni Donnet e la sua squadra hanno lavorato bene e non si riesce a capire fino in fondo quali fossero le ricette di Caltagirone.
Se la contesa è finita, il clima di ostilità non si è del tutto esaurito: nel primo cda svoltosi ieri, tre consiglieri di minoranza hanno scelto di non rinnovare la fiducia all'amministratore delegato (due i contrari e un'astensione). Mentre sarebbe bene che tutti optassero per un'unità di intenti, data la centralità di Generali per il paese. Soprattutto in un periodo così difficile per la nostra economia

Forti rallentamenti per l'auto

Tra i sistemi produttivi colpiti dalla crisi c'è l'industria dell'auto: è notizia di ieri il calo delle vendite di Stellantis, che ad aprile 2022 ha fatto registrare un -41% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Dalle case automobilistiche sale forte la richiesta di introduzione di nuovi incentivi.
La crisi del settore motor non è però cosa di questi giorni. Parte della responsabilità è delle forniture: l'anno scorso si erano verificate criticità sui chip, quest'anno è stata la volta dell'aumento del rame.
A questi problemi si aggiungono il caro-benzina e la transizione elettrica. Nel primo caso, lo sconto della tassazione sul carburante è stato prolungato al prossimo luglio, ma prima o poi finirà. E l'acquisto di un'autovettura è una scelta a lungo termine.
Anche l'incertezza sul futuro delle auto a benzina può convincere i conducenti a tenere ancora per un po' la vecchia macchina. Della serie: “aspettiamo qualche anno e vediamo come si mette”: l'acquisto di un'auto è tutto tranne che un investimento.

Bitcoin: c'è chi dice no

Nel mondo c'è anche chi pensa che il bitcoin non sia nemmeno un investimento. In questo gruppo militano sicuramente Warren Buffet e Charlie Munger, che – nonostante l'età avanzata - hanno tenuto la scena nel corso dell'assemblea di Berkshire Hathaway.
Buffett - uomo che ha sempre investito in economia reale - ha confermato la sua avversione per le criptovalute. Dichiarando che non acquisterebbe tutti i bitcoin del mondo, neppure se gli fossero offerti in blocco a 25 dollari.
Charlie Munger si è spinto persino oltre. “Nella mia vita”, ha detto il 98enne vicepresidente di Berkshire, “cerco di evitare le cose stupide, quelle malvagie e quelle che mi mettono in cattiva luce. E il bitcoin fa tutte e tre le cose. Prima di tutto è stupido perché è ancora probabile che vada a zero. È malvagio perché mina il sistema della Federal Reserve. E in terzo luogo ci fa sembrare stupidi rispetto al leader comunista in Cina. Che è stato abbastanza intelligente da vietare il bitcoin nel suo paese." Le riserve di Buffet e Munger non sono affatto campate per aria. Essenzialmente perché non si riesce ancora a capire che cosa sia davvero una criptovaluta. Ciò che è certo è che è una striscia alfanumerica, anche molto inquinante. Le cose potrebbero cambiare se molti paesi seguissero El Salvador, che ha fissato il bitcoin come valuta. Ma questo scenario è ben lontano (oltre che molto difficile) dal verificarsi

La crisi dei tecnologici

Warren Buffett difficilmente investe in tecnologia: “non la capisco”, ha affermato più volte. Qualunque cosa si possa pensare di questo approccio, è sempre bene ricordare che questi titoli si sviluppano a multipli molto elevati. E prima o poi si ridimensionano, avvicinandosi al loro valore reale.
La scorsa settimana, a calare sono state Apple (su cui Buffett investe dal 2016) e Amazon: la prima ordinatamente, la seconda facendo registrare una vera e propria picchiata. Sicuramente non inattesa: Amazon era l'ultimo dei titoli FANG che non si era ancora “disintegrato”: con un mercato tecnologico in grande sofferenza, il crollo era solo questione di tempo.
Ciò ha comunque dimostrato – se ce ne fosse stato bisogno – l’inadeguatezza delle teorie che vedono il mercato in crescita continua. Lo dice la storia: dei primi dieci titoli per capitalizzazione degli anni Settanta, sei sono cambiati nel decennio successivo. Negli anni Novanta, i top erano i telefonici. Che esistono ancora, ma sono stati rimpiazzati dai tecnologici, in forte difficoltà dopo il 2002. Fra dieci anni, in tutta probabilità, la hit parade delle azioni suonerà ancora un’altra musica.

Buone le trimestrali

A salvarsi, in questo periodo di sofferenza, sono state le trimestrali, che hanno visto una buona performance anche delle aziende tradizionali.
Ma l’inflazione ci impone comunque una certa cautela. Anche se, sui due lati dell’oceano, le cause sono diverse. In Europa dipende quasi interamente dai costi dell’energia e delle materie prime, mentre negli Stati Uniti si verifica un’inflazione di tipo salariale, con più posti di lavoro a disposizione rispetto al numero dei lavoratori. Una situazione diametralmente opposta a quella italiana, caratterizzata da un forte dumping. Soprattutto al sud che, secondo una statistica, è la macroregione europea con il maggiore tasso di disoccupazione. A lavorare, secondo questi dati, è il 41% dei cittadini – una cifra da interpretare con attenzione e leggere congiuntamente con il ricorso al reddito di cittadinanza e la presenza di situazioni di lavoro non regolare.
Come se non bastasse è tornato il pericolo-spread. Ancora più insidioso, dato che il Bund non sta vivendo i suoi momenti migliori. Il rischio è più grave di quanto si pensi, dato che lo si sta ampiamente sottovalutando. Perché c'è sempre qualcuno che ne potrebbe approfittare. Non dobbiamo dimenticare che esiste anche una “finanza speculativa” che per far soldi è particolarmente spietata.

Rublo su, euro giù

L'euro intanto ha sfondato il cambio a 1,08 e si è portato a 1,05. La situazione si riflette anche nell'ulteriore crescita dei tassi Usa, quelli a due anni al 2% e i decennali al 3%, contro l’1% del Bund. Oggi, chi vuole investire nell'obbligazionario si rivolge al dollaro.
Per quanto tempo è prevista la sottovalutazione dell'euro? Probabilmente la risposta dipende dalla questione ucraina, in particolare da quanto durerà.
Finora, a essere danneggiata dalla guerra è stata solo l'economia europea: il rublo, seppur teoricamente, è tornato a livelli pre-invasione e la Russia sembra aver evitato ancora il default tecnico del suo debito in valuta estera, grazie a un'iniezione di capitale ricevuta da tre investitori.
Mosca si muove anche sulle azioni russe che erano quotate su listini europei, con la proposta di negoziarle in rubli sul Moex. Una mossa che potrebbe remunerare molto bene dato che – un esempio su tutti – se oggi fosse possibile convertire le azioni Gazprom in rubli, si raddoppierebbe l'investimento rispetto all’ultimo valore rilevato prima che entrassero in vigore le sanzioni.
E invece, a pagare i danni sono, come sempre, i risparmiatori: gli hedge fund americani, infatti, le aggirano operando da paesi come le Cayman o le Isole Vergini, che con la Russia continuano ad avere rapporti normali.

 


Elon Musk prende Twitter. Ma non si vedono impatti positivi sul Nasdaq

Dopo una notte di trattative, il patron di Tesla ha chiuso l'opa-blitz sul 100% del social network. Ma gli indici tecnologici non ne hanno praticamente risentito, anzi continuano la loro discesa. Intanto, il rally del dollaro e il calo dello yuan movimentano i mercati valutari

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Elon Musk ce l'ha fatta. Dopo una notte di trattative, il proprietario di Tesla ha acquistato il 100% di Twitter per 54,2 dollari ad azione, sborsando 44 miliardi di dollari. Come spesso succede in questi casi, pecunia non olet: l'offerta era troppo attraente perché gli azionisti non capitalizzassero l'utile. Il prezzo riconosciuto è un congruo premio rispetto alla quotazione sul mercato e all'andamento del Nasdaq da ottobre in avanti. Nasdaq che, per inciso, non ha risentito quasi per nulla dell'operazione, non discostandosi dalle difficoltà di una settimana molto sofferta.
L'operazione, la cui chiusura è prevista entro l'estate, avrà quindi uno scarso impatto sui mercati; l'unico cambiamento si concretizzerà nelle regole e nella policy del network, destinato a democratizzarsi e a concedere maggiore libertà di espressione ai suoi utenti, anche se molti temono invece un ulteriore imbarbarimento dei social network.
Per il resto, lo ripetiamo, è accaduto quanto si verifica in gran parte delle opa ostili. È molto probabile che anche l'offerta di acquisto attualmente in corso di svolgimento in Italia, quella dei Benetton nei confronti di Atlantia, finisca per andare in porto. Unica differenza, i tempi, che saranno inesorabilmente più lunghi, a causa dei noti rallentamenti dovuti alla burocrazia italiana.

Inflazione record. Ma...

Intanto, nell'eurozona l'inflazione ha raggiunto i nuovi massimi. Tra i responsabili di questa situazione c'è, naturalmente, il rincaro delle materie prime. La situazione dovrebbe preoccuparci, certo, ma niente panico: si sta infatti verificando una dicotomia fra le previsioni delle case di investimento (che vedono un ulteriore rialzo) e i produttori, convinti che un nuovo rincaro causerebbe la recessione in tutta Europa.
L'esempio del petrolio è fin troppo chiaro: il suo valore può rimpallare tra 100 e 110, ma difficilmente andrà oltre – se infatti arrivasse a quota 130, la nostra economia si troverebbe in una fase di recessione acuta, che nessuno vuole.
Molte materie prime hanno già iniziato a scendere (con l'eccezione del rame, che è ancora in crescita): l'alluminio, protagonista solo poco tempo fa di un rally da record, è in calo, e persino l'oro ha perso circa 140 dollari dai massimi di marzo. Quest'ultima picchiata ha spazzato via le illusioni di revival del metallo giallo come bene rifugio. Una categoria, quest'ultima, che sembra aver perso i suoi punti di riferimento; unico porto sicuro, oggi come oggi, sembra essere il franco svizzero, che si mantiene in una situazione di “quasi-parità” con l'euro – e si rafforzerebbe ulteriormente se la Banca Nazionale non pagasse di tasca sua per evitare il “sorpasso”.
È probabile che, passato il picco, le materie prime raggiungano una certa stabilità, e non a questi prezzi. Tendenzialmente, l'inflazione potrebbe quindi scendere e ritornare verso quei livelli del 2/3% che rappresentano una sorta di punto di equilibrio per il sistema finanziario.
Naturalmente, bisogna fare i conti con le due incognite con cui siamo costretti a convivere: la guerra e il Covid.

Lo yuan zoppica, il dollaro corre

Proprio una conseguenza della nuova fase pandemica, che ha causato il nuovo lockdown cinese e il conseguente rallentamento della produzione a Shanghai, sta spingendo in basso lo yuan.
Tutto questo mentre prosegue la risalita del dollaro, che ha prima “bucato” la soglia psicologica di 1,08 e poi si è spinto sotto 1,07, raggiungendo i livelli più alti da due anni a questa parte. A trainare il biglietto verde, ancora una volta, l'aspettativa di rialzo dei tassi a breve negli Stati Uniti.
Il rendimento americano a due anni ha già superato il 2%, contro lo “zero virgola” europeo, e questo contribuisce a creare un effetto di remunerazione significativo. La crescita statunitense fa correre il dollaro mentre le aspettative molto più diluite dell'eurozona (dove la Germania ha già annunciato un nuovo aumento di deficit dell'1%) non frenano il calo della nostra valuta, che neppure la vittoria di Emmanuel Macron alle presidenziali francesi è riuscito a scalfire.

 

Sanzioni, posti di lavoro a rischio

Oltre alla prudenza della Bce, l'euro paga anche l'effetto delle sanzioni e la paura per il futuro, che si fa sempre più profonda: se l'Europa volesse bloccare l’import di gas e petrolio dalla Russia, solo l'Italia rischierebbe la perdita di un milione di posti di lavoro. Senza, tra l'altro, che la guerra si fermi.
Non per niente, le aziende iniziano a opporsi a questa politica. Un esempio su tutti, i calzaturifici marchigiani che, sostenuti dalla regione, hanno deciso di partecipare alla fiera di settore, in corso a Mosca dal 26 al 29 aprile. La scelta era tra il boicottaggio e i licenziamenti – e la risposta di un imprenditore a questo dilemma è facile da indovinare.
Come più volte ricordato, l'apparato sanzionatorio, al cui aggravamento si sta opponendo solo la Germania, danneggerà molto più l'Unione Europea e le sue aziende che non la Russia, pronta a “cambiare cavallo” e a vendere gas e materie prime a Cina, India e altri clienti, in grado di rimpiazzare bene eventuali ritirate da parte dell'Occidente.

I due gradi della discordia

E proprio l'Occidente sembra evidenziare una divergenza di atteggiamenti tra chi governa e la cittadinanza, che a differenza della politica deve fronteggiare giornalmente i problemi pratici. Soprattutto in Italia.
La strategia comunicativa di Draghi sta creando divisioni entro e oltre i confini. L'ormai famoso “diktat dei due gradi” non è certamente popolare nel paese.
Né è facile trovare fonti alternative alla Russia, almeno in breve tempo: le missioni di Draghi in Algeria, Egitto o Congo non potranno fornire all'Italia i quantitativi di gas che attualmente transitano dai gasdotti di Mosca. Basta citare Paolo Gentiloni: il commissario europeo ha detto che l’Italia sarà dipendente dal gas russo fino al 2027, un tempo quasi eterno. Una campagna di cambio forniture può essere intrapresa solo a lungo termine e senza strappi, soprattutto se a rimetterci sono i singoli cittadini.

Banche caute, ma capitalizzate

Infine, due parole sulle banche europee. Secondo Standard&Poor's, gli istituti di credito hanno tutte le potenzialità per gestire al meglio gli impatti della guerra sui mercati. Per ora, l'agenzia di rating ha ragione: pur con una previsione di ribasso dell'economia, le banche sono fortemente capitalizzate, anche grazie al rafforzamento che gli schemi di vigilanza comunitari hanno promosso in questi anni.
In Italia, molte aziende di credito distribuiranno lauti dividendi. Le azioni bancarie, è vero, sono calate del 30% da inizio anno e una diminuzione della crescita sembra inevitabile; tuttavia, questo calo non sarà tale da imporre aumenti di capitale.
Ci sono poi casi particolari, come quello di Unicredit: a causa dell'esposizione con la Russia, il gruppo di piazza Gae Aulenti ha rimandato la comunicazione dei dati trimestrali (che saranno comunque ragionevolmente buoni) e in tutta probabilità rivedrà la politica dei dividendi. Altre banche si sono dimostrate caute, anche perché il futuro è tutt'altro chiaro. Dipenderà, ancora una volta, dalla geopolitica e dall'evoluzione degli scenari pandemici.

 


I dividendi frenano la crisi

Le aziende italiane staccano le prime cedole, che in generale sono molto buone e in linea con le previsioni. Se il trend fosse confermato, i risultati delle imprese quotate potrebbero sostenere il valore delle quotazioni. Guerra (e Covid) permettendo

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Le previsioni sui dividendi delle aziende italiane prefiguravano rendimenti generosi, per una media fra il 4,5% e il 5% e lo stacco delle prime cedole ha confermato l'ottimismo. In particolare, a offrire remunerazioni molto alte sono Stellantis, Mediolanum e Banco Bpm, recentemente agli onori della cronaca per l'ingresso di Crédit Agricole fra i propri azionisti.
Più bassa invece la cedola di Unicredit: il gruppo bancario ha anche rinviato (dal 27 aprile al 4 maggio) l'approvazione della trimestrale, per gestire la forte esposizione verso la Russia. Un problema destinato ad avere un impatto significativo per la banca di piazza Gae Aulenti, che ha già registrato un calo delle quotazioni del 30% da inizio anno.

Bond, convenienti solo oltre oceano

Sicuramente sono buone le prime trimestrali americane, che hanno visto sorridere soprattutto le aziende tradizionali. Anche se sulle imprese statunitensi pende una spada di Damocle: il rialzo dei tassi, che probabilmente si spingerà anche oltre il 3% dichiarato entro fine anno.
La mossa della Fed è in grado di rilanciare il comparto obbligazionario che con percentuali di questo genere può tornare a proporsi come alternativa credibile all'azionario. Un'eventualità simile è invece da escludersi in Europa. Un esempio su tutti, il rendimento del Bund tedesco, che la scorsa settimana ha toccato lo 0,80%, un livello che non si vedeva da più di dieci anni. Se non che, con l'inflazione al 7%, la perdita per gli obbligazionisti “cassettisti” è fin troppo chiara – ed è molto maggiore rispetto ai tempi in cui i buoni del tesoro tedeschi offrivano una performance di -0,30%, ma con inflazione a zero.
Certamente la guerra russo-ucraina e i suoi risvolti continuano a piazzare ostacoli sulla strada della ripresa dei mercati e dell'economia: il petrolio non scende da quota 100, il prezzo del gas galoppa e i beni alimentari costano sempre di più. In particolare, la crisi bellica sta impattando sulla produzione di grano in Ucraina, con ovvi rincari su pasta, pane e filiera alimentare in generale. Un problema serio in Europa e drammatico nell'Africa subsahariana, dove il rincaro dei beni di prima necessità potrebbe creare un vero disastro umanitario.

Cina, il lockdown ferma le aziende

Ad aggravare il contesto ci sono i nuovi lockdown cinesi, che coinvolgono circa 400 milioni di persone, concentrate nelle aree produttive del paese. Lo stop delle attività, oltre a creare problemi molto importanti per la popolazione, si sta riverberando a cascata sulle società occidentali, costrette a fermare la produzione in aree chiave del territorio cinese.
Per contrastare un effetto domino che potrebbe causare ulteriori difficoltà all'economia di tutto il mondo, le autorità locali hanno annunciato, per la città di Shanghai, l'introduzione di sistemi “a bolla” negli stabilimenti. Vale a dire: i lavoratori non lasceranno l'impresa – e dormiranno anche al suo interno – per riattivare la produzione senza rischiare contatti con persone al di fuori del perimetro aziendale. Un sistema, questo, sperimentato anche in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Pechino.
A quanto si sa, a questo schema aderirà Tesla, che fornirà pasti, sacchi a pelo e materassi ai dipendenti, oltre a un'indennità aggiuntiva.

Battaglia su Twitter

Tutto questo mentre il nome di Elon Musk è in evidenza per un'altra operazione: i 43 miliardi di dollari sul piatto per il 100% di Twitter. Un'offerta che è inferiore del 40% rispetto al massimo valore raggiunto dalla società dei cinguettii: si può dire che il magnate americano abbia scelto i tempi con accuratezza, dopo essersi convinto che è più economico acquistare un social network già collaudato piuttosto che partire da zero, come da intenzioni iniziali.
Il tentativo del numero uno di Tesla è sostenuto dal mercato - che attualmente rende Twitter l'unica società tecnologica a offrire performance in Borsa - e applaudito dai sostenitori del “libero pensiero”, principio che Musk vuole introdurre nella policy del social network.
All'offerta di “mister Tesla”, l'attuale proprietà di Twitter ha reagito con un'alzata di scudi, innescando una battaglia dagli esiti tutt'altro che chiari.

Addio al quantitative easing: sarà vero?

Tra i protagonisti della scorsa settimana c'è anche la Banca Centrale Europea, che ha comunicato la rimodulazione del quantitative easing per il terzo trimestre. Vedremo se l'Eurotower lo farà davvero: più volte, Christine Lagarde ha annunciato operazioni che alla fine sono state rimandate, smentite o annacquate.
Per ora siamo davanti a un annuncio e nulla più, probabilmente diffuso per tastare il polso dei mercati e studiare reazioni e impatti. Non per niente, gli acquisti di bond vanno avanti. In futuro potrebbero anche diminuire, ma sembra escluso che la Bce possa permettere una caduta libera dei titoli di stato, cosa che metterebbe di nuovo al centro la possibilità di un break up dell'euro.
Nell'incertezza che la Bce segua le scelte della Fed sui tassi, è certo invece che l'inflazione europea è molto diversa da quella americana. Oltre oceano, il fenomeno è infatti anche legato ai salari, in un mercato del lavoro molto effervescente: per ogni disoccupato americano c'è una media di 1,7 posti disponibili. Mentre in Europa siamo esattamente all'opposto.

Il dollaro si avvicina all'euro

La guerra russo-ucraina continua a influire negativamente sull'euro: il dollaro ha sfondato la soglia psicologica di 1,08. Il biglietto verde potrebbe rafforzarsi ulteriormente, anche se è molto difficile che arrivi alla parità visto l'elevato livello del debito pubblico Usa.
Sul valore del dollaro incombe anche la posizione della Cina, che – se solo lo volesse – potrebbe liquidare il debito pubblico americano, facendo impennare i rendimenti dei titoli di stato. Un'arma molto potente, che Pechino ha in mano da molti anni e che un giorno potrebbe minacciare di utilizzare.
Un giorno, appunto, ma non ora. L'economia cinese dipende troppo dall'esportazione nel mondo occidentale e un'operazione così estrema si rivelerebbe un boomerang ancora più distruttivo che non le sanzioni introdotte dall'Europa contro la Russia.

Bitcoin in calo

Infine un accenno ai bitcoin, che continuano il loro movimento laterale. E questo non sorprende: le criptovalute sono un asset ancora troppo fluido, che però sembra mantenere una buona correlazione con il mercato tecnologico e il Nasdaq.
Il trading range dei bitcoin da inizio anno è comunque molto vasto, compreso fra i 35.000 e i 45.000 dollari. Aspetto non trascurabile poi è la negoziazione delle criptovalute: acquistarle è molto semplice, ma venderle presenta complicazioni. Sempre più banche creano, infatti, molte difficoltà ad accettare denaro da piattaforme specializzate nella compravendita di monete virtuali per timori legati all'antiriciclaggio e alla tracciabilità.
In futuro, questi problemi potrebbero anche essere risolti, ma ora sembra ancora troppo presto per considerare le criptovalute una normale e agevole forma di investimento.


L'Agricole rilancia il risiko. Non solo bancario

È bastato che la Banque Verte acquistasse il 9,2% di Banco Bpm per riavviare la girandola di acquisizioni e consolidamento. E per ridisegnare il futuro del settore creditizio. Mentre la girandola di opa e contro-opa corre anche in autostrada

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Tornano improvvisamente i fuochi d'artificio sul fronte del consolidamento e delle fusioni. Con l'acquisto del 9,2% di Banco Bpm, Crédit Agricole ha improvvisamente riacceso la girandola del risiko bancario (e non solo). Gli analisti hanno prefigurato varie possibili prospettive per Piazza Meda, arrivando a prevedere un maggior coinvolgimento della Banque Verte e un ingresso in partita di Mps. Mentre Amundi, società di gestione controllata dallo stesso Agricole, sembra interessata all'acquisto di Anima.
Difficile districarsi fra tutte le previsioni. Una cosa è certa: sembra (almeno a questo punto) che il vero sconfitto di questo nuovo risiko bancario sia Unicredit. Il gruppo di piazza Gae Aulenti era entrato in gioco per Montepaschi, poi aveva manifestato interesse per Banco Bpm e ora rischia di rimanere con un pugno di mosche, penalizzato anche dalla forte esposizione sulla Russia, che ha costretto il gruppo a frenare sulle operazioni in cantiere.
Il risiko non è solo bancario, come si diceva: Florentino Pérez ha messo nel mirino le autostrade italiane con un'offerta per Atlantia. Mentre i Benetton hanno rilanciato con una contro-opa, cercando di tenersi stretto un business gestito in maniera opinabile.
In Borsa, l'offerta del presidente del Real Madrid è stata accolta positivamente, con aspettative, per il titolo di Atlantia, a un futuro oltre i 23 euro. Certamente, il traguardo è più facile in un contesto che per il prossimo maggio si aspetta dividendi molto elevati, previsti oltre la media del 4,5%. Le prospettive di utili sarebbero in grado di evitare contrazioni pesanti persino in periodo di recessione. Nonostante la situazione globale, dunque, il mercato italiano potrebbe vedere meno nuvole all’orizzonte rispetto alle attese.

Fed aggressiva

Più complessa è la situazione americana, legata al rialzo dei tassi, che ormai sembra imminente. I verbali degli incontri del Federal Open Market Committee hanno mostrato una Fed aggressiva, che porterà i tassi al 3% entro fine anno. I rendimenti reali resterebbero comunque negativi del 3%-3,5%, ma almeno in questo modo l’investimento obbligazionario potrebbe essere visto nuovamente come un'alternativa all'azionario.
In rapida ascesa, invece, i rendimenti statunitensi a lungo termine: i decennali hanno testato quota 2,80%, anche per l'impatto dei nuovi dati sull'inflazione, e – seppur temporaneamente - per la prima volta in 12 anni rendevano di più rispetto a quelli cinesi.
Non molto differente la situazione italiana: la rendita sui decennali ha infatti superato il 2,40%, mentre il Bund tedesco è arrivato quasi allo 0,88%, per poi ritracciare.
Se la Fed è particolarmente aggressiva, la Bce resta prudente ed è molto esitante all'idea di un ritocco dei tassi. Mentre c'è chi pensa a un'ulteriore sforbiciata: è proprio la Banca centrale cinese, che probabilmente cercherà di sfruttare l'ultima possibilità di sostenere la crescita in un periodo molto critico. A Pechino prosegue un'inflazione molto caparbia, mentre si moltiplicano i problemi alle industrie che operano nelle aree più produttive, a causa dei lockdown decisi a Shanghai e nel Guangzhou. Un ritorno di fiamma del Covid, che ha causato le prime rivolte fra i cittadini e un calo importante sui mercati finanziari cinesi.

Paure da gas (e da condizionatori)

Tornando alle nostre latitudini, è invece ancora in alto mare la trattativa in sede europea per decidere un tetto al prezzo del gas: troppo farraginoso il processo decisionale che vuole l'unanimità per compiere ogni scelta, troppo forti gli interessi particolari di alcuni paesi – in primis, i Paesi Bassi. Anche se, per la verità, c'è stata una timida apertura (anzi, “aperturina”) da parte del primo ministro olandese Mark Rutte.
Lo stallo nelle trattative Ue, insieme a certe battute molto infelici – come quella del premier Mario Draghi sui condizionatori – rischiano di creare paure in cittadini e aziende e, a cascata, sull'economia e i mercati. Occorrerebbe dunque dosare le parole e concentrarsi sui fatti, per non rischiare di far saltare intere filiere produttive. Magari considerando la proposta di Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, che ha suggerito: se l'Europa non si accorda sul tetto al prezzo del gas, è bene che l'Italia faccia da sola.


Incertezza all'Eliseo

Nel frattempo, per una sera le drammatiche immagini della guerra in Ucraina sono state precedute, nei telegiornali, dai risultati del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. Con un voto che ha diviso letteralmente il paese in tre fasce d'età: tra gli over 60 ha vinto il presidente uscente Emmanuel Macron, gli elettori di mezza età (cioè la parte produttiva) hanno premiato Marine Le Pen e nei giovani (vale a dire, il futuro della Francia) è stato quasi plebiscito per l'esponente della sinistra Jean-Luc Mélenchon – mentre sono quasi spariti i protagonisti tradizionali della politica, come gaullisti e socialisti.
L'affermazione di Mélenchon tra gli elettori in erba non lo ha portato al ballottaggio, anche se per poco, ma mostra quanto i giovani abbiano voluto dare un segnale contro le crescenti difficoltà nell'inserimento nel mondo del lavoro, la precarizzazione e gli stipendi sempre più bassi. Un segnale che dovrà essere intercettato dalla società francese, e al più presto.
Ora si attende il secondo turno. Che potrebbe dare un esito nel segno della continuità, con la conferma di Macron, o un nuovo corso all'Eliseo, con la vittoria di Marine Le Pen. Che cosa accadrebbe ai mercati transalpini ed europei se si avverasse il “ribaltone” elettorale?
Probabilmente, poco e niente. A parte una reazione negativa iniziale, è prevedibile un assestamento abbastanza rapido, come è stato per la Brexit. La sorpresa sarebbe anche maggiore rispetto alla vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton, ma alla fine, a nostro parere, non avverrebbero grandi sconvolgimenti. Perché, è bene ricordarlo, all'opposizione è molto facile porsi certi obiettivi, che sono però molto più difficili da realizzare nelle stanze del potere. Potrebbe verificarsi una certa ondata di euroscetticismo, ma l'uscita della Francia dall'Unione Europea sarebbe comunque un evento assai improbabile.

 


Nasdaq, solo una fiammata dal "terremoto Twitter"

L'operazione di Elon Musk sul social network ha provocato un forte rialzo dell'indice, ma si prevede che il picco sia passeggero. La crescita degli Usa arriva invece dai nuovi dati sui posti di lavoro, mentre le stime europee (e italiane) devono subire l'ennesimo ribasso

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Per i mercati questo è un momento interlocutorio: il classico periodo di passaggio fra un quarter e l'altro, che ci introduce ai primi dati trimestrali. Il consueto clima di attesa tipico della primavera è stato, però, rotto da un'operazione inaspettata: Elon Musk, l'uomo più ricco del mondo, ha aperto improvvisamente il portafoglio e ha acquistato il 9,2% di Twitter, sborsando 2,9 miliardi di dollari per aggiudicarsi 73.486.938 azioni.
L'annuncio ha fatto registrare una buona performance giornaliera sull’indice Nasdaq, ma non è questa la conseguenza più importante che deriva dall'operazione. La fiammata dice, infatti, poco e niente: i titoli tecnologici trattano tradizionalmente a multipli molto elevati ed alla base della loro sostenibilità c'è la velocità di crescita delle società, sulla quale ha un impatto rilevante il livello dei tassi di interesse.
La riflessione principale è un'altra e si concentra sul controllo dell'informazione, di cui oggi i social network sono un canale molto forte e diffuso, soprattutto in un'epoca di crisi della carta stampata. Infatti queste grandi piattaforme decidono chi può parlare e chi no, che cosa si può dire e che cosa è invece vietato pubblicare sulla base di criteri soggettivi e abbastanza discutibili. Un potere, questo, che suscita più di una preoccupazione, se persino il Presidente degli Stati Uniti allora in carica (qualunque cosa si possa dire di lui) ha dovuto piegarsi a una “squalifica” di un anno e mezzo da parte di Twitter.
Il problema è il solito, ma elevato all'ennesima potenza: chi controlla i controllori? L'assenza di una risposta plausibile è abbastanza preoccupante.

Meno volatilità

In Europa la volatilità si è ridotta, come di solito accade quando i mercati stanno cercando una stabilità. Influisce anche il periodo di passaggio di cui abbiamo già parlato: a giorni inizieranno le campagne sui dividendi, che nel nostro continente si annunciano molto ricchi e quindi forieri di stabilità – a condizione che dal fronte di guerra non arrivino notizie peggiori.
Gli emergenti, da parte loro, hanno raggiunto risultati discreti, anche se poi i numeri dipendono dall’essere esportatori o importatori di commodity. Un esempio su tutti, la Turchia, che a differenza di ciò che è accaduto in Europa, ha archiviato buoni risultati sul fronte obbligazionario, mentre nell'azionario non ha ceduto più terreno dei paesi dell'Eurozona.
I mercati asiatici hanno fatto meglio, anche perché la guerra russo-ucraina ha un impatto più moderato su quelle macroaree rispetto all’Europa. Il loro problema è piuttosto legato a materie prime, che però Mosca continua a fornire, a prezzi ridotti rispetto a quelli che paghiamo noi europei.
Nel giudicare i vari mercati, ci sono anche le questioni, molto importanti, del livello di rischio e dei flussi di investimento. In questo caso, i kingmaker sono gli asset manager americani, che hanno una posizione dominante anche per la debolezza europea. In teoria, il mercato del nostro continente presenta valutazioni più attraenti rispetto a quello Usa, ma i gestori più grandi sono quelli statunitensi, che poi spostano gli investimenti oltre Atlantico. Anche perché l’Europa rimane un insieme di Stati sovrani senza una linea politica ed economica comune.Gli Stati Uniti sono ancora il dominus del mondo, mentre l'Europa non si scrolla di dosso la nomea di continente satellite, incapace di unirsi e di imporsi con una sola voce. L'euro ne è una grande dimostrazione: la nostra moneta è un po' un gigante dai piedi d'argilla: valuta forte, ma penalizzata dalla mancata unione politica e fiscale. Questa situazione fa tremare la divisa unica europea ogni qual volta venti di crisi attraversano, come una perturbazione atlantica in pieno inverno, il nostro continente.

L'euro soffre

E ora a colpire la stabilità dell'euro è la guerra, anche se, salvo eventi eccezionali, è difficile che il biglietto verde sfondi quota 1,08. Fa più impressione la parabola del franco svizzero, che è tornato quasi a raggiungere la parità sulla nostra valuta. Parità e nulla più, ma solo per una scelta della Banca Nazionale Svizzera, che continua a comprare euro per salvare le esportazioni e il turismo: se Bundesplatz smettesse di frenarne la corsa, il franco si rafforzerebbe ancora di più, raggiungendo livelli insostenibili per l'economia elvetica.
Il dollaro, si diceva, è comunque in buona salute. E lo sono anche gli Stati Uniti, che hanno registrato una buona creazione di ricchezza. grazie ai dati favorevoli sui posti di lavoro. Tuttavia, negli Usa, la destinazione del denaro è molto concentrata, e il cittadino che il prossimo novembre si recherà alle urne per le elezioni di medio termine penserà alle proprie tasche e all'aumento della benzina, non ai dati pur buoni della loro economia.
Se per gli Stati Uniti i progressi sono dunque visibili, ma distribuiti male, le stime di crescita europea sono continuamente al ribasso. L'Ue, che aveva già ridotto le previsioni dell'Italia, le ha ulteriormente ridimensionate, portandole al 1,7%. Anche in questo caso, la guerra è stata determinante. Ma non siamo gli unici a vedere un futuro poco confortante: le autorità tedesche hanno preannunciato ai loro cittadini che per il futuro dovranno rivedere il loro stile di vita. Argomenti delicatissimi, questi, perché non si sa mai come i cittadini possano reagire a questi cambiamenti repentini.
Sta di fatto che, in un modo o nell'altro, l'inflazione toglie potere d'acquisto e cambia, naturalmente in peggio, la vita dei consumatori. E quando non sono i prezzi ad alzarsi, è la quantità (o il peso) degli articoli in vendita a diminuire: si tratta della cosiddetta shrinkflation, effetto di una strategia utilizzata da alcune aziende per nascondere agli acquirenti un effettivo rincaro, contrastando in maniera meno evidente l'erosione dei margini.

Petrolio, la politica influenza i prezzi

Il petrolio ha invece attraversato una fase di moderati ribassi, innescata anche dall'ok del Presidente Biden allo sblocco delle riserve strategiche degli Stati Uniti.
Mentre sul fronte delle importazioni del gas russo in Europa, le posizioni sono molto chiare: a fronte di alcuni Paesi che vorrebbero sanzioni e stop all’import di gas russo, rispondono con un no deciso Germania, Austria e Italia, le cui economie verrebbero affondate in caso di una scelta così estrema. Al solito, ognuno guarda i propri legittimi interessi: si desume che è sempre facile fare la morale agli altri quando le conseguenze per il tuo Paese sono nulle.
Ma, se dovessimo avviare boicottaggi su scelte basate sui diritti umani, non potremmo certo fermarci alla Russia: dovremmo anche porre problemi morali su paesi come l'Arabia Saudita (che per molti anni ha bombardato lo Yemen, fino alla recentissima tregua), Emirati Arabi, Algeria e Azerbaigian (altre aree notoriamente critiche per diritti umani) e Venezuela (paese che ha uno dei tassi di criminalità maggiori al mondo).
Petrolio a parte, l'oro tiene, mentre l'alluminio è sceso di quasi il 15% dai massimi. L'unica materia prima a volare è il rame, che ha ripreso il trend forte avviato nel 2020 e ha raggiunto livelli record.
L'impressione è che le materie prime continueranno a rimanere forti. I produttori e i trasformatori affermano comunque che i prezzi non potranno superare livelli non sopportabili per il consumatore finale – perché questo innescherebbe una recessione.

Saipem: ritorno in pista?

Sul fronte delle grandi aziende, invece, l'aumento di capitale deliberato da Saipem ha fatto bene al suo rating: Standard&Poor's ha aumentato la valutazione da BB- a BB, con outlook positivo. La comunicazione dell'agenzia ha premiato chi ha avuto il coraggio di comprare le obbligazioni: infatti che le ha acquistate fra gennaio e marzo (su tutto, il bond più interessante era quello in scadenza nel 2028) avrà un rendimento superiore al 6%, per tutto il periodo, quindi in grado di coprirsi dall'inflazione.
L'investimento, come già avevamo detto allo scoppio della crisi si è dimostrato molto valido e, per logica, abbastanza sicuro: sarebbe stato impensabile non salvaguardare un asset strategico per il paese.
Meno logico è che i vertici, capaci di portare a un importante dissesto finanziario, siano ancora al loro posto. È vero che alcuni azionisti hanno annunciato l'avvio di un'azione di responsabilità, ma le class action in Italia difficilmente hanno avuto un esito soddisfacente finora. Per questo, molto probabilmente, tutto finirà in una bolla di sapone.

 

 


Gas, nulla di deciso sul taglio del prezzo

L'Europa ha provato a stabilire un tetto al prezzo del gas, ma invano: in aggiunta alle difficoltà tecniche di una misura così complessa, ancora una volta gli interessi particolari si sono dimostrati troppo forti. Intanto, la richiesta russa di saldare i conti in rubli ha creato difficoltà all'Occidente, che annaspa alla ricerca di alternative.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Dopo il taglio delle accise da parte del governo italiano anche l'Europa ha provato a fare qualcosa, cercando di trovare un accordo per stabilire un tetto al prezzo del gas. Ma finora le trattative non hanno portato risultati. E non c'è troppo da stupirsi.
Il motivo è semplice: una parte del rincaro è imputabile al prezzo che si forma a Chicago, mentre tutto il resto – lo avevamo già sottolineato nell’articolo della scorsa settimana – è prodotto in Olanda, al Title Transfer Facility di Amsterdam.
E qual è il paese che più si è opposto a fissare un tetto al prezzo del gas? Avete indovinato: proprio l'Olanda, preoccupata di non ledere interessi economici nazionali.
Come al solito, si è dovuto osservare che in sede europea non esiste una grande solidarietà e neanche una leadership chiara: la Germania, interessata come e più dell'Italia a porre un limite al caro-gas, non è riuscita a imporsi, nonostante il sostegno di vari paesi.
Una volta tanto sono state le istituzioni italiane a indicare la via possibile: il taglio (provvisorio) delle accise ha abbassato il prezzo della benzina alla pompa, rimarginando l'allarme rosso per cittadini e imprese. Il decreto è persino stato in grado di invertire un fenomeno storico: ora sono gli svizzeri a sconfinare in Italia per rifornirsi – un'eventualità che solo pochi giorni fa sarebbe stata definita fantascientifica.
Ancora una volta è evidente quanto sia corretta la teoria di Laffer, secondo cui la tassazione, quando supera un certo livello, distrugge reddito e diminuisce il gettito fiscale. Ne è la dimostrazione la tassa introdotta da Monti sui porti, che a suo tempo ha devastato un settore, influendo negativamente anche sulle entrate. Mentre, d'altra parte, l'Irlanda ha scelto la detassazione per uscire dalla crisi. E lo ha fatto in scioltezza.

La chimera del gas liquefatto

Se il costo della benzina è tornato a livelli accettabili (per il taglio delle accise, ma anche per il calo del prezzo del petrolio, dopo il lockdown di Shanghai), la questione-gas è dunque più che mai aperta. Anzi: il quadro peggiora dopo la richiesta, avanzata da Mosca, di saldare i conti in rubli - una proposta che gli europei hanno rinviato al mittente.
Difficile intravedere se questo problema porterà una rottura – complicato anche comprenderne i motivi, dato che la mossa russa non ha apparentemente impatti di tipo monetario, a parte un temporaneo rimbalzo del rublo.
Forse il tentativo punta a scongiurare nuove sanzioni sul lato Swift, o riattivare le attività bancarie sotto embargo.
Non è facile, comunque, prevedere se la nuova querelle troverà risoluzione. Certo è che una rottura definitiva porterebbe alla luce il problema della sostituzione del gas russo (che peraltro sta pompando regolarmente in Europa occidentale) con rifornimenti da altri paesi. Un'operazione che ha del proibitivo.
Prima di tutto perché le alternative – Azerbaijan, Qatar, Algeria, Turchia, Arabia Saudita – non sono così attraenti considerandone lo Stato di diritto.
E poi perché il possibile acquisto di gas liquefatto dagli Stati Uniti sa molto di presa in giro. Per attivare questo nuovo meccanismo e portarlo a soddisfare il fabbisogno europeo, infatti, non ci vorrebbero mesi, ma anni. Oltre a ciò, il gas a stelle e strisce coprirebbe non più del 10% delle necessità odierne e dovrebbe essere stoccato in apposite piattaforme. Che non sono pronte.
In più, gli Stati Uniti sono autosufficienti in termini di produzione energetica e alle loro aziende e famiglie oggi il gas costa 15 euro/Mwh contro i 100 che si pagano in Europa in questo momento.
Per non parlare della pericolosità dell'operazione: il gas viaggerebbe su navi e basterebbe una scintilla per provocare un disastro.

Quel default impossibile

Tutto questo mentre l'idea dominante del mondo occidentale è portare al limite del default la Russia – impresa quasi impossibile, dato che Mosca incassa fra i 30 e i 40 miliardi al mese per la vendita di gas e petrolio, è leader nell'esportazione di palladio e nichel e ha varie alternative in caso di disimpegno occidentale, oltre che un debito gestibile verso l'estero. Senza trascurare un dato storico: nessun embargo ha mai fatto fallire un paese – né Cuba, né l’Iran, né il Venezuela, eccetera.
Insomma: alla fine il conto non lo pagherebbe il Cremlino, ma l'Europa. E neppure tutta, dato che qualche azienda inizia a fare distinguo e non ne vuole sapere di lasciare il mercato russo.

Proteggersi con le azioni

La situazione contiene un paradosso: i mercati, nonostante tutto, hanno trovato una certa stabilità. Anche se è pur vero che siamo alla chiusura del trimestre – periodo in cui, nei periodi difficili,si tendono ad abbellire i conti e a non accentuare le perdite.
Occorre anche ricordare che siamo in un forte contesto inflattivo; quando i rendimenti reali nei confronti dell'inflazione sono negativi, anche i prezzi delle azioni tendono ad apprezzarsi. Quindi, in un momento in cui tutte le asset class hanno perso terreno da inizio anno, non è errato evidenziare come un po’ di protezione possa essere fornita proprio dall'azionario. E, entro fine anno, ci si può aspettare una stabilizzazione, seguita da un recupero che riporti indici in parità, o quasi.
Difficile, però, suggerire quando entrare sul mercato. È consigliabile frazionare nel tempo gli investimenti oppure aspettare un po', dato che il secondo trimestre potrebbe iniziare con una certa sofferenza: occorrerà attendere le prime trimestrali (che tradizionalmente sono diffuse dalle società finanziarie americane) per averne una conferma.
Per il rilancio potremmo dover aspettare, ma non molto: è sperabile aspettarsi un maggio all'insegna del recupero e del contenimento della volatilità.

Una Macedonia molto cara

In un'epoca di crisi economica e finanziaria si è innestata l'eliminazione della nazionale italiana dai prossimi Mondiali di calcio a opera della modesta Macedonia del Nord, poi regolarmente fermata dal Portogallo. Oltre alla débâcle sportiva, si sono sottolineati gli impatti che la mancata partecipazione al massimo torneo calcistico avrà sull'indotto-calcio, che copre qualche punto di pil: a soffrirne saranno soprattutto bar, ristoranti e settore food già colpiti da Covid e caro-energia.
Qualcuno ha anche ricordato che i paesi vincitori dei Mondiali innescano un aumento medio degli indici pari al 3% circa. Dimenticando, però, che l'impulso positivo si applica a chi si aggiudica la vittoria finale, non a tutte le 32 squadre che semplicemente partecipano.
L'impatto dell'eliminazione sull'economia ci sarà, sia chiaro, ma sarà minore rispetto a quanto si dica. Anche perché i Mondiali 2022 si svolgeranno nell'inedito periodo di novembre-dicembre, stagione in cui la gente esce meno di casa rispetto alla tradizionale collocazione estiva.

 


Decreto energia, impatto limitato

La misura, approvata a mercati chiusi, tassa gli extra-profitti dei produttori, ma può intervenire solo in ambito italiano. Mentre il problema dei rincari delle materie prime può e deve essere affrontato a livello internazionale, con un freno alla speculazione concertato dalle banche centrali.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

La settimana scorsa si è conclusa con l'approvazione del decreto energia. Il governo è intervenuto sia sulle accise, diminuite di 25 centesimi al litro per almeno 30 giorni, sia sugli extra-profitti (peraltro sarebbe interessante capire cosa sono gli extra profitti in un mercato di libera concorrenza) delle aziende energetiche, che saranno soggetti a tassazione. Questo specifico intervento, però, rischia di imbattersi nella scure della Corte costituzionale, dato che la misura ha reso la nuova tassa retroattiva. Una caratteristica che, ricordiamolo, non può essere applicata a misure fiscali.

Whatever it takes

Detto questo, il decreto va a colpire solo l'ultimo “miglio” dell'approvvigionamento energetico, senza poter toccare tutti i passaggi intermedi che la vendita compie dall'erogatore iniziale al cliente finale. Occorre tenerlo ben presente: il rincaro del gas non è legato agli acquisti, che si basano su prezzo spot della Borsa di Chicago, ma a una serie di alchimie che si verificano all'Ice Index di Amsterdam, mercato a cui fa riferimento la filiera dei broker del gas e dell'energia. Il vero problema, quello che poi crea gli aumenti fuori controllo di carburante e gas, è la finanziarizzazione dell'economia, con la relativa facilità di speculazione.
Insomma: la tassazione degli extra-profitti decisa da Draghi rischia di sortire conseguenze minime: oltre ad avere un orizzonte limitato, la normativa si applica (e non potrebbe essere altrimenti) solo alle società italiane – e poco cambierebbe se l'iniziativa si estendesse all'intera Ue – gli Stati Uniti e altri paesi non aderirebbero certo, e si creerebbe un gap competitivo tra le aziende dell'Unione Europea e quelle del resto del mondo.
Per questo motivo, occorrerebbe identificare un ambito più ampio di intervento da parte delle istituzioni monetarie internazionali. Un'operazione all'insegna del whatever it takes sarebbe più che possibile, dato che le banche centrali ne hanno assolutamente le prerogative: una simile operazione potrebbe riportare senza alcun problema il petrolio sotto quota 90 e il gas a livelli normali.
Naturalmente, occorre la volontà di farlo.

L'incertezza prosegue

Il decreto energia è stato approvato a mercati chiusi, per evitare contraccolpi sui titoli del settore. Ma di impatti, in realtà, non ce ne sono stati molti. Stiamo infatti attraversando una fase di mercato laterale, con pochi volumi: gli investitori sembrano in una posizione di attesa, cercando di capire che cosa succederà sul fronte di guerra e su quello dei rincari energetici che, ricordiamolo, è in atto da ben prima che il conflitto russo-ucraino iniziasse.
Proprio l'incertezza potrebbe prolungare l'atteggiamento di avversione al rischio che sta contraddistinguendo il mood degli investitori in questo primo trimestre dell'anno.
È probabile che la reazione dei mercati sarà diversa da quella del 2020, anno in cui abbiamo assistito a una discesa e a una successiva ripartenza, innescata dalla politica monetaria delle banche centrali.
A complicare le cose è il boom inflattivo, che morde i profitti delle aziende ed è aggravato dalla guerra e dalle sanzioni, che colpiscono le economie europee come un boomerang. Mentre le banche centrali hanno iniziato ad adottare politiche più restrittive.

Recupero limitato

In queste condizioni, l'avversione al rischio potrebbe permanere, in attesa di spiragli di pace: ci si può aspettare un nuovo ribasso e un recupero prima di fine anno, ma non troppo forte. In Europa, il 2022 potrebbe chiudersi tra lo 0% e il -5%, un dato comunque non così negativo visti i problemi sul tavolo.
Con ovvi distinguo tra settore e settore. Al momento, nell'azionario, il comparto bancario è il più colpito da rallentamento economico e problemi derivanti da guerra e sanzioni. I tecnologici, da parte loro, tendono a soffrire quando i tassi aumentano – ma il rallentamento di questi titoli non è che un ridimensionamento del loro valore a una valutazione più corretta, dopo una crescita eccessiva.
Ben più seria la situazione del mercato obbligazionario: si potranno verificare restringimenti degli spread, ma difficilmente rivedremo a breve termine i tassi negativi sul Bund, passato in poco tempo da -0,25% a + 0,50%. Una selezione attenta e dinamica può aiutare a gestire una situazione così complessa, al contrario il mantenimento di una posizione statica implica un recupero assai arduo: a tasso costante ci vorranno anni per ritornare in possesso dei propri investimenti.

Tassi, rialzi modesti

Intanto, la Bank of England ha aumentato i tassi – ma sarebbe più giusto parlare di un modesto rialzo. Il Monetary Policy Committee, con una maggioranza di 8 a 1, ha infatti deciso di
ripristinare il valore pre-Covid dello 0,75% - il che significa un ritocco dello 0,25%. Un'operazione di piccolo cabotaggio, se è vero che l'inflazione reale tocca il 7%.
Ci si aspetta una scelta di questo tipo anche dalla Federal Reserve, che dovrebbe apportare un rialzo appena appena maggiore (0,50%) già nella prossima riunione.
E l'Eurozona? Le nostre esigenze hanno obiettivi diversi: mentre gli Stati Uniti non possono permettersi di fermare la crescita, la Bce deve prima di tutto evitare che gli spread esplodano – tutto questo per assicurare la sopravvivenza dell'euro.
In generale, nessuna economia è oggi in grado di assorbire shock monetari al 4%/5%, essenzialmente per problemi strutturali di debito e finanza pubblica. Ma il problema è più europeo che americano, dato che gli Usa lo possono aggirare stampando valuta.

La corsa del dollaro

A proposito di valuta, il dollaro ha ancora guadagnato sull'euro, attestandosi a quota 1,10. Ma non è il caso di dare eccessiva importanza a questi cambi, essenzialmente legati al conflitto in corso. Difficilmente il cambio euro-dollaro scenderà sotto il valore di 1,08 a meno che accada qualcosa di ancora più grave di ciò a cui stiamo assistendo.
Il petrolio, come già anticipato, è invece nel pieno del terremoto speculativo, ed è possibile che prosegua a viaggiare tra i 100 e i 110 dollari. Mentre l'aumento della produzione, che alcuni paesi Opec sostenevano, sembra più lontano: le aperture statunitensi a un nuovo accordo con l'Iran sono malviste dall'Arabia Saudita, intenzionata a bocciare, per ritorsione, un aumento della produzione.
Infine l'oro: la combinazione fra guerra e inflazione ne ha provocato una moderata crescita, e questo ha fornito agli investitori una certa protezione. Tuttavia, nonostante il periodo di incertezza, non si è registrata una corsa massiccia all'acquisto.

 

 


Il ritorno del Covid mette in difficoltà l'Asia

Il nuovo lockdown di Shenzhen, città in cui operano molti fornitori tecnologici, ha causato ribassi nel mercato cinese, ma ha anche fermato la corsa di gas e petrolio. Mentre la speranza in nuovi colloqui di pace russo-ucraini concede una boccata d'ossigeno alle Borse europee...

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

I colloqui di pace russo-ucraini, finora in una situazione di stallo, hanno fatto sperare (molto timidamente) in qualche progresso. Secondo vari osservatori, è a questo cauto ottimismo che si deve la piccola boccata d'aria dei mercati europei, in ripresa dopo un lungo periodo di instabilità.
È proprio così? Sicuramente le aspettative legate alla fine della guerra possono aver influito, ma non si sa fino a quale punto, data la precarietà della situazione. Più facile che il moderato rimbalzo della scorsa settimana sia un normale assestamento dopo i ribassi dell'ultimo mese: nelle settimane precedenti la discesa dei mercati è stata molto veloce e violenta, e un tentativo di recupero era abbastanza prevedibile.
Non dobbiamo, dunque, farci troppe illusioni, anche perché un accordo tra Russia e Ucraina non sembra così vicino, ed eventuali progressi nei colloqui (che finora non si sono registrati) non significherebbero lo stop al conflitto. Per questo motivo non possiamo escludere nuovi ribassi nel corso del prossimo mese.

Il ritorno del Covid

Al mercato non piace l'incertezza, e questo periodo – contraddistinto da guerra, aumenti generalizzati nei prezzi delle materie prime e incognite legate al ritorno del Covid – non infonde certo sicurezza agli investitori.
Non per niente, anche quelle piazze finanziarie che fino a poco tempo fa tenevano ora sono in flessione. Hanno perso terreno Stati Uniti e Borse asiatiche – soprattutto la Cina, dove si riprende a parlare di lockdown per nuovi focolai del virus: le nuove misure restrittive nell'area di Shenzen - per inciso, la città in cui hanno sede Huawei, Tencent e Foxconn, azienda chiave nella catena degli iPhone - hanno causato un'ondata di panic selling in tutto il paese. Particolarmente colpiti i tecnologici, anche a causa della chiusura degli stabilimenti che forniscono hardware all'Occidente.
Ai nuovi lockdown cinesi sembra legata anche la discesa del gas, calato del 30% dopo aver raggiunto i massimi, e del petrolio, sceso a 100 dollari dal picco di 130. La reazione dei mercati è soprattutto psicologica, dato che l'area di Shenzhen è una regione di “appena” 20 milioni di abitanti nel nord del paese. Una cifra enorme per gli standard italiani o europei, ma molto marginale rispetto al miliardo e 800 milioni di abitanti della Cina. I timori sono legati ai rischi di ritorno alle restrizioni e al rapido rialzo dei casi in Germania.
Nonostante questo, sembra che la reazione dell'Europa al rischio di una nuova ondata possa divergere in modo abbastanza forte dalle ormai tradizionali politiche di contenimento. I governi sembrano orientati a una graduale riapertura, strategia derivante dalla fiducia nell'efficacia dei vaccini, che hanno raggiunto la gran parte della popolazione del continente.
La Cina invece prosegue nella classica politica di lockdown severissimi – anche se, come abbiamo visto, nel mondo di oggi è molto difficile bloccare la propagazione di un virus infettivo come il Covid.

Colpa della guerra? La speculazione gioca un ruolo importante

Il timore di una nuova ondata di casi legati alla pandemia ha influito anche sul ribasso dei prezzi delle materie prime, a cui potrebbe anche concorrere un aumento della produzione da parte dei paesi Opec, ventilato dagli Emirati Arabi Uniti. La decisione potrebbe dare un sollievo psicologico, anche se è chiaro che i rincari dipendono da altro.
Dipendono, cioè, dalla forte speculazione portata avanti in queste settimane. Infatti, la finanziarizzazione dell'economia ha creato un problema enorme: oggi, a dettare le regole, è il mondo anglosassone, che lascia un ampio margine di manovra ai fondi, liberi di speculare in maniera estrema. Una statistica ci dice che per ogni barile prodotto ne vengono scambiati 20 in Borsa.
La speculazione potrebbe essere fermata solo da un accordo tra i principali paesi del mondo, in grado di fissare un tetto al prezzo del greggio o del gas. Ma questa eventualità è difficilissima, ed è ancora più improbabile in un periodo colmo di tensioni come quello che stiamo vivendo.
A meno che si muovano gli Stati Uniti. Washington, pur autosufficiente dal punto di vista energetico, comincia a registrare problemi per gli aumenti di gas e petrolio, aumenti che suscitano proteste fra famiglie e imprese: il greggio a 100 dollari fa male anche al consumatore americano. Proprio a pochi mesi dalle elezioni di mid-term. Per questo motivo, gli Usa potrebbero cercare una via per contribuire a un ribasso del petrolio sotto i 90 dollari, che contribuirebbe a minimizzare gli impatti del caro-carburante sull'economia reale.

Cosa scegliere?

In questa situazione, che vede l'economia navigare a vista, come dovrebbe operare chi vuole entrare nei mercati?
Una strategia possibile contempla la scelta di settori difensivi, come per esempio le utility (con l'unica incognita rappresentata dal possibile rialzo dei tassi interesse). Abbastanza sicuri i titoli legati alla trasformazione energetica, che certamente riceveranno una spinta molto forte dalla transizione ecologica.
In linea concettuale, potrebbe rivelarsi proficua la scelta dei titoli finanziari, che però sono a rischio boomerang in caso di recessione. Consigliabile anche un'esposizione moderata sulle materie prime.
Poco interessanti invece i tecnologici, che risentono – come anticipato – del blocco di Shenzhen e dei cali del Nasdaq.
In generale, alla luce dell’importante calo nei prezzi di Borsa, suggeriamo un approccio di avvicinamento molto graduale ai mercati per la costruzione di un’esposizione azionaria diluita nel tempo: laddove i mercati dovessero affrontare nuove ondate ribassiste, questo approccio consentirebbe di entrare anche su valori inferiori rispetto a quelli attuali, senza pregiudicare così l’opportunità di investire su prezzi sempre più a sconto rispetto al valore delle società oggetto di investimento.

 


La guerra manda a picco i titoli bancari europei

Le azioni del settore creditizio accusano perdite intorno al 35% dai massimi. Pesano le esposizioni in Russia e Ucraina, ma anche il rischio-stagflazione e il probabile stop all'aumento dei tassi. Intanto, il caro-gas ferma le acciaierie.

Il punto settimanale di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sulla situazione dei mercati finanziari

Mentre la guerra russo-ucraina cresce drammaticamente di intensità, l'economia reale inizia a risentirne in modo pesante. Le materie prime, già sotto pressione da inizio anno, schizzano a livelli record, bloccando l'operatività di fonderie, acciaierie e cartiere: con questi prezzi, le aziende iniziano a considerare anti-economica la produzione, a meno di aumentare sensibilmente i prezzi e di scatenare un effetto domino sulla filiera produttiva e, in ultimo, sui consumatori.
A breve potrebbero fermarsi anche gli autotrasportatori, impossibilitati a reggere aumenti così forti della benzina, e le aziende del settore food, in particolare quelle legate al pane e alla pasta, che dipendono in modo massiccio dal grano ucraino: se il conflitto dovesse proseguire, potrebbero chiudere molte imprese del comparto. Dai grandi gruppi ai panettieri sotto casa.

Fate presto!

Per questo motivo è più che mai attuale un titolo di giornale entrato nella storia: “Fate presto!”. In altri termini, è urgente trovare una soluzione-tappo al caro-materie prime.
Ad avanzare una proposta sensata è stato il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che ha suggerito l'introduzione rapida di un cap al prezzo del gas unificato a livello europeo, con l'Ue chiamata a sobbarcarsi l'onere del differenziale rispetto al prezzo di mercato.
Non è facile prevedere se la cosa sarà accettata a livello comunitario. Ma, sempre che la proposta diventi ufficiale, ci sono buone probabilità di riuscita: la Germania – la cui dipendenza del gas dalla Russia è simile a quella italiana – potrebbe supportarla, rivelandosi una preziosa alleata.

Svalutazione del rublo: chi ci guadagna?

Intanto, però, sembra che le istituzioni europee non percepiscano l'urgenza: per parafrasare Tito Livio, mentre a Bruxelles si discute, Sagunto (l'economia europea) rischia grosso.
Nel mondo occidentale, lo abbiamo sostenuto tante volte, sarà proprio il nostro continente a pagare di più. Soprattutto se la Russia, per ritorsione contro le sanzioni, diminuisse la quantità di gas da vendere a Italia, Germania e Francia.
Se una mossa del genere non sembra immediata, la lista degli “stati ostili” compilata da Vladimir Putin è già una realtà: ai russi sarà permesso pagare i loro debiti nei confronti di questi paesi in rubli, invece che in euro o in dollari. A perderci saranno i creditori europei, dato che la valuta russa si è svalutata del 50%.
In tutta questa situazione di caos, in Europa si è aperta la svendita di azioni e obbligazioni di Mosca. A chi? Alla banca centrale russa, che le sta comprando a un quinto del valore di società che torneranno a monetizzare. E, in tre o quattro anni, riprenderanno in toto il valore iniziale.

Il peso delle sanzioni

Tutto questo rende le sanzioni sbagliate? O sono comunque una scelta corretta? Difficile rispondere. Sicuramente, girare la testa dall'altra parte – come è stato fatto in altre occasioni in passato - non sarebbe stata una scelta etica, né rispettosa.
Tuttavia, non è per niente detto che le sanzioni siano una risposta efficace. Nella storia, questo mezzo di pressione non ha mai fatto cadere nessun governo, che fosse autocratico o democratico. In altri termini, le sanzioni non hanno provocato un cambio di regime in Serbia, né in Iraq, Iran, Venezuela, Corea del Nord. E non lo faranno in Russia, che intensificherà il suo commercio con Cina e India, candidati a diventare i partner economici privilegiati di Mosca.
L'Europa, facile prevederlo, resterà con il cerino in mano, mentre gli Stati Uniti – abituati a gestire crisi e conflitti lontani da casa – avranno impatti più limitati. Anche per i minori rapporti economici con Mosca. Un dato su tutti: gli Usa hanno un pil che è dieci volte quelli italiano, ma rapporti commerciali con la Russia inferiori a quelli che ha il nostro paese. Facile, quindi, capire chi perderà, comunque finisca la guerra.
Gli Stati Uniti hanno caldamente persuaso gli stati europei ad approvare sanzioni senza condividerne i costi. Sarebbe stato più corretto che Washington avesse proposto di sopportare il peso economico di questa scelta, aiutando i paesi europei a minimizzarne le conseguenze.

Banche a picco

Intanto i mercati reagiscono con una dose extra di irrazionalità: la paura e la componente emozionale hanno provocato un'ondata di sell off. La volatilità sembra scesa in campo per restarci, creando circoli viziosi: se il mercato perde il 20%, il pessimismo provoca peggioramenti, che potrebbero essere ulteriormente acuiti se la situazione ucraina e la crisi economica europea si aggravassero ancora di più.
Particolarmente colpito dalla svendita massiccia di titoli è stato il mondo bancario, che in pochi giorni ha perso dal 25% al 45%. La picchiata avviene per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, l'esposizione del settore ai due paesi attualmente in guerra, che ha portato ribassi soprattutto alle banche molto presenti in Russia e Ucraina (in primo luogo Unicredit, che ha perso il 45% della sua quotazione nell’ultimo mese).
Poi lo scenario macroeconomico che il conflitto ha radicalmente cambiato: dalla previsione di crescita al 4% siamo passati alla possibile recessione, o addirittura stagflazione, che significa anche sofferenze in bilancio.
Infine, la consapevolezza che la guerra rallenterà il ciclo di rialzo dei tassi.
È probabile che il crollo dei “bancari” sia vicino al picco: per questo motivo, oggi investire in questi titoli potrebbe rappresentare un'opportunità. A meno che si pensi che la guerra possa durare più di un mese, e trasformare Kiev in una nuova Stalingrado, o l'Ucraina in un Vietnam – scenario che non è da ritenersi troppo probabile.

Il calo dell'euro

Intanto i mercati reagiscono con una dose extra di irrazionalità: la paura e la componente emozionale hanno provocato un'ondata di sell off. La volatilità sembra scesa in campo per restarci, creando circoli viziosi: se il mercato perde il 20%, il pessimismo provoca peggioramenti, che potrebbero essere ulteriormente acuiti se la situazione ucraina e la crisi economica europea si aggravassero ancora di più.
Particolarmente colpito dalla svendita massiccia di titoli è stato il mondo bancario, che in pochi giorni ha perso dal 25% al 45%. La picchiata avviene per tre ragioni fondamentali. In primo luogo, l'esposizione del settore ai due paesi attualmente in guerra, che ha portato ribassi soprattutto alle banche molto presenti in Russia e Ucraina (in primo luogo Unicredit, che ha perso il 45% della sua quotazione nell’ultimo mese).
Poi lo scenario macroeconomico che il conflitto ha radicalmente cambiato: dalla previsione di crescita al 4% siamo passati alla possibile recessione, o addirittura stagflazione, che significa anche sofferenze in bilancio.
Infine, la consapevolezza che la guerra rallenterà il ciclo di rialzo dei tassi.
È probabile che il crollo dei “bancari” sia vicino al picco: per questo motivo, oggi investire in questi titoli potrebbe rappresentare un'opportunità. A meno che si pensi che la guerra possa durare più di un mese, e trasformare Kiev in una nuova Stalingrado, o l'Ucraina in un Vietnam – scenario che non è da ritenersi troppo probabile.

Esg in piena crisi

Se l'euro, a medio termine, potrebbe riprendere i suoi valori pre-crisi, la guerra mieterà sicuramente molte vittime nel mondo finanziario. Tra queste, potrebbe esserci la tassonomia Esg, che rischia letteralmente di snaturarsi. A causa del calo generale dei mercati e del contemporaneo rialzo dell'industria degli armamenti, i fondi etici hanno chiesto deroghe per titoli legati a petrolio e persino armi. Se questo avvenisse, si verificherebbe un colpo epocale da cui questo settore difficilmente potrebbe riprendersi del tutto, proprio perché, investendo in titoli “proibiti”, perderebbe le sue caratteristiche fondanti.

 


Come sopravvivere alla volatilità

Il conflitto russo-ucraino ha scatenato un'ondata di panic selling, soprattutto sui mercati europei. Ma, quando si investe, è sempre meglio non farsi sopraffare da emozioni, incertezze e paure. Ecco il mix da scegliere in questi giorni difficilie.

Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci propone la sua analisi puntuale sull' attuale complesso contesto di mercato

Appena una settimana fa scrivevamo che Putin aveva riconosciuto le repubbliche ribelli del Donbass. In pochi giorni la situazione è precipitata: giovedì scorso è esploso il conflitto e la Russia sta incontrando difficoltà rispetto ai probabili piani di una guerra-lampo. Lunedì si è tenuto un primo round di colloqui, che presto riprenderanno, ma una soluzione appare lontana.
Intanto, pur in pochi giorni, le operazioni belliche hanno già causato eventi importanti, alcuni clamorosi: tra questi, un cambio repentino nella politica antimilitarista del Parlamento tedesco, l'adesione della Svizzera alle sanzioni internazionali, l’Unione Europea che fornisce armi a un paese terzo, gli atleti russi completamente esclusi dalle competizioni sportive.

Europa, la grande sconfitta

In questo contesto, ancora molto fluido, è davvero difficile tracciare una valutazione economica puntuale della situazione.
C'è solo un punto fermo: l'impatto delle sanzioni – che sembrano anche un monito alla Cina, per frenare i suoi appetiti su Taiwan – sarà probabilmente devastante per l'economia russa, ma potrebbe danneggiare (e molto) tutto l'Occidente. La Bce si aspetta un impatto fino all’1% sul pil, mentre l’inflazione continua a segnare livelli molto alti in Europa: venerdì scorso la Francia ha riportato +0,8% mese su mese (+4,1% anno su anno), ma consumi in calo, mentre lunedì il Cpi spagnolo ha segnato +0,6% MoM (+7,4% YoY) e martedì il dato di febbraio per l’Italia ci ha consegnato un’inflazione al 6,2% su base annua.
Questa divergenza costituisce un’ulteriore preoccupazione per la Bce, e ci fa sospettare che la prima vittima delle sanzioni sarà proprio l'Europa. Il blocco Swift per alcune banche russe rischia davvero di mettere in difficoltà molte aziende del nostro continente (soprattutto tedesche, italiane e in second'ordine francesi) che hanno commesse con Mosca.
E' molto difficile, come è anche inutile ricordarlo, che le perdite vengano indennizzate, mentre è probabile che non si limiteranno al breve termine, ma danneggeranno le nostre imprese per un periodo più lungo. I settori più colpiti sembrano essere quelli del lusso, della moda, del turismo e del food di alta gamma.
L'Europa sarà quindi la grande sconfitta. Meno problemi, invece, per l'Asia, che ha pochissimo scambio con la Russia e sostanzialmente tiene. In particolare, il Giappone rappresenta un'economia molto concentrata sulla situazione interna: quindi, come ha resistito alla crisi economica causata dal Covid, sta, per ora, riuscendo a gestire anche le conseguenze della guerra russo-ucraina.

Volatilità ai massimi

I mercati occidentali, invece, sono in balia delle notizie e della volatilità: mentre il Vix ha raggiunto i massimi dell'anno, l'indice S&P 500 YTD ha fatto registrare -11,23% e l'Eurostoxx -11,71%. Un esempio del panic selling che si è verificato viene dalle maggiori banche italiane: in 12 giorni Intesa Sanpaolo ha perso circa il 25% (sebbene dal mercato russo provenga solo l'1% del suo utile) e Unicredit più del 30%.
Il motivo di questa reazione è semplice: molti investitori non sopportano l'incertezza e sono spaventati dall'ipotesi di un rallentamento della crescita, con tutte le conseguenze del caso, sull'economia europea nei prossimi mesi: un atteggiamento che avevamo già visto a marzo 2020 con l’esplosione della pandemia, ma che, per fortuna di chi aveva avuto il coraggio (perchè di coraggio a volte si deve parlare) di mantenere le posizioni o addirittura di incrementarle, questo atteggiamento dicevamo si è poi rivelato un grosso errore.
Non ci stancheremo mai di ripetere che l’investimento in capitale di rischio richiede pazienza, costanza, nervi saldi e tempo.
Ricordiamo che Warren Buffet deve gran parte dei suoi risultati eccezionali alla capacità di comperare titoli quando nessuno li vuole: una delle sue massime è "be greedy when others are fearful and be fearful when others are greedy."
Prevedere il futuro è infatti impossibile soprattutto quando si parla di geopolitica. Probabilmente non si è ancora toccato il fondo della discesa dei mercati ed è molto probabile che la volatilità resti sostenuta. Tuttavia, già oggi, ci sono buone opportunità di acquisto. Vale la pena di ricordare che chi vende oggi probabilmente rientrerà sui mercati a prezzi piu alti. In altri termini, la miglior strategia è tenere duro, se si può.

Portafoglio diversificato

Tenere duro, sì. Ma in che modo? Oggi come oggi, una buona ricetta per investire può consistere nella diversificazione di portafoglio: occorre avere una visione globale e diversificare l‘esposizione tra Asia, Stati Uniti e materie prime, in un periodo in cui quasi tutte sono in ascesa (l'alluminio è addirittura ai massimi storici).

L'incognita-tassi

In questo scenario si fanno ancora più profonde le incertezze delle Banche centrali sui tassi, che già prima della crisi ucraina erano molto marcate. Il conflitto in corso dovrebbe ritardare la politica di rialzo dei tassi pur in presenza di un'inflazione davvero preoccupante come dicevamo già prima. L’idea di fondo è che alla fine si sceglierà di non sacrificare la crescita accettando un’inflazione che si spera possa avere toccato il picco proprio nel mese di febbraio.

 


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