Investimenti: maneggiare con cura

L'aggravarsi della crisi russo-ucraina ha provocato ulteriore tensione sui mercati europei. Ma, se si ha la pazienza di attendere, le azioni sono ancora la scelta migliore.

Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

Lunedì sera la crisi russo-ucraina ha subito un’ulteriore escalation con il riconoscimento da parte della Russia delle due repubbliche del Donbass. Indipendentemente dai suoi sviluppi a breve termine, una cosa è certa: eventuali sanzioni proposte dagli Stati Uniti e accolte dall'Ue non faranno che danneggiare l'Europa. I maggiori problemi economici si verificheranno infatti nel nostro continente. dove i provvedimenti metterebbero a rischio varie nostre imprese.
Per non parlare del gas: Italia e Germania dipendono da Mosca per il 40% circa delle loro forniture
Sembra lecito porsi questa domanda: fermare il Nord Stream 2 è una “sanzione” rivolta contro la Russia o contro la Germania?
Anche le ritorsioni decise ieri sera dalla Casa Bianca sembrano essere molto più punitive per gli interessi europeri piuttosto che per quelli americani.
L’Europa è il classico vaso di coccio messo fra due vasi di ferro: deve lealtà agli Stati Uniti, ma non ha potere di interdizione quando i suoi interessi vengono lesi. E la sua miopia le impedisce di vedere, per esempio, che la Russia – come già aveva fatto la Cina – sta tornando a giocare un ruolo strategico in Africa.
Anche gli americani hanno i loro problemi: di fatto hanno favorito in tutti i modi il ritorno dell'alleanza fra Mosca e Pechino, mai così vicine dai tempi della rottura fra Chruščëv e Mao.
Va da sé una considerazione: promuovere, pur con altri obiettivi, un riavvicinamento tra le due potenze è un atteggiamento autodistruttivo – e puntualizzarlo non significa certo essere filo-russi o filo-cinesi, ma solo osservare i fatti con occhio distaccato e non ideologico.

Promesse non mantenute

Se la politica europea sembra non vedere a un palmo dal proprio naso, la società civile (cioè chi materialmente dovrà pagare le bollette del gas in drammatico rialzo) si fa alcune domande. E dai giornali iniziano a partire vari distinguo.
Ne è la prova un recente articolo di Der Spiegel, che ha pubblicato i verbali di un vertice fra i direttori politici dei ministeri degli esteri di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania, avvenuto a Bonn nel marzo 1991. Bene: durante la riunione, i quattro definirono "inaccettabile" un'eventuale espansione della Nato a est della Germania Ovest. Questo, ricorda lo Spiegel, fu anche formalmente assicurato a Michail Gorbačëv e all'Unione Sovietica.
Invece, ça va sans dire, la promessa non è stata rispettata, l'Alleanza Atlantica ha varcato il fiume Elba, si è allargata e ora vuole affiliare l'Ucraina. La crisi attuale, o il suo pretesto – ricordiamolo - parte di qui.

Impatto (per ora) limitato

L'acuirsi delle tensioni – prima con il riconoscimento russo delle repubbliche secessioniste, poi con l'ingresso dei blindati di Mosca nel loro territorio – ha naturalmente influito sui mercati.
Che cosa accadrà ora all'economia mondiale? Difficile prevederlo. Per ora, gli impatti sulle aziende sono ancora limitati.
Non c’è dubbio che, nel momento in cui scriviamo, la vicenda russo-ucraina rappresenti il principale catalyst di mercato, ma, come crediamo sia chiaro a tutti, nessuno può ragionevolmente prendere una posizione prevedendo e anticipando le eventuali mosse dei protagonisti. Vendere ora o comprare ora, scommettendo su un‘invasione o su una risoluzione diplomatica della crisi, rappresenterebbe una mera scommessa senza alcun tipo di fondamento economico finanziario.
Ovviamente la situazione potrebbe anche precipitare, ma non è detto che i prezzi non inglobino già parte delle conseguenze della crisi in atto: gli eventi geopolitici sono infatti spesso enfatizzati nel breve termine ma non hanno conseguenze di lungo periodo così importanti.
Molto più decisivo sarà comprendere, nelle prossime settimane o mesi, che tipo di scenario macroeconomico si dipanerà.
Il vero nodo è rappresentato da due aspetti: i tassi di interesse e gli effetti che un eventuale errore di politica monetaria da parte delle Banche centrali potrebbero avere sulla crescita economica, portando eventualmente a un rallentamento che, in alcuni casi, potrebbe addirittura trasformarsi in una recessione.
Oggi è ancora troppo presto per scommettere su un'economia in contrazione e quindi, nonostante il quadro di breve presenti tutti gli elementi di incertezza e difficoltà che abbiamo descritto, riteniamo opportuno non prendere posizioni drastiche.
Non possiamo escludere che vi possano essere giornate di difficoltà, soprattutto nel momento in cui si verificassero scontri armati e tensioni sul confine tra Russia e Ucraina, ma
Per chi è più propenso al rischio, in ottica di medio termine, gli investimenti in azioni o bond russi potrebbero rivelarsi molto interessanti. Come del resto era avvenuto nel 2014 dopo l'annessione della Crimea: in un primo tempo Mosca aveva sofferto ribassi, ma nei cinque anni successivi il rendimento dei suoi strumenti aveva sfiorato il 200%.

Tornano i beni rifugio?

In questa situazione, si è parlato di un ritorno dei beni rifugio, anche dopo il leggero rialzo di oro e franco svizzero in corrispondenza dell'aggravarsi della crisi russo-ucraina. Tuttavia è probabile che si tratti di un fenomeno assolutamente contingente.
L'oro ha raggiunto un valore alto, ma non eccessivo. Il franco è una moneta stabile, ma le banche elvetiche applicano tassi negativi dell'1% ai depositanti.
E ancora: le obbligazioni hanno recuperato solo il 10% di ciò che hanno perso da agosto. E le criptovalute registrano alti e bassi: il bitcoin è fra 30mila e 45mila dollari di trading range.
Insomma, l'unica vera ricetta contro l'inflazione sembrano rimanere solo le azioni.
In ottica di portafoglio complessivo, l'oro può essere considerato una sorta di polizza assicurativa: se i titoli vanno male, protegge un po' di più. Ma la sua quota non dovrebbe superare il 3%-4%, perché non produce alcun tipo di reddito.
Come diceva Warren Buffett: "don‘t buy gold, buy stocks". Una massima che rimane valida in ogni scenario.


Distensione Mosca-Kiev: come reagiranno le Borse?

Le truppe russe si stanno ritirando dal confine ucraino, proprio mentre le tensioni tra i due paesi hanno fatto "ballare" i mercati. E ora...

Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

Le turbolenze sui mercati non accennano a placarsi. La settimana scorsa, negli Stati Uniti, il tasso di inflazione ha raggiunto i livelli più alti degli ultimi 40 anni. Mentre si è verificato un rialzo generalizzato dei rendimenti dei titoli governativi e corporate europei. Un esempio su tutti è dato dai cali registrati sui titoli decennali tedeschi, che durante il mese di gennaio hanno infatti perso il 3,30% e con i decrementi della scorsa settimana sono a -4,40% da inizio anno. In pratica, a tassi invariati, un detentore di decennali tedeschi impiegherà 13 anni per recuperare questa perdita.
In questo periodo, insomma, sulle obbligazioni bisogna essere particolarmente selettivi: difficile pensare a un ritorno a tassi negativi, a meno di ipotizzare uno scenario recessivo che al momento non sembra per fortuna alla porte.

 La Nato può attendere

Settimana negativa anche per l'azionario, che ha proseguito l'andamento ondivago: le tensioni, soprattutto sul mercato europeo, dipendono in gran parte dall'inflazione e dalla nota americana secondo cui l'Armata Russa avrebbe varcato i confini ucraini il 16 febbraio, cioè oggi. Una previsione che, per fortuna, non si sta avverando.
Quello che ai più sembrava un evento ineluttabile, e che aveva causato ribassi ai listini anche lunedì mattina, alla fine non si è verificato. La crisi si sta ricomponendo, proprio come voleva la Russia. Decisivo nella risoluzione della crisi è stato il vertice Scholz-Zelensky, svoltosi lunedì scorso a Kiev: il cancelliere tedesco, in conferenza stampa, ha detto a chiare lettere che „l’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è in agenda”. Un'affermazione non contraddetta dal presidente ucraino: l'entrata nell'Alleanza Atlantica – ha affermato - “non è un dossier urgente”, anche se resta in costituzione. Risultato: Kiev non entrerà nella Nato per almeno dieci anni, problema rimandato e sospiri di sollievo in tutto il mondo.
A vincere, in ogni caso, non è stata una parte o l'altra, ma il buonsenso. Come del resto avvenne nell'ottobre 1962, al tempo della crisi dei missili a Cuba, che vedeva un'identica situazione, anche se a parti invertite.

La partita si gioca sul gas

Ora, almeno per Italia e Germania, la partita si gioca sul gas: dal prezzo spot sulla borsa di Chicago, si evince chiaramente che l'aumento dei prezzi è largamente legato alla crisi ucraina, oltre che alla eccessiva finanziarizzazione di questo prodotto. Come del resto la crescita dell'alluminio, arrivato ai suoi massimi la scorsa settimana. Una sempre più probabile de-escalation sull'asse Mosca-Kiev – e, magari, anche il sospirato avvio del Nordstream 2 – potrebbero invertire la rotta e alleggerire costi e bollette di famiglie e aziende, sventando una minaccia cruciale per la ripresa e la stessa sopravvivenza di centinaia di imprese.
Per scoprirlo dovremo aspettare la fine dell'inverno, quando ci sarà minore richiesta di combustibile, e quando sarà passato un periodo di tempo sufficiente da questo "febbraio caldo".
Per il resto, non si è ancora sciolto l'altro nodo che ha caratterizzato l'inizio di quest'anno, e cioè l'incertezza delle Banche centrali sui tassi. La decisione è molto difficile, perché occorre scegliere fra due rischi: da una parte il pericolo di frenare la ripresa, rallentando la crescita economica, dall'altra il timore di una spirale inflattiva senza fine. In ogni caso è bene ricordarlo: Christine Lagarde ha detto che non è alzando i tassi che si riesce a fermare il rialzo delle materie prime. Quindi i tassi saliranno, ma non in maniera violenta.

Mantenere la rotta

Se la crescita si affievolisse, il 2022 potrebbe confermarsi complicato, con i titoli tecnologici che potrebbero subire ulteriori correzioni al ribasso e le obbligazioni impossibilitate a svolgere un ruolo difensivo. Ma, come al solito, occorre saper aspettare. Le previsioni delle case di investimento relative agli indici stimano che, a fine anno, il prezzo delle azioni sarà più alto rispetto a ora, ma non di tanto. Il tutto in un contesto di volatilità accentuata.
Il problema – lo abbiamo ricordato più volte – è quindi essenzialmente psicologico. Perché se l'investitore è metodico, se non si lascia prendere dalla paura, alla fine guadagna quasi sempre.
Lo rivela anche uno studio molto interessante: un risparmiatore che avesse investito 10.000 dollari il 1 gennaio 1980 sull’indice americano, e avesse sempre mantenuto quella posizione, oggi avrebbe 680.000 dollari.
L’utile sarebbe però sceso a a 420.000 dollari se l'investitore fosse uscito nei cinque giorni più performanti di questi 42 anni, a 310.000 se si fosse perso i migliori dieci e a 100.000 se avesse evitato i top 30.
Che cosa significa? Semplice: che la pazienza è davvero la virtù dei forti, anche negli investimenti. Adottare una strategia "dentro e fuori" può certamente salvaguardare da ribassi molto violenti, ma richiede una forte capacità di saper rientrare al momento giusto. Il che non è certamente facile, anche a causa del ruolo rivestito da avvenimenti impossibili da prevedere, rivolgimenti improvvisi e "cigni neri".

Too strategic to fail

Intanto, in Italia fa ancora discutere il caso-Saipem, anche alla luce dell'ammenda da 192 milioni comminata lunedì scorso al gruppo da parte del tribunale di Algeri. Sul piatto c'è il prestito ponte da 500 milioni di euro chiesto dall'azienda energetica a Intesa e Unicredit. L'importo permetterebbe a Saipem di restituire la tranche delle obbligazioni che scadrà il prossimo 5 aprile - data entro la quale è impossibile completare il programmato aumento di capitale.
Secondo le indiscrezioni, i due colossi bancari hanno espresso atteggiamenti differenti: più possibilista Intesa, più rigida Unicredit.
Ma alla fine è difficile ipotizzare che Saipem non verrà salvaguardata: pagherà la tranche e porterà a casa l'aumento di capitale, che assicurerà la continuità aziendale e la presenza sui mercati internazionali. Parafrasando un'espressione che solitamente si utilizza riferendosi alle banche, Saipem è too strategic to fail.

Fusioni, nuovo giro di valzer

A proposito di Unicredit, i mercati hanno apprezzato sia l'interesse della banca di piazza Gae Aulenti per Banco Bpm, sia i passi avanti dell'operazione Bper-Carige, che ha ottenuto semaforo verde dal Fondo interbancario di tutela dei depositi.
Potrebbe aprirsi un nuovo valzer di merger&acquisition. Il che non è per nulla sorprendente: da anni si prevede che in Italia le fusioni ridurranno il numero di istituti bancari, portandolo a tre o quattro, mentre resteranno indipendenti quasi unicamente le piccole banche di credito locali.
Un nuovo giro di consolidamento bancario piace alle Borse, perché porterà valore agli azionisti. C'è però l'altra faccia della medaglia: il rischio-esuberi, dovuto alla sovrapposizione degli sportelli e alla loro chiusura. Proprio in un periodo storico in cui, in generale, sembra irreversibile il trend che vede le succursali ridursi a causa della corsa alla digitalizzazione.


Mercati inquieti per le parole dei banchieri

Lo scorso 3 febbraio, Christine Lagarde ha paventato l'aumento dei tassi da parte della Bce. La dichiarazione ha creato tensioni sui mercati finanziari e dilatato la forbice fra Btp e Bund

L'ultima settimana dei mercati europei ha avuto come protagonisti gli spread dei paesi del centro e sud Europa. In primo luogo quello italiano, che è arrivato a superare quota 160. A scatenare questa bagarre è stata Christine Lagarde, presidente della Bce, che dopo la riunione dello scorso 3 febbraio non ha escluso l'aumento dei tassi di interesse prima della fine dell'anno. Proprio il contrario di quanto la stessa leader dell'Eurotower aveva affermato non molto tempo fa, assicurando che prima del 2023 non ci sarebbe stato alcun incremento.
Nulla è valsa una rettifica poche ore dopo la conferenza stampa: il danno ormai era fatto. Soprattutto in Italia, dove si è verificata una vendita generalizzata su tutte le scadenze, con i titoli decennali che da inizio anno perdono quasi il 10% in conto capitale.

 Comunicazione sbagliata.

E' la seconda volta in meno di due anni che Christine Lagarde si rende protagonista di un grave errore di comunicazione, con conseguenti reazioni dei mercati (la prima gaffe – la famosa frase "Non siamo qui per chiudere gli spread, ci sono altri strumenti e altri player per gestire quei problemi – era stata pronunciata a inizio pandemia): è un nodo che la presidente Bce dovrà urgentemente affrontare. Perché a volte il problema non risiede tanto (o non solo) in ciò che si dice, ma in come lo si dice. Se Lagarde avesse posto l'accento sull'irreversibilità dell'euro e sull'impegno di Francoforte a non tollerare l'allargamento degli spread tra vari paesi, soprattutto in tempi di ripresa fragile, i mercati avrebbero digerito anche un possibile ritocco ai tassi: non è uno 0,50% a mandare in crisi un sistema. Ma – ça va sans dire – non ha detto nulla di tutto ciò, creando i grandi problemi che sono sotto gli occhi di tutti: oltre agli ampi movimenti sugli spread, anche un consistente aumento della volatilità sull’azionario (i principali indici europei perdono fino al 3% da inizio mese). Ora, una volta innescate le tensioni, il rischio è che molti hedge fund riprendano a scommettere su allargamenti degli spread tentando, come già nel 2011 di far saltare l’euro. E’ un rischio ancora lontano, che però deve essere arginato per tempo.

 Decisione difficile

Detto questo, nessuno invidia, in questo momento, coloro, che proprio sui tassi dovranno prendere una decisione molto difficile. La situazione è complessa e ogni soluzione sembra foriera di conseguenze negative: se si opta per un innalzamento, si rischia di compromettere la ripresa, in un periodo in cui i debiti pubblici sono molto alti; se si sceglie invece di mantenerli stabili, la probabilità che l’inflazione perda il suo carattere “temporaneo” non è trascurabile. Per questo, in un periodo così complesso, azzardare previsioni è difficile. Occorre quindi navigare a vista tenendo i nervi saldi. Anche perché, se la Bce alzerà i tassi, lo farà non prima di sette-otto mesi, periodo che per i mercati è lunghissimo: la liquidità in Banca centrale è ancora all'insegna dei tassi negativi (-0,5%), e i bond tedeschi e olandesi sono tornati positivi solo ora, a molti anni dall'ultima volta.

Facebook in picchiata

Intanto, i mercati mondiali hanno assistito all'inaspettato tonfo di Facebook, che ha perso 232 miliardi di dollari di capitalizzazione nella prima seduta di borsa successiva alla pubblicazione dell’ultima trimestrale.
La parabola del social network di Mark Zuckerberg, tuttavia, non deve stupire, né preoccupare, più di tanto: è infatti parte dei normali pattern delle bigtech. Queste aziende, una volta consolidata la posizione nel mercato di riferimento, vedono precipitare la propria capitalizzazione; nel momento in cui vengono pubblicati risultati sotto le attese, il mercato fa un derating e si comporta di conseguenza. In questo caso, gli impatti negativi sul Nasdaq sono stati almeno in parte compensati da un forte recupero di Amazon.
Comunque, il consiglio è sempre quello: investire su un orizzonte temporale lungo. Quando aumenta la volatilità, la paura degli investitori ha come conseguenza movimenti abbastanza estremi. Ma chi non si fa prendere dal panico, chi decide di investire a lungo termine, è solitamente premiato: siamo convinti che il 2022 si chiuderà quasi sicuramente con valori piu alti di oggi. Non ci sono motivi strutturali per cui il mercato possa crollare, a meno che i rivolgimenti geopolitici siano talmente forti da sconvolgere l'economia mondiale o che il rialzo delle materie prime prosegua ancora.

Europa disunita, Cina felice.

Due problemi, questi, che sono legati a doppio filo. Un filo che porta, inevitabilmente, al confine tra Russia e Ucraina. Per ora, la tregua olimpica sembra tenere: un chiarimento lo avremo, probabilmente, dopo la cerimonia di chiusura, quando la bandiera a cinque cerchi lascerà Pechino in direzione di Milano. Intanto, il pur breve periodo di distensione fa sicuramente bene ai mercati, perché stempera le tensioni e i venti di guerra. Come bene fanno le iniziative diplomatiche, il viaggio di Macron a Mosca e i suoi sforzi per la de-escalation. Tuttavia, come spesso succede, i paesi Ue si muovono in maniera disunita e scoordinata: il presidente francese vola da Putin, il cancelliere tedesco Scholz incontra Biden, promettendo di bloccare Nordstream in caso di guerra russo-ucraina, e Mario Draghi telefona al leader russo, ottenendo una rassicurazione sulle forniture di gas. Tutto questo proprio mentre, alla vigilia dei Giochi Olimpici, il vertice Putin-Xi Jinping ha prodotto un accordo trentennale, che impegna la Russia a posare un nuovo gasdotto in Cina. Anche questo è un risultato della politica miope americana: mentre le nostre bollette impazziscono, la strategia Usa, che sembra rimasta agli accordi di Yalta del 1945, sta spingendo Mosca tra le braccia di Pechino.
E proprio nel momento in cui diventa chiaro che la transizione energetica non sarà una passeggiata, anzi è un folle salto nel buio: è di pochi giorni fa la presa di posizione dell'associazione che riunisce le Pmi tedesche, per la prima volta schierata contro il piano di Berlino che, entro il 2030, punta ad avere una produzione di energia proveniente per l'80% da fonti rinnovabili e da gas, con quasi totale esclusione di carboni fossili e nucleare. I costi da sostenere per le Pmi rischiano di essere insostenibili e di metterle fuori mercato.

Milano, quattro anni da sfruttare

Tornando alla Cina, abbiamo visto come i Giochi Olimpici siano stati un'opportunità per intessere legami profondi, sia politici, sia commerciali, con la Russia. Mentre gli impatti della kermesse a cinque cerchi sull'economia nazionale saranno molto limitati. E' comunque vero che ogni grande evento sportivo influenza il pil. Infatti, le olimpiadi portano in genere anche allla realizzazione di infrastrutture che, se fatte con una visione sul futuro del Paese, avranno un impatto positivo sugli anni a venire. Vedremo nei prossimi anni se l’Italia saprà cogliere l’occasione delle prossime Olimpiadi che si terranno a Milano: l'appuntamenti del 2026 ha la potenzialità per favorire un ulteriore interesse di turismo e business, in una città che è già considerata una delle più interessanti a livello europeo. La metropoli ambrosiana potrebbe, insomma, fare da traino a un'intera economia, come peraltro fa già oggi. Oltre a questo, la presenza di Cortina come città co-organizzatrice e la cerimonia di chiusura programmata all'Arena di Verona coinvolgeranno sicuramente Venezia nel piano turistico. Se organizzati bene, insomma, i Giochi Olimpici di Milano-Cortina potrebbero creare un circolo virtuoso per la nostra economia. L'unica grande incognita è, come al solito, l’incapacità di progettare le cose per tempo e quindi di arrivare agli appuntamento col fiato corto con cantieri e progetti che vengono definiti e terminati all’ultimo. Ma a tutto questo siamo abituati e confidiamo quindi che anche questa volta ci riusciremo. E, alla fine, saremo capaci di stupire il mondo.


Il caso Saipem scuote il mercato

Mentre la comunità finanziaria reagisce positivamente alla rielezione di Sergio Mattarella, le perdite annunciate dal gruppo energetico causano un vero e proprio shock a Piazza Affari. Il punto di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - sugli eventi della settimana sui mercati finanziari

La conferma di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica è stata accolta bene dai mercati: lo spread si è attestato a quota 135, frenando l’accelerazione della risalita avviata a fine ottobre dello scorso anno.
Ma più che il ruolo del Capo dello Stato, che in Italia non è in grado di "spostare" molto, a tranquillizzare la comunità finanziaria italiana è la certezza di continuità alla guida del paese: restano Mattarella al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi, e questo dà un senso di stabilità, soprattutto in ottica Pnrr.
Oltre a questo, si può avvertire un senso di sollievo per il non eccessivo prolungamento della votazione: se le operazioni fossero proseguite oltre il 3 febbraio, scadenza naturale del primo settennato di Mattarella, lo spread BTp-Bund sarebbe probabilmente salito, forse oltre i 150 punti. La rielezione dà invece un segnale di tranquillità, fugando le inquietudini.

 

 Saipem scuote la Borsa

A questa situazione fa, però, da contraltare un fulmine a ciel sereno per l'economia italiana; Saipem ha annunciato, per il bilancio civilistico 2021, perdite superiori a un terzo del capitale. Una notizia clamorosa, che ha affondato la società in Borsa (-30%) nel primo giorno dopo l‘annuncio e la obbligherà a un maxi aumento di capitale.
Al netto delle considerazioni sulle tempistiche con cui è avvenuta la comunicazione (è lecito chiedersi dove, nel frattempo, fossero finiti i revisori), è indubbio il campanello d'allarme sul mercato. Anche se non è il caso di drammatizzare eccessivamente la situazione, che diventerebbe davvero grave se altre quattro o cinque grandi aziende attraversassero una crisi simile. E non è questo, naturalmente, il caso.

 

Meglio l'azionario

Sul fronte internazionale, la scorsa settimana si è aperta molto male, con un lunedì da vero panico e il Nasdaq che a un certo punto ha perso il 5%.
Tuttavia, come spesso avviene, si è poi verificata la classica "teoria della pallina da tennis", secondo cui tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Il Nasdaq e, più in generale, il mercato americano hanno effettivamente evidenziato un notevole rimbalzo tecnico che potrebbe proseguire, spingendo un nuovo ciclo rialzista.
Troppo presto, naturalmente, per azzardare una previsione. Ma l'economia è comunque ancora in crescita, e, sull'anno, l'azionario, pur non eccezionale, sta offrendo performance discrete: per questo, al momento, gli investimenti in azioni rimangono da privilegiare.

 

Il petrolio schizza in alto

Il rimbalzo ha avuto il petrolio come protagonista: il suo valore ha nuovamente superato gli 80 dollari al barile. Uno studio di Goldman Sachs, realizzato ai tempi del crack Lehman (quando il petrolio era a quota 90) affermò che se il greggio avesse superato i 100 dollari sarebbe stato un disastro per tutti.
E oggi lo sarebbe, se possibile, ancora di più. Perché un prezzo di questo genere costringerebbe a ripensare completamente le politiche di transizione green. Non è un mistero, infatti, che uno dei motivi alla base del caro-petrolio – oltre, naturalmente, all'inevitabile speculazione – sia lo stop agli investimenti per la ricerca di nuovi giacimenti, causato appunto dalla svolta ecologica.
Oltre a questo, occorre sempre tener presente la situazione del caro-energia, che aggiunge complessità al problema.


Tregua olimpica?

La crisi energetica che aleggia dipende, ancora una volta, in buona parte dalla crisi ucraina. Anche se forse su questo fronte ci saranno una ventina di giorni di tregua. A quanto sembra, il leader cinese Xi Jinping avrebbe chiesto al presidente russo Vladimir Putin di non varcare i confini con l'Ucraina durante i Giochi Olimpici invernali, in programma a Pechino dal 2 al 20 febbraio.
Non è improbabile che la "tregua olimpica" si verifichi realmente, rinviando il problema di quasi un mese e lasciando spazio alle diplomazie.
Tuttavia - se sul fronte economico crea rincari e tensioni sui mercati - dal punto di vista geopolitico la crisi ucraina è e resta un falso problema: non vedremo mai i carri armati russi a Kiev, e in caso di intervento (che non è così scontato) si combatteranno schermaglie nel Dombass e nelle aree russofone dell'Ucraina e niente più.
Il vero, grande rischio per la pace non corre tanto sull'asse Mosca-Kiev, ma si concentra su Taiwan, che la Cina vuole inglobare nel suo territorio. L'isola è decisamente più strategica per l'occidente che non l'Ucraina, il cui invito ad aderire alla Nato suona più come una provocazione che altro.


Cina, un mercato in crisi

A proposito di Cina, il ritorno del Covid (e dei lockdown) ha fermato la produzione in alcune zone del paese. Alcuni imputano le difficoltà riscontrate da Pechino sui mercati ai nuovi blocchi della produzione dovuti alle nuove restrizioni.
Ma in realtà, a quelle latitudini le cose vanno male da tempo. E i motivi sono molti, a cominciare dalla questione dei diritti civili a Hong Kong, per proseguire con le incertezze su Taiwan, di cui abbiamo appena parlato. Gli investitori stranieri, soprattutto quelli americani, stanno gradualmente uscendo da quel mercato perché non è libero e non dà affidamento sul lungo periodo: gli interventi dello stato possono cambiare repentinamente le carte in tavola e un investimento in un paese dove il potere politico può fare il buono e il cattivo tempo non può tranquillizzare le aziende. È emblematico il caso Evergrande, che ha lasciato parecchie ferite sul sistema.
Non è quindi imputabile esclusivamente alla pandemia la pessima performance dei mercati finanziari cinesi.

 


Inflazione? Niente panico

Lunedì 23 gennaio si sono verificate vendite indiscriminate, che hanno trascinato i mercati in un vortice di emotività. Un atteggiamento che si dovrebbe sempre cercare di evitare.

Inflazione, crisi energetica e politica, ribassi sui mercati. Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR - ci accompagna in una lucida analisi della complessa situazione attuale.

L'inflazione preoccupa cittadini, governi e mercati. Negli Stati Uniti ha raggiunto il punto più alto negli ultimi 40 anni: siamo al 7%, e non è tutto, perché, a causa della crisi energetica e il rincaro del cibo ad essa conseguente, l'inflazione "reale" tocca (e forse supera) il 50%. Un esempio tra tutti: proprio a causa del rincaro delle materie prime, nei mercati di New York il prezzo del pesce è letteralmente raddoppiato. Costa di più il trasporto, costa di più la refrigerazione, e alla fine è facile arrivare a questi rincari-monstre che spaventano consumatori e imprese, e mettono le Banche centrali con le spalle al muro. Come abbiamo già avuto modo di puntualizzare, queste istituzioni - che dovrebbero dettare la linea - non sanno come muoversi: la loro "navigazione" è di piccolo cabotaggio. E la paura serpeggia.

 

 Venti (gelidi) a est

Tutto questo mentre la crisi russo-ucraina ha tutto il potenziale per peggiorare ulteriormente la crisi energetica. Anche perché la questione è molto delicata, ed è gestita molto male sia da Washington, sia da Mosca. Mentre la terza parte – quella che più avrebbe da perdere in questa situazione – è ai margini. L'Europa è il convitato di pietra, il gigante dai piedi d'argilla che non è minimamente coinvolto nella risoluzione della crisi (basti pensare che gli Stati Uniti non si sono neppure degnati di invitare i rappresentanti Ue al tavolo).
Qualche piccolo segnale di cambiamento, però, si sta registrando. Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz hanno per la prima volta espresso alcuni distinguo sulla posizione americana nella crisi russo-ucraina, specificando a chiare lettere che l'Ue non è d'accordo con la sua gestione e che non si farà trascinare in avventuristici salti nel buio.

 

L'Europa s'è desta?

L'Europa inizia a capire i problemi geopolitici che potrebbero scaturire da un conflitto a est. Se già ora l'aumento delle materie prime crea malcontenti, che cosa ne sarebbe delle nostre bollette se la Russia decidesse, per ritorsione, di chiudere i rubinetti? Con il rischio, oltretutto, di un coinvolgimento della Cina, che potrebbe approfittare del caos ucraino per rinfocolare le sue mire su Taiwan.
I leader europei, insomma, non potranno che prodursi in un sano esercizio di Realpolitik e rivendicare una posizione autonoma. Non ci si può permettere di aggravare una situazione preoccupante. Già ora, la questione energetica mette in difficoltà intere filiere. Il cibo, abbiamo detto, ma anche l'artigianato, la manifattura, la tecnologia, i trasporti, il turismo. Il costo folle delle bollette rischia di fermare gli impianti di risalita nelle località sciistiche, mentre alcune aziende già progettano di sospendere la produzione. Che cosa accadrebbe se la Russia, fornitore del 40% del nostro gas, decidesse di non vendercelo più? Risposta semplice: aziende chiuse, famiglie in grave difficoltà, disordini sociali. E sipario sulla ripresa, già minata dalla disoccupazione, proprio quando gli interventi di finanza pubblica introdotti in pandemia stanno venendo meno.

 

Monday, crazy Monday

Intanto, anche le stime di crescita iniziano a ridimensionarsi (Banca d'Italia, per esempio, le ha già abbassate da 4,0% a 3,8%), le previsioni positive scemano rapidamente. E i mercati di tutto il mondo sembrano spaventati: lunedì 23 si sono verificate vendite indiscriminate senza una logica, con un'esplosione di emotività che sembra aver contagiato tutti.
Particolarmente coinvolte dal vorticoso flusso in uscita, le aziende che erano cresciute ben più del loro valore reale. Se un investitore sceglie titoli che crede "fenomenali" e invulnerabili, alla prima flessione importante si fa prendere dal panico. E vende. Risultato: l'emotività crea un vortice e accelera la discesa. In un mese e mezzo, Amazon ha perso il 20%, e vari titoli tecnologici ne hanno seguito le orme.

 

No panic!

Ecco: l'emotività è la reazione più sbagliata in questa situazione di estrema incertezza. Non bisognerebbe mai stancarsi di ripetere due parole semplici: niente panico. La società ha gli anticorpi per resistere alla crisi. Con i suoi tempi. Per questo non bisogna mai stancarsi di raccomandare valutazioni di medio termine.
Vendere sui ribassi è sempre molto pericoloso. E' più che mai valida la teoria della pallina da tennis: tanto piu alta è la velocità di caduta, tanto piu ampio sarà il primo rimbalzo. Quando si verificano rotture forti sul mercato, l'attività rimane elevata per un po' di tempo; chi ha denaro, può investire a tranche del 25% a ogni forte discesa. Lunedì scorso, la pallina da tennis è atterrata su S&P e Nasdaq, che hanno chiuso la giornata con il rimbalzo più forte degli ultimi 30 anni sul mercato intraday.
Proprio in un'ottica di medio termine iniziano a intravedersi prezzi interessanti sul mercato azionario. Con l'avvertenza che, in un periodo in cui i tassi salgono, i titoli growth tendono a essere più penalizzati rispetto ai value perché il mercato richiede utili e crescita ancora maggiori per mantenere valutazioni che già di per sé sono molto elevate. Per il resto, è cresciuta l'avversione al rischio e il contesto di aumento dei tassi impone, per la componente obbligazionaria, di dover prestare molta attenzione nella gestione della duration di portafoglio e nella selezione delle emissioni sulle quali investire.

Anche l'oro, pur con questo inizio di spirale inflattiva, non sta offrendo protezione, non sale, né scende: al momento sembra aver perso le sue caratteristiche di bene rifugio. A tal proposito, è sempre bene ricordare la massima di Warren Buffet: “Don’t buy gold, buy stocks!“
In ottica difensiva gli unici bond che potrebbero dare un minimo di rendimento sono quelli legati all'inflazione. Ma il mercato azionario rimane decisamente più interessante per i veri investitori di medio periodo.


Aumento dei costi dell’energia: effetto domino sui mercati

Il rincaro delle materie prime inizia a farsi sentire anche sull'economia reale e sulle imprese. Ma le Banche centrali sono ancora incerte sulla risposta da dare...

L'opinione di Carlo Vedani - AD di Alicanto Capital SGR

Passano i giorni, ma la difficoltà dei mercati finanziari – che si era manifestata fra la prima e la seconda settimana dell'anno – non accenna a farsi da parte. Il trend ha colpito particolarmente i titoli tecnologici. Ma non solo. Perché all'inflazione, seguita dal cambio di toni della FED in termini di politica monetaria, si è presto aggiunto il tema scottante dei rincari energetici, che sta colpendo un po' tutti i settori economici in un pericoloso effetto domino. Soprattutto in Europa.
Per esempio, ora è particolarmente colpita la industry del food, per cui i maggiori costi delle materie prime iniziano a impattare sui bilanci: già a novembre-dicembre i rincari sono stati significativi e sarà peggio a gennaio-febbraio.
Questo non accade solo in Europa. Perché anche gli stessi Stati Uniti - che sono una grande potenza petrolifera - sono stati colpiti dal rialzo dei prezzi dell'energia. Recentemente, il Brent ha superato gli 87 dollari e il West Texas gli 85, valori più elevati dal 2014. La spirale sulle materie prime, insomma, coinvolge tutto il pianeta.

La risposta delle Banche centrali, almeno per ora, è stata molto soft. E non potrebbe essere altrimenti, dato che in questo momento storico ogni decisione potrebbe avere conseguenze difficili. Se è vero che occorrerebbe alzare i tassi per arginare l’impatto dell’inflazione, è però certo che una simile decisione, a causa degli elevati debiti pubblici, porterebbe a squilibri di finanza pubblica che potrebbero essere corretti solo con l'aumento delle imposte o la riduzione dei servizi pubblici. E rischierebbe di bloccare la ripresa, che, pur instabile, è ancora in corso, con dati tuttora in crescita.
Insomma: le Banche centrali sono in posizione di attesa. Un po' come i naviganti dell'antichità, impegnati a evitare Scilla e Cariddi:non sanno come uscirne e sembra che stiano navigando a vista.

 Usa, trimestrali con il vento in poppa

Ma dagli Stati Uniti non vengono solo notizie negative. Perché la scorsa settimana sono stati pubblicati i primi dati trimestrali di alcune banche Usa, che sono ancora mediamente buoni. Sul fronte obbligazionario, il rendimento dei titoli di stato decennali statunitensi è risalito ai massimi da 2 anni, fino a 1,90%, contro lo 0% dei Bund tedeschi (confermando una valutazione di mercato alta, dovuta anche alla stabilità della sua economia).
Gli economisti prevedono un rafforzamento del dollaro a breve termine. Su questa teoria, però, se guardiamo le quotazioni degli ultimi sette anni, non ci si scosta dall'equilibrio dollaro-euro intorno a 1.15. Gli Stati Uniti sono sensibili all'impatto che il dollaro forte porterebbe alle esportazioni: la loro politica è esattamente opposta a quella rigorista sostenuta dalla Bce, influenzata soprattutto dalla Germania e dalla sua posizione contraria alla svalutazione dell'euro. Più probabile, sempre sugli Usa, una maggiore volatilità nel prossimo futuro. Volatilità che potrebbe essere influenzata anche dai problemi di politica interna americana: il piano Biden è bloccato al Senato, perchè ha incontrato – come è abbastanza frequente negli Stati Uniti – il voto contrario di alcuni rapresentanti democratici.
L'amministrazione Biden è dunque in difficoltà, mentre crescono le attese per le elezioni di mid term, in programma il prossimo novembre. Se i repubblicani dovessero, come sembra oggi, conquistare la maggioranza di Congresso e Senato, la politica economica dell’amministrazione Biden sarebbe completamete stravolta fino alle elezioni del nuovo presidente, nel 2024.

 Germania in stand-by

Ma se Atene piange, Sparta non ride. La Germania è in situazione di attesa, perché sta vivendo un paradosso, causato da un passaggio di leadership. Da una guida "forte" – il lungo cancellierato di Angela Merkel – a un governo pluripartitico che unisce socialdemocratici, liberali e verdi. Tre partiti, lo ricordiamo, i cui programmi non erano esattamente coincidenti. Per poter stare insieme, i tre leader di governo hanno dovuto riunirsi, trattare, definire punto per punto un difficile compromesso. Con tante contraddizioni: a un esecutivo a guida socialdemocratica fa da contraltare un ministro delle finanze liberale.
Si potrebbe, insomma, innescare un "braccio di ferro" sulle posizioni del governo in materia di austerity; se vincesse l'approccio Spd potremmo aspettarci una leadership un po' piu benevola per i Paesi del Sud Europa sul debito pubblico e sulla mutualità, con effetti positivi sulla nostra economia. Ma per vedere quale forza finirà per dettare la linea, dovremo aspettare ancora un po'.


 Quirinale: attenzione allo spread

Tutto questo mentre in Italia crescono le attese su chi salirà al Quirinale. Una situazione particolarmente delicata, dato che la Presidenza della Repubblica – in passato considerata una carica poco più che simbolica – ora ha un ruolo centrale, soprattutto in tempi di instabilità politica. I mercati si augurano che venga eletto un personaggio che rappresenti tutti, non "divisivo", che possibilmente abbia anche qualche competenza in materia economica e che venga eletto prima del 3 febbraio, considerata una data-spartiacque, dato che è l'ultimo giorno della presidenza Mattarella. Se si andrà oltre, c'è il rischio che lo spread si allarghi, con la possibilità concreta di instabilità sui mercati. E' quindi auspicabile che le forze politiche riescano a trovare un accordo dalla quarta o quinta votazione.


La crisi energetica preoccupa i mercati

Il punto di vista di Carlo Vedani - Amministratore Delegato di Alicanto Capital SGR

L'aumento delle bollette potrebbe rivelarsi insostenibile non solo per le singole imprese, ma per intere filiere produttive. Con conseguenze preoccupanti per l'economia globale.

Per il mercato Usa, la prima settimana del 2022 si è chiusa con i mercati azionari e obbligazionari in forte discesa. Eppure l'anno si era aperto con buone premesse, almeno per i primi tre giorni. A invertire bruscamente la rotta è stato l'intervento della Federal Reserve, che ha, di fatto, intrapreso il cambio di direzione nelle decisioni di politica monetaria.

Dobbiamo preoccuparci? No, o almeno non eccessivamente. Perché è avvenuto un arretramento su posizioni simili a quelle di fine 2021: i mercati hanno perso poco più di quello che avevano guadagnato e si sono attestati su una posizione di cautela.

In altri termini, ciò che è accaduto oltre oceano non è una replica dei crolli del marzo 2020, anche se così potrebbe sembrare. E’ semplicemente una normale dinamica di mercato, come lo era l'arretramento registrato alla fine dello scorso anno.

Guardiamo per esempio il Nasdaq, che ha archiviato un buon 2021, ma con divergenze importanti all’interno dell’indice: la performance positiva è stata legata quasi esclusivamente ai FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google), escludendo i quali la performance di fine anno sarebbe stata negativa.

Eppure, questa dinamica non ha destato l’attenzione dei mercati a livello globale. Al pari, un rialzo dei tassi dovrebbe essere causa di allarmismo, ma il mercato è in grado di riassorbirlo senza particolari problemi.

Carissima bolletta...
L'avvio negativo negli Stati Uniti e le sue eventuali ripercussioni, dunque, non dovrebbero turbare più di tanto il sentiment di mercato. La minaccia che dovrebbe preoccuparci – e farlo molto seriamente – è invece un'altra. E cioè la crescita dei costi energetici in Europa, che non accenna a fermarsi. In Italia si prevede un aumento delle bollette che potrebbe spingersi al 70% - e il dato è simile negli altri paesi Ue. Questo significa un salasso per le famiglie. Ma anche per le imprese, che già lo hanno subito pesantemente nel corso dell’ultima parte dell’anno, e che, nel primo trimestre, potrebbero vedere quintuplicato il costo dell’energia.

Le conseguenze? La risposta dipenderà dalla capacità, per le aziende, di ribaltare l’aumento dei costi sul prezzo di vendita dei beni. Questo aggiustamento non è scontato né immediato: per questo motivo ipotizziamo cali degli utili per molte aziende e intere filiere produttive costrette a chiudere i battenti a causa dei costi impossibili da sostenere.

Insomma: questa mini-crisi energetica rischia di diventare grande, in un contesto di crescita prevista per l'economia. Le due forze contrapposte potrebbero creare un braccio di ferro dagli esiti molto incerti.

E' possibile uscire da questa situazione, che potrebbe rivelarsi un vero e proprio incubo per famiglie, imprese e mercati? Sì, senza dubbio. Ma non è un compito che spetta all'economia, bensì alla politica. Occorrerebbe, prima di tutto, che l'Europa abbandonasse l'approccio da nuova Guerra Fredda e normalizzasse il rapporto con la Russia, che è un grande produttore di materie prime. Le rinnovate tensioni tra Mosca e Washington hanno un solo perdente: l'Europa, incapace di sviluppare una politica comune nel proprio interesse. Combattere una battaglia che non è la nostra finisce per innescare ritorsioni. E i costi, come vediamo, vengono riversati su famiglie e aziende, mentre gli Stati Uniti, che hanno di fatto l’indipendenza energetica, sono abbastanza al riparo da questo rialzo improvviso, imprevisto e folle delle tariffe di gas ed elettricità.

Anche sul Kazakhstan occorre che l'Unione Europea cerchi di gettare acqua sul fuoco e di contribuire, con tutta la forza diplomatica di cui dispone, a una de-escalation delle tensioni. Perché in quel Paese, l'Europa (e l'Italia) hanno interessi economici molto forti. Se la tensione tra governo e manifestanti dovesse acuirsi, la crisi energetica potrebbe causare ripercussioni ancor più rilevanti. Con esiti da vero incubo per la nostra economia.

Il destino di Carige
Un altro nodo che potrebbe preoccupare il mercato – specificamente quello italiano – è il dossier Carige, tema molto caldo in questi giorni. Ma, in questo caso, non dovrebbero esserci sorprese negative.

Oggi le linee guida per affrontare le crisi bancarie sono molto chiare: come diceva Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve, “le banche non possono fallire”. Tipicamente, gli istituti di credito prestano a lungo termine, ma hanno debiti a breve con i correntisti: un altro crack avrebbe un effetto molto negativo sull'economia. E sulla fiducia dei cittadini, fondamentale per sostenere il sistema.

Ne sono la prova i problemi che ha causato il fallimento delle “quattro banche”: tutti ricordano l'eco sollevato dal braccio di ferro sul rimborso delle obbligazioni subordinate, che ha occupato per molto tempo le prime pagine dei giornali e ha causato un danno reputazionale non solo a Banca Etruria, ma a tutto il sistema.

Ecco, questa vicenda ci ha fatto capire che Bernanke tutti i torti non li aveva. E che può anche esserci il bail-in, ma non si potrà comunque fare a meno di rimborsare correntisti e obbligazionisti, che, a differenza degli azionisti, non scelgono di correre rischi, ma danno fiducia alla solidità della banca in cui allocano i loro risparmi. Risparmi, non investimenti.

Anche per questo si è creduto molto nel salvataggio di Carige, e la sua cessione non dovrebbe incontrare ostacoli: il Fondo interbancario ha scelto Bper e ci sono le premesse affinché le trattative – la cui natura esclusiva è assicurata fino al 15 febbraio - possano andare a buon fine. Il cammino sarà molto più tortuoso per Monte dei Paschi, ma alla fine è probabile che anche la banca senese venga salvata e ceduta a un altro gruppo.

 


Privacy PolicyCookie PolicyTermini e Condizioni

CONTROVERSIEDISCLAIMERWHISTLEBLOWING

CHI SIAMONEWSPREMI

Società con azionista unico – Soggetta all’attività di direzione e coordinamento di Finsolari S.r.l.
Capitale Soc. €1.040.000 int. Versato.CF 11416170154 – P.IVA 01867650028
R.I. Milano Monza Brianza Lodi n. 11416170154 REA MI – 2022469
La SGR aderisce al Fondo nazionale di Garanzia

Milano

Via Agnello, 5 - 20121


Tel. +39 02 863571
Fax +39 02 86357300

Biella

Via Italia, 64 - 13900


Tel. +39 015 9760097
Fax +39 015 9760098

© 2024 Alicanto Capital SGR S.p.A. | All Rights Reserved

Privacy Preference Center